La legittimazione attiva va distinta dalla titolarità sostanziale del rapporto giuridico dedotto in giudizio: la prima attiene alla prospettazione astratta della titolarità del diritto in capo all’attore e incide sull’ammissibilità della domanda; la seconda concerne la sua effettiva titolarità e rileva ai fini del merito. Ne consegue che difetta la legittimazione attiva solo quando l’attore indichi quale titolare del rapporto un soggetto diverso da sé (salva l’ipotesi di sostituzione processuale ex art. 81 c.p.c.); qualora, invece, l’attore si qualifichi come titolare del rapporto controverso, le contestazioni relative alla prova del subentro o della successione nel contratto attengono al merito e comportano, eventualmente, il rigetto della domanda e non una pronuncia di inammissibilità.
È ammissibile la modifica della causa petendi operata nella memoria ex art. 183, comma 6, n. 1, c.p.c., ove non determini l’introduzione di un fatto costitutivo radicalmente nuovo ma si limiti a precisare o riformulare la ricostruzione del rapporto contrattuale già allegato. In particolare, la prospettazione dell’esistenza di un rapporto contrattuale “di fatto” con contenuto coincidente rispetto a un precedente contratto scritto intercorso con soggetto giuridico diverso, ma riconducibile al medesimo centro di interessi, integra una mera rimodulazione della causa petendi, purché fondata sul medesimo nucleo fattuale già introdotto in giudizio.
In tema di contratto di distribuzione con clausola di esclusiva, l’attore che agisca per la risoluzione e il risarcimento del danno deve provare: (i) l’esistenza e il contenuto del vincolo di esclusiva; (ii) le condotte poste in essere in violazione dell’esclusiva; (iii) il nesso causale tra l’inadempimento e il pregiudizio lamentato. La mera allegazione di vendite effettuate a terzi nel territorio riservato non è sufficiente, occorrendo la dimostrazione che tali condotte siano imputabili alla controparte contrattuale in violazione degli obblighi assunti .
La responsabilità precontrattuale presuppone la violazione del dovere di buona fede nelle trattative, consistente in comportamenti contrari a lealtà e correttezza idonei a ingenerare un affidamento incolpevole nella conclusione o prosecuzione del rapporto. Il danno risarcibile è limitato all’interesse negativo, comprensivo delle spese inutilmente sostenute e della perdita di occasioni contrattuali alternative, con esclusione dell’utile che sarebbe derivato dall’esecuzione del contratto non concluso o non validamente perfezionato.
La revoca unilaterale delle licenze software concesse nell’ambito di un rapporto commerciale continuativo può integrare inadempimento contrattuale qualora sia posta in essere in assenza di giusta causa o in violazione delle pattuizioni intercorse tra le parti. Il danno va allegato e provato nella sua esistenza e nel nesso causale con la revoca, potendo essere liquidato equitativamente solo ove sia dimostrata l’esistenza del pregiudizio ma non sia possibile una precisa quantificazione.