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Lavoro gratuito del socio di società in nome collettivo e prova dell’arricchimento senza causa
Nella società in nome collettivo, dotata di propria soggettività e di un fondo comune, il socio che abbia prestato senza...

Nella società in nome collettivo, dotata di propria soggettività e di un fondo comune, il socio che abbia prestato senza corrispettivo attività lavorativa a favore della società e agisca ai sensi dell’art. 2041 c.c. nei confronti dell’altro socio deve allegare e provare il risparmio di costi conseguito dalla società e la misura in cui esso si sia tradotto in maggiori utili, percepiti anche dallo stesso socio prestatore e, per la restante parte, dall’altro socio, perché l’arricchimento senza causa va accertato attraverso la sua incidenza prima sul patrimonio sociale e poi, indirettamente, su quello dei singoli soci [società in nome collettivo con due socie al 50%, entrambe amministratrici; contrapposte domande di indennizzo per arricchimento senza causa relative all’attività lavorativa prestata a favore della società, respinte per difetto di prova].

Ai fini dell’indennizzo ai sensi dell’art. 2041 c.c. richiesto dal socio di società in nome collettivo per l’attività lavorativa non retribuita prestata a favore della società, non è sufficiente la stima del monte ore lavorato e del relativo valore retributivo, perché essa potrebbe servire soltanto a quantificare l’emolumento di un socio lavoratore dipendente, mentre occorre provare i maggiori utili conseguiti dall’altro socio beneficiando del lavoro prestato.

L’azione generale di arricchimento di cui all’art. 2041 c.c. è proponibile in via sussidiaria quando la diversa azione, fondata sul contratto, su una specifica disposizione di legge o su una clausola generale, si riveli carente ab origine del titolo giustificativo, come accade per il socio amministratore di società in nome collettivo che non possa far valere un rapporto di lavoro subordinato con la società per l’attività lavorativa prestata a suo favore.

Nella società in nome collettivo il socio che sia al contempo amministratore, con poteri identici a quelli dell’altro socio, non può essere legato alla società da un rapporto di lavoro subordinato, in difetto di prova di un patto contrario, perché non possono coincidere nello stesso soggetto la qualità di esecutore subordinato della volontà sociale e quella di organo competente a esprimerla.

Quando l’opposizione a decreto ingiuntivo è accolta in parte, con revoca del decreto e condanna del debitore al pagamento di una somma inferiore, la legittima revoca del decreto esclude che il debitore possa essere condannato a rifondere al creditore le spese della fase monitoria, mentre le spese del giudizio di opposizione possono essere compensate in parte e poste per la residua parte a carico del debitore in ragione della reciproca soccombenza.

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Recesso del socio titolare della licenza di tabaccheria e scioglimento della società di fatto
Nella società di fatto costituita per la gestione in comune di una rivendita di tabacchi la cui licenza è intestata...

Nella società di fatto costituita per la gestione in comune di una rivendita di tabacchi la cui licenza è intestata a uno solo dei soci, la partecipazione di quest’ultimo ha carattere essenziale, perché egli è il solo abilitato a gestire la rivendita e a rappresentarla nei rapporti esterni, e il suo recesso determina ipso iure lo scioglimento dell’intera società per sopravvenuta impossibilità di conseguire l’oggetto sociale ai sensi dell’art. 2272, n. 2, c.c., anziché il solo scioglimento del rapporto sociale limitatamente al socio receduto [società di fatto paritetica tra il titolare della licenza di una tabaccheria e un socio privo di licenza, inquadrato all’esterno come associato in partecipazione e poi come lavoratore subordinato; recesso del titolare della licenza, nomina di una sostituta e successiva vendita dell’azienda alla sostituta].

La nomina di un sostituto nella gestione della rivendita di tabacchi ai sensi dell’art. 70 d.P.R. 1074/1958, da parte del titolare della licenza receduto dalla società di fatto, comporta la prosecuzione dell’attività in forma individuale e non l’ingresso del sostituto nella società in luogo del socio uscente, che richiede la manifestazione, anche tacita, della volontà di entrare in società, e la prosecuzione dell’esercizio con produzione di utili dopo il recesso non esclude perciò lo scioglimento della società.

La causa di scioglimento per mancata ricostituzione della pluralità dei soci entro sei mesi, prevista dall’art. 2272, n. 4, c.c., non può essere invocata quando il socio superstite, privo della licenza necessaria all’esercizio dell’impresa sociale, non può proseguire da solo l’attività nelle more e nessun nuovo socio entra nella società, perché in tal caso la società è già sciolta per l’impossibilità sopravvenuta di conseguire l’oggetto sociale.

Quando, sciolta la società di fatto, il socio che dispone dell’unico cespite aziendale lo vende in autonomia trattenendo per sé il corrispettivo senza liquidare la quota dell’altro socio, quest’ultimo ha diritto di ottenere da lui il pagamento della quota, pari alla corrispondente frazione del valore della società, e la differenza tra il prezzo di vendita e il valore stimato in giudizio è irrilevante, perché il prezzo è stato determinato unilateralmente senza tener conto della quota da liquidare.

Ai fini della liquidazione della quota del socio di una società di fatto sciolta per impossibilità sopravvenuta di conseguire l’oggetto sociale, il valore della società può essere determinato in chiave prospettica tenendo conto dell’avviamento, anche se dopo lo scioglimento l’azienda è stata gestita in forma individuale e poi ceduta, quando le parti abbiano compreso l’avviamento nel patrimonio sociale conferito in parti uguali e l’avviamento costituisca la componente preponderante del patrimonio, e la stima, condotta al netto dei debiti sociali esistenti alla data dello scioglimento, può combinare il metodo reddituale con il metodo empirico degli aggi, usato nella prassi per valutare le tabaccherie.

Il principio di conservazione della società, proprio dei contratti plurilaterali con comunione di scopo, comporta che il recesso di uno dei soci di una società di persone, anche se composta da due soli soci, attribuisca al receduto soltanto il diritto alla liquidazione della quota ai sensi dell’art. 2289 c.c. e che lo scioglimento per venir meno della pluralità dei soci si verifichi solo se questa non è ricostituita entro sei mesi, salvo che venga meno la partecipazione di un socio avente carattere essenziale, nel qual caso si scioglie l’intera società secondo la logica degli artt. 1420, 1446, 1459 e 1466 c.c.

L’obbligo di gestione personale della rivendita di generi di monopolio previsto dall’art. 28 l. 1293/1957 non esclude la validità tra le parti della società di fatto costituita per la gestione in comune della tabaccheria, perché la scissione tra il titolare formale della licenza, unico responsabile verso l’Amministrazione, e i soggetti sostanzialmente coinvolti nella gestione è ammessa dall’ordinamento.

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Cancellazione d’ufficio della s.r.l. in pendenza dell’azione di responsabilità e persistenza della materia del contendere
La cancellazione d’ufficio dal registro delle imprese della s.r.l. in liquidazione per omesso deposito del bilancio per oltre tre anni...

La cancellazione d’ufficio dal registro delle imprese della s.r.l. in liquidazione per omesso deposito del bilancio per oltre tre anni consecutivi, ai sensi dell’art. 2490, ultimo comma, c.c., intervenuta in pendenza del giudizio sull’azione di responsabilità promossa contro l’amministratore, non determina la cessazione della materia del contendere, perché il credito risarcitorio controverso si trasmette ai soci, la remissione del debito deve essere allegata e provata con rigore e la natura non volontaria della cancellazione esclude la configurabilità di un intento remissorio, tanto più quando il socio, costituitosi dopo la riassunzione anche quale successore della società estinta, insista nella pretesa risarcitoria [azione di responsabilità promossa dalla s.r.l. e da un socio contro l’amministratore titolare del 50% delle quote; cancellazione della società dopo la notificazione dell’atto d’appello].

La cancellazione dal registro delle imprese della s.r.l., litisconsorte necessaria nell’azione sociale di responsabilità esercitata anche dal socio ai sensi dell’art. 2476, comma 3, c.c., intervenuta dopo la notificazione dell’atto d’appello e prima della scadenza del termine per la costituzione, determina l’interruzione automatica del processo ai sensi dell’art. 299 c.p.c., che non è impedita dalla costituzione della società estinta per mezzo del liquidatore né da quella del socio che non si costituisca nella esplicita veste di successore, e il termine per la riassunzione decorre dalla comunicazione dell’ordinanza che dichiara l’interruzione.

L’amministratore di s.r.l. che si sia dimesso dalla carica di amministratore unico assumendo in pari data quella di co-amministratore risponde, quantomeno in solido, del danno subito dalla società per il ritardo nell’adempimento delle obbligazioni da essa assunte, costituito dall’importo corrisposto in via transattiva per la penale da ritardato sgombero di un immobile altrui e dalle spese processuali liquidate all’esito del procedimento cautelare diretto alla sua liberazione.

La mancata riproposizione, in sede di precisazione delle conclusioni, delle domande formulate con l’atto d’appello, che di per sé non fa presumere la rinuncia, ne comporta l’abbandono quando dalla valutazione complessiva della condotta processuale della parte emerga il venir meno dell’interesse a coltivarle, come avviene se la parte chieda la declaratoria di cessazione della materia del contendere e indichi quali sole questioni residue l’inammissibilità dell’appello incidentale, la cancellazione di espressioni sconvenienti od offensive e la condanna per lite temeraria.

È inammissibile per difetto di specificità dei motivi ai sensi dell’art. 342 c.p.c. l’appello incidentale che si limiti a esporre una propria ricostruzione della vicenda storica, offrendo di suffragarla con prove costituende, senza confrontarsi con le argomentazioni della sentenza impugnata e senza indicarne le parti censurate, e l’inammissibilità si estende alle istanze istruttorie formulate a sostegno di tale ricostruzione.

L’istanza di cancellazione delle espressioni sconvenienti od offensive ai sensi dell’art. 89 c.p.c. dà luogo a una statuizione autonoma rispetto all’oggetto della causa, sicché il motivo d’appello che, a fronte del rigetto in primo grado per genericità, si limiti a reiterare l’istanza individuando per la prima volta le espressioni censurate, senza confrontarsi con la ratio della decisione, è inammissibile per difetto di specificità.

Il difetto di sottoscrizione della procura in calce alla comparsa contenente l’appello incidentale non ne determina l’inammissibilità quando tra gli allegati della comparsa figuri il mandato alle liti debitamente sottoscritto dal legale rappresentante della società, e il successivo deposito di una nuova procura sottoscritta in forma analogica dal legale rappresentante e digitalmente dal difensore sana comunque ogni eventuale vizio ai sensi dell’art. 182 c.p.c.

La responsabilità aggravata ai sensi dell’art. 96 c.p.c. presuppone la totale soccombenza della parte cui è imputata e non è configurabile in caso di soccombenza reciproca, come quando resti ferma la condanna risarcitoria pronunciata a carico di chi la invoca.

Nell’azione sociale di responsabilità esercitata dal socio di s.r.l. ai sensi dell’art. 2476, comma 3, c.c. la società è litisconsorte necessaria, perché il socio agisce come sostituto processuale e l’eventuale condanna dell’amministratore rifluisce unicamente nel patrimonio sociale, e alla legittimazione del socio concorre quella diretta della società.

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Contraffazione di marchio, appello privo di specificità sulla mancata consulenza tecnica e responsabilità aggravata
È inammissibile per difetto di specificità, ai sensi dell’art. 342 c.p.c., il motivo d’appello che si limita a denunciare come...

È inammissibile per difetto di specificità, ai sensi dell’art. 342 c.p.c., il motivo d’appello che si limita a denunciare come errore macroscopico o eccesso di potere la mancata ammissione della consulenza tecnica d’ufficio richiesta per accertare la contraffazione del marchio, senza criticare puntualmente la ricostruzione in fatto e le argomentazioni in diritto con cui il giudice di primo grado, procedendo direttamente al confronto tra i segni sulla base delle evidenze in atti, ha affermato la contraffazione e, di conseguenza, la superfluità della consulenza [marchio denominativo e figurativo registrato per capi di abbigliamento e uso, da parte di un produttore dello stesso settore, di un segno sostanzialmente identico, privo soltanto della lettera finale preceduta da apostrofo].

L’autore della contraffazione non ha interesse a dolersi della quantificazione dei propri utili compiuta dal consulente tecnico d’ufficio quando il danno è stato liquidato, ai sensi dell’art. 125, comma 3, c.p.i., secondo il criterio del lucro cessante, risultato superiore, e non secondo quello della restituzione degli utili, perché tale quantificazione non ha influito sul risarcimento liquidato al titolare del marchio.

Integra un venire contra factum proprium, e costituisce un profilo di censura inammissibile, la doglianza dell’autore della contraffazione secondo cui il consulente tecnico d’ufficio non avrebbe tenuto conto delle sue risultanze contabili nella quantificazione degli utili, quando egli stesso non ha eseguito l’ordine di esibizione delle scritture contabili emesso dal giudice di primo grado.

È inammissibile, per mancanza di correlazione con la motivazione della sentenza impugnata, la critica rivolta alla consulenza tecnica d’ufficio in punto di danno emergente da investimenti pubblicitari quando al consulente non è stato conferito alcun incarico di quantificare tale voce di danno e la relazione non contiene le valutazioni censurate.

La domanda di riassegnazione del nome a dominio registrato in violazione dell’art. 22 c.p.i., formulata dal titolare del marchio già nella memoria ex art. 183, comma 6, n. 1, c.p.c., non può essere respinta come proposta per la prima volta in sede di precisazione delle conclusioni, e il giudice d’appello che rileva l’errore ordina la riassegnazione del nome a dominio al titolare del marchio.

La proposizione di un appello inammissibile, in nessun modo correlato con la motivazione della sentenza di primo grado, integra un agire in giudizio quantomeno con colpa grave e giustifica la condanna, ai sensi dell’art. 96, comma 3, c.p.c., al pagamento di una somma determinata in via equitativa in misura pari ai compensi liquidati per il grado, al netto del rimborso forfettario e degli accessori, oltre alla condanna al pagamento di una somma in favore della cassa delle ammende ai sensi dell’art. 96, comma 4, c.p.c.

Non soddisfa il requisito di specificità previsto dall’art. 342 c.p.c. la parte dell’atto d’appello che, pur rubricata come censura alla ricostruzione dei fatti, si limita a indicare i capi della sentenza impugnati senza sviluppare alcuna critica alla ricostruzione in fatto operata dal giudice di primo grado.

La decisione di disporre una consulenza tecnica d’ufficio rientra nel potere discrezionale del giudice di merito, che deve tuttavia motivare adeguatamente il rigetto dell’istanza dimostrando di poter risolvere, sulla base di corretti criteri, i problemi tecnici connessi alla valutazione degli elementi rilevanti per la decisione, senza potersi limitare a disattendere l’istanza per la mancata prova dei fatti che la consulenza avrebbe potuto accertare.

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Recesso dalla società di persone senza giusta causa ed efficacia differita al termine di preavviso
In materia di società di persone, qualora al socio sia consentito il libero recesso con preavviso ai sensi dell’art. 2285,...

In materia di società di persone, qualora al socio sia consentito il libero recesso con preavviso ai sensi dell’art. 2285, commi 1 e 3, c.c., l’insussistenza della giusta causa dedotta a fondamento del recesso con effetto immediato lascia efficace la dichiarazione di recesso già comunicata. La violazione dell’obbligo di preavviso incide soltanto sulla decorrenza degli effetti del negozio unilaterale recettizio, che si producono allo spirare del termine di preavviso di legge decorrente dalla comunicazione originaria, salvo l’obbligo del recedente di risarcire l’eventuale concreto pregiudizio derivante dal mancato preavviso. Il recesso comunicato è di per sé irrevocabile, salvo il consenso degli altri soci.

La giusta causa di recesso del socio ex art. 2285, comma 2, c.c. richiede una grave violazione degli obblighi contrattuali, tale da compromettere la natura fiduciaria del rapporto sociale. Qualora sia consentito anche il libero recesso con preavviso, la violazione deve essere di gravità tale da impedire la prosecuzione, neppure temporanea, del rapporto durante il periodo di preavviso.

Le iniziative individuali del socio amministratore [di società in nome collettivo con amministrazione disgiuntiva] relative alla pubblicità, agli ordini, alla scelta dei fornitori e all’anticipazione di pagamenti, in quanto legittimate dallo statuto, non integrano giusta causa di recesso dell’altro socio, in difetto di allegazione e prova del superamento dei limiti dell’amministrazione disgiuntiva o di una preventiva opposizione ex art. 2257 c.c.

Il mero silenzio dell’altro socio, la prosecuzione dell’attività sociale e la comunicazione cautelativa alla banca [di non consentire al recedente di operare sui conti sociali] sono privi di rilievo ai fini del riconoscimento della giusta causa di recesso e della sua efficacia immediata per accettazione tacita.

Nel procedimento sommario di cognizione, la prova nuova indispensabile ammissibile in appello ai sensi dell’art. 702 quater c.p.c. è quella di per sé idonea a eliminare ogni possibile incertezza circa la ricostruzione fattuale accolta dalla pronuncia gravata, smentendola o confermandola senza lasciare margini di dubbio, oppure a provare quel che era rimasto indimostrato o non sufficientemente provato.

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Regresso del socio di società di persone che paga con denaro proprio i debiti sociali
L’art. 2290 c.c., che mantiene la responsabilità del socio uscente verso i terzi per le obbligazioni sociali sorte fino al...

L’art. 2290 c.c., che mantiene la responsabilità del socio uscente verso i terzi per le obbligazioni sociali sorte fino al giorno dello scioglimento del rapporto sociale, è posto esclusivamente a tutela dei terzi creditori estranei alla società, mentre nei rapporti interni tra i soci i debiti derivanti dalle obbligazioni assunte per conto della società sono ripartiti in misura corrispondente alle rispettive quote di partecipazione al capitale sociale. Il socio illimitatamente responsabile che abbia pagato debiti sociali con denaro proprio può quindi agire in regresso, ai sensi dell’art. 1299, comma 1, c.c., nei confronti degli altri soci, anche se usciti dalla società, per la parte gravante su ciascuno di essi.

La trasformazione di una società di persone in società di capitali, che ai sensi dell’art. 2498 c.c. si risolve in una vicenda evolutivo-modificativa caratterizzata dalla continuità dei rapporti giuridici, lascia ferma la responsabilità patrimoniale illimitata dei soci e degli ex soci per le obbligazioni sociali anteriori alla trasformazione e non comporta l’accollo dei debiti pregressi da parte della società trasformata né il suo obbligo di tenere indenni i soci. È irrilevante che il pagamento del debito sociale sia stato eseguito dopo la trasformazione, quando l’obbligazione è riferibile alla gestione anteriore.

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Azione sociale di responsabilità promossa dal socio e curatore speciale della società rappresentata dall’amministratore convenuto
Nell’azione sociale di responsabilità promossa dal socio ai sensi dell’art. 2476 c.c. contro l’amministratore [di s.r.l.], la società è parte...

Nell’azione sociale di responsabilità promossa dal socio ai sensi dell’art. 2476 c.c. contro l’amministratore [di s.r.l.], la società è parte necessaria del giudizio, come si desume dalle disposizioni che pongono a suo carico il rimborso delle spese in caso di accoglimento della domanda e le riservano la rinuncia e la transazione dell’azione. Qualora la società sia rappresentata dallo stesso amministratore convenuto, sussiste un conflitto di interessi che rende necessaria la nomina di un curatore speciale ai sensi dell’art. 78 c.p.c.

Quando il conflitto di interessi tra la società e il suo legale rappresentante convenuto in responsabilità è evincibile sin dal giudizio di primo grado, la mancata instaurazione del contraddittorio nei confronti del curatore speciale rientra tra le ipotesi previste dall’art. 354 c.p.c., perché impedisce il pieno e corretto esercizio del diritto di difesa della società. Il giudice d’appello dichiara pertanto la nullità della sentenza e rimette la causa al primo giudice, che provvede alla nomina del curatore speciale e all’integrazione del contraddittorio.

Il vizio derivante dall’omessa nomina del curatore speciale della società, rilevabile d’ufficio, può essere fatto valere anche dall’amministratore che versa nella situazione di conflitto di interessi, perché prevale l’interesse sociale, che resta non adeguatamente rappresentato anche quando la società, citata in appello, non si costituisca.

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Obblighi del socio amministratore disinteressato alla gestione nella società di persone ad amministrazione disgiuntiva
Nella società di persone ad amministrazione disgiuntiva, il socio amministratore che si è disinteressato della gestione, lasciandola di fatto all’altro...

Nella società di persone ad amministrazione disgiuntiva, il socio amministratore che si è disinteressato della gestione, lasciandola di fatto all’altro socio amministratore, non è esonerato dagli obblighi che gli incombono ai sensi dell’art. 2260, comma 2, c.c., norma che sancisce la responsabilità solidale degli amministratori verso la società, perché ai sensi dell’art. 2257, comma 2, c.c. egli ha titolo per opporsi alle operazioni che l’altro voglia compiere, prima che siano compiute, così da evitare o almeno ridurre le perdite sociali. In mancanza di prova del conferimento all’altro socio di un mandato a gestire in via esclusiva, è irrilevante la circostanza di fatto che dell’attività si occupasse soltanto quest’ultimo; le contestazioni mosse successivamente al suo operato non tengono luogo del potere di opposizione preventiva previsto dall’art. 2257 c.c.

Nell’azione di responsabilità promossa dal socio nei confronti del socio amministratore di società di persone ai sensi dell’art. 2260, comma 2, c.c., l’attore deve provare un danno riconducibile a condotte di mala gestio, che non si identifica con le perdite subite dalla società e non può quantificarsi nei versamenti effettuati dallo stesso amministratore per ripianarle.

La scelta dell’amministratore di proseguire un’attività non conveniente e antieconomica non presenta profili di illegittimità, né esprime la volontà di danneggiare la società o i creditori sociali, quando egli ha regolarmente ripianato le perdite, anche con risorse proprie, evitando che la società maturasse debiti verso dipendenti, fornitori ed Erario, e la mancanza di redditività deriva da fattori riconducibili al rischio d’impresa.

L’appello che ripropone argomentazioni già svolte in primo grado è ammissibile ai sensi dell’art. 342 c.p.c. quando individua ed espone chiaramente le censure rivolte alla sentenza impugnata e le modifiche richieste al percorso argomentativo del giudice di primo grado, consentendo all’appellato una puntuale difesa.

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Consorzio tra proprietari di un comprensorio assimilato al consorzio di urbanizzazione e disciplina applicabile
Il consorzio costituito tra proprietari di immobili per la gestione e la manutenzione di beni e servizi d’interesse comune di...

Il consorzio costituito tra proprietari di immobili per la gestione e la manutenzione di beni e servizi d’interesse comune di un comprensorio [strade e acquedotto] è assimilabile al consorzio di urbanizzazione, figura atipica disciplinata principalmente dallo statuto e, in via sussidiaria, dalle norme sulle associazioni non riconosciute e sulla comunione, con esclusione delle norme del codice civile in materia di consorzi.

Il consorzio tra proprietari, la cui gestione è modellata su quella della società semplice, si intende tacitamente prorogato a tempo indeterminato ai sensi dell’art. 2273 c.c. quando, scaduto il termine di durata, i consorziati continuano a svolgere le operazioni consortili [riunendosi in assemblea, approvando rendiconti e preventivi e sostenendo i costi dei beni comuni]. Nel silenzio dell’atto costitutivo, il rinnovo può avvenire anche verbalmente o per facta concludentia, secondo i principi sulle associazioni non riconosciute, quando i partecipanti non conferiscano beni immobili o diritti immobiliari.

Il nuovo consorzio, costituito per dotare di regole certe un ente consortile già operante, è titolare dei crediti per oneri consortili maturati in capo al precedente quando ne condivide scopo, compagine, codice fiscale e sede e ne prosegue senza soluzione di continuità l’attività amministrativa e gestionale.

È lecito il meccanismo di adesione al consorzio di urbanizzazione predisposto dall’autonomia privata, che collega l’ingresso nel consorzio all’acquisto di un’unità ricadente nel comprensorio; l’accettazione della qualità di consorziato può desumersi per facta concludentia dalla consapevole acquisizione [anche per assegnazione al socio in sede di scioglimento della società proprietaria] di beni da tempo gestiti in forma consortile.

Il comproprietario di beni comuni gestiti in forma consortile è tenuto a contribuire alle spese per la loro conservazione e il loro godimento anche in difetto di adesione formale al consorzio, perché la comproprietà comporta l’applicazione delle norme sulla comunione e dell’art. 1104 c.c.; il rappresentante della proprietà comune che approva in assemblea il bilancio consortile e il debito che ne deriva agisce in nome e per conto di tutti i comproprietari, del cui consenso si presume.

In sede di opposizione a decreto ingiuntivo, ogni pagamento anche parziale intervenuto nel corso del giudizio, pure se eseguito da coobbligati solidali non opponenti, impone la revoca del decreto e la pronuncia di una sentenza di condanna per il residuo; l’opponente la cui opposizione risulti infondata nel merito resta soccombente ai fini delle spese, perché la revoca dipende esclusivamente dai pagamenti dei coobbligati.

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Insufficienza del mero dato contabile degli ammortamenti a dimostrare la reale situazione patrimoniale della società
Il mero dato contabile dell’errata o omessa applicazione degli ammortamenti, ricavato dai bilanci senza esame del registro dei cespiti ammortizzabili...

Il mero dato contabile dell’errata o omessa applicazione degli ammortamenti, ricavato dai bilanci senza esame del registro dei cespiti ammortizzabili e senza considerazione della tipologia, delle caratteristiche e del valore residuo dei beni effettivamente presenti in azienda, è di per sé insufficiente a dimostrare la reale situazione patrimoniale della società e la non veridicità dello stato patrimoniale [e quindi a fondare la responsabilità degli amministratori per illegittima prosecuzione dell’attività].

In caso di violazione degli obblighi previsti dagli artt. 2485 e 2486 c.c. (provvedere senza indugio, al verificarsi di una causa di scioglimento, agli adempimenti previsti dall’art. 2484, comma 3, c.c. e adottare nelle more una gestione meramente conservativa), gli amministratori sono personalmente e solidalmente responsabili dei danni arrecati, purché sia provato, secondo i principi generali, un concreto ed effettivo pregiudizio.

Il criterio della differenza dei netti patrimoniali previsto dall’art. 2486 c.c. calcola il danno come differenza tra il patrimonio netto al momento in cui si verifica la causa di scioglimento e quello al momento del passaggio effettivo alla fase di liquidazione ovvero dell’apertura di una procedura concorsuale; [qualora la società non sia stata posta in liquidazione né assoggettata a procedura concorsuale] è incongruente assumere come termine finale del calcolo la data di cessione delle quote sociali.

Il consulente tecnico d’ufficio non può estendere le proprie indagini a fatti costitutivi, modificativi o estintivi che non abbiano formato oggetto dell’attività deduttiva delle parti, nemmeno in presenza di ordine del giudice o di acquiescenza delle parti [quali i vizi contabili di esercizi anteriori a quelli dedotti in citazione].

Il mero invio di documentazione al consulente tecnico d’ufficio da parte del consulente di parte, in difetto del consenso dell’altra parte, è irrilevante ai fini della nullità della consulenza ai sensi dell’art. 198, comma 2, c.p.c. se non è dimostrato l’effettivo utilizzo di tale documentazione da parte del consulente.

È ultra petita la condanna dei cedenti di quote sociali al pagamento di somme corrispondenti a insussistenze di attivo qualora il cessionario abbia chiesto soltanto la restituzione della parte di prezzo versata e il rimborso delle sopravvenienze passive in forza della clausola di garanzia del contratto di cessione, e la sussistenza di tali sopravvenienze sia stata esclusa.

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Prelievi dell’amministratore dal conto corrente sociale e prova del credito restitutorio della curatela
I prelievi dal conto corrente sociale effettuati dall’amministratore unico [e contabilizzati in bilancio come credito della società nei suoi confronti]...

I prelievi dal conto corrente sociale effettuati dall’amministratore unico [e contabilizzati in bilancio come credito della società nei suoi confronti] fondano il credito restitutorio della curatela fallimentare. La loro riferibilità all’amministratore può ritenersi presuntivamente provata quando i movimenti risultino dagli estratti conto e dalla contabilità sociale e non emerga che altri soggetti fossero autorizzati a operare sul conto.

La prova che una voce di bilancio esprime il credito della società verso l’amministratore per i prelievi da lui effettuati [anche dopo il mutamento della sua denominazione] può essere desunta dalle testimonianze, indipendentemente dall’opponibilità all’amministratore delle scritture contabili; il relativo saldo è desumibile dal raffronto tra le somme contabilizzate e gli estratti conto.

L’amministratore che eccepisca in compensazione il credito per pagamenti di debiti sociali che assume di avere eseguito con risorse personali deve provarne l’effettiva esecuzione e la riferibilità a debiti della società. È a tal fine inidonea la testimonianza che si limiti a riferire che i pagamenti potevano astrattamente essere destinati a fornitori o dipendenti della società, e insufficiente una corrispondenza soltanto parziale, per data e importo, con le registrazioni contabili; la prova può invece trarsi dalle stesse scritture contabili prodotte dalla curatela, quando vi risulti il pagamento.

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Compensi degli amministratori di s.r.l. erogati senza delibera dei soci e responsabilità risarcitoria
Qualora lo statuto di s.r.l. riconosca agli amministratori il rimborso delle spese e rimetta ai soci l’attribuzione di un compenso...

Qualora lo statuto di s.r.l. riconosca agli amministratori il rimborso delle spese e rimetta ai soci l’attribuzione di un compenso annuale, gli amministratori, in difetto di apposita delibera dei soci, hanno diritto unicamente al rimborso delle spese; l’erogazione di compensi in assenza delle condizioni statutarie e di legge determina obiettivamente un danno per la società, a prescindere da ogni valutazione sulla congruità dei compensi, e ne risponde l’amministratore. Alla delibera dei soci non equivale la delibera del consiglio di amministrazione [di cui facciano parte soggetti diversi dai soci, come il legale rappresentante di una società socia, giuridicamente distinta].

Per la determinazione dei compensi degli amministratori è necessaria un’esplicita delibera assembleare, che non può considerarsi implicita in quella di approvazione del bilancio nel quale sono iscritti i relativi costi.

L’annotazione dei compensi nel libro giornale, scrittura obbligatoria nella quale ogni movimento aziendale deve essere registrato in modo dettagliato e cronologico, è di per sé indicativa della loro corresponsione, almeno nei rapporti sociali interni; tale risultanza è compatibile con l’indicazione nello stato patrimoniale dei compensi ancora da liquidare, che attesta soltanto il debito residuo complessivo al 31 dicembre di ciascun esercizio.

Il solo potenziale conflitto di interessi degli amministratori [soci e amministratori anche della società cliente debitrice] non genera responsabilità risarcitoria se non risulta che esso abbia provocato un danno. È esclusa la responsabilità per il mancato recupero del credito verso la società correlata quando il rapporto presenti un andamento fisiologico, con pagamenti e saldo altalenante, la debitrice non risulti in crisi e il credito sia contestato per l’esistenza di plausibili controcrediti, sicché le modalità di gestione del rapporto non sono indice univoco di un trattamento di favore.

La svalutazione delle rimanenze [costituite da materiale destinato alla trasformazione, divenuto privo di valore per la revoca delle autorizzazioni all’esercizio dell’attività] non integra un atto distrattivo degli amministratori quando il materiale risulti ancora presente in azienda dopo il fallimento e sia stato ceduto dal curatore; è irrilevante che la svalutazione sia stata eseguita in un esercizio successivo a quello in cui si è prodotta la perdita di valore.

Il pagamento di modestissima entità anticipato dal socio per conto della società e restituitogli a stretto giro è estraneo alla disciplina della postergazione ex art. 2467 c.c., perché il finanziamento del socio presuppone l’erogazione di una somma destinata a sopperire a una necessità finanziaria della società.

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