Risponde verso il creditore sociale ai sensi dell’art. 2476, comma 6, c.c. l’amministratore di s.r.l. che, a fronte di una perdita superiore a un terzo del capitale, non la riduce entro tale limite e, pur sollecitato dall’assemblea a porre la società in liquidazione, prosegue l’attività per quasi un altro esercizio raddoppiando le perdite, perché tale ritardo non è ininfluente sul patrimonio sociale, e il danno si commisura alle somme che, senza la perdita ulteriore e con la dovuta reintegrazione, sarebbero state disponibili per soddisfare il creditore rimasto l’unico non pagato [s.r.l. con capitale di 10.000 euro e perdita di 6.200,78 euro nell’esercizio 2014, posta in liquidazione solo nel dicembre 2015 nonostante l’invito assembleare dell’aprile 2015, con ulteriore perdita di 6.689,22 euro nel 2015 e fornitore creditore di circa 31.766 euro rimasto l’unico insoddisfatto, al quale l’amministratore è condannato a pagare 14.000 euro, comprensivi dei 7.000 euro di finanziamento soci rimborsati a sé stesso].
Il danno risarcibile al creditore sociale per il rimborso che l’amministratore, quale socio finanziatore, abbia disposto in proprio favore prima di estinguere i debiti verso gli altri creditori della società in crisi di liquidità si commisura all’importo effettivamente restituito risultante dalle scritture contabili e dagli estratti conto acquisiti con ordine di esibizione ai sensi dell’art. 210 c.p.c., e non a un diverso importo desunto dall’interrogatorio formale in cui l’amministratore abbia ammesso il rimborso senza indicarne l’entità.
L’aggravamento delle perdite dovuto al ritardo nella messa in liquidazione della s.r.l. non rende di per sé indebiti, ai fini della responsabilità dell’amministratore verso il creditore rimasto insoddisfatto, i pagamenti eseguiti in favore di altri creditori sociali per lo più prima dell’assemblea che ha deliberato lo scioglimento, quando il dedotto conflitto di interessi fra la società e il creditore pagato non sia stato oggetto di accertamento nel giudizio.
La circostanza sopravvenuta alla sentenza di primo grado, quale la pubblicazione del bilancio finale di liquidazione che evidenzi un attivo non destinato al creditore sociale, deve essere dedotta con l’atto di appello e non può essere considerata quando sia allegata soltanto in comparsa conclusionale o nella comparsa di costituzione nel diverso giudizio di impugnazione promosso dall’amministratore, senza proposizione di appello incidentale.
Gli interessi compensativi sul risarcimento dovuto dall’amministratore al creditore sociale si liquidano in via equitativa sulla somma via via rivalutata, con il metodo a scalare, dalla data dell’inadempimento alla pubblicazione della sentenza, assumendo come parametro il rendimento medio annuo nel periodo delle forme di piccolo risparmio, quali i titoli di Stato.
Quando l’amministratore di s.r.l. contro cui la curatela agisce in responsabilità muore in corso di causa e i chiamati rinunciano all’eredità oltre tre mesi dall’apertura della successione, spetta alla curatela provare che essi erano nel possesso di beni ereditari ai sensi dell’art. 485 c.c., e tale prova, pur potendo riguardare un solo bene e una relazione materiale anche temporanea, richiede l’individuazione di un bene del defunto con cui i chiamati abbiano avuto tale relazione, sicché non basta la ricezione della notifica dell’atto di riassunzione nell’ultimo domicilio del defunto, situato in un immobile di proprietà dei chiamati ed estraneo all’asse ereditario [s.r.l. fallita il cui ex amministratore, responsabile per prelievi privi di giustificazione per 910.500 euro con statuizione non impugnata, muore nel 2020 in pendenza dell’opposizione al decreto ingiuntivo, e figli che rinunciano all’eredità con atto pubblico del febbraio 2021 e ricevono poi la notifica della riassunzione nella villa di loro proprietà in cui il padre aveva l’ultimo domicilio].
La ricezione della notifica di un atto giudiziario indirizzato al chiamato quale erede non integra la revoca tacita della rinuncia all’eredità ai sensi dell’art. 525 c.c., perché non costituisce un comportamento univocamente incompatibile con la volontà di non accettare l’eredità, tanto più quando il chiamato, ricevuta la notifica, si costituisce in giudizio proprio per far valere il proprio difetto di legittimazione passiva.
La circostanza che il defunto avesse l’ultimo domicilio in un immobile appartenente ai chiamati all’eredità costituisce soltanto un elemento indiziario, idoneo a fondare la prova presuntiva del possesso di beni ereditari solo se accompagnato da altri elementi gravi, precisi e concordanti, e non consente da sola né di ritenere che i chiamati possedessero gli arredi dell’immobile né di invertire a loro carico l’onere della prova.
L’allegazione, formulata per la prima volta in appello dai chiamati all’eredità, della proprietà esclusiva dell’immobile in cui il defunto aveva l’ultimo domicilio costituisce una mera difesa che non incorre nel divieto di nova, ma la mancata contestazione in primo grado delle specifiche allegazioni del creditore, unita al sostanziale rigetto dell’opposizione proposta dal defunto al decreto ingiuntivo, giustifica la compensazione integrale delle spese dell’intero giudizio.
Quando gli eredi dell’amministratore impugnano soltanto il capo relativo alla propria legittimazione passiva, l’accertamento della responsabilità dell’amministratore verso la società poi fallita e la quantificazione del danno, con rivalutazione e interessi compensativi, passano in giudicato e restano fermi anche se la domanda della curatela verso i chiamati è respinta per la validità della loro rinuncia all’eredità.
La decisione dell’assemblea della società a responsabilità limitata adottata dopo che il presidente ha impedito a soci presenti di esercitare il voto è invalida ai sensi dell’art. 2479-ter c.c. anche se i voti esclusi non sarebbero stati determinanti per il raggiungimento della maggioranza, perché l’invalidità discende dalla difformità dalla legge o dall’atto costitutivo e la cosiddetta prova di resistenza opera solo nelle ipotesi previste dalla legge, come il voto del socio in conflitto di interessi o i voti invalidi o erroneamente conteggiati ex art. 2377, comma 5, n. 2, c.c., che presuppongono un voto espresso ma viziato, mentre il voto illegittimamente impedito, se espresso, sarebbe stato valido [società consortile a responsabilità limitata operante come gruppo di azione locale, nella quale il presidente dell’assemblea in seconda convocazione del 18 maggio 2015, chiamata a nominare il consiglio di amministrazione, confermare i compensi e approvare il bilancio, esclude dal voto due soci titolari del 29,8% del capitale e il consiglio è eletto con il 39,95% del capitale].
Il diritto del socio di società a responsabilità limitata di partecipare alle decisioni con un voto proporzionale alla sua partecipazione non può essere limitato fuori dai casi previsti dalla legge o dallo statuto, sicché il presidente dell’assemblea non può escludere dal voto soci regolarmente intervenuti per il fatto che essi non abbiano dato seguito all’invito degli organi sociali a dismettere la parte della partecipazione eccedente la soglia richiesta da un bando pubblico ai fini del mantenimento di un incarico della società.
È legittimato a impugnare la decisione assembleare della società a responsabilità limitata ogni socio che non vi abbia consentito, compreso quello che, presente in assemblea, se ne sia allontanato prima della votazione senza opporsi alla deliberazione o al quale il presidente abbia impedito di votare, perché l’art. 2479-ter c.c., anche attraverso il richiamo all’art. 2378 c.c., riconosce l’impugnazione ai soci assenti, dissenzienti o astenuti, mentre l’eccezione di difetto di legittimazione sollevata dalla società per la prima volta nella comparsa conclusionale del giudizio di appello è inammissibile ai sensi dell’art. 345 c.p.c.
Quando lo statuto della s.r.l. esclude la successione degli eredi nella partecipazione del socio defunto e rinvia, per la liquidazione della quota, all’art. 2473, comma 3, c.c., la determinazione del valore spetta, in caso di disaccordo, all’esperto nominato dal tribunale con applicazione dell’art. 1349, comma 1, c.c., sicché è inammissibile la domanda dell’erede volta a ottenere in sede contenziosa la condanna della società alla liquidazione della quota e al pagamento degli utili, né la domanda formulata soltanto come condanna può essere riqualificata in appello come di mero accertamento [erede del socio di una s.r.l. della ristorazione, deceduto nel 2016 dopo aver ceduto all’altro socio il 40% del capitale al valore nominale di 40.000 euro, che chiede la caducazione della cessione e la liquidazione al valore effettivo dell’intera quota originaria del 50%].
Nella cessione di quote di s.r.l. la fissazione del prezzo in misura pari al valore nominale non dimostra di per sé l’irrisorietà del corrispettivo quando la società versa in una situazione economico-patrimoniale critica e le quote sono gravate da pegno a garanzia dei finanziamenti contratti dai soci, e il mancato pagamento del prezzo, a termine scaduto da circa due settimane al momento della morte del cedente, non costituisce, neppure unitamente alla dedotta irrisorietà, presunzione grave, precisa e concordante della simulazione di una donazione, mentre l’irrisorietà non può essere provata per testi né con una CTU esplorativa in assenza di specifiche allegazioni.
Il termine per il pagamento del prezzo di cessione delle quote non diventa essenziale ai sensi dell’art. 1457 c.c. per il solo uso della formula «entro e non oltre», che costituisce clausola di stile, perché l’essenzialità va desunta da una valutazione complessiva del contratto e delle circostanze, e depone in senso contrario la clausola che ammette il pagamento anche rateale «salvo diversa pattuizione tra le parti di diversa scadenza», tanto più quando il decorso del termine non priva il cedente dell’utilità del contratto perché questi conserva la qualità di socio con diritto al 50% degli utili.
L’annullamento della cessione di quote per incapacità naturale del cedente ai sensi dell’art. 428 c.c. richiede la prova dell’incapacità al momento dell’atto e della malafede del cessionario, sicché un minimo rallentamento ideo-motorio annotato al ricovero alcuni giorni prima della stipula non basta a fondare la domanda né a giustificare una consulenza medico-legale, che in mancanza di concreti elementi indiziari ha carattere esplorativo, mentre la malafede è esclusa quando il giorno successivo il cedente partecipa all’assemblea che gli riconosce il 50% degli utili nonostante la partecipazione residua del 10%.
L’errore sul prezzo di cessione delle quote giustifica l’annullamento solo se essenziale e riconoscibile, e non lo è la vendita delle partecipazioni al valore nominale quando il prezzo non appare così abnorme da far ritenere a un contraente di media diligenza, secondo l’id quod plerumque accidit, che sia frutto di errore, tanto più se i bilanci evidenziano una situazione patrimoniale critica nota ai soci e la cessione libera il cedente anche dal peso del pegno gravante sulle quote.
La domanda di risoluzione per inadempimento ai sensi dell’art. 1453 c.c. ha causa petendi diversa da quella di accertamento della risoluzione di diritto per inutile decorso del termine essenziale ai sensi dell’art. 1457 c.c., sicché, quando le conclusioni dell’atto introduttivo chiedono di dichiarare risolto il contratto per mancato pagamento nel termine essenziale, il giudice deve verificare soltanto l’essenzialità del termine e la domanda di risoluzione per inadempimento grave formulata per la prima volta in comparsa conclusionale è inammissibile.
La responsabilità dell’amministratore di s.r.l. per atti distrattivi non presuppone l’accertamento della consistenza complessiva del patrimonio sociale e di una sua diminuzione netta, perché la fuoriuscita ingiustificata di risorse sociali integra di per sé un depauperamento risarcibile e l’eventuale incremento del patrimonio o il risultato positivo della gestione non può compensare il danno prodotto dagli atti illeciti, sicché la consulenza tecnica contabile chiesta dall’amministratore per verificare l’andamento patrimoniale è esplorativa e irrilevante ai fini della decisione [azione sociale di responsabilità esercitata dal socio al 50% di una s.r.l. semplificata contro l’amministratore unico che aveva eseguito pagamenti privi di giustificazione contabile, bonifici sui propri conti personali e rimborsi a sé di finanziamenti, e aveva retribuito per 16.776 euro la moglie e il nipote assunti senza che svolgessero alcuna attività, con danno complessivo rideterminato in 93.000,59 euro oltre rivalutazione].
Costituisce condotta distrattiva estranea agli scopi sociali, che obbliga l’amministratore a risarcire alla società un danno pari alle retribuzioni corrisposte, l’assunzione alle dipendenze della società di propri congiunti che non svolgono alcuna prestazione lavorativa, quando nessun documento comprova l’esercizio delle mansioni loro attribuite, i loro nominativi non compaiono nei fogli presenza trasmessi al consulente del lavoro e i dipendenti di una piccola impresa, con orari almeno in parte coincidenti e addetti alle stesse mansioni, escludono concordemente di averli mai visti lavorare.
L’amministratore chiamato a rispondere con l’azione sociale di responsabilità esercitata dal socio di s.r.l. ai sensi dell’art. 2476, comma 3, c.c. non può dedurre per la prima volta in appello la natura extracontrattuale della responsabilità azionata, perché, pur spettando al giudice la qualificazione della domanda anche in sede di gravame nei limiti del giudicato e del devolutum, restano ferme le preclusioni maturate, e una diversa qualificazione da cui derivi un riparto dell’onere probatorio più gravoso per chi agisce, ormai impossibilitato a nuove allegazioni e prove, violerebbe la parità delle parti e il diritto di difesa.
Il risarcimento del danno cagionato dall’amministratore alla società ai sensi dell’art. 2476 c.c. costituisce obbligazione di valore anche se la responsabilità ha natura contrattuale, perché ciò che rileva è che l’obbligazione inadempiuta non abbia ad oggetto originario una somma di denaro, sicché la somma liquidata va rivalutata, anche d’ufficio, per adeguarla al mutato valore della moneta al momento della pronuncia.
Il sequestro conservativo concesso in corso di causa e confermato in sede di reclamo ai sensi dell’art. 669-terdecies c.p.c. non può essere revocato dal giudice d’appello investito dell’impugnazione della sentenza di merito, perché il provvedimento è divenuto definitivo e non è più modificabile in quella sede, mentre la sua eventuale sopravvenuta inefficacia va fatta valere con il procedimento previsto dall’art. 669-novies c.p.c., rispetto al quale la corte d’appello non ha competenza.
Quando risorse sociali risultano fuoriuscite dal patrimonio della società senza apparente giustificazione, il socio o la società che agisce in responsabilità contro l’amministratore può limitarsi ad allegare l’inadempimento consistente nella distrazione o dispersione di tali risorse, mentre spetta all’amministratore provare di averle destinate all’estinzione di debiti sociali o impiegate nell’attività sociale, sicché i bonifici dai conti della società ai conti personali dell’amministratore, non correlati per data e importo a pagamenti di debiti sociali, integrano distrazione, e le somme da lui restituite riducono il danno risarcibile alla sola differenza.
L’esclusione del socio di società in nome collettivo ai sensi dell’art. 2286 c.c. può fondarsi anche su inadempimenti agli obblighi di amministratore, purché di gravità tale da incidere sul rapporto tra socio e società impedendo il raggiungimento dello scopo sociale o pregiudicando la situazione economica della società, sicché è illegittima l’esclusione fondata su addebiti non provati o irrisori, tanto più se la società ha conseguito risultati positivi dopo l’estromissione del socio [società di rappresentanza commerciale che aveva revocato ed escluso il socio amministratore per omessa distribuzione di utili, compensi autoattribuiti, uso personale di beni sociali e sviamento di mandati di agenzia, addebiti smentiti dalla consulenza contabile salvo una spesa personale di 256 euro del 2010].
Il divieto di concorrenza previsto dall’art. 2301 c.c. opera finché il socio conserva tale qualità, salvo che i soci abbiano pattuito di estenderlo al periodo successivo al recesso o all’esclusione, sicché non lo viola il socio escluso che stipuli in proprio mandati di agenzia con imprese che avevano risolto il rapporto con la società, mentre l’attività individuale di agente di commercio che il socio esercitava già in precedenza e che era nota alla società, anche perché svolta a suo favore durante il rapporto sociale, non integra una concorrenza vietata.
Le somme corrisposte al socio amministratore di una società di persone a fronte di fatture per servizi effettivamente resi alla società e iscritte nei prospetti contabili sociali non costituiscono compensi per la carica autodeterminati in assenza di delibera né appropriazione indebita, quando l’effettività delle prestazioni risulti provata e la società non dimostri che esse rientrassero nelle funzioni di amministratore anziché in un’attività di collaborazione, sicché non possono fondare né l’esclusione del socio né la condanna alla restituzione.
La società che abbia ricevuto dalle imprese mandanti i versamenti del fondo indennità risoluzione rapporto (FIRR) non ha interesse a dolersi della mancata ripartizione delle relative somme tra i soci da parte dell’amministratore, perché l’omissione può essere fatta valere soltanto dai singoli soci in ragione del pregiudizio personale eventualmente subito, sicché non può essere invocata dalla società a fondamento della responsabilità dell’amministratore o dell’esclusione del socio.
La scrittura privata con cui i soci di una società di persone dichiarano di definire tutte le situazioni economico-amministrative maturate e maturande tra loro a una certa data, rinunciando alla liquidazione degli utili e a ogni altra pretesa, rende irrilevante la contestazione all’amministratore dell’omessa distribuzione degli utili del periodo regolato e preclude la successiva domanda del socio di pagamento di crediti anteriori verso la società, e la sua efficacia non viene meno per l’inesatta esecuzione degli obblighi assunti in assenza di una domanda di risoluzione per inadempimento.
Ai fini della liquidazione delle spese la domanda riconvenzionale non si cumula con quella principale, e quando ne eccede il valore consente l’applicazione dello scaglione superiore in ragione dell’ampliamento del tema della decisione, ma se l’interesse comune e preliminare delle parti resta la validità della delibera di revoca dell’amministratore e di esclusione del socio il valore della controversia rimane indeterminabile e non si giustifica il riferimento alla somma delle pretese risarcitorie e restitutorie della società.
L’impiego di un neologismo nella redazione di un’opera letteraria mai pubblicata e nel programma di un corso di formazione post-laurea tenuto presso un’università, rimasto confinato nella ristretta cerchia dei collaboratori e di quanti ne abbiano avuto conoscenza per ragioni accademiche o scientifiche, non integra il preuso effettivo di un marchio di fatto né la notorietà non puramente locale idonea a privare di novità il marchio successivamente registrato da altri, perché il segno resta sostanzialmente sconosciuto al mercato di riferimento e non è sfruttato sul piano commerciale [neologismo ideato da un odontoiatra per designare una prassi clinica, utilizzato in ambito scientifico e accademico e registrato come marchio dalla società di gestione di una clinica amministrata da un suo collaboratore].
È intrinsecamente contraddittorio invocare, quale presupposto della tutela del marchio di fatto, la notorietà di un segno che nelle intenzioni del suo ideatore doveva restare segreto fino alla sua presentazione pubblica.
La nullità del marchio per registrazione in mala fede ai sensi dell’art. 19, comma 2, c.p.i. presuppone la prova di una legittima aspettativa alla registrazione del segno, desumibile da indici inequivoci della volontà di procedere alla sua registrazione come marchio, sicché, quando tale aspettativa resti una mera allegazione priva di supporto probatorio, non può ritenersi accertato l’animus nocendi del registrante, ossia la consapevolezza di ledere una legittima aspettativa altrui.
Non può qualificarsi come meramente ostruzionistica la registrazione del marchio da parte di chi abbia poi effettivamente utilizzato il segno per pubblicizzare la propria attività.
È inammissibile ai sensi dell’art. 244 c.p.c. l’istanza di prova testimoniale che si limiti a elencare i soggetti da escutere sulle circostanze dedotte nell’atto introduttivo, senza articolare capitoli specifici sui fatti da provare né collocarli nel tempo e nello spazio, perché non consente al giudice di valutare la rilevanza dei fatti rispetto al thema probandum e preclude alla controparte l’articolazione della prova contraria.
La parte che non compare alla prima udienza di comparizione decade dalla facoltà di chiedere l’assegnazione dei termini di cui all’art. 183, comma 6, c.p.c., sicché le sue istanze istruttorie restano definitivamente precluse e non possono essere utilmente reiterate in appello.
Il motivo di appello che si risolve nella mera reiterazione delle difese svolte in primo grado e non contesta specificamente la parte della motivazione relativa a un punto centrale della decisione non è idoneo a scalfire l’impianto motivazionale della sentenza impugnata.
La nullità del marchio per registrazione in mala fede ai sensi dell’art. 19 c.p.i. riguarda una condotta autonoma, che presuppone un’intenzione disonesta desumibile dalle situazioni oggettive di conflitto d’interessi in cui il richiedente ha operato, e si distingue dalla nullità per difetto di novità ai sensi dell’art. 12 c.p.i., che attiene alla valutazione dei requisiti di registrabilità del marchio posteriore alla luce di anteriori diritti su marchi o altri segni distintivi.
La disciplina della registrazione in mala fede accorda una tutela anticipata a chi, pur avendo già destinato un segno a fungere da proprio marchio, non lo abbia ancora registrato, e richiede in capo al registrante la consapevolezza dell’altrui interesse alla registrazione e l’intenzione di ostacolarne l’iniziativa, ovvero il perseguimento di una finalità meramente ostruzionistica.
La fattispecie costitutiva del diritto sul marchio di fatto è integrata dall’uso del segno, inteso come sfruttamento che induca il consumatore ad associarlo al prodotto o al servizio percependone la valenza distintiva, e dalla notorietà, intesa come conoscenza effettiva da parte del pubblico di riferimento e non come automatico riflesso del carattere pubblico dell’uso; la notorietà puramente locale consente al preutente soltanto di proseguire l’uso nei limiti in cui anteriormente se ne è avvalso ai sensi dell’art. 2571 c.c., mentre la notorietà non puramente locale determina, ai sensi dell’art. 12, comma 1, lett. a), c.p.i., la nullità per difetto di novità del marchio successivamente registrato da altri.
La tutela del marchio non registrato si fonda sulla funzione distintiva che esso assolve in concreto e presuppone un uso effettivo, omogeneo e costante nel tempo, non sporadico, casuale od occasionale, nell’esercizio di un’attività imprenditoriale, sicché non è esperibile in rapporto a segni distintivi di un’attività d’impresa mai esercitata.
L’onere di provare il preuso e la notorietà non puramente locale del segno grava su chi si afferma titolare del marchio di fatto, che non beneficia della presunzione di validità del marchio registrato di cui all’art. 121 c.p.i., e deve essere assolto con elementi rigorosi che attestino l’effettiva commercializzazione dei prodotti o servizi o investimenti pubblicitari all’epoca del preteso preuso e una diffusione sistematica presso una larga parte dei consumatori interessati, non essendo sufficienti la mera produzione di cataloghi, l’uso limitato al territorio di una regione o la sola presenza del segno su siti web o social network.
Il difetto di specifica indicazione dei fatti da provare per testi è rilevabile d’ufficio, nonostante l’acquiescenza della controparte, perché attiene al giudizio preliminare di rilevanza della prova, mentre le nullità derivanti dalla violazione di regole di validità della prova testimoniale, poste a tutela dell’interesse delle parti, sono rilevabili solo su eccezione e restano sanate dall’acquiescenza prestata all’assunzione del mezzo istruttorio.
La sentenza che dichiara aperta la liquidazione controllata non deve contenere alcuna statuizione sulla determinazione della quota di reddito necessaria al mantenimento del debitore e della sua famiglia, perché l’art. 270, comma 2, c.c.i.i. non la prevede, diversamente da quanto disponevano gli artt. 9 e 10 della l. 3/2012, sicché la statuizione eventualmente adottata è nulla e la relativa determinazione spetta, dopo l’apertura della procedura e su richiesta del liquidatore, al giudice delegato nel rispetto dei limiti di cui all’art. 268, comma 4, c.c.i.i. [impugnazione della debitrice sovraindebitata, che chiedeva di limitare il versamento mensile alla somma indicata nella proposta, avverso la sola statuizione della sentenza di apertura che aveva fissato il limite di reddito trattenibile ai sensi dell’art. 268, comma 4, lett. b), c.c.i.i., acquisendo alla procedura l’eccedenza, comprensiva del canone di locazione di un immobile].
Nella liquidazione controllata le somme dovute al debitore a titolo di stipendio o di canone di locazione sono comprese tra le poste attive della procedura, e dopo l’apertura il liquidatore può trattenere da subito la quota mensile di reddito indicata nella proposta del debitore, mentre spetta al giudice delegato determinare in via definitiva la misura del loro assoggettamento alla liquidazione, escludendo i crediti impignorabili ai sensi dell’art. 545 c.p.c. e le retribuzioni per la quota occorrente al mantenimento del debitore e della sua famiglia.
Il provvedimento del giudice delegato della liquidazione controllata è reclamabile ai sensi dell’art. 124 c.c.i.i., perché la liquidazione controllata appartiene allo stesso genus della liquidazione giudiziale, come si desume dalla sua collocazione nel titolo dedicato a quest’ultima e dai plurimi richiami alla relativa disciplina, e il reclamo consente ai creditori, estranei alla fase di apertura e al reclamo del debitore contro la sentenza di apertura, di far valere le proprie ragioni.
Il reclamo contro la sentenza che dichiara aperta la liquidazione controllata è disciplinato dall’art. 51 c.c.i.i., richiamato dall’art. 270, comma 5, c.c.i.i., e non richiede la concessione di termini per il deposito di memorie.
La liquidazione controllata del sovraindebitato è una procedura concorsuale a carattere esecutivo-satisfattivo e non negoziale, che produce l’indefettibile effetto dello spossessamento del debitore e l’apertura del concorso dei creditori, sicché non può essere aperta su domanda del debitore che intenda sottrarre alla liquidazione l’unico bene del proprio patrimonio e offrire in sua vece ai creditori una somma di denaro da lui predeterminata e una quota di introiti futuri, perché l’obiettivo di definire la crisi con una proposta di soddisfacimento che salvaguardi un bene del debitore e gli procuri la liberazione dai debiti pregressi va perseguito attraverso le procedure di composizione della crisi a base volontaria [domanda di apertura della liquidazione controllata di un ex imprenditore individuale che, per conservare la partecipazione totalitaria in una s.r.l., unico suo bene e fonte di reddito, offre ai creditori la distribuzione di una riserva straordinaria, il rimborso di un proprio finanziamento soci e il 40% degli utili della società per tre anni].
L’art. 268, comma 4, c.c.i.i., escludendo dalla liquidazione controllata talune categorie di beni e crediti, pone soltanto un limite parziale allo spossessamento del debitore e non consente di aprire la procedura escludendone il patrimonio del debitore, perché l’esistenza di uno o più beni da liquidare, anche soltanto futuri come i redditi o i crediti futuri del debitore impossidente, è presupposto necessario dell’apertura, come conferma l’ultimo periodo dell’art. 268, comma 3, c.c.i.i., che prevede l’apertura della procedura quando sia possibile acquisire attivo mediante l’esercizio di azioni giudiziarie.
La partecipazione totalitaria del debitore in una s.r.l. non rientra in alcuna delle categorie di beni e crediti esclusi dalla liquidazione controllata ai sensi dell’art. 268, comma 4, c.c.i.i., neppure in quella degli stipendi, delle pensioni, dei salari e di ciò che il debitore guadagna con la sua attività nei limiti di quanto occorre al mantenimento suo e della sua famiglia.
L’individuazione dei beni non compresi nella liquidazione controllata ai sensi dell’art. 268, comma 4, c.c.i.i. spetta al giudice delegato, con provvedimento successivo all’apertura della procedura e reclamabile ai sensi dell’art. 124 c.c.i.i., e non è rimessa al debitore né può essere compiuta con la sentenza di apertura, il cui contenuto è tassativamente indicato dall’art. 270, comma 2, c.c.i.i., perché in tal modo è salvaguardato il contraddittorio dei creditori, che non partecipano alla fase anteriore all’apertura né al reclamo proposto dal debitore ai sensi dell’art. 51 c.c.i.i.
Il procedimento per l’apertura della liquidazione controllata del sovraindebitato si svolge davanti al tribunale in composizione collegiale ai sensi dell’art. 40, comma 1, c.c.i.i., perché né la disciplina della liquidazione controllata né le disposizioni da essa richiamate in quanto compatibili dall’art. 270, comma 5, c.c.i.i. prevedono deroghe, fatta eccezione per il procedimento in materia di misure cautelari e protettive di cui all’art. 55 c.c.i.i., sicché è nullo ai sensi dell’art. 50-quater c.p.c. il decreto con cui il tribunale in composizione monocratica decide sulla domanda di apertura.
Il decreto con cui il tribunale nega l’apertura della liquidazione controllata per insussistenza dei presupposti normativi di accesso costituisce decisione di merito reclamabile davanti alla corte d’appello ai sensi dell’art. 51 c.c.i.i., anche quando sia formulato in termini di inammissibilità della domanda, formula che la disciplina della liquidazione controllata non prevede, diversamente da quella delle procedure di composizione della crisi da sovraindebitamento, nelle quali il reclamo contro il provvedimento monocratico di inammissibilità si propone al tribunale in composizione collegiale.
L’inosservanza delle disposizioni sulla composizione collegiale o monocratica del tribunale costituisce, ai sensi degli artt. 50-quater e 161, comma 1, c.p.c., autonoma causa di nullità della decisione che si converte in motivo di impugnazione e non comporta la rimessione degli atti al primo giudice quando il giudice dell’impugnazione è anche giudice del merito, perché questi è chiamato a rinnovare la decisione come se fosse nella posizione del giudice di primo grado, sicché la corte d’appello che, in sede di reclamo ai sensi dell’art. 51 c.c.i.i., dichiara la nullità del decreto monocratico di diniego della liquidazione controllata riesamina direttamente la domanda del debitore.
La natura contrattuale della responsabilità dell’amministratore verso la società per atti di mala gestio è di per sé non dirimente ai fini del risarcimento del danno all’immagine della società, perché la responsabilità contrattuale e quella extracontrattuale possono concorrere quando la condotta del debitore, oltre a violare il rapporto obbligatorio, riveste autonoma rilevanza come atto illecito ex art. 2043 c.c. in quanto lesiva di un diritto assoluto. La persona giuridica ha diritto al risarcimento del pregiudizio non patrimoniale ai diritti immateriali della personalità costituzionalmente protetti, tra i quali l’immagine e la reputazione commerciale; trattandosi di danno-conseguenza, esso non è in re ipsa e deve essere allegato e provato, anche mediante presunzioni semplici, ai cui fini rileva anche la diffusione giornalistica dei fatti risultati veri.
La liquidazione, necessariamente equitativa, del danno all’immagine subito dalla società va fondata su elementi di fatto di valenza indiziaria obiettiva, quali la gravità e la reiterazione delle condotte di mala gestio dell’amministratore, l’intensità del dolo, l’ampiezza e la durata della risonanza dei fatti e la notorietà della società danneggiata, e può essere rapportata anche all’entità del danno patrimoniale complessivamente cagionato [in misura pari a circa un terzo di esso].
Il lucro cessante consistente nei minori costi e nei mancati risparmi che la società avrebbe conseguito se l’amministratore avesse tempestivamente provveduto all’ammodernamento del sistema informatico aziendale richiede una prova, anche indiziaria o presuntiva, fondata su un giudizio prognostico di elevata probabilità avente una base fattuale reale. Sono inidonei a tal fine i benefici meramente stimati in documenti interni privi di supporto razionale; la società deve dimostrare i vantaggi concreti conseguiti con l’aggiornamento successivamente realizzato e, una volta monetizzati, i maggiori costi sostenuti nel periodo di ritardo colpevole.
La partecipazione, anche indiretta, al capitale della società fornitrice, il vincolo familiare con l’amministratore infedele o la carica di amministratore della società fornitrice sono insufficienti a fondare la responsabilità del terzo per concorso nell’inadempimento dell’amministratore verso la società amministrata. Tale responsabilità richiede l’allegazione e la prova di specifiche condotte personali, dolose o colpose, causalmente efficienti nella produzione del danno e, quando si deduca il dolo, della piena conoscenza della condotta dell’amministratore e della violazione dei doveri su di lui gravanti.
La transazione conclusa in sede sindacale per la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro [del dirigente che è anche amministratore della società], con la quale il lavoratore dichiara di non avere più nulla a pretendere e rinuncia a ogni diritto inerente al rapporto, ha effetto limitato alle pretese del lavoratore e lascia salva l’azione di responsabilità della società nei suoi confronti quale amministratore, in difetto dell’inequivoca volontà delle parti di estinguere ogni rapporto preesistente richiesta per l’effetto novativo; a norma dell’art. 1364 c.c., le espressioni generali usate nella transazione riguardano soltanto gli oggetti sui quali le parti si sono proposte di statuire.
Gli incrementi retributivi che l’amministratore si attribuisce eludendo le procedure interne della società, che richiedono il coinvolgimento del vertice aziendale, sono illegittimi e indebiti, e la società ha diritto alla restituzione di quanto versato.
Stante che il bilancio, con la documentazione allo stesso allegata, costituisce piena prova nei confronti di tutti i soci dei crediti della società verso gli stessi, l 'amministratore, la cui responsabilità nei confronti della società ha natura contrattuale, è tenuto dimostrare la giustificazione dei prelevamenti dalle casse sociali.
Il trasferimento dell'azione civile nel processo penale costituisce fatto che - sia esso qualificato come impeditivo alla prosecuzione del primo processo, ovvero estintivo dello stesso - opera di diritto ed è rilevabile d'ufficio. Il trasferimento dell’azione civile in sede penale, ai sensi dell’art. 75 c.p.p., opera però solo qualora, tra di esse, vi sia coincidenza sotto il profilo soggettivo e oggettivo ossia, quanto a quest’ultimo, della ragione giuridica e dell’oggetto della domanda.
Posto che né la disciplina codicistica delle società di persone, né quella della società a responsabilità limitata prevedono la redazione di un atto organizzativo separato dal contratto sociale o dall’atto costitutivo, non può ravvisarsi alcuna lacuna nella disciplina normativa della s.r.l. con riferimento allo statuto, posto che le “norme relative al funzionamento della società” costituiscono, in tale tipo societario, contenuto necessario dell’atto costitutivo, comunque sia formalmente denominato l’atto che le contiene. Nemmeno sono ravvisabili lacune normative con riferimento ancora più specifico alle modificazioni dell’atto costitutivo o dello statuto, posto che l’art. 2479 comma 2 n. 4) riserva alla “competenza dei soci … le modificazioni dell’atto costitutivo” ed il successivo comma 4 prescrive che in ogni caso le decisioni dei soci concernenti modificazioni dell’atto costitutivo debbono essere adottate previa convocazione di tutti i soci, ancorché la deliberazione possa essere adottata, in assenza di diversa disposizione dell’atto costitutivo, dalla maggioranza che rappresenti almeno la metà del capitale.
L'art. 2500-ter c.c. deve essere interpretato restrittivamente, in quanto si riferisce alla sola trasformazione della società, ma non anche alle ulteriori modifiche dell’atto costitutivo non necessitate dalla trasformazione stessa. Pertanto, l’approvazione, in occasione della delibera di trasformazione di una società in accomandita semplice in società a responsabilità limitata, di un ‘nuovo’ statuto sociale contenente previsioni non corrispondenti alle previsioni dei precedenti patti sociali, seppur ragionevolmente funzionali alla trasformazione, non è soggetta alla regola di maggioranza di cui all’art. 2500-ter c.c., bensì all’unanimità.