La disposizione dell’art. 2407, comma 2°, c.c., nel testo introdotto dalla l. n. 35/2025 ed entrato in vigore il 12/4/2025, regola soltanto i fatti che sono stati commessi dopo la sua entrata in vigore e non trova, di conseguenza, applicazione ai fatti che sono stati commessi prima della sua entrata in vigore.
Non è fondata la questione di legittimità costituzionale della disposizione dell’art. 2407 c.c. (vecchio testo) per avere omesso di fissare un limite quantitativo all’obbligo del debitore inadempiente o dell’autore di un atto illecito (come il componente del collegio sindacale di una società) di risarcire per l’intero il danno che lo stesso ha arrecato al patrimonio del creditore (come la società che gli ha conferito l’incarico) o di un terzo.
In tema di responsabilità dei sindaci di società di capitali, l’obbligo di vigilanza ex art. 2407 c.c. non si esaurisce in un controllo meramente formale, ma impone un’attività attiva e diligente di verifica dell’operato degli amministratori, comprensiva dell’obbligo di richiedere informazioni, sollecitare chiarimenti e attivare gli strumenti reattivi previsti dall’ordinamento (convocazione dell’assemblea, denuncia ex art. 2409 c.c., promozione dell’azione di responsabilità), sicché integra responsabilità concorrente con quella degli amministratori l’inerzia a fronte di operazioni macroscopicamente pregiudizievoli per la società.
I sindaci rispondono in solido con gli amministratori per i danni cagionati al patrimonio sociale quando, pur non avendo posto in essere direttamente l’atto di mala gestio, abbiano omesso di vigilare o di attivarsi per impedirne la realizzazione o limitarne gli effetti, essendo sufficiente la prova che l’esercizio diligente dei poteri di controllo avrebbe potuto evitare o ridurre il pregiudizio.
Qualora i fatti posti a fondamento dell’azione di responsabilità contro amministratori e sindaci integrino estremi di reato, trova applicazione l’art. 2947, comma 3, c.c., con conseguente operatività del termine prescrizionale decennale decorrente dalla consumazione dell’illecito, che, nei reati fallimentari di natura distrattiva, coincide con la dichiarazione di fallimento. L’intervenuta archiviazione in sede penale non determina alcun vincolo per il giudice civile, il quale è tenuto a compiere un’autonoma valutazione del fatto, onde verificare se lo stesso soggiaccia al termine generale quinquennale di cui al primo comma dell’art. 2947 c.c. ovvero al più lungo termine di cui al terzo comma della medesima disposizione.
La transazione intervenuta tra il danneggiato e uno dei corresponsabili in solido, in relazione a una parte soltanto del credito risarcitorio, determina lo scioglimento del vincolo della solidarietà passiva, senza, peraltro, vincolare in alcun modo la successiva ripartizione giudiziale della responsabilità tra i condebitori, spiegando efficacia limitatamente alla quota attribuita al condebitore stipulante.