Il socio accomandante che dà impulso e conduce, per conto della società, le trattative che portano alla cessione dell’azienda sociale compie un atto di amministrazione vietato dall’art. 2320 c.c., perché la determinazione delle condizioni di vendita dell’attività sociale all’esito della contrattazione costituisce atto di gestione, anche se il contratto è poi sottoscritto dal socio accomandatario. In mancanza di allegazione e prova di una procura speciale per il singolo affare, l’accomandante risponde quindi illimitatamente e in proprio delle obbligazioni sociali.
La responsabilità dell’accomandante ingeritosi nella gestione opera nei confronti dei terzi; il suo operato diviene riconducibile alla società quando questa lo ratifichi [concludendo il contratto alle condizioni da lui negoziate, incassandone il prezzo e omettendo di far valere l’inefficacia dell’atto nei propri confronti], e in tal caso la responsabilità dell’accomandante si aggiunge a quella della società. Ai fini della valutazione del dolo, gli stati soggettivi vanno riferiti alla persona dell’accomandante che ha agito per conto della società, secondo il principio generale in tema di rappresentanza.
Le autorizzazioni amministrative all’esercizio dell’attività d’impresa sono provvedimenti volti a disciplinare nell’interesse pubblico l’esercizio dell’attività commerciale; esse hanno carattere personale, sono intrasmissibili per semplice accordo tra privati e restano estranee ai rapporti negoziali privati attinenti all’esercizio. Esse restano quindi fuori dal novero dei beni che compongono l’azienda ai sensi dell’art. 2555 c.c. e costituiscono oggetto di obbligazioni del cedente relative all’assenza di vizi o alle qualità promesse, sicché la loro eventuale mancanza è inidonea a determinare la nullità del contratto di cessione d’azienda per vizio dell’oggetto e può rilevare soltanto come vizio funzionale, ai fini dell’inadempimento e della risoluzione.
È inammissibile la domanda di nullità del contratto proposta con la memoria ex art. 183, comma 6, n. 1, c.p.c. che si fondi su fatti costitutivi del tutto nuovi rispetto a quelli dedotti nell’atto di citazione [la mancanza delle autorizzazioni amministrative, a fronte dell’originaria allegazione dell’abusività di un manufatto], ancorché la nullità sia rilevabile d’ufficio dal giudice investito della domanda di annullamento del medesimo contratto.
Ai fini dell’annullamento del contratto per dolo ai sensi dell’art. 1439 c.c., grava sul contraente che si assume ingannato l’onere di provare la falsa rappresentazione della realtà e il carattere determinante dei raggiri sul proprio consenso. Depongono contro la rilevanza causale dell’inganno [relativo all’utilizzabilità di un manufatto annesso all’esercizio ceduto] l’omessa verifica della sua regolarità prima della conclusione del contratto, un prezzo sensibilmente inferiore a quello delle precedenti cessioni e il ritardo nel sollevare contestazioni dopo la scoperta.
Ai fini dell’applicazione dell’art. 1440 c.c. occorre accertare l’esistenza di raggiri maliziosi adoperati in mala fede da un contraente ai danni dell’altro, la loro idoneità a trarre in inganno l’altra parte senza determinare un vizio del consenso tale da invalidare il negozio e la circostanza che, in mancanza dei raggiri, il contratto sarebbe stato concluso a condizioni diverse, che la parte deve specificamente indicare.
L’art. 2495 c.c., secondo il quale la cancellazione delle società di capitali e delle cooperative dal registro delle imprese ha natura costitutiva e ne determina l’estinzione, non si estende alle vicende estintive della qualità di imprenditore individuale, che non si distingue dalla persona fisica che svolge l’attività; l’inizio e la fine di tale qualità dipendono dall’effettivo svolgimento o dal reale venir meno dell’attività imprenditoriale, indipendentemente dalle formalità pubblicitarie. Resta quindi legittimato ad agire, quale titolare dell’impresa, l’imprenditore individuale cancellato dal registro che abbia di fatto proseguito l’attività [in un’altra unità locale].