In tema di prescrizione dell'azione di responsabilità degli amministratori, dei sindaci e dei direttori generali di società di capitali, l'art. 2941 n. 7 c.c., che stabilisce la sospensione del decorso della prescrizione finché gli amministratori sono in carica, non si applica ai sindaci e ai direttori generali, trattandosi di previsione normativa di carattere eccezionale e tassativo.
Nel giudizio proposto dalla curatela fallimentare per la condanna al pagamento del debito di un terzo nei confronti del fallito, l'eccepibilità in compensazione di un credito dello stesso terzo verso il fallito non è condizionata alla preventiva verificazione di tale credito, finché si rimanga nell'ambito dell'eccezione riconvenzionale. Dunque, in caso in cui la curatela abbia esercitato l'azione di responsabilità degli amministratori, la domanda risarcitoria non può essere accolta, là dove questi ultimi eccepiscano la compensazione con crediti per mancato pagamento dei propri emolumenti.
Il dovere di controllo ad opera del sindaco e revisore si limita ai fatti di gestione significavi, ovvero a quelli la cui omissione o indicazione errata in bilancio può distorcere il risultato economico. Poiché l’aspetto principale di un bilancio è dato dal risultato economico, ne consegue che il controllo del sindaco e revisore deve naturalmente scrutinare anche la significatività del fatto gestorio nell’ambito di controlli anche campione, avendo principalmente riguardo all’incidenza che esso può spiegare sul risultato d’esercizio. Viceversa, può ritenersi scusabile l’omesso controllo da parte del sindaco di un atto gestorio compiuto per finalità estranee all’oggetto sociale, ove questo abbia portata economica minimale. Va al contempo messo in evidenza che, là dove il sindaco venga comunque a conoscenza di pagamenti non inerenti all’attività sociale, l'importo esiguo non lo esonera dal proprio dovere di rilevare agli amministratori il carattere improprio del pagamento effettuato, e di richiederne il ristoro (nel caso di specie il Tribunale ha ritenuto il sindaco responsabile per non avere contestato agli amministratori la distrazione di somme contenute, la cui estraneità rispetto all'oggetto sociale poteva essere facilmente rilevato dalle causali di pagamento indicate negli estratti conto bancari. Viceversa, lo stesso Tribunale ha escluso la responsabilità per altre distrazioni non immediatamente rilevabili).
La responsabilità degli amministratori e dei sindaci di società ha natura solidale, ai sensi dell'art. 1292 c.c., e tale vincolo sussiste anche se l'evento dannoso sia collegato da nesso eziologico a più condotte distinte, ciascuna delle quali abbia concorso a determinarlo, restando irrilevante, nel rapporto col danneggiato, la diversa valenza causale. Pertanto, in caso di transazione fra uno dei coobbligati ed il danneggiato, l'art. 1304 co. 1 c.c. si applica soltanto se la transazione abbia riguardato l'intero debito solidale, mentre, laddove l'oggetto del negozio transattivo sia limitato alla sola quota del debitore solidale stipulante, la norma resta inapplicabile, così che, per effetto della transazione, il debito solidale viene ridotto dell'importo corrispondente alla quota transatta, producendosi lo scioglimento del vincolo solidale tra lo stipulante e gli altri condebitori, i quali, di conseguenza, rimangono obbligati nei limiti della loro quota.
Qualora la causa sospesa non venga riassunta nei tre mesi successivi al passaggio in giudicato della sentenza che ha definito la causa pregiudicante, la stessa è automaticamente estinta ex art. 307, comma 3, cod. proc. civ.
In ogni caso, la parte vittoriosa della causa pregiudicante conserva intatto il proprio interesse processuale a sentir definire le domande originariamente rivoltegli e rimaste in sospeso.
Il sequestro giudiziario ex art. 670 cod. proc. civ. di quote sociali delle quali è controversa la proprietà, avendo l’attore formulato domanda di accertamento dell’esistenza di negozio fiduciario tra sé e la convenuta avente ad oggetto appunto l’intestazione di tali quote, con conseguente richiesta di sentenza ex art. 2932 cod. civ. disponente il trasferimento della partecipazione a sé medesimo, è autorizzato unicamente qualora l’attore ricorrente dimostri congiuntamente la sussistenza del fumus boni iuris e del periculum in mora.
Nell’ambito di una cessione di quote sociali, i contratti con i quali una parte, dietro corrispettivo, dà il proprio assenso affinché vengano restituite all’altra parte tutte le fideiussioni dalla stessa rilasciate a favore di una società, sollevando quindi quest’ultima da qualsiasi debito in essere riferito a tutta la durata della società dalla costituzione, possono essere risolti ex art. 1453 e 1455 c.c. qualora la prima parte non abbia procurato in alcuna delle forme previste l’estinzione delle obbligazioni di garanzia contratte dall’altra nei confronti della società, tantomeno prestandone di proprie e sostitutive.
In via generale, il creditore pignoratizio, in caso di inadempimento, può soddisfare la sua pretesa con due modalità differenti: può promuovere l’esecuzione forzata ordinaria, ovvero può in alternativa procedere all’esecuzione privata prevista dall’art. 2797 c.c. che costituisce una forma di autotutela esecutiva a carattere negoziale. La vendita del bene gravato da pegno viene attivata sulla base della sola iniziativa del creditore pignoratizio, anche se sprovvisto di titolo esecutivo, e deve essere preceduta da un’intimazione a pagare il debito e gli accessori, con l’avvertimento che, in difetto, si procederà alla vendita della cosa data in pegno, ovvero nel caso di specie delle quote societarie; si tratta di intimazione avente funzione analoga al precetto e va rivolta al debitore o al terzo proprietario della cosa costituita in pegno.
Il creditore può procedere alla vendita una volta che siano decorsi cinque giorni dalla notifica dell’intimazione, sempre che il debitore non abbia adempiuto o non sia stata proposta opposizione nel termine concesso.
La vendita viene eseguita dai soggetti indicati nell’art. 83 disp. att. c.c. e secondo le modalità di cui all’art. 1516 c.c., oppure nei modi indicati nell’atto costitutivo di pegno.
L’art. 2798 c.c. consente al creditore pignoratizio di chiedere in ogni momento l’assegnazione della cosa data in pegno, in alternativa alla vendita. L’assegnazione avviene necessariamente sotto il controllo giudiziale ed è disposta dal giudice competente a decidere sulle opposizioni (così Cass. Sez. 3, Sentenza n. 2332 del 09.08.1973).
L’intervento giurisdizionale trova giustificazione nell’esigenza del creditore di ottenere l’assegnazione del bene pignorato senza incorrere nel divieto del patto commissorio ai sensi dell’art. 2744 c.c.
La richiesta di assegnazione ex art. 2798 c.c. avanzata in via anticipatoria, nel corso del giudizio di opposizione ex art. 2797, comma 2, c.c., diretta a preservare il valore delle quote oggetto di pegno, può essere accolta unicamente qualora sia dimostrata congiuntamente la sussistenza del fumus boni iuris e del periculum in mora.
Quando è prevista, in relazione a una determinata fattispecie (“gravi irregolarità nella gestione della società”), una tutela cautelare tipica – qual è il ricorso per la revoca di amministratore di S.r.l. di cui all’art. 2476, comma 3°, c.c. – non è ammissibile una tutela cautelare atipica che tenda a ottenere un provvedimento cautelare che, adottando la cautela tipica, non sarebbe ammesso (cfr., in proposito, Trib. Milano, 20 settembre 2017; Trib. Milano 3 febbraio 2015; Trib. Ravenna, 25 novembre 2005). A ragionare altrimenti, infatti, si consentirebbe l’elusione di norme imperative: così è nel caso di specie considerando che parte ricorrente mira a conseguire con strumento atipico un risultato cautelare che, adottando lo strumento tipico, non sarebbe certamente ottenibile, cioè la nomina di un amministratore giudiziale alla società.
Il provvedimento di revoca cautelare dell’amministratore di S.r.l. (ex art. 2476, comma 3°, c.c.) suppone che si tratti di un amministratore di diritto: invero, non è nemmeno in astratto ipotizzabile la revoca di un amministratore di fatto, poiché la revoca suppone sul piano logico-giuridico una previa nomina alla carica di amministratore, nomina che per definizione difetta in capo all’amministratore di fatto.
Ai sensi dell’art. 2486 cod. civ., al verificarsi di una causa di scioglimento, gli amministratori conservano il potere di gestire la società ai soli fini della conservazione dell’integrità e del valore del patrimonio, e in caso di violazioni, essi sono chiamati a rispondere degli eventuali danni arrecati alla società e ai creditori per aver aggravato il dissesto.
Nell’ipotesi in cui vi siano debiti della società verso l’Erario, gli amministratori devono utilizzare le risorse economiche della società stessa per il pagamento di tali debiti, e il relativo inadempimento li espone ad un’azione di responsabilità per mala gestio verso la società e verso i creditori sociali.
Tuttavia, in caso di inadempimento dei suddetti obblighi di pagamento, è necessario distinguere tra due ipotesi:
- in caso di società in bonis, l’amministratore risponderà dei danni procurati alla società in misura pari alle sanzioni, agli interessi ed agli aggi addebitati dall’Erario alla società stessa, nella misura determinata dall’accertamento tributario ovvero dalla cartella esattoriale;
- in caso di società la cui situazione patrimoniale non permetteva il pagamento a causa dell’incapacità finanziaria/incapienza patrimoniale, l’amministratore che ha proseguito illegittimamente l’attività economica con assunzione di nuovo rischio imprenditoriale, risponderà dei danni nella misura pari al debito per le sanzioni, gli interessi e agli aggi addebitati alla società anche con riferimento a quei debiti erariali non pagati che la società non avrebbe contratto se fosse stata tempestivamente posta in liquidazione ed avesse, di conseguenza, cessato l’attività.
È valida la modifica di una transazione che sia intervenuta dopo la scadenza dell’originario termine a condizione che le parti nell'atto di modifica diano espressa evidenza della loro concorde volontà di considerare, alla data originaria di scadenza, la transazione ancora valida ed efficace.