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Vendite «in nero» e revoca cautelare dell’amministratore di s.r.l. per gravi irregolarità di gestione
La vendita «in nero» di beni della società, eseguita senza documenti di trasporto e con incassi sottratti alla contabilità, integra...

La vendita «in nero» di beni della società, eseguita senza documenti di trasporto e con incassi sottratti alla contabilità, integra una grave irregolarità nella gestione idonea a giustificare la revoca cautelare dell’amministratore di s.r.l. ai sensi dell’art. 2476, comma 3, c.c., perché costituisce attività vietata, che espone la società a sanzioni e a responsabilità ed è incompatibile con il profilo di alta professionalità che le norme sui requisiti e sui compiti dell’amministratore di società di capitali delineano [artt. 2086, comma 2, 2380-bis, 2381, 2382, 2392, 2475 e 2476 c.c.]. La modesta entità degli incassi lascia ferma la gravità della condotta, perché i pagamenti non contabilizzati sono inammissibili nell’esercizio dell’attività d’impresa.

La partecipazione dell’altro socio coamministratore, ricorrente in sede cautelare, alle operazioni non contabilizzate lascia ferma la dannosità della condotta per la società e il giudizio di inidoneità dell’amministratore resistente a conservare la carica, perché la valutazione cautelare, nei limiti della domanda ai sensi dell’art. 112 c.p.c., ha ad oggetto la sola condotta di quest’ultimo.

Il periculum in mora che giustifica la revoca cautelare dell’amministratore può essere desunto dal rischio di reiterazione delle condotte irregolari, che emerge dalla carente percezione della loro gravità manifestata dallo stesso amministratore nelle proprie difese [che le qualificavano come saltuarie e condivise con l’altro coamministratore, a fronte di numerose operazioni ripetute nell’arco di pochi mesi].

La revoca cautelare dell’amministratore di s.r.l. ai sensi dell’art. 2476, comma 3, c.c. presuppone la contestuale sussistenza di due requisiti. Il fumus boni iuris consiste nella probabile esistenza del diritto alla revoca e richiede un quadro concludente di gravi irregolarità nella gestione, nozione più rigorosa e circoscritta della giusta causa di revoca, perché questa sussiste anche in presenza di inadempienze minori idonee a menomare il rapporto fiduciario tra società e amministratore, mentre le gravi irregolarità postulano gravi violazioni di legge o di statuto. Il periculum in mora consiste nel pericolo che, nel tempo necessario a ottenere una sentenza a cognizione piena, siano provocati ulteriori o più gravi danni al patrimonio sociale, sicché la condotta dell’amministratore deve essere foriera di danno per la società.

La sospensione cautelare del diritto di voto del socio, chiesta in anticipazione della domanda di merito di esclusione dalla s.r.l., va respinta per difetto di fumus boni iuris quando lo statuto non preveda alcuna ipotesi di esclusione del socio.

Il diritto di voto inerisce alla titolarità della partecipazione sociale e può essere sospeso in via generale soltanto nei casi previsti dalla legge o in altre specifiche situazioni. La sospensione del voto è inidonea a presidiare l’efficacia della revoca cautelare dalla carica di amministratore del socio [titolare della metà del capitale], perché il voto in assemblea si colloca su un piano diverso dai poteri gestori [e la revoca si fonda su condotte compiute a prescindere dall’esercizio del voto].

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Fideiussione omnibus del 2012 e moduli di garanzia autonoma inidonei a provare l’intesa anticoncorrenziale
Per la fideiussione omnibus stipulata dopo il periodo considerato dal provvedimento della Banca d’Italia n. 55/2005, la prova dell’applicazione uniforme...

Per la fideiussione omnibus stipulata dopo il periodo considerato dal provvedimento della Banca d’Italia n. 55/2005, la prova dell’applicazione uniforme dello schema ABI da parte della generalità delle banche non può trarsi da moduli di altri istituti riconducibili al contratto autonomo di garanzia, perché prevedono il pagamento immediato, a semplice richiesta scritta e anche in caso di opposizione del debitore, né da moduli che si discostano dallo schema ABI nelle clausole contestate, trattandosi di documentazione non pertinente all’accertamento di un’intesa anticoncorrenziale nel mercato delle fideiussioni omnibus all’epoca della sottoscrizione [fideiussione omnibus del 2012 fino a 420.000 euro a garanzia dei debiti di una s.r.l.; moduli di altre banche prodotti dai garanti e acquisiti con ordine di esibizione ex art. 210 c.p.c. presso un campione di istituti; domande di nullità totale e parziale rigettate].

La clausola di pagamento a prima richiesta, non accompagnata dall’inciso senza eccezioni o dall’espressione equivalente anche in caso di opposizione del debitore, non basta a qualificare la garanzia come contratto autonomo, sicché il negozio resta una fideiussione omnibus.

Il garante che deduce la nullità di una fideiussione omnibus stipulata anni dopo il periodo ottobre 2002 – maggio 2005 esaminato dal provvedimento della Banca d’Italia n. 55/2005 è tenuto a provare, secondo le regole ordinarie e senza potersi avvalere di quel provvedimento come prova privilegiata, che lo schema ABI, almeno nelle clausole nn. 2, 6 e 8, era espressione di un’intesa ancora in atto, perché applicato in modo uniforme dalle banche, o quantomeno da quelle aderenti all’ABI, senza margini di trattativa, oppure perché la sua accettazione era imposta come condizione per l’erogazione del credito.

Il richiamo, contenuto soltanto nella comparsa conclusionale, a un contratto di garanzia diverso da quello indicato nelle conclusioni dell’atto introduttivo e riprodotte in sede di precisazione delle conclusioni va considerato frutto di un refuso e non amplia l’oggetto del giudizio.

La nullità derivata delle clausole della fideiussione che riproducono gli artt. 2, 6 e 8 dello schema ABI si estende all’intero contratto solo se chi vi ha interesse allega e prova che la garanzia non sarebbe stata prestata senza tali clausole, evenienza poco verosimile perché la fideiussione depurata dalle clausole nulle è più favorevole al garante e la banca conserva interesse al mantenimento della garanzia.

I contratti di fideiussione stipulati a valle di intese contrastanti con l’art. 2, comma 2, lett. a), l. 287/1990 e con l’art. 101 TFUE sono parzialmente nulli, ai sensi dell’art. 2, comma 3, l. 287/1990 e dell’art. 1419 c.c., limitatamente alle clausole che riproducono quelle dello schema costituente l’intesa vietata, salvo che dal contratto risulti, o sia altrimenti provata, una diversa volontà delle parti.

L’onere della prova dell’intesa anticoncorrenziale, compresa l’uniformità delle clausole contestate nella prassi degli istituti di credito al momento della sottoscrizione, grava secondo le regole ordinarie su chi ne afferma l’esistenza, salvo che l’intesa sia già stata accertata dall’autorità di vigilanza sul mercato, perché in tal caso la parte interessata può avvalersi di tale accertamento come prova privilegiata.

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Fideiussione omnibus posteriore al 2005, prova dell’intesa anticoncorrenziale e interesse alla nullità delle clausole
Il provvedimento della Banca d’Italia n. 55 del 2005, che ha accertato il contrasto con l’art. 2, comma 2, lett....

Il provvedimento della Banca d’Italia n. 55 del 2005, che ha accertato il contrasto con l’art. 2, comma 2, lett. a), l. 287/1990 degli artt. 2, 6 e 8 dello schema ABI di fideiussione omnibus nella misura in cui siano applicati in modo uniforme, non costituisce prova privilegiata dell’intesa anticoncorrenziale per le fideiussioni rilasciate dopo il periodo oggetto dell’accertamento, compreso tra il 2002 e il 2005, perché in tal caso l’azione di nullità ha natura stand alone e il garante deve provare secondo le regole ordinarie che il modulo sottoscritto è espressione di un’intesa ancora perdurante al momento della stipulazione, dimostrando che le altre banche, o almeno quelle aderenti all’ABI, applicavano uniformemente lo schema contenente le clausole censurate senza margini di trattativa o che l’accettazione di tale schema era imposta come condizione per l’erogazione del credito [fideiussione omnibus rilasciata nel 2011 da due persone fisiche a garanzia di un’apertura di credito concessa a una società, senza produzione di alcun campione dei moduli in uso presso altre banche e senza istanza di ordine di esibizione].

Il fideiussore non ha interesse ad agire per la declaratoria di nullità delle clausole della fideiussione omnibus riproduttive dello schema ABI, compresa quella di rinuncia ai termini dell’art. 1957 c.c., se non ha tempestivamente eccepito nel giudizio di primo grado la decadenza del creditore ai sensi dell’art. 1957 c.c., perché tale eccezione ha natura di eccezione in senso proprio e non di mera difesa e, in sua mancanza, la nullità delle clausole non potrebbe in alcun modo condurre all’accertamento che nulla è dovuto al creditore.

La garanzia che prevede il pagamento a prima richiesta, quando la relativa clausola non è accompagnata dall’inciso «e senza eccezioni» o da un’espressione equivalente come «anche in caso di opposizione del debitore», va qualificata, in mancanza di elementi univoci idonei a escludere l’accessorietà, come fideiussione con clausola a prima richiesta e non come contratto autonomo di garanzia, con la conseguenza che resta fermo l’onere del garante di preavvisare il debitore principale della richiesta di pagamento ai sensi dell’art. 1952, comma 2, c.c.

Il carattere uniforme dell’applicazione delle clausole riproduttive dello schema ABI censurato costituisce elemento costitutivo della pretesa di nullità della fideiussione per violazione dell’art. 2 l. 287/1990 e deve essere provato, ai sensi dell’art. 2697 c.c., da chi deduce l’intesa restrittiva della concorrenza.

La nullità della fideiussione omnibus derivante dalla riproduzione delle clausole dello schema ABI costituenti l’intesa vietata è limitata a tali clausole e non si estende all’intero contratto, salvo che la parte che invoca la nullità totale alleghi e provi che i contraenti non avrebbero concluso il contratto senza la parte colpita da nullità, perché l’estensione della nullità parziale è ipotesi eccezionale in ossequio al principio di conservazione del contratto; l’estensione è esclusa quando la garanzia, depurata delle clausole nulle, risulta più favorevole al fideiussore e permane l’interesse della banca al suo mantenimento.

In presenza di una clausola che obbliga il fideiussore a pagare a prima o a semplice richiesta scritta, l’eventuale applicazione dell’art. 1957 c.c. per effetto della nullità della clausola derogatoria fa venir meno l’obbligo del creditore di esperire un’azione giudiziale nel termine semestrale, essendo sufficiente a evitare la decadenza una mera iniziativa stragiudiziale nei confronti del garante, perché diversamente le due previsioni sarebbero in contraddizione e perché la decadenza prevista dall’art. 1957 c.c. non presidia interessi di ordine pubblico ed è derogabile dalle parti.

In applicazione del principio della ragione più liquida, desumibile dagli artt. 24 e 111 Cost., la causa può essere decisa sulla base della questione ritenuta di più agevole soluzione.

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Cessione del marchio, efficacia dichiarativa della trascrizione e uso del segno nel nome a dominio
La trascrizione del trasferimento del marchio prevista dall’art. 138 c.p.i. ha, a norma dell’art. 139 c.p.i., natura di pubblicità meramente...

La trascrizione del trasferimento del marchio prevista dall’art. 138 c.p.i. ha, a norma dell’art. 139 c.p.i., natura di pubblicità meramente dichiarativa e serve a risolvere il conflitto tra più acquirenti del medesimo diritto dallo stesso dante causa, assegnando la preferenza a chi ha trascritto per primo, sicché non incide sulla legittimazione del cessionario ad agire contro gli atti di contraffazione, anche quando l’acquisto non risulti ancora trascritto presso l’Ufficio italiano brevetti e marchi nel momento in cui il cessionario agisce in giudizio [marchi nazionali e internazionali acquistati all’asta da un fallimento e fatti valere dal cessionario contro una società estera che, dopo la cessione, aveva usato il segno in ordini di fabbricazione rivolti a un produttore italiano, in un nome a dominio raggiungibile dall’Italia e nella propria denominazione sociale].

Sussiste l’interesse del titolare del marchio all’accertamento della contraffazione e all’inibitoria anche quando il terzo abbia dato esecuzione al provvedimento cautelare, se questi rivendica in giudizio la legittimità dell’uso del segno come nome a dominio e come denominazione sociale e non assume alcun impegno quanto alla futura commercializzazione di prodotti recanti i marchi, perché il titolare, pur dovendo dimostrare una violazione attuale ed effettiva, non è tenuto ad attendere che la violazione si avveri quando sia prevedibile che essa si realizzi in considerazione dell’uso che il concorrente ha già fatto del segno.

Viola l’art. 22 c.p.i. l’impresa estera operante nello stesso settore del titolare del marchio che adotta un segno uguale al marchio nella propria denominazione sociale e in un nome a dominio il cui sito, utilizzato nell’attività d’impresa, è raggiungibile dall’Italia e consente agli utenti italiani di iscriversi alla newsletter, perché tali usi determinano sul territorio nazionale un rischio di associazione tra l’attività del titolare e i prodotti contrassegnati dal marchio e l’attività dell’impresa estera, rischio tanto più marcato per l’uso in Italia della denominazione sociale contenente il segno.

Non costituisce denigrazione ai sensi dell’art. 2598, n. 2, c.c. la comunicazione indirizzata alla generalità degli interessati con cui il cessionario di marchi acquistati da un fallimento rende noto l’acquisto e l’uso non autorizzato dei marchi da parte di un’impresa estera, invitando a non acquistarne i prodotti a marchio, quando le circostanze riferite sono veritiere, trovano riscontro negli atti e sono esposte in modo oggettivo, entro i limiti della continenza.

La liquidazione della penale fissata dal provvedimento cautelare per ogni giorno di uso del marchio in un nome a dominio presuppone la prova, a carico del titolare del marchio, che il sito sia rimasto accessibile dall’Italia dopo il decorso del termine dalla comunicazione dell’ordinanza a partire dal quale la penale è dovuta.

L’inibitoria dell’uso del marchio sul territorio italiano, estesa ai nomi a dominio accessibili dall’Italia, alla corrispondenza e alle comunicazioni commerciali, può essere assistita da penali differenziate secondo il tipo di violazione, determinate per ciascun bene contrassegnato prodotto o commercializzato in Italia, per ciascun giorno di uso del marchio nel nome a dominio raggiungibile dall’Italia e per ciascun uso del marchio nelle comunicazioni o nella corrispondenza, applicabili alle violazioni successive alla comunicazione della sentenza.

La pubblicazione della sentenza ai sensi dell’art. 126 c.p.i. non va disposta quando i fatti di contraffazione accertati sono risalenti nel tempo e non risultano provate violazioni ulteriori.

L’art. 121 c.p.i. pone a carico del titolare del diritto di proprietà industriale l’onere di provare l’entità temporale e quantitativa della violazione, anche avvalendosi degli strumenti probatori e cautelari previsti dagli artt. 121, 121-bis e 129 c.p.i. e della prova indiziaria e presuntiva, e tale regola non soffre deroghe neppure quanto al momento di cessazione delle condotte contraffattive dopo che ne sia stato provato l’inizio, sicché va rigettata la domanda risarcitoria del cessionario del marchio che non provi la produzione o la commercializzazione di beni contraffatti successive all’acquisto né fornisca elementi per una liquidazione equitativa del danno.

In presenza di notizie veritiere sui prodotti e sull’attività del concorrente, la denigrazione prevista dall’art. 2598, n. 2, c.c. è ravvisabile solo quando e nei limiti in cui siano contestualmente formulate vere e proprie invettive e offese gratuite, che traggano mero spunto e pretesto dalla diffusione di quelle notizie.

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Brevetto di procedimento, ragionevoli sforzi del titolare e inibitoria condizionata al rendiconto delle vendite
Ai fini dell’art. 67, comma 1, lett. b), c.p.i., i ragionevoli sforzi richiesti al titolare di un brevetto di procedimento...

Ai fini dell’art. 67, comma 1, lett. b), c.p.i., i ragionevoli sforzi richiesti al titolare di un brevetto di procedimento per determinare il procedimento effettivamente attuato dal presunto contraffattore si valutano alla luce dei principi di effettività e di economicità della tutela giurisdizionale, sicché, tra più attività egualmente adeguate allo scopo, è esigibile quella che comporta complessivamente minori costi per le parti, con la conseguenza che il titolare deve anzitutto ricorrere all’ingegneria inversa, se il prodotto è acquistabile sul mercato a costi accettabili, e in mancanza deve chiedere al fabbricante di fornire volontariamente le informazioni rilevanti, senza che gli si possa imporre il previo ricorso alla descrizione giudiziale o alla consulenza tecnica preventiva [domanda di brevetto europeo per un metodo di sintesi di un principio attivo; medicinale a base di quel principio attivo vendibile solo su prescrizione di centri ospedalieri o specialisti; richiesta di informazioni sul metodo di produzione rifiutata dal fabbricante; inibitoria cautelare concessa].

Quando il prodotto non può essere acquistato liberamente sul mercato e sottoposto a ingegneria inversa, il rifiuto del fabbricante di rispondere alla richiesta del titolare del brevetto di procedimento di essere informato sul metodo di produzione impiegato giustifica, in mancanza di prova contraria, la presunzione di contraffazione prevista dall’art. 67, comma 1, lett. b), c.p.i.

È conforme ai principi di ragionevolezza e proporzionalità dell’art. 3 della direttiva 2004/48/CE, nel bilanciamento tra il diritto di esclusiva e l’interesse generale alla disponibilità di un medicinale di notevole importanza per la salute, l’inibitoria cautelare la cui esecuzione resta sospesa finché il presunto contraffattore rende conto al titolare, entro un termine iniziale e poi periodicamente, delle importazioni e delle vendite effettuate in Italia con indicazione di quantità, prezzi, destinatari e date delle forniture, perché in tal modo resta salvaguardata la possibilità di far valere nel giudizio di merito il diritto al risarcimento del danno e alla retroversione degli utili.

La sostanziale probabilità che il prodotto identico sia stato fabbricato mediante il procedimento brevettato, richiesta dall’art. 67, comma 1, lett. b), c.p.i., coincide con un giudizio di prevalenza probabilistica e può desumersi in via presuntiva dal pregresso rapporto di fornitura del principio attivo tra il titolare e il gruppo del fabbricante, dall’interesse al procedimento brevettato manifestato da quest’ultimo con l’azione di rivendica della titolarità e con l’azione di nullità del titolo, dalla scelta di difendersi senza negare l’interferenza tra il metodo impiegato e quello brevettato e dalla mancata indicazione di produttori o metodi alternativi per il medesimo impiego farmaceutico.

Il regime di inversione dell’onere della prova stabilito dall’art. 67 c.p.i. per il brevetto di procedimento, che deroga in parte all’art. 121, comma 1, c.p.i., è espressione nel diritto industriale del principio di vicinanza della prova, corollario dei principi di effettività e di economicità della tutela giurisdizionale previsti dagli artt. 3 e 6 della direttiva 2004/48/CE, e va interpretato alla luce di tali principi.

Ai fini dell’art. 67, comma 1, lett. b), c.p.i., è identico al prodotto ottenuto mediante il procedimento brevettato il medicinale a base del principio attivo la cui sintesi per uso farmaceutico forma oggetto del brevetto di procedimento.

L’invalidità di alcune rivendicazioni del brevetto di procedimento, ritenuta in via sommaria all’esito della consulenza tecnica disposta in sede cautelare, non impedisce l’inibitoria quando le rivendicazioni riconosciute valide bastano a fondare la sostanziale probabilità che il prodotto sia fabbricato in contraffazione.

L’istanza di nomina di un consulente tecnico ai sensi dell’art. 128 c.p.i. va rivolta al presidente della sezione specializzata, funzionalmente competente per il procedimento di consulenza tecnica preventiva, ed è inammissibile se proposta genericamente al tribunale delle imprese con il ricorso cautelare.

È inammissibile la richiesta di ordinare al presunto autore della violazione, ai sensi dell’art. 121-bis c.p.i., di fornire informazioni sull’origine e sulle reti di distribuzione delle merci quando l’istanza è priva di un’indicazione specifica dei fatti sui quali egli deve essere interrogato.

Il pericolo di danno irreparabile non è presupposto indefettibile dell’inibitoria cautelare prevista dall’art. 131 c.p.i., che attua l’art. 9 della direttiva 2004/48/CE, perché la misura richiede soltanto un sufficiente grado di certezza circa la titolarità del diritto di proprietà industriale e la violazione in atto o imminente, mentre l’irreparabilità del pregiudizio, necessaria per il provvedimento d’urgenza atipico ex art. 700 c.p.c., rileva semmai per l’adozione della misura inaudita altera parte.

In sede cautelare la titolarità del diritto sull’invenzione oggetto di una domanda di brevetto europeo può ritenersi verosimile sulla base della sentenza che ha rigettato la domanda di rivendica proposta da un terzo ai sensi dell’art. 118 c.p.i. e dell’art. 61 CBE, convincimento rafforzato dalla conferma di tale decisione in appello.

La penale che assiste l’inibitoria cautelare si determina tenendo conto delle dimensioni delle parti, del valore della controversia e del tipo di prestazione concretamente imposta al destinatario della misura.

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Descrizione di segreti commerciali presso l’ex collaboratore e il concorrente, conferma limitata ai file corrispondenti
In sede di conferma della descrizione concessa inaudita altera parte a tutela di segreti commerciali e di opere dell’ingegno, l’esiguità...

In sede di conferma della descrizione concessa inaudita altera parte a tutela di segreti commerciali e di opere dell’ingegno, l’esiguità del numero di file identici per codice hash o derivati, rinvenuti presso l’ex collaboratore e presso l’impresa concorrente con cui egli ha avviato un nuovo rapporto, rispetto alla mole del materiale di comparazione depositato dal titolare, non impedisce la conferma del provvedimento limitatamente ai documenti per i quali la consulenza tecnica abbia riscontrato corrispondenze, perché le contestazioni sul valore economico dei documenti, sulla loro tutelabilità come opere dell’ingegno, sulla loro rilevanza causale rispetto agli illeciti lamentati e sulla distinzione tra know how riservato e competenze specialistiche proprie dell’esperto del ramo sono riservate al giudizio di merito [descrizione ex art. 129 c.p.i. e art. 161 l. 633/1941 chiesta da una società di progettazione di opere idrauliche contro l’ex collaboratrice che avrebbe esfiltrato file aziendali prima di cessare il rapporto e contro la società concorrente presso cui la stessa ha iniziato a collaborare; c.t.u. con riscontro di pochi file identici o derivati; conferma limitata a tali file e secretazione dell’intero materiale acquisito].

La conferma della descrizione concessa inaudita altera parte si fonda sul vaglio esterno della tipologia dei documenti raccolti e della loro pertinenza alla lite, senza estendersi a un’indagine volta a verificare in concreto se il loro contenuto supporti un giudizio di illiceità della condotta in relazione ai segreti commerciali o ai diritti allegati, fermo restando il vaglio della ragionevolezza del sospetto e della non pretestuosità o vessatorietà della richiesta.

Gli oneri di allegazione richiesti per la concessione e la conferma della descrizione sono distinti da quelli necessari per l’adozione, nel medesimo procedimento cautelare, di provvedimenti inibitori, sicché l’insussistenza del fumus boni iuris per l’inibitoria non preclude di per sé la conferma della descrizione del materiale rinvenuto, quando esso sia pertinente all’oggetto della causa e funzionale all’accertamento dell’illecito nel successivo giudizio di merito.

La descrizione è rimedio insieme di istruzione preventiva, strumentale alle esigenze istruttorie del giudizio di merito, e di natura cautelare, la cui concessione presuppone l’allegazione di fatti e circostanze che rendano ragionevole, in base a un giudizio ex ante, il sospetto degli illeciti denunciati, sicché i presupposti per la concessione, la conferma o la revoca si valutano in relazione al diritto processuale alla prova e non, in via immediata e diretta, al diritto sostanziale sotteso, e il fumus boni iuris e il periculum in mora assumono ampiezza e contenuto diversi da quelli richiesti per i provvedimenti inibitori e di sequestro.

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Piani di rientro bancari non transattivi e rideterminazione del saldo di conto corrente affidato
Non integra una transazione ai sensi dell’art. 1965 c.c. l’accordo, munito di clausola espressa di non novazione, con il quale...

Non integra una transazione ai sensi dell’art. 1965 c.c. l’accordo, munito di clausola espressa di non novazione, con il quale la banca e il correntista danno atto dell’esposizione debitoria e convengono un nuovo termine per il rientro graduale, perché, in mancanza di qualsiasi riferimento a una lite anche solo potenziale, esso si risolve in una ricognizione di debito cui accede un accordo parzialmente modificativo del rapporto fondamentale, e la rinuncia della banca a esigere immediatamente l’intero credito non costituisce una concessione transattiva, trattandosi di una mera modifica del termine di adempimento posta anche nell’interesse del creditore a scongiurare l’insolvenza irreversibile del debitore e a conservare i rapporti in essere [due atti di «rinegoziazione precedente atto di rimodulazione e rientro affidamento» sottoscritti da una società correntista con la banca e opposti da quest’ultima, come transazione, alla domanda di rideterminazione del saldo dei conti correnti affidati].

La dichiarazione con cui il correntista, nell’accordo di rientro, rinuncia a ogni eccezione o contestazione, anche giudiziale, relativa ai contratti di affidamento e di conto corrente non gli preclude di far valere la nullità dei contratti o delle clausole per difetto di forma scritta, perché l’accordo ha effetti meramente conservativi del rapporto preesistente, e non esonera la banca dall’onere di provare documentalmente il proprio credito e le condizioni contrattuali su cui esso si fonda.

L’applicazione dei tassi sostitutivi previsti dall’art. 117, comma 7, t.u.b. presuppone una lacuna contrattuale o l’indeterminatezza delle clausole che disciplinano le condizioni economiche, sicché è esclusa quando tali condizioni sono chiaramente individuate da un contratto di apertura di credito sottoscritto per accettazione dal cliente e posto in esplicito collegamento con i contratti di conto corrente sui quali l’affidamento è utilizzabile.

Non sussiste mancanza o indeterminatezza delle condizioni economiche del conto corrente quando esse sono contenute in documentazione sottoscritta dal cliente, come il documento che disciplina in un’unica soluzione e con tariffazione forfettaria le condizioni di diversi servizi bancari offerti alla clientela business, e l’esistenza del contratto di conto corrente non è contestata dal correntista, che anzi lo produce in allegato alla propria perizia di parte.

Nella ricostruzione del saldo di un conto corrente per il quale manchino gli estratti conto di un periodo intermedio è logica e condivisibile, specie in difetto di specifiche contestazioni nel contraddittorio tecnico, la metodologia del consulente tecnico che inserisce operazioni di raccordo pari alla differenza algebrica tra i saldi estremi dei periodi documentati, perché, pur senza consentire il ricalcolo di interessi e commissioni per il periodo scoperto, essa preserva la continuità contabile del rapporto.

La mancanza di data certa dei contratti bancari è irrilevante quando la relativa doglianza si fonda su un profilo meramente formale e non vi sono contestazioni specifiche sulla delimitazione temporale dei rapporti, desumibile dagli estratti conto prodotti.

È lecita la segnalazione alla Centrale dei rischi della Banca d’Italia della società correntista e del suo fideiussore quando risulta accertato un debito verso la banca al momento della chiusura del conto corrente e del passaggio a sofferenza del rapporto.

L’eccezione di prescrizione dei crediti restitutori del correntista è irrilevante quando, all’esito del ricalcolo, il saldo del conto corrente risulta comunque a credito della banca, perché non residua alcun credito del correntista da ripetere.

Le contestazioni del correntista relative alle commissioni di massimo scoperto, all’usura cosiddetta soggettiva e all’illegittimo esercizio dello ius variandi vanno disattese quando sono formulate in termini così generici da non consentire al giudice l’apprezzamento della domanda, tanto più se il correntista non contesta di aver ricevuto gli estratti conto periodici.

Ai fini della verifica dell’usura originaria di un rapporto di conto corrente affidato, il tasso effettivo globale praticato alla data di stipulazione, calcolato secondo la formula indicata dalla Banca d’Italia, che considera sia gli interessi debitori rapportati ai numeri debitori sia gli oneri accessori rapportati al fido accordato, va confrontato con il tasso soglia vigente nel trimestre per la corrispondente categoria di operazioni.

Il contratto bancario prodotto in giudizio e sottoscritto dal solo cliente è valido ed efficace quando il consenso della banca può desumersi da comportamenti concludenti, quali l’apertura del conto e l’invio degli estratti conto, e l’esecuzione del rapporto non è contestata.

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Deroga convenzionale a trentasei mesi dell’art. 1957 c.c. e mancata riproduzione dello schema ABI censurato
La clausola della fideiussione omnibus che, in deroga all’art. 1957 c.c., fissa in trentasei mesi dalla scadenza dell’obbligazione garantita il...

La clausola della fideiussione omnibus che, in deroga all’art. 1957 c.c., fissa in trentasei mesi dalla scadenza dell’obbligazione garantita il termine entro il quale il creditore deve agire per l’adempimento non riproduce la clausola di rinuncia ai termini dell’art. 1957 c.c. contenuta nell’art. 6 dello schema ABI censurato dal provvedimento della Banca d’Italia n. 55 del 2005, sicché, in assenza nel contratto anche delle clausole di reviviscenza e di sopravvivenza, la garanzia non è parzialmente nulla per violazione dell’art. 2 l. 287/1990, perché manca il presupposto della riproduzione dello schema unilaterale costituente l’intesa vietata e della sua applicazione uniforme [fideiussione omnibus prestata nel 2008 da una persona fisica consumatrice, coniuge del titolare dell’impresa individuale garantita, fatta valere con opposizione tardiva a decreto ingiuntivo non motivato sull’abusività delle clausole, proposta su avviso del giudice dell’esecuzione].

In presenza di una clausola che obbliga il fideiussore a pagare a semplice richiesta scritta, la richiesta stragiudiziale di pagamento rivolta dal creditore al garante è idonea a impedire la decadenza, senza necessità di proporre un’azione giudiziaria, sia rispetto al termine convenzionale pattuito in deroga all’art. 1957 c.c., sia rispetto al termine semestrale previsto da tale norma qualora la clausola derogatoria fosse nulla, perché il rinvio all’art. 1957 c.c. riguarda il termine entro cui la richiesta deve essere inviata e non anche la forma della richiesta.

Il fideiussore persona fisica che ha prestato la garanzia per finalità estranee alla propria attività professionale, senza essere coinvolto nell’attività del debitore garantito e limitandosi a essere coniuge del titolare dell’impresa individuale garantita, riveste la qualità di consumatore, perché i requisiti soggettivi per l’applicazione della disciplina consumeristica vanno valutati con riferimento alle parti del contratto di fideiussione e non al contratto principale.

Il fideiussore consumatore nei cui confronti è stato emesso un decreto ingiuntivo non opposto privo di motivazione sull’abusività delle clausole del contratto è legittimato a proporre opposizione tardiva ai sensi dell’art. 650 c.p.c. quando il giudice dell’esecuzione, all’esito del controllo sulle clausole abusive, lo abbia avvisato di tale facoltà, purché l’opposizione sia proposta nel termine decorrente dalla notifica dell’avviso.

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Contraffazione di modello comunitario di manico per pentolame e limiti dell’esclusione per funzione tecnica
L’esclusione dalla tutela delle caratteristiche dell’aspetto del prodotto determinate unicamente dalla sua funzione tecnica, prevista dall’art. 8 Reg. (CE) n....

L’esclusione dalla tutela delle caratteristiche dell’aspetto del prodotto determinate unicamente dalla sua funzione tecnica, prevista dall’art. 8 Reg. (CE) n. 6/2002 e dall’art. 36 c.p.i., riguarda soltanto le forme che rappresentano l’unica modalità per ottenere l’effetto tecnico e non anche quelle che, sia pure entro determinati limiti, consentono al designer di compiere scelte estetiche discrezionali, come gli elementi suscettibili di una molteplicità di varianti di forma e di rifiniture [modello comunitario registrato di manico per pentolame, del quale si assumevano funzionalmente necessari la fessura all’estremità libera e l’incavo per l’appoggio del pollice, fatto valere in via cautelare contro l’importatore e il rivenditore al dettaglio di padelle con manici asseritamente riproduttivi].

Quando la registrazione del modello non è accompagnata da rivendicazioni specifiche spetta al titolare allegare gli elementi che conferiscono al modello carattere individuale, così da definire i confini della privativa, mentre grava su chi è accusato di contraffazione l’onere di fornire la rigorosa prova della carenza dei requisiti della novità e del carattere individuale.

Nel procedimento cautelare l’eccezione di nullità del modello comunitario registrato per mancanza originaria della novità e del carattere individuale, valutati secondo la percezione dell’utilizzatore informato, e la deduzione della sopravvenuta standardizzazione delle sue forme nel mercato di riferimento non possono essere accolte se prive di puntuali allegazioni e di riscontri documentali sul panorama delle anteriorità rilevanti al momento della registrazione e sull’attuale stato del mercato.

Sussiste il fumus boni iuris della contraffazione di un modello comunitario registrato quando il prodotto contestato ne riproduce tutti gli elementi caratterizzanti e non presenta alcuna ulteriore caratteristica idonea a differenziarlo, e il relativo accertamento assorbe, ai fini cautelari, l’esame della domanda di concorrenza sleale fondata sulla medesima condotta.

L’inibitoria cautelare a tutela di un modello registrato può essere assistita da una penale per ogni articolo commercializzato in violazione del divieto, determinata tenendo conto del prezzo di vendita dei prodotti documentato dal titolare, e in considerazione della dimensione dell’illecito la penale può ritenersi idonea a garantire l’osservanza del comando cautelare, così da rendere non necessari il sequestro e la pubblicazione del provvedimento.

In materia di proprietà industriale l’ulteriore commercializzazione dei prodotti in contraffazione è idonea a cagionare un pregiudizio patrimoniale suscettibile di espansione e di non agevole quantificazione, che riguarda non solo il lucro cessante ma anche la perdita di valore economico del modello, e giustifica perciò la concessione di misure cautelari.

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Giudicato implicito sulla validità della fideiussione e preclusione dell’azione di nullità antitrust del garante
La sentenza passata in giudicato che, nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, condanna i fideiussori al pagamento del credito...

La sentenza passata in giudicato che, nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, condanna i fideiussori al pagamento del credito garantito presuppone sul piano logico-giuridico la validità del rapporto di garanzia e forma su di essa un giudicato implicito, anche in mancanza di una statuizione espressa, che preclude ai fideiussori di far valere in un successivo giudizio, in via di azione o di eccezione, la nullità o l’inefficacia della fideiussione per motivi diversi da quelli dedotti, compresa la nullità per violazione dell’art. 2 l. 287/1990 derivante dalla conformità allo schema ABI, e rende inammissibili le domande risarcitorie che presuppongono l’accertamento dell’invalidità della garanzia [fideiussione omnibus a garanzia del debito di conto corrente di una società a responsabilità limitata, la cui nullità per violazione della normativa antitrust era stata fatta valere dai fideiussori nei confronti del cessionario del credito solo dopo il passaggio in giudicato della sentenza d’appello che aveva confermato la loro condanna al pagamento].

Il fideiussore che deduce la nullità della fideiussione per conformità allo schema ABI senza eccepire la decadenza del creditore ai sensi dell’art. 1957 c.c. non ha interesse alla declaratoria di nullità delle sole clausole riproduttive dello schema, perché la concreta incidenza di tale nullità sul debito garantito rileva anzitutto come interesse ad agire e l’eccezione di estinzione della fideiussione per decorso del termine semestrale, applicabile per effetto della caducazione della clausola di deroga, è un’eccezione in senso stretto da sollevare tempestivamente nel giudizio di primo grado, sicché in sua mancanza l’accoglimento della domanda non potrebbe condurre all’accertamento che nulla è dovuto al creditore.

Ai fini dell’estensione all’intero contratto, ai sensi dell’art. 1419 c.c., della nullità delle clausole della fideiussione riproduttive dello schema ABI non sono decisive la natura di società neocostituita del debitore principale e la sua scarsa patrimonializzazione, perché esse non dimostrano che quelle clausole costituissero un elemento fondamentale dell’assetto negoziale, tanto più quando il creditore non si sia in concreto avvalso della deroga all’art. 1957 c.c., il contratto depurato delle clausole nulle risulti più favorevole al garante e il creditore conservi interesse al mantenimento della garanzia.

Quando il passaggio in giudicato della sentenza resa sul credito garantito è stato allegato fin dalla comparsa di risposta e i garanti, senza contestarlo specificamente, si sono difesi sostenendo soltanto che il giudicato non copre la questione di nullità, la contestazione della mancata prova della formazione del giudicato sollevata per la prima volta in comparsa conclusionale è inammissibile perché tardiva e in contraddizione con le difese svolte in precedenza.

Nella causa che verte in via principale sull’accertamento della nullità della fideiussione per violazione della normativa antitrust le spese di lite sono liquidate secondo lo scaglione delle cause di valore indeterminato, e i fideiussori soccombenti possono essere condannati in solido ai sensi dell’art. 97 c.p.c. in ragione del loro interesse comune nella causa.

La nullità dei contratti di fideiussione stipulati a valle dell’intesa anticoncorrenziale accertata dalla Banca d’Italia con il provvedimento n. 55 del 2005 è limitata alle clausole che riproducono lo schema unilaterale costituente l’intesa vietata, salvo che dal contratto risulti, o sia altrimenti provata, una diversa volontà delle parti, perché l’estensione della nullità parziale all’intero negozio costituisce ipotesi eccezionale rispetto al principio di conservazione del contratto e chi la invoca ha l’onere di provare che il contratto non sarebbe stato concluso senza la parte colpita da nullità.

Il decreto ingiuntivo divenuto definitivo per mancata opposizione o per rigetto dell’opposizione con sentenza passata in giudicato spiega effetti sostanziali e processuali equivalenti al giudicato non solo sulla pretesa creditoria azionata in via monitoria, ma anche sulle ragioni che ne costituiscono, anche solo implicitamente, il presupposto logico-giuridico, coprendo il dedotto e il deducibile, e in materia di nullità negoziali il giudicato implicito sulla validità del contratto si forma ogni volta che la causa sia stata decisa nel merito, con esclusione delle sole decisioni prive di statuizioni che implicano l’affermazione della validità del contratto.

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Nullità antitrust delle fideiussioni tra giudicato esterno, garanzia autonoma specifica e onere della prova
Il giudicato formatosi sulla sentenza che ha condannato il fideiussore al pagamento in forza della fideiussione copre, come dedotto e...

Il giudicato formatosi sulla sentenza che ha condannato il fideiussore al pagamento in forza della fideiussione copre, come dedotto e deducibile, la validità del contratto di garanzia, che di quella condanna costituisce antecedente logico necessario, sicché è inammissibile la successiva domanda con cui il fideiussore chiede di dichiarare la nullità della fideiussione per violazione dell’art. 2 l. 287/1990, anche se la questione della conformità del contratto allo schema ABI non è stata trattata nel primo giudizio [fideiussione omnibus del 1999 a garanzia dei debiti di una s.r.l.; precedente sentenza, non impugnata, di condanna della garante al pagamento dell’importo massimo garantito, pronunciata dopo che essa aveva disconosciuto la fideiussione ed eccepito la liberazione ex art. 1956 c.c.; domanda di nullità antitrust dichiarata inammissibile].

La fideiussione specifica rilasciata a garanzia di un mutuo ipotecario e stipulata dopo il periodo 2002-2005 esula, per ragioni sia temporali sia di contenuto, dal provvedimento della Banca d’Italia n. 55/2005, che riguarda le sole fideiussioni omnibus, sicché la relativa domanda di nullità antitrust ha natura stand alone e chi la propone deve provare, ai sensi dell’art. 2697 c.c., l’esistenza di un’intesa anticoncorrenziale all’epoca della sottoscrizione e nel mercato di riferimento.

Un unico modulo contrattuale di altra banca, risalente al mese di sottoscrizione della garanzia, è inidoneo a dimostrare una prassi applicativa uniforme dello schema ABI estesa al territorio nazionale e, se privo della clausola di pagamento a prima richiesta senza eccezioni o anche in caso di opposizione del debitore, è inidoneo anche a provare un’intesa anticoncorrenziale nel mercato dei contratti autonomi di garanzia.

Quando il garante è tenuto a pagare a semplice richiesta scritta, l’onere imposto al creditore dall’art. 1957 c.c. è soddisfatto dalla richiesta stragiudiziale di pagamento rivolta al garante o al debitore entro sei mesi dalla scadenza dell’obbligazione principale, sicché, se la richiesta è tempestiva, manca l’interesse del garante a far dichiarare la nullità parziale della clausola di rinuncia ai termini dell’art. 1957 c.c., perché la garanzia non potrebbe comunque considerarsi estinta.

Il garante non ha interesse a ottenere la declaratoria di nullità della fideiussione quando il creditore ha riconosciuto che la garanzia a proprio favore non sussiste più, perché da tale pronuncia egli non potrebbe conseguire alcun vantaggio concreto e giuridicamente apprezzabile.

La clausola che obbliga il garante a pagare immediatamente alla banca, a semplice richiesta scritta, anche in caso di opposizione del debitore, unita a quella che esclude ogni eccezione relativa al momento in cui la banca recede dai rapporti con il debitore, qualifica il negozio come contratto autonomo di garanzia, perché incompatibile con l’accessorietà propria della fideiussione, salva un’evidente discrasia con l’intero contenuto della convenzione negoziale.

Il giudicato sostanziale copre il dedotto e il deducibile, estendendosi alle questioni e alle ragioni, anche non dedotte, che costituiscono premessa necessaria e fondamento logico-giuridico della decisione, e preclude tanto un nuovo giudizio tra le stesse parti sul medesimo rapporto, fondato su ragioni che potevano essere fatte valere nel primo giudizio o in sede di gravame, quanto il rilievo d’ufficio della nullità del contratto sulla cui validità si sia formato il giudicato, anche implicito.

Il provvedimento della Banca d’Italia n. 55/2005 costituisce prova privilegiata dell’illecito antitrust soltanto nelle cause follow-on relative a fideiussioni omnibus stipulate nel periodo oggetto dell’istruttoria, mentre nelle cause stand alone il garante deve allegare e provare tutti gli elementi costitutivi della fattispecie, compreso il carattere uniforme dell’applicazione delle clausole contestate.

I contratti di fideiussione stipulati a valle di intese contrastanti con l’art. 2, comma 2, lett. a), l. 287/1990 e con l’art. 101 TFUE sono parzialmente nulli, ai sensi dell’art. 2, comma 3, l. 287/1990 e dell’art. 1419 c.c., limitatamente alle clausole che riproducono quelle dello schema costituente l’intesa vietata, e l’estensione della nullità all’intero contratto, che ha carattere eccezionale e non è rilevabile d’ufficio, richiede che chi vi ha interesse provi che i contraenti non avrebbero concluso il contratto senza la parte colpita da nullità.

La domanda di risarcimento del danno fondata sulla nullità antitrust della fideiussione va rigettata quando la nullità non è accertata e chi la propone non ha neppure allegato gli elementi costitutivi della pretesa risarcitoria.

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Rinuncia assembleare all’azione sociale di responsabilità anteriore alla delibera di promovimento e limiti di validità
Le norme che consentono all’assemblea di rinunciare all’azione sociale di responsabilità ex art. 2393 c.c. non distinguono fra rinuncia anteriore...

Le norme che consentono all’assemblea di rinunciare all’azione sociale di responsabilità ex art. 2393 c.c. non distinguono fra rinuncia anteriore o successiva alla delibera che autorizza l’azione, e trovano come limite generale la determinatezza o determinabilità dell’oggetto della rinuncia. La rinuncia anteriore alla delibera autorizzativa che si riferisca a condotte gestorie già compiute ed esaurite è sottratta al limite dell’art. 1229 c.c., che opera soltanto per la rinuncia preventiva rispetto al sorgere della fattispecie di responsabilità. Trattandosi di negozio abdicativo con effetto dismissivo ed estintivo, la rinuncia è valida se sussistono la volontà, la disponibilità del diritto e un oggetto determinato o determinabile ai sensi degli artt. 1325 e 1346 c.c.

L’oggetto della rinuncia all’azione sociale di responsabilità riferita a «ogni singola azione di gestione od omissione» degli amministratori in un dato periodo, con riguardo alle operazioni riflesse nei bilanci già approvati, è determinato dal tipo di diritto rinunciato, dalla delimitazione temporale delle condotte e dal riferimento agli effetti emersi nei bilanci, e comprende le condotte conosciute o conoscibili dai soci al momento della delibera. Vi rientra l’omesso pagamento di imposte e contributi quando la relativa esposizione debitoria era nota ai soci [perché risultante dai bilanci, dai ricorsi per concordato preventivo e dalla proposta di transazione fiscale].

Il pagamento delle imposte e dei contributi previdenziali costituisce un dovere specifico degli amministratori, e il debito della società per sanzioni e interessi costituisce il danno conseguente al loro inadempimento, che sarebbe stato evitato dal pagamento nei termini di legge. La colpa dell’amministratore sussiste quando, pur potendo provvedere al pagamento, egli vi abbia omesso senza giustificato motivo, e la sistematica scelta pluriennale di non adempiere le obbligazioni tributarie proseguendo l’ordinaria attività d’impresa e ingenti investimenti al di fuori di un piano di risoluzione della crisi esclude che l’omissione sia dipesa da un’imprevedibile ed eccezionale situazione di illiquidità. La business judgment rule non copre le violazioni della legge tributaria.

La responsabilità dell’amministratore per l’operazione compiuta in conflitto di interessi senza rispettare gli obblighi informativi e di astensione dell’art. 2391 c.c. richiede che dall’inosservanza sia derivato alla società un effettivo pregiudizio economico. Per dimostrare il pregiudizio derivante dalla concessione in licenza di un marchio inutilizzato da anni, la società deve allegare le migliori condizioni contrattuali ed economiche alle quali avrebbe potuto concedere la licenza a terzi. Allo stesso modo le royalties che la società sia tenuta a corrispondere all’amministratore titolare del marchio impiegato in un nuovo prodotto costituiscono un danno solo se la produzione si è rivelata non profittevole o meno profittevole di scelte alternative.

Il danno conseguente a un calo della produzione non può essere identificato nella contrazione del fatturato, perché il pregiudizio risarcibile consiste nel mancato conseguimento dell’utile che la società avrebbe tratto dal fatturato non realizzato, al netto di costi e imposte.

L’art. 25 del Regolamento UE n. 1215/2012 prevale sul foro speciale dell’art. 8, n. 2, previsto per la chiamata in garanzia quando tra il chiamante e il terzo chiamato esista un accordo scritto di proroga della giurisdizione esclusiva in favore dei giudici di altro Stato membro, sicché il giudice dell’azione principale deve declinare la giurisdizione sulla domanda di garanzia anche se connessa.

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