Le asserzioni ambientali, per non essere ingannevoli, devono essere veritiere, prive di informazioni false e presentate in modo chiaro, specifico, inequivocabile e accurato, e il professionista deve disporre delle prove a sostegno ed essere pronto a fornirle. Integrano pertanto pratiche commerciali ingannevoli ai sensi dell’art. 21 cod. cons. le asserzioni indimostrate e non verificabili che, riferite indistintamente all’attività d’impresa, vantano il rispetto di «alti standard di impatto ambientale», dei «più alti standard di sostenibilità» o un «impatto zero» del ciclo produttivo e della filiera, perché suggeriscono un’adesione a requisiti di sostenibilità superiori a quelli dei concorrenti o della media di mercato e sono idonee a indurre i consumatori sensibili all’impatto ambientale, anche se normalmente informati e ragionevolmente attenti e avveduti, a preferire i prodotti dell’impresa.
Le asserzioni che si limitano a enunciare aspirazioni e obiettivi programmatici di responsabilità sociale e ambientale o a esprimere vanti innocui, senza suggerire che l’attività dell’impresa abbia un impatto ambientale particolarmente positivo, nullo o meno dannoso di quello dei concorrenti, sono inidonee a falsare in misura apprezzabile il comportamento economico del consumatore medio e restano estranee al divieto di pratiche commerciali ingannevoli.
Il marchio individuale registrato per servizi di consulenza alle imprese in materia di pratiche socialmente responsabili e di valutazione a fini di certificazione, [concesso in licenza da un ente privato alle imprese che superano un proprio test di impatto sociale e ambientale], è di per sé inidoneo a indurre in errore il pubblico sulla natura, sulla qualità o sulla provenienza dei servizi ai sensi dell’art. 7, par. 1, lett. g), RMUE. Il suo utilizzo da parte del licenziatario va valutato alla luce delle modalità complessive con cui le informazioni sono presentate al consumatore ed è privo di decettività quando un’avvertenza chiarisce che si tratta di un marchio concesso in licenza da un ente privato, che questo non è un organismo di valutazione della conformità o di normazione e che i suoi criteri non sono ratificati da istituzioni pubbliche.
Il divieto di utilizzare marchi di sostenibilità che non sono basati su un sistema di certificazione o non sono stabiliti da autorità pubbliche, introdotto dalla direttiva (UE) 2024/825, si applica a decorrere dal 27 settembre 2026 e non rileva per le condotte anteriori.
Nel procedimento di inibitoria collettiva ex art. 840-sexiesdecies c.p.c. è ammissibile l’intervento adesivo dipendente ex art. 105, comma 2, c.p.c., perché la norma, diversamente dall’art. 840-bis, comma 5, c.p.c., non pone alcun divieto al riguardo. L’interesse concreto e attuale a intervenire spetta al titolare dei marchi concessi in licenza al resistente quando il ricorrente ne contesti l’ingannevolezza.
Il «consumatore medio», parametro della disciplina delle pratiche commerciali sleali, è una persona normalmente informata e ragionevolmente attenta e avveduta e costituisce un criterio oggettivo, che prescinde dalle conoscenze concrete dell’interessato e al quale non sono riconducibili né il consumatore meno avveduto né quello più avveduto. La nozione consente di tenere conto dell’influenza delle distorsioni cognitive, purché sia dimostrato che, nelle specifiche circostanze concrete, esse possono falsare in misura rilevante il comportamento di una persona normalmente informata e ragionevolmente attenta e avveduta; il mero rischio di insorgenza di una distorsione cognitiva è insufficiente.
La facoltà di limitazione giudiziale delle rivendicazioni prevista dall’art. 79, comma 3, c.p.i. presuppone una domanda, principale o riconvenzionale, di accertamento della nullità del brevetto destinata a sfociare in una decisione di invalidità, totale o parziale, con efficacia di giudicato, come conferma l’art. 76, comma 2, c.p.i. Essa è pertanto inammissibile nel giudizio di contraffazione in cui la nullità del titolo sia dedotta soltanto in via di eccezione e conosciuta incidenter tantum, ferma la facoltà del titolare di chiedere, anche in corso di causa, la limitazione in via amministrativa ai sensi dell’art. 79, commi 1, 2, 3-bis e 4, c.p.i.
La facoltà di riformulare le rivendicazioni in ogni stato e grado del giudizio, che consente al titolare di incidere unilateralmente sulla durata del processo con una latitudine eccezionale, si giustifica, anche in coerenza con il principio di ragionevole durata ex art. 111 Cost., come mezzo di reazione alla domanda di nullità, diretto a impedire che l’effetto distruttivo dell’invalidità si propaghi oltre quanto strettamente necessario in base ai motivi dedotti. Al pari della conversione del brevetto nullo ex art. 76, comma 3, c.p.i., essa esprime il favore legislativo per la conservazione del titolo e resta quindi estranea al giudizio di contraffazione, che si conclude con un accertamento sull’uso illecito dell’invenzione privo di effetti demolitori del titolo.
L’art. 138, comma 3, CBE, nel riferirsi alle procedure “concernenti la validità” del brevetto europeo, coincide sul punto con l’art. 79, comma 3, c.p.i., perché si colloca in una cornice normativa che detta regole uniformi per le azioni dirette a ottenere, davanti alle autorità nazionali giudiziali o amministrative, una dichiarazione di nullità del brevetto.
L’accoglimento in corso di causa dell’istanza di limitazione amministrativa del brevetto costituisce un fatto nuovo che, se interviene a istruttoria chiusa, può essere allegato e provato anche dopo la scadenza dei termini per l’attività assertiva e per la produzione documentale, purché prima della rimessione della causa in decisione ed entro l’udienza di precisazione delle conclusioni. È tardiva l’allegazione delle rivendicazioni riformulate in via amministrativa compiuta soltanto con la comparsa conclusionale, con conseguente inammissibilità della richiesta di rimessione in istruttoria per un supplemento di consulenza tecnica sulle nuove rivendicazioni.
Le parti possono liberamente derogare alla disciplina dell’art. 1186 c.c., stabilendo presupposti diversi o ulteriori al cui ricorrere il creditore può esigere immediatamente l’intera prestazione [piano di rientro concesso da un consorzio alla consorziata per contributi non versati, con decadenza dal beneficio del termine in caso di ritardato o omesso pagamento anche di una sola rata o di una sola fattura successiva]. La clausola è efficace quando dallo scambio di corrispondenza tra le parti risulta l’accettazione, da parte del debitore, del piano di rientro nelle condizioni proposte dal creditore.
Il creditore che, facendo valere la decadenza del debitore dal beneficio del termine, chiede gli interessi sulle somme che il debitore ha versato secondo le scadenze del piano di rientro deve specificare le somme su cui ha applicato il tasso, la decorrenza degli interessi e i criteri di imputazione dei pagamenti seguiti nei propri conteggi. In difetto di tali indicazioni il credito per interessi resta incerto e la relativa domanda va rigettata.
Nell’azione di responsabilità promossa dal socio di s.r.l. ai sensi dell’art. 2476 c.c., l’accertamento di una gestione del tutto inadeguata, non professionale e non conforme ai doveri imposti all’amministratore, anche se ammessa dallo stesso convenuto, è insufficiente a fondare la condanna risarcitoria in mancanza della prova di un danno immediato e diretto al patrimonio sociale quale conseguenza delle condotte addebitate, prova che grava sull’attore.
L’inadempimento dell’amministratore all’obbligo di consentire al socio non amministratore la consultazione dei libri e dei documenti sociali ex art. 2476, comma 2, c.c., anche quando sia accompagnato da un atteggiamento dilatorio, è irrilevante ai fini dell’azione sociale di responsabilità se da esso non deriva alcuna specifica conseguenza dannosa per il patrimonio della società.
Le violazioni delle norme sulla redazione del bilancio, pur incidendo sulla trasparenza e sulla correttezza della rappresentazione della situazione patrimoniale, economica e finanziaria della società, producono di per sé un effetto negativo soltanto indiretto, sicché sono inidonee a integrare il pregiudizio diretto e immediato al patrimonio sociale che l’azione di responsabilità presuppone. Questa è fondata quando la condotta dell’amministratore ha causato una perdita di valore del patrimonio o un indebitamento ingiustificato.
I debiti tributari sono a carico della società, e l’amministratore ne risponde a titolo di danno solo se, violando i doveri inerenti al suo mandato e pur disponendo di adeguate risorse sociali, omette di pagare le imposte esponendo la società a sanzioni e interessi. Allo stesso modo l’indebitamento della società, di cui non sia allegata l’origine in specifiche scelte gestorie irragionevoli o incaute, va ricondotto al rischio d’impresa, e le voci attive del bilancio non possono costituire componenti del danno in assenza dell’allegazione di una loro sottrazione da parte dell’amministratore.
Quando l’amministratore abbia consentito l’impiego di risorse sociali per spese personali dei soci dandone conto in contabilità come credito della società verso i soci, senza occultare le relative uscite, il danno al patrimonio sociale imputabile all’amministratore si configura solo in caso di irrecuperabilità del credito, che l’attore ha l’onere di allegare e dimostrare.
L’azione sociale di responsabilità contro gli amministratori di società di capitali ha natura contrattuale, sicché l’attore deve provare la sussistenza delle violazioni contestate, il danno e il nesso di causalità tra queste e il danno, mentre il convenuto deve dimostrare la non imputabilità del fatto dannoso fornendo la prova positiva dell’osservanza dei doveri e dell’adempimento degli obblighi imposti.
La tutela dei segreti commerciali prevista dall’art. 99 c.p.i. spetta al legittimo detentore delle informazioni, anche se non ne è proprietario. [L’agente di assicurazione] è pertanto legittimato a chiedere le misure cautelari di cui agli artt. 129-131 c.p.i. quando provi la legittimità della detenzione delle informazioni sul portafoglio clienti in virtù del contratto di mandato con [la compagnia] che gli affida la gestione delle polizze.
Un elenco di clienti che contiene, oltre ai nominativi, i dati identificativi e i recapiti, il tipo di polizza in corso, le scadenze e i premi corrisposti costituisce un complesso di informazioni dotato di valore economico, perché nella sua completezza attribuisce al concorrente un effettivo e concreto vantaggio competitivo. Nella sede cautelare, ai fini dei requisiti dell’art. 98 c.p.i., può ritenersi sufficiente la ricognizione delle misure di sicurezza normalmente adottate [dalla compagnia mandante nei rapporti con le agenzie], salvo ogni approfondimento nel giudizio di merito.
Il numero delle disdette e dei mancati rinnovi registrati [dall’agenzia] e il contestuale passaggio dei clienti all’impresa concorrente, insieme alle modalità con cui le disdette sono state comunicate, costituiscono, in mancanza di elementi di segno diverso, indice sintomatico dello sfruttamento delle informazioni riservate sul portafoglio clienti da parte di chi non ne ha la legittima detenzione né ne prova la legittima acquisizione aliunde.
Benché la clientela non appartenga all’imprenditore e la sua contesa rientri nel gioco della concorrenza, il passaggio massivo dei clienti all’impresa concorrente, quando è conseguenza di iniziative fondate sullo sfruttamento di informazioni sul portafoglio clienti dotate di valore commerciale e di cui il concorrente non ha la legittima disponibilità, è provocato con un mezzo contrario ai principi di correttezza professionale.
L’acquisizione e l’utilizzo da parte di un imprenditore concorrente, tramite ex dipendenti, di una banca dati commerciale organizzata contenente informazioni riservate integrano concorrenza sleale ai sensi dell’art. 2598, n. 3, c.c. anche in assenza di un patto di non concorrenza e anche se i dati non sono segreti in senso stretto, quando l’appropriazione riguarda un complesso informativo che eccede la normale capacità mnemonica individuale e che, pertanto, non può qualificarsi come know-how individuale dell’ex dipendente.
L’inibitoria cautelare ha ad oggetto l’acquisizione dei clienti mediante l’utilizzo delle informazioni riservate sottratte, e lascia fuori la mera acquisizione dei medesimi clienti con mezzi leciti. La penale assiste il comando per le acquisizioni successive al provvedimento, mentre le condotte anteriori possono fondare una responsabilità risarcitoria da accertare nel giudizio di merito.
Ai fini del sequestro conservativo chiesto dal curatore della liquidazione giudiziale, sussiste il fumus boni iuris della responsabilità ex art. 2476 c.c. dell’amministratore di s.r.l. [poi incorporata nella società assoggettata a liquidazione giudiziale] che abbia trasferito ingenti somme dal conto corrente della società amministrata a quello di altra società da lui pure amministrata senza alcuna giustificazione, in assenza di un contratto di cash pooling sottostante alle operazioni. Tali trasferimenti integrano distrazioni rilevanti ai fini della responsabilità gestoria.
Il periculum in mora che giustifica il sequestro conservativo nei confronti dell’amministratore va apprezzato sia sotto il profilo oggettivo, in ragione dell’incapienza del suo patrimonio rispetto all’entità del danno di cui la curatela chiede il risarcimento, sia sotto il profilo soggettivo, in ragione degli atti di alienazione dei propri beni compiuti dal resistente, anche in tempi recenti.
Sussiste il fumus della responsabilità dell’amministratore unico di s.r.l. per il danno derivante alla società dal mancato pagamento di imposte e contributi verificatosi durante la sua carica, comprensivo delle sanzioni e degli interessi addebitati alla società.
La responsabilità da fusione ex art. 2504-quater c.c. presuppone la prova del nesso causale tra l’operazione di fusione e la mancata soddisfazione dei creditori, e in difetto di elementi a sostegno di tale nesso il sequestro conservativo non può essere concesso a tale titolo.
L’istanza ex art. 669-decies c.p.c. volta a estendere il sequestro conservativo già autorizzato a ulteriori beni del resistente [depositata dopo l’udienza e non notificata alla controparte] dà luogo a una nuova decisione di natura cautelare, sicché non può essere accolta inaudita altera parte e richiede la previa regolare instaurazione del contraddittorio.
Ai fini del sequestro conservativo, sussiste il fumus boni iuris dell’azione di responsabilità ex art. 2486, commi 1 e 2, c.c. nei confronti dell’amministratore [unico di s.r.l. in liquidazione giudiziale] che abbia proseguito l’attività sociale nonostante il verificarsi della causa di scioglimento di cui all’art. 2484, comma 1, n. 3, c.c., qualora l’amministratore non dimostri di aver impiegato per spese della società le somme prelevate a proprio favore dalle casse sociali.
In mancanza di scritture contabili [successive all’ultimo bilancio depositato], il danno può essere quantificato in sede cautelare secondo il criterio della differenza tra passivo accertato e attivo realizzato di cui all’art. 2486, comma 3, c.c., tenendo conto del presumibile ricavato dei beni posti in vendita in sede esecutiva.
Sussiste il periculum in mora quando il patrimonio del debitore consista, rispetto al credito risarcitorio azionato, di un solo immobile gravato da ipoteca volontaria e il debitore non abbia replicato alla dedotta alienazione di altro immobile [in comproprietà] successiva all’apertura della liquidazione giudiziale.
Ove il patrimonio del debitore sia di per sé limitato rispetto all’entità del credito, il rischio della perdita della garanzia è di maggiore portata, perché i beni esistenti prefigurano al creditore perdite superiori alla pretesa maturata e l’attività distrattiva risulta facilitata.
Il requisito del periculum in mora, necessario per l’autorizzazione e la successiva convalida del sequestro conservativo, può essere desunto sia da elementi oggettivi, concernenti la capacità patrimoniale del debitore in rapporto all’entità del credito, sia da elementi soggettivi, rappresentati dal comportamento del debitore che lasci presumere che, al fine di sottrarsi all’adempimento, egli si accinga a porre in essere atti dispositivi idonei a provocare il depauperamento del suo patrimonio.
Costituisce elemento oggettivo per valutare il pericolo nel ritardo il rapporto di proporzione, quantitativo e qualitativo, tra il patrimonio del debitore e il presunto ammontare del credito da tutelare. Nella valutazione di tale rapporto occorre che l’idoneità del patrimonio del debitore a garantire il credito permanga fino al momento in cui potrebbero realizzarsi le condizioni per il soddisfacimento del credito, essendo insufficiente che essa sussista quando la misura cautelare è richiesta.
Nell’associazione in partecipazione il rendiconto, dovuto ad affare compiuto o annualmente se la gestione si protrae per più di un anno ai sensi dell’art. 2552 c.c., è lo strumento con cui l’associato verifica in modo tempestivo e continuativo le modalità di gestione dell’affare e la loro adeguatezza ai criteri di buona amministrazione e di buona fede. Esso deve contenere l’indicazione dei fatti storici dell’attività svolta che hanno prodotto entrate e uscite di denaro, con il relativo saldo, ed essere redatto nelle forme del bilancio civilistico con applicazione del principio di cassa.
L’associante è tenuto a rendere il conto anche quando gli affari oggetto del contratto abbiano subito ritardi nella realizzazione, perché il rendiconto serve a porre l’associato, che ha già eseguito l’apporto, nelle condizioni di valutare i propri interessi. Il dovere di esecuzione del contratto secondo buona fede impone inoltre all’associante di portare a compimento l’affare entro il termine ragionevolmente necessario, anche in mancanza di un termine pattizio.
L’associazione in partecipazione è un contratto a prestazioni corrispettive di natura aleatoria, nel quale il sinallagma intercorre tra l’apporto, prestazione certa, e la partecipazione agli utili, prestazione incerta. L’omessa predisposizione del rendiconto e la mancata distribuzione degli utili protratte per un lungo periodo, quali inadempimenti degli obblighi principali dell’associante valutati alla stregua della buona fede, integrano il requisito della gravità richiesto dall’art. 1455 c.c. per la risoluzione del contratto.
L’associazione in partecipazione crea un singolo scambio tra l’apporto e la partecipazione agli utili ed è estranea ai contratti a esecuzione continuata; la sua risoluzione produce quindi, oltre all’effetto liberatorio per le prestazioni ancora da eseguire, l’effetto restitutorio per quelle già eseguite, con obbligo dell’associante di restituire l’apporto ricevuto. In difetto di allegazione della malafede dell’associante, gli interessi sulla somma da restituire decorrono dalla domanda giudiziale.
Il credito dell’associato alla restituzione dell’apporto è estraneo alle transazioni commerciali di cui all’art. 2 d.lgs. 231/2002, perché trova titolo in un contratto che non comporta la consegna di merci o la prestazione di servizi contro il pagamento di un prezzo; su di esso non sono pertanto dovuti gli interessi moratori previsti da tale decreto.
La clausola che prevede la risoluzione del contratto per l’inadempimento di qualsiasi obbligazione contrattuale o di legge è una clausola di stile, inidonea a produrre la risoluzione di diritto ai sensi dell’art. 1456 c.c.; la domanda dell’associato va allora valutata secondo i principi della risoluzione giudiziale per inadempimento, e la domanda di risoluzione si intende implicitamente proposta con quella di restituzione dell’apporto, che ne costituisce il presupposto.
Il creditore che agisce per la risoluzione o per l’adempimento del contratto può limitarsi a provare la fonte negoziale o legale del proprio diritto e, se previsto, il termine di scadenza, e ad allegare l’inadempimento della controparte, spettando al debitore convenuto la prova del fatto estintivo, modificativo o impeditivo del diritto.
La clausola statutaria [di s.p.a.] che subordina alla preventiva autorizzazione dell’assemblea ordinaria l’acquisto e la vendita di beni immobili non preclude agli amministratori lo svolgimento di indagini di mercato, la raccolta delle manifestazioni di interesse e la conduzione delle trattative, attività funzionali a consentire ai soci di esprimersi sulla soluzione preferibile nell’interesse della società. La riserva è rispettata quando l’autorizzazione assembleare interviene, anche a trattative avanzate, prima della conclusione del contratto; l’eventuale mancata autorizzazione a monte delle trattative potrebbe rilevare, al più, sul piano della responsabilità degli amministratori per avere assunto iniziative in materia loro preclusa, senza incidere sulla validità della delibera di autorizzazione.
Il diritto dei soci a un voto informato sulla delibera di autorizzazione alla vendita di un immobile sociale è soddisfatto quando l’organo amministrativo abbia messo a loro disposizione le offerte di acquisto ricevute, le relative condizioni economiche, le perizie di stima e le ragioni per le quali indica come preferibile una determinata proposta.
Il sindacato giudiziale sulla delibera assembleare è di legittimità e riguarda la conformità alla legge e allo statuto; la convenienza dell’operazione autorizzata attiene al merito delle scelte dei soci. La scelta di cedere un immobile sociale, assunta sulla base di adeguate informazioni, di stime sul valore del bene e di ponderate valutazioni, è insindacabile quando non risulti irrazionale, e la sua approvazione con il voto della maggioranza non integra un conflitto di interessi con la società.
La delibera assembleare che autorizza gli amministratori al compimento di un’operazione non esclude la loro responsabilità per eventuali atti di mala gestio pregiudizievoli per il patrimonio sociale compiuti nel corso delle trattative.
Gli amministratori e i soci di maggioranza non hanno alcun obbligo di astenersi dal compiere operazioni sociali in attesa della definizione di un giudizio sulla titolarità di un pacchetto azionario dal quale potrebbe derivare un avvicendamento nella maggioranza. La delibera che autorizza un’operazione non irragionevole e non dannosa per il patrimonio sociale, rispondente a un preciso interesse della società, non può ritenersi abusiva.
Ai sensi dell’art. 2378, comma 2, c.c. il socio deve essere legittimato a impugnare la delibera assembleare sia al momento della proposizione della domanda sia al momento della decisione; il socio che in corso di causa abbia ceduto le proprie azioni perde la legittimazione all’impugnazione, e va dichiarata la sopravvenuta carenza di legittimazione attiva.
Il socio di s.r.l. è titolare ex lege di un diritto soggettivo a svolgere l’ispezione delle scritture contabili e dei documenti amministrativi della società partecipata, diritto che integra il contratto di società e al quale corrisponde specularmente l’obbligo della società di consentire tale attività. La società deve adempiere tale obbligo con la diligenza professionale di cui all’art. 1176, comma 2, c.c., richiesta dalla natura societaria del diritto di controllo del socio e coincidente con la diligenza dovuta dall’amministratore, per il cui tramite la società adempie gli obblighi derivanti dal rapporto sociale (artt. 2476, comma 1, e 2392, comma 1, c.c.).
Il diritto del socio di s.r.l. ex art. 2476, comma 2, c.c. ha per contenuto l’informazione sullo svolgimento degli affari sociali, la consultazione dei libri sociali e dei documenti amministrativi dove essi si trovano, e dunque lo svolgimento di attività ispettiva, e, all’esito di tale attività, l’estrazione a sue spese di copia dei documenti che ritenga utili e rilevanti. Il diritto d’ispezione va esercitato nei limiti della buona fede, superati i quali trasmoda nell’abuso.
Il diritto del socio di s.r.l. si attua mediante lo svolgimento dell’attività ispettiva, a prescindere dalla quale il socio non può pretendere l’invio di documentazione a semplice richiesta. La società può tuttavia, riconoscendo con ciò la legittimità della richiesta, inviare al socio copia dei documenti richiesti, così facendo venir meno il suo interesse all’ispezione.
Nel procedimento d’urgenza promosso dal socio di s.r.l. per l’accesso alla documentazione sociale, il periculum in mora sussiste perché l’inadempimento della società determina specularmente la permanente e attuale compressione del diritto del socio all’informazione previsto dall’art. 2476, comma 2, c.c.
L’ordine cautelare di consentire al socio la consultazione della documentazione sociale può essere accompagnato dalla fissazione di una somma dovuta per ogni giorno di ritardo ai sensi dell’art. 614-bis c.p.c. quando la società abbia resistito ingiustificatamente alle legittime richieste del socio.
Qualora il cedente di quote [di s.r.l. titolare di un’azienda alberghiera] abbia garantito la conformità dell’immobile aziendale alla normativa edilizia, urbanistica e di sicurezza, e il contratto preveda la decadenza del cessionario che non denunci la violazione entro un termine decorrente dalla sua scoperta, il termine per la denuncia di un vizio occulto, non riconoscibile da un occhio non tecnico in assenza di apposite verifiche e ispezioni, decorre dal momento in cui il cessionario ne abbia acquisito conoscenza certa [all’esito di una perizia tecnica]. Spetta al cedente provare che la situazione garantita sussisteva alla data della cessione, e a tal fine è irrilevante una certificazione amministrativa anteriore di oltre un anno, che non esclude la modifica medio tempore dello stato dei luoghi.
È tardiva, e comporta la decadenza dal diritto all’indennizzo pattuito, la denuncia della violazione della garanzia che riguardi un vizio o una carenza facilmente riscontrabile anche da un non tecnico sin dalla presa di possesso dell’azienda della società ceduta [mancanza dei certificati di collaudo e di omologazione delle porte tagliafuoco; numero di servizi accessibili alle persone con disabilità inferiore al minimo di legge], tanto più quando il cessionario sia un operatore professionale del settore e la documentazione mancante non figurasse tra quella consegnata dal cedente al momento della conclusione del preliminare; in tal caso il termine contrattuale di decadenza decorre dalla presa di possesso.
La clausola con cui il cedente di quote [di società alberghiera] si obbliga a depositare a propria cura e spese presso lo sportello unico comunale la documentazione necessaria per ottenere l’aumento della capacità ricettiva della struttura, indicando le modalità di trasformazione degli spazi, pone a suo carico i soli adempimenti amministrativi e il pagamento dei relativi oneri comunali e compensi professionali, restando esclusi tanto la realizzazione materiale delle nuove camere quanto una garanzia implicita del raggiungimento del numero di camere indicato. A conferma di tale interpretazione può valorizzarsi il comportamento del cessionario successivo alla conclusione del contratto [che, nel chiedere l’adempimento, abbia fatto riferimento ai soli obblighi di deposito e di pagamento].
Qualora, a fronte dell’eccezione dell’opposto secondo cui le parti hanno concordemente escluso con successiva scrittura il conguaglio del prezzo di cessione delle quote, l’opponente nulla deduca o contesti nei successivi atti difensivi, la circostanza deve ritenersi non contestata ai sensi dell’art. 115 c.p.c.
L’accoglimento parziale dell’eccezione di compensazione con un controcredito risarcitorio comporta la revoca del decreto ingiuntivo opposto, ancorché emesso per un credito non contestato, e la condanna dell’opponente al pagamento del minore importo residuo.
Qualora l’amministratore unico di s.r.l., revocato senza giusta causa e senza preavviso, assuma senza soluzione di continuità la carica di componente del consiglio di amministrazione [privo di deleghe e con compenso inferiore], l’indennità per il mancato preavviso spetta comunque e va determinata in via equitativa tenendo conto del compenso del nuovo incarico; la nomina nel nuovo organo gestorio conferma inoltre l’assenza di una giusta causa di revoca, situazione incompatibile con il conferimento di una carica amministrativa.
Le ragioni che integrano la giusta causa di revoca dell’amministratore ai sensi dell’art. 2383, comma 3, c.c. devono essere specificamente enunciate nella delibera, senza possibilità di dedurne di ulteriori in sede giudiziale, e la società ha l’onere di provarne la sussistenza, trattandosi di fatto costitutivo della facoltà di recedere senza conseguenze risarcitorie; la revoca è pertanto priva di giusta causa quando il verbale assembleare non contiene alcuna specifica contestazione all’amministratore [e le critiche dei soci alla sua relazione sono state trattate in un diverso punto all’ordine del giorno].
La revoca dell’amministratore di s.r.l. può essere disposta in ogni tempo dall’assemblea, anche in assenza di giusta causa; essendo il rapporto di amministrazione riconducibile, quale species a sé stante, al genus del mandato, l’amministratore revocato ante tempus senza giusta causa ha diritto al risarcimento del danno in applicazione del principio posto dall’art. 1725 c.c., salvo espressa pattuizione statutaria o convenzionale contraria. Il danno corrisponde ai compensi che l’amministratore avrebbe percepito nel periodo di preavviso non concesso, necessario per organizzare i nuovi impegni lavorativi e ricercare un incarico equivalente.
Il trattamento di fine mandato, quando riconosciuto all’amministratore, costituisce una componente differita del compenso, accantonata e capitalizzata per ogni anno e versata al termine dell’incarico; esso va calcolato secondo quanto stabilito nella delibera o nello statuto [che può escluderne la rivalutazione].
La compensazione giudiziale richiede che il controcredito, se non liquido, sia di pronta e facile liquidazione (art. 1243, comma 2, c.c.); il requisito della liquidità manca sia quando il credito è incerto nell’ammontare sia quando ne è contestata l’esistenza, perché accanto alla liquidità sostanziale in base al titolo rileva una liquidità processuale stabilizzata, che difetta se il creditore principale contesta non pretestuosamente, nell’an e nel quantum, il titolo del controcredito. Va pertanto respinta l’eccezione con cui la società oppone in compensazione al credito dell’amministratore revocato un credito risarcitorio per mala gestio seriamente contestato, il cui accertamento richiede un’indagine non sollecita su condotte, conseguenze economiche e nesso causale.
La perdita d’esercizio, quale risultato complessivo della gestione, non esprime di per sé il danno derivante da specifiche condotte di mala gestio dell’amministratore; l’omessa svalutazione di un credito in bilancio è fonte di danno pari al valore del credito soltanto nella misura in cui si contesti la mancata attuazione di misure di recupero ancora possibili.
La domanda di pagamento dell’indennità per mancato preavviso, già proposta con il ricorso per decreto ingiuntivo e non accolta in sede monitoria per difetto di liquidità del credito, può essere riproposta dal creditore opposto nel giudizio di opposizione senza costituire domanda nuova.
La tempestiva costituzione del convenuto opposto sana i vizi della vocatio in ius dell’atto di citazione in opposizione privo degli avvertimenti di rito [e in particolare di quello relativo alla facoltà di chiedere l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, ove l’opposto non deduca di averne i presupposti].