Gli amministratori che, dopo la perdita integrale del capitale sociale, inducono il terzo contraente, mediante false rassicurazioni sulla situazione economico-finanziaria della società, a stipulare un patto modificativo del contratto e a eseguire un ulteriore pagamento rispondono direttamente verso di lui ai sensi degli artt. 2395 e 2486, comma 2, c.c., perché l’operazione presuppone la prosecuzione dell’esecuzione di un impegno al quale la società non è più in grado di far fronte, estranea alla gestione meramente conservativa del patrimonio, e la condotta lede la libertà di autodeterminazione negoziale del terzo; il danno risarcibile corrisponde al pagamento così ottenuto.
In difetto di specifiche condotte degli amministratori lesive della libertà di autodeterminazione negoziale, la scelta del terzo di contrarre con una società in stato di pre-crisi è imputabile, secondo il principio di autoresponsabilità, alla sua libera determinazione, e i successivi inadempimenti della società costituiscono concretizzazione del rischio di credito, inidonea a fondare la responsabilità degli amministratori ai sensi dell’art. 2395 c.c.
Rientra nell’ambito dell’art. 2395 c.c. la condotta degli amministratori lesiva della libertà di autodeterminazione negoziale dei terzi che contrattano con la società, quale la propalazione di informazioni false, incomplete o comunque decettive sulla situazione economico-patrimoniale della società, in base alle quali il socio o il terzo assumano scelte di investimento o disinvestimento relative alla società, ovvero l’induzione, mediante false informazioni, di una banca a concedere credito alla società o di un fornitore a contrarre con essa.
L’art. 2486, comma 2, c.c. disciplina la responsabilità degli amministratori per i danni cagionati, tra gli altri, ai terzi con atti compiuti, dopo il verificarsi di una causa di scioglimento, in violazione dell’obbligo di gestire la società ai soli fini della conservazione dell’integrità e del valore del patrimonio sociale; la norma declina la responsabilità generale prevista dagli artt. 2392 ss. c.c. e ha portata innovativa, perché consente di configurare una responsabilità per condotte che nella proiezione ordinaria dell’attività d’impresa potrebbero ritenersi lecite. La responsabilità per illecita prosecuzione dell’attività richiede la prova che la condotta gestoria successiva allo scioglimento di fatto, orientata al proseguimento dell’attività tipica con assunzione di nuovo rischio d’impresa, sia stata fonte di danno ingiusto, restando insufficiente la mera allegazione di un aggravamento della perdita patrimoniale; per la responsabilità verso il terzo per danno diretto occorre inoltre un quid pluris rispetto alla lesione dell’integrità del patrimonio sociale.
Il terzo conserva la legittimazione all’azione di responsabilità per danno diretto anche dopo il fallimento o la liquidazione giudiziale della società, perché l’art. 2394-bis c.c. e l’art. 255 CCII attribuiscono al curatore l’azione sociale, l’azione dei creditori sociali e le sole altre azioni di responsabilità conferitegli da specifiche disposizioni di legge, mentre l’azione per danno diretto è un’azione individuale, estranea alle azioni della massa.
L’utilizzatore in leasing finanziario, legittimato a far valere nei confronti del fornitore la pretesa all’adempimento e al risarcimento del danno in ragione del collegamento negoziale tra contratto di leasing e contratto di fornitura, è legittimato anche all’azione di responsabilità per danno diretto contro gli amministratori della società fornitrice [qualora abbia individuato il contraente e sopportato il costo economico dell’operazione].
Il bilancio rappresenta valori effettivi, anziché ipotetici o potenziali, e deve tendere al vero; in forza dei principi di veridicità e di competenza (artt. 2423, comma 2, e 2423-bis, comma 1, n. 4, c.c.) è pertanto illegittimo rappresentare un patrimonio netto positivo computando la rinuncia dei soci ai crediti per finanziamenti che sia intervenuta soltanto nell’esercizio successivo. I fatti accaduti dopo la chiusura dell’esercizio e prima della redazione del progetto di bilancio vanno illustrati nella nota integrativa e non incidono sui valori di bilancio, che fotografa la situazione contabile alla data di chiusura.
Nell’assicurazione della responsabilità civile con clausola claims made, che deroga al modello legale senza fuoriuscire dal tipo, il sinistro coincide con la richiesta risarcitoria del terzo danneggiato, cioè con qualunque atto, anche stragiudiziale, con cui questi manifesta la volontà di esercitare il diritto al risarcimento nei confronti del danneggiante; tra gli atti del procedimento penale può assumere tale rilievo la costituzione di parte civile, mentre resta irrilevante l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, atto che proviene dall’autorità inquirente. Il termine biennale di prescrizione del diritto dell’assicurato all’indennizzo decorre dalla prima richiesta risarcitoria (art. 2952, commi 2 e 3, c.c.) ed è sospeso dalla comunicazione all’assicuratore dell’intimazione di pagamento o dell’esercizio dell’azione, fino a quando il credito del danneggiato diviene certo, liquido ed esigibile (art. 2952, comma 4, c.c.).
Qualora l’assicurato sia condebitore solidale verso il terzo danneggiato, l’assicuratore della responsabilità civile è tenuto a coprire l’intero debito entro il massimale, salvo che il contratto preveda espressamente la limitazione della copertura alla quota di responsabilità dell’assicurato.
L’interesse ad agire di cui all’art. 100 c.p.c. si identifica nell’esigenza di ottenere un risultato utile, giuridicamente apprezzabile e non conseguibile senza l’intervento del giudice; tale condizione dell’azione, di natura dinamica, deve essere concreta e attuale al momento della decisione e può anche sopravvenire nel corso del giudizio. Conserva pertanto l’interesse ad agire per l’annullamento di delibere assembleari il socio che abbia votato contro la proposta di revocarle, formulata in un’assemblea successiva, qualora la proposta non sia stata approvata e le delibere impugnate restino efficaci. Il voto contrario alla revoca rileva invece ai fini della regolazione delle spese, giustificando la compensazione di quelle maturate successivamente, che il socio avrebbe potuto evitare.
Qualora il quorum costitutivo sia pari alla metà del capitale sociale e il quorum deliberativo alla maggioranza assoluta degli intervenuti [ai sensi dell’art. 2479 c.c. e dell’atto costitutivo], la delibera adottata, alla presenza di tutti i soci, con il solo voto favorevole del socio titolare del 50% del capitale, a fronte del voto contrario dell’altro socio paritetico, è invalida per mancato raggiungimento del quorum deliberativo, pur essendo stato raggiunto il quorum costitutivo.
Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, l’adesione dell’opposto all’eccezione di incompetenza per clausola compromissoria tempestivamente sollevata dall’opponente comporta, in applicazione dell’art. 38, comma 2, c.p.c., richiamabile anche alla luce dell’art. 819 ter c.p.c., l’esclusione di ogni potere del giudice adito di decidere sulla competenza e di pronunciare sulle spese della fase svoltasi davanti a lui. L’adesione dà luogo a una concorde prosecuzione del giudizio davanti agli arbitri, i quali applicano il criterio della soccombenza anche alla fase svoltasi davanti al Tribunale, in una valutazione complessiva delle spese.
Il provvedimento con cui il giudice dell’opposizione prende atto dell’adesione dell’opposto all’eccezione di clausola compromissoria deve contenere l’espressa revoca del decreto ingiuntivo per incompetenza del giudice ordinario, perché soltanto un provvedimento espresso, e non implicito, impedisce al decreto di produrre gli effetti provvisori di cui è capace in pendenza dell’opposizione.
Il ricorso per decreto ingiuntivo proposto in presenza di clausola compromissoria è legittimo; le parti possono rinunciare ad avvalersi della clausola anche per comportamento concludente, rimettendosi alla decisione del giudice ordinario, dato che l’eccezione di patto compromissorio non è rilevabile d’ufficio.
Legittimato all’azione sociale di responsabilità ex art. 2476, commi 1, 3 e 8, c.c. è il socio di s.r.l. La legittimazione ad agire è condizione dell’azione e deve sussistere per tutta la durata del processo, sicché la perdita della qualità di socio in corso di giudizio [per effetto del trasferimento della quota conseguente all’attivazione della clausola statutaria sullo stallo societario c.d. russian roulette] comporta la sopravvenuta carenza di legittimazione attiva.
Nel giudizio di annullamento delle deliberazioni assembleari, sia in fase cautelare sia in fase di merito, legittimata passiva è la sola società. È ammissibile soltanto l’intervento volontario del socio o dell’amministratore adesivo alla posizione della società e diretto a far salvi gli effetti della delibera impugnata, con il quale l’interveniente introduce un interesse ad adiuvandum rispetto a quello della società, unica titolare di un’autonoma posizione di diritto soggettivo. È invece inammissibile l’intervento autonomo del socio o dell’amministratore diretto a far valere una posizione autonoma e antitetica rispetto a quella della società, alla quale soltanto è imputata la volontà espressa dai soci e che sola è legittimata a far valere l’interesse a mantenere l’efficacia delle proprie delibere.
Va qualificato come autonomo ex art. 105, comma 1, c.p.c., e quindi è inammissibile, l’intervento del socio o dell’amministratore che chieda il rigetto del ricorso cautelare e il mantenimento dell’efficacia delle delibere impugnate quando la società [costituita a mezzo del curatore speciale] abbia concluso per la sospensione; ne consegue l’inammissibilità del reclamo proposto dall’interveniente per motivi di merito. Anche qualificato come adesivo, l’intervento non consentirebbe il reclamo, precluso all’interventore adesivo dall’acquiescenza della parte principale al provvedimento.
Il reclamo dell’interveniente è ammissibile quanto alla condanna alle spese pronunciata nei suoi confronti, trattandosi di statuizione che incide direttamente e soltanto sulla sua posizione soggettiva. L’amministratore interveniente che abbia aderito all’eccezione di incompetenza territoriale al fine del rigetto del ricorso assume, per effetto del rigetto anche implicito dell’eccezione, la veste di parte soccombente; la condanna alle spese prescinde dall’attività difensiva svolta dalla parte vittoriosa, che può incidere solo sul quantum.
Le quote delle società di capitali sono beni distinti da quelli compresi nel patrimonio sociale, sicché oggetto immediato della cessione è la partecipazione, che si estende alla consistenza o al valore del patrimonio solo per effetto di specifiche pattuizioni. La disciplina dell’art. 1497 c.c. si applica ai vizi attinenti ai beni del patrimonio sociale solo in presenza di specifiche garanzie contrattuali (riferite, ad esempio, alla consistenza del patrimonio sociale o a particolari caratteristiche dei beni che vi sono compresi), perché il difetto di qualità va riferito ai diritti e agli obblighi che la partecipazione in concreto attribuisce. In mancanza di tali garanzie, le carenze o i vizi relativi ai beni sociali [quale la perdita di un contributo pubblico] non giustificano la risoluzione del contratto.
I vizi attinenti al patrimonio sociale che, in difetto di specifiche garanzie, non consentono al cessionario di agire per la risoluzione della cessione di partecipazioni sono irrilevanti anche in via di eccezione e non valgono a paralizzare la domanda del cedente di risoluzione per inadempimento dell’obbligazione di pagamento del prezzo.
Quando alla stipula del preliminare segue la conclusione del definitivo, quest’ultimo costituisce l’unica fonte dei diritti e delle obbligazioni delle parti e si presume l’unica regolamentazione del rapporto da esse voluta; le condizioni e i riferimenti [a un contributo pubblico a favore della società] contenuti nel preliminare e non riprodotti nel definitivo [di cessione delle quote] restano superati.
Il mancato pagamento di una parte considerevole del prezzo di cessione delle quote costituisce grave inadempimento, che giustifica la risoluzione del contratto ai sensi dell’art. 1453 c.c.; alla risoluzione consegue, ai sensi dell’art. 1458 c.c., la restituzione delle quote al cedente e della parte di prezzo da lui percepita.
La clausola del contratto di cessione, sottoscritto dal cedente, che dà atto dell’anticipato versamento di una parte del corrispettivo indicandone l’importo e il titolo integra una quietanza, che non è soggetta a forme particolari e può essere contenuta in qualsiasi scrittura che attesti univocamente l’adempimento, purché provenga dal creditore che l’ha sottoscritta. La quietanza ha efficacia di confessione stragiudiziale ai sensi degli artt. 2733 e 2735 c.c. e può essere impugnata solo dimostrando, a norma dell’art. 2732 c.c., che è stata determinata da errore di fatto o da violenza; la prova della sua non veridicità è insufficiente.
L’accordo collaterale con il quale una società terza si impegna ad assumere il cedente come ulteriore componente del corrispettivo della cessione delle quote conferma la quietanza del prezzo contenuta nell’atto di cessione e ne esclude la natura simulata, perché si aggiunge al prezzo ivi indicato.
La domanda di restituzione delle quote, proposta con la prima memoria ai sensi dell’art. 183, sesto comma, c.p.c. a corredo della domanda di risoluzione del contratto di cessione, è domanda complanare e quindi tempestiva. Configura invece domanda nuova, tardivamente proposta, l’aumento in quella sede del danno richiesto ben oltre l’importo indicato in citazione.
La società non è legittimata a proporre, ai sensi degli artt. 2393 e 2393-bis c.c., una domanda di risarcimento nei confronti del suo ex amministratore in favore dei propri soci.
L’omessa indicazione in bilancio di debiti tributari o verso fornitori integra l’inadempimento di obblighi formali relativi alle scritture contabili e non consente di imputare all’amministratore un danno pari al debito rimasto inadempiuto; l’eventuale pregiudizio, che non coincide con il tributo dovuto dalla società, discenderebbe da condotte gestorie diverse dall’erronea predisposizione del bilancio.
La società che non ha mai pagato i diritti su opere [cinematografiche] non ne è divenuta titolare e non subisce, per la loro mancata consegna da parte dell’ex amministratore, un pregiudizio pari al loro valore; la spesa sostenuta successivamente per acquistarli è il corrispettivo dell’acquisto di un bene, privo di natura risarcibile.
La tenuta delle scritture contabili è uno dei doveri gravanti sugli amministratori di società e il mancato rinvenimento di tali scritture da parte del curatore del fallimento giustifica l’allegazione dell’inadempimento di quel dovere da parte dell’amministratore (o liquidatore) convenuto nell’azione di responsabilità. Poiché la contabilità registra gli accadimenti economici che interessano l’attività dell’impresa senza determinarli, il deficit patrimoniale deriva da quegli accadimenti, e l’insolvenza o lo sbilancio patrimoniale della società non possono essere fatti discendere dalla mancata o scorretta registrazione in contabilità né dalla mancata consegna della contabilità al curatore.
L’impossibilità per il curatore di ricostruire con sufficiente certezza, a causa del mancato rinvenimento o dell’irregolare tenuta delle scritture contabili, le vicende che hanno condotto all’insolvenza può costituire essa stessa causa di danno, nella misura in cui comporti un maggiore onere nell’espletamento dei compiti del curatore e un aggravio dei costi della procedura destinato a incidere sull’attivo disponibile. Quando il curatore non specifica il pregiudizio derivato direttamente alla società o ai creditori sociali dall’irregolare tenuta della contabilità e dalla sua omessa consegna, non è configurabile una responsabilità risarcitoria, di cui il danno è elemento costitutivo.
Una prima perdita d’esercizio che non intacca il patrimonio netto, accompagnata da segnali di mancanza di redditività, richiede attenzione da parte degli amministratori senza imporre l’immediata messa in liquidazione della società, finché non sia venuto meno il presupposto della continuità aziendale. Non vi è ritardo nell’accertamento della causa di scioglimento quando l’amministratore, appena il bilancio evidenzia la perdita del capitale con patrimonio netto negativo, ne prende atto e convoca l’assemblea per la nomina del liquidatore.
Anche a ritenere tardiva l’adozione di misure idonee a fronteggiare i primi segnali di crisi, va esclusa la colpa degli amministratori che, dopo aver ridotto i costi, si sono attenuti all’indicazione del consulente della società di attendere prima di avviare la liquidazione.
La percezione dei compensi da parte degli amministratori può rilevare come pagamento preferenziale in lesione della par condicio creditorum solo se, al momento della percezione, essi avrebbero dovuto essere consapevoli che l’attivo sarebbe stato insufficiente a soddisfare i crediti privilegiati. Il curatore che lamenta il danno da pagamento preferenziale deve offrire elementi idonei a dimostrarlo e quantificarlo, quali lo stato passivo esecutivo e l’attivo disponibile per la distribuzione.
La concorrenza sleale presuppone imprese attive e in continuità, operanti anche solo potenzialmente nel medesimo mercato; viene meno la situazione di concorrenza quando la società che si assume danneggiata ha perso il capitale, versa in stato di scioglimento e sta cessando la propria attività.
Costituisce domanda nuova, tardiva e inammissibile, l’allegazione, introdotta dal curatore con la prima memoria ai sensi dell’art. 183, sesto comma, c.p.c., della responsabilità dei soci per non aver vigilato sull’operato del liquidatore né agito nei suoi confronti a tutela della società.
Non sussiste un rapporto di pregiudizialità tra il giudizio di responsabilità e il processo penale nei confronti del liquidatore quando la curatela ha trasferito l’azione civile in sede penale, con conseguente estinzione del rapporto processuale civile ai sensi dell’art. 75 c.p.p.
La citazione è nulla per vizio della editio actionis solo quando le sue lacune, per totale omissione o assoluta incertezza dell’oggetto della domanda o per mancanza assoluta dei fatti che definiscono la causa petendi, sono tali da compromettere il diritto di difesa del convenuto e il potere-dovere del giudice di pronunciare nel merito. Ricostruzioni giuridiche non corrette o una descrizione poco limpida del nesso di causalità tra condotta e pregiudizio attengono alla fondatezza della domanda.
Anche l’azione di simulazione, come azione di inefficacia, rientra, al pari della revocatoria, nel perimetro di applicazione dell’art. 2905, secondo comma, c.c. e consente al creditore di chiedere il sequestro conservativo dei beni oggetto dell’atto che assume simulato e pregiudizievole per le sue ragioni. Il creditore che sostiene che partecipazioni sociali sono fittiziamente o fiduciariamente intestate a terzi può quindi chiederne il sequestro conservativo ai sensi della medesima norma.
Il sequestro conservativo previsto dall’art. 2905, secondo comma, c.c. mira a evitare che, nelle more dell’accertamento dell’inefficacia dell’atto, i beni siano acquistati da un subacquirente di buona fede, al quale il creditore non può opporre l’accoglimento della revocatoria ai sensi dell’art. 2901, quarto comma, c.c. La medesima esigenza di tutela ricorre per la simulazione, che non può essere opposta ai terzi che in buona fede hanno acquistato diritti dal titolare apparente (art. 1415, primo comma, c.c.).
La titolarità apparente cui si riferisce l’art. 1415, primo comma, c.c. può derivare indifferentemente da un atto di alienazione del debitore (simulazione assoluta) o da un atto di acquisto (interposizione fittizia di persona), perché identici sono il pericolo derivante dalla successiva circolazione del bene nelle more dell’accertamento della titolarità effettiva e l’esigenza di protezione del creditore del vero proprietario.
Nel sequestro conservativo ai sensi dell’art. 2905, secondo comma, c.c. il periculum consiste nell’interesse del creditore a evitare l’infruttuosità dell’azione di merito per effetto della dismissione del bene oggetto del contratto simulato o della sua perdita di valore, e può essere provato con elementi oggettivi relativi alla capacità patrimoniale del debitore in rapporto all’entità del credito o con elementi soggettivi tratti dal suo comportamento. L’apertura della liquidazione giudiziale delle società controllate non esclude il periculum relativo alle quote della controllante, delle quali resta possibile disporre.
Costituiscono indizi dell’intestazione fittizia di partecipazioni [detenute tramite società fiduciaria] il prezzo di acquisto irrisorio rispetto al valore della società controllata, lo stretto rapporto di parentela tra titolare apparente e debitore, la conduzione personale delle trattative e dell’acquisto da parte del debitore e la riconducibilità a quest’ultimo dell’effettiva attività gestoria.
La società fiduciaria formalmente intestataria delle partecipazioni di cui si chiede il sequestro è legittimata passiva nel procedimento cautelare; l’accertamento della natura germanistica o romanistica dell’intestazione fiduciaria attiene al merito della lite.
Ai fini dell’azione di simulazione, la nozione di credito idonea a fondare l’interesse ad agire del creditore è ampia e comprende ogni legittima ragione o aspettativa di credito.
L’accordo simulatorio deve risultare da atto scritto soltanto se è fatto valere nei rapporti tra le parti; se è fatto valere da terzi o da creditori, oppure se è dedotta l’illiceità del negozio dissimulato, può essere provato con testimoni o presunzioni.
La ripartizione degli affari tra la sezione specializzata in materia di impresa e le sezioni ordinarie del medesimo tribunale è questione di mero riparto interno, estranea alla competenza.
Nel giudizio di impugnazione della delibera di approvazione del bilancio per violazione dei principi di verità e correttezza, oggetto dell’accertamento è se l’iscrizione di un credito nell’attivo dello stato patrimoniale sia giustificata dalla documentazione contabile della società, restando estranei il merito della pretesa creditoria e la prescrizione del diritto alla restituzione. È correttamente iscritto come credito restitutorio l’importo dei versamenti di denaro che la società dimostra, con la documentazione contabile [schede contabili, fatture e prove dei bonifici], di aver eseguito in favore di un terzo in vista di un’operazione poi non conclusa.
È inammissibile la domanda [relativa alla mancata precisazione della natura di costi indeducibili iscritti in bilancio] proposta per la prima volta nella prima memoria ex art. 183, comma 6, c.p.c., tanto più se fondata su un’allegazione generica e priva di specificazione del tema di indagine.
La rinuncia all’azione sociale di responsabilità o la relativa transazione, contenute in accordi conclusi dall’organo amministrativo [anche se regolati da una legge straniera] in vista della cessazione dell’amministratore dalla carica, sono nulle e inefficaci nei confronti della società quando non siano state approvate con espressa deliberazione dell’assemblea, in assenza del voto contrario della minoranza qualificata, secondo il procedimento inderogabile previsto dall’art. 2393, ult. comma, c.c., perché la responsabilità dell’amministratore verso la società amministrata è regolata dal diritto italiano.
L’autorizzazione dell’assemblea all’azione di responsabilità contro gli amministratori, richiesta dall’art. 2393 c.c., costituisce una condizione dell’azione, la cui esistenza va verificata d’ufficio dal giudice, ed è sufficiente che sussista al momento della pronuncia della sentenza che definisce il giudizio. Quando rileva il difetto di autorizzazione, il giudice deve assegnare un termine perentorio per il suo rilascio ai sensi dell’art. 182, comma 2, c.p.c., e la delibera prodotta entro tale termine rende procedibile la domanda anche se il difetto sia stato tempestivamente eccepito dal convenuto.
Nell’azione sociale di responsabilità promossa dalla società capogruppo contro un proprio amministratore per condotte che hanno inciso direttamente sull’operatività e sul patrimonio delle società controllate, l’attrice deve allegare e provare il nesso causale tra tali condotte e il pregiudizio subito dal proprio patrimonio, ad esempio in termini di minori utili distribuiti o di diminuzione del valore della partecipazione. Il danno subito dalle controllate [per lo storno di dipendenti o la perdita di clienti] può essere fatto valere soltanto da queste ultime, perché la controllante è priva di legittimazione al riguardo.
Perché sussista la nullità dell’atto di citazione per indeterminatezza dell’oggetto o per incertezza dei fatti costitutivi della domanda, ai sensi dell’art. 164, comma 4, c.p.c., è necessario che tali elementi siano del tutto omessi o risultino assolutamente incerti e inadeguati a tratteggiare l’azione, con un’incertezza che non sia marginale o superabile e investa l’intero contenuto dell’atto, perché la lettura dell’art. 163 c.p.c. non può essere meramente formalistica. Anche indicazioni incomplete e a tratti nebulose sono idonee a escludere la nullità quando consentano al convenuto di cogliere petitum e causa petendi e di prendere posizione su ogni condotta contestata [nell’azione di responsabilità contro l’amministratore].
Agisce in giudizio senza il grado minimo di diligenza, ed è tenuta al pagamento della somma prevista dall’art. 96, comma 3, c.p.c., la parte che fondi la propria domanda [di responsabilità contro l’amministratore] su affermazioni lacunose e apodittiche, mai sorrette da prova, quando avrebbe potuto rilevarne facilmente l’infondatezza; la somma può essere determinata in via equitativa in misura pari ai compensi di avvocato liquidati.
Il term sheet che indica i possibili termini e condizioni di un’eventuale operazione [di investimento nel capitale di una società], dichiara di costituire soltanto la base per una trattativa di buona fede e attribuisce efficacia vincolante unicamente a specifiche clausole, quali riservatezza, esclusiva e obblighi informativi per la due diligence, si limita a regolare le tappe della futura negoziazione e a puntualizzare gli elementi sui quali le parti stanno convergendo, senza obbligarle a concludere l’operazione. Tale conclusione si impone tanto più quando le parti, assistite da consulenti, operino in un contesto di elevata professionalità e l’operazione abbia rilevante valore, perché l’intento di vincolarsi al closing avrebbe richiesto espressioni ben diverse, e quando il documento non contenga elementi essenziali dei futuri accordi, come il prezzo, e subordini l’operazione a condizioni.
Le trattative non raggiungono uno stadio idoneo a ingenerare il ragionevole affidamento sulla conclusione del contratto quando, alla scadenza fissata nel term sheet, non siano stati predisposti neppure in bozza i contratti definitivi, non siano stati reperiti gli impegni degli investitori necessari e non si siano avverate le condizioni sospensive alle quali l’operazione era subordinata; in tal caso l’interruzione delle trattative non integra responsabilità precontrattuale, tanto più se la parte che si ritira comunichi tempestivamente e con trasparenza le proprie nuove intenzioni.
La parte che abbia accolto la richiesta della controparte di essere liberata dal vincolo di esclusiva assunto nel term sheet non può dolersi delle interlocuzioni successivamente intercorse tra quest’ultima e un terzo.
Esclusa la responsabilità precontrattuale della parte che ha interrotto le trattative, viene meno anche la responsabilità del terzo per illecita interferenza nelle trattative altrui, perché in assenza della condotta illecita presupposta la condotta coadiuvante perde ogni connotato di illiceità.
La regola posta dall’art. 1337 c.c. ha valore di clausola generale, che trova applicazione oltre l’ipotesi di rottura ingiustificata delle trattative. La violazione dell’obbligo di comportarsi secondo buona fede nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto assume quindi rilievo sia in caso di mancata conclusione del contratto o di conclusione di un contratto invalido o inefficace, sia quando il contratto concluso sia valido e tuttavia risulti pregiudizievole per la parte vittima dell’altrui comportamento scorretto.
La responsabilità per rottura ingiustificata delle trattative richiede che le trattative siano giunte a uno stadio idoneo a ingenerare, nella parte che invoca l’altrui responsabilità, il ragionevole affidamento sulla conclusione del contratto; che siano state interrotte senza giustificato motivo dalla parte cui si addebita la responsabilità; e che, pur nell’ordinaria diligenza della parte che invoca la responsabilità, non sussistano fatti idonei a escludere il suo ragionevole affidamento.
La responsabilità precontrattuale ex art. 1337 c.c. ha natura contrattuale, alla stregua della responsabilità da contatto sociale, perché nella fase delle trattative le parti entrano in contatto in virtù di una specifica relazione da cui sorge un affidamento reciproco; tale contatto qualificato costituisce fatto idoneo a produrre obbligazioni ai sensi dell’art. 1173 c.c., dal quale derivano reciproci obblighi di buona fede, protezione e informazione ai sensi degli artt. 1175 e 1375 c.c. Ne consegue l’applicazione del termine decennale di prescrizione.
La richiesta di intervento rivolta al collegio dei probiviri del consorzio per i medesimi comportamenti poi dedotti in giudizio costituisce iniziativa stragiudiziale idonea a interrompere la prescrizione del diritto al risarcimento del danno.
La responsabilità precontrattuale tutela l’interesse delle parti a non svolgere trattative inutili, e il risarcimento ha ad oggetto l’interesse contrattuale negativo, cioè il danno da perdita delle occasioni d’affari presentatesi durante le trattative e andate perdute. La domanda risarcitoria fondata sulla violazione degli obblighi di informazione va pertanto respinta quando l’attore non deduca che, se correttamente informato, si sarebbe astenuto dal concludere il contratto [di adesione al consorzio], né prospetti, sul piano controfattuale, quale diverso esito avrebbero avuto le trattative.
Qualora l’adesione al consorzio sia obbligatoria per legge [per i sistemi collettivi di gestione dei RAEE provenienti dai nuclei domestici], la previsione normativa esclude ogni spazio di negoziazione fra le parti e priva di gran parte del loro rilievo le doglianze sulla violazione degli obblighi di buona fede e di informazione nella fase precontrattuale.
L’adesione a un consorzio comporta l’accettazione del suo statuto e dei suoi regolamenti, sicché il consorziato è tenuto a sottostare alle deliberazioni tempo per tempo assunte dagli organi consortili, salva la facoltà di impugnarle, e non può fare legittimo affidamento sull’applicazione sine die della disciplina vigente al momento della domanda di adesione. Il consorziato che non abbia impugnato le deliberazioni consortili asseritamente lesive non può dolersene, a distanza di anni, come fonte di responsabilità del consorzio.
In assenza di regole scritte o di altri obblighi [statutari o regolamentari], le prassi applicative adottate dal consorzio, giustificate e prive di intento fraudolento, non integrano un inadempimento rilevante ai fini della responsabilità contrattuale verso il consorziato.
Il presupposto per l’applicazione analogica di una disciplina è una lacuna normativa, che manca quando la fattispecie trova apposita regolamentazione [nelle regole operative del consorzio].