Va revocato il decreto di descrizione concesso inaudita altera parte quando tutti gli accessi abbiano dato esito negativo, perché non sono stati rinvenuti né i macchinari asseritamente contraffattori né la relativa documentazione tecnica, e il materiale acquisito coincida con quello già prodotto dal ricorrente, come le brochure diffuse in una fiera e le immagini pubblicate sul sito internet del resistente, che di per sé nulla provano sull’effettiva produzione e commercializzazione dei macchinari: in tal caso non sussiste il rischio di dispersione delle prove della violazione.
L’esito negativo della descrizione, che non abbia consentito di accertare nemmeno l’esistenza dei macchinari e delle loro caratteristiche tecniche, allo stato soltanto pubblicizzati, preclude l’inibitoria della produzione, distribuzione, commercializzazione, esposizione e offerta in vendita. Neppure può essere inibita la pubblicizzazione dei macchinari, perché l’assenza di fumus della violazione della privativa preclude l’adozione di qualsiasi misura cautelare.
Quando siano esclusi i presupposti per la conferma della descrizione e per la concessione del sequestro, misure entrambe strumentali rispetto al giudizio a cognizione piena, non va fissato il termine per l’introduzione del giudizio di merito e le spese del procedimento cautelare vanno regolate secondo il principio della soccombenza.
I presupposti per la concessione della descrizione inaudita altera parte, così come per la sua conferma o revoca, vanno valutati in relazione alla salvaguardia del diritto processuale alla prova dei fatti che in astratto ammettono la cautela, e non del diritto sostanziale sotteso. Con la descrizione non si tratta di confermare o escludere, sia pure in via sommaria, la violazione dei diritti azionati, bensì di valutare l’utilità e la rilevanza del materiale probatorio di cui si chiede l’acquisizione ai fini degli apprezzamenti da compiere in sede di cognizione piena.
Quando il resistente chiami in causa il terzo quale principale legittimato passivo rispetto alle contestazioni del ricorrente, in quanto committente dei macchinari asseritamente contraffattori e quindi autore dell’illecito, si configura una chiamata del terzo responsabile, nella quale la domanda cautelare originaria si estende automaticamente al terzo chiamato, essendo fondata sulla medesima causa petendi. È quindi ammissibile l’estensione nei suoi confronti delle domande di conferma della descrizione e di inibitoria, anche se il terzo deduca di essere stato chiamato ai soli fini dell’attuazione della descrizione.
L’inibitoria può essere pronunciata nei confronti sia del costruttore sia del committente dei macchinari contraffattori, in quanto entrambi parte, quantomeno sul piano oggettivo, della filiera contraffattoria. L’emissione di misure cautelari prescinde dalla buona fede o dall’assenza di colpa, che rilevano semmai sotto il profilo della responsabilità risarcitoria.
Nel giudizio cautelare di contraffazione, al fumus della violazione accertato dal consulente tecnico d’ufficio corrisponde specularmente il difetto di adeguato riscontro delle cause di nullità del brevetto e del diritto di preuso eccepiti dal resistente, tenuto conto della natura sommaria dell’accertamento e della presunzione legale di validità del titolo registrato ex art. 121, comma 1, c.p.i. Non integra una divulgazione anteriore idonea a escludere la novità la dichiarazione scritta di un singolo soggetto priva degli elementi tecnici essenziali della soluzione, né un filmato posteriore alla data di priorità; il diritto di preuso ex art. 68, comma 3, c.p.i. richiede la prova dell’identità tecnica tra la soluzione brevettata e quella preusata.
La prosecuzione di condotte di commissione, progettazione e realizzazione di macchine in violazione di brevetti incide sullo sfruttamento esclusivo della privativa da parte del titolare e del licenziatario e configura il concreto rischio di un danno da perdita di quote di mercato difficilmente quantificabile e riparabile per equivalente, suscettibile di aggravamento nelle more del giudizio di merito, che giustifica la tutela inibitoria anticipata.
Non è necessario disporre il sequestro probatorio dei macchinari quando nel corso del procedimento cautelare sia già stata espletata un’approfondita consulenza tecnica d’ufficio.
Ai fini della conferma della descrizione concessa con decreto inaudita altera parte, almeno quando si tratti della tutela di privative brevettuali, il fumus boni iuris va apprezzato in via diretta in relazione al diritto processuale alla prova utile o necessaria nel futuro giudizio di merito e, soltanto in via indiretta, in relazione al diritto sostanziale di cui si invoca la tutela, perché la misura è sia rimedio di istruzione preventiva sia rimedio cautelare subordinato al rischio di dispersione della prova. Il fumus consiste quindi nella sussistenza di un ragionevole sospetto della violazione e nella non pretestuosità della domanda, allo scopo di evitare che tale tutela sia sollecitata con finalità meramente esplorative o di abusiva intromissione nella sfera dei concorrenti, e può ritenersi soddisfatto da un indice di probabilità della violazione più ridotto rispetto a quello necessario per misure più invasive, quali il sequestro o l’inibitoria.
Il periculum in mora rilevante ai fini della concessione e della conferma della descrizione consiste nel pericolo di dispersione della prova, anche mediante soppressione od occultamento delle cose, dei documenti e delle informazioni di cui è richiesta la protezione. Per la concessione dell’inibitoria l’onere di allegazione e prova è maggiore, perché il provvedimento presuppone l’accertamento, sia pure a livello di fumus, dell’illecito di contraffazione.
La competenza della Corte d’appello sul ricorso per sequestro conservativo, quale giudice del futuro merito costituito dal procedimento di riconoscimento ex artt. 67 l. n. 218/1995 e 30 d.lgs. n. 150/2011, inizia quando sussiste un titolo giudiziale straniero, anche non definitivo. Fino alla pronuncia della sentenza da parte del giudice straniero, la competenza cautelare spetta al tribunale, secondo gli artt. 669 quater, 669 ter, 669 novies c.p.c. e 156 bis disp. att. c.p.c., che disciplinano proprio il caso in cui il giudizio di merito penda davanti al giudice straniero; diversamente, ogni volta che penda un giudizio davanti a un’autorità giudiziaria straniera vi sarebbe tout court la competenza della Corte d’appello, con sostanziale inapplicabilità di quelle norme [nella specie, era pendente in Australia un’azione derivativa di responsabilità contro l’amministratore di una società australiana].
In materia cautelare la giurisdizione italiana sussiste, ai sensi dell’art. 10 l. n. 218/1995, quando il provvedimento deve essere eseguito in Italia o quando il giudice italiano ha giurisdizione nel merito. Quando l’azione di responsabilità per mala gestio dell’amministratore sia esercitata all’estero secondo il diritto societario ivi vigente, tra società straniere prive di collegamento con l’Italia e nei confronti di un amministratore residente e cittadino dello Stato estero, resta esclusa la giurisdizione italiana sul merito, mentre permane quella sul sequestro da eseguirsi su beni situati in Italia.
Quando il giudice italiano, competente per la sola fase cautelare, non abbia giurisdizione sul merito né possa applicare il diritto societario italiano, il fumus boni iuris del credito risarcitorio può essere desunto dalle valutazioni compiute prima facie dal giudice straniero che, applicando la normativa societaria ivi vigente, abbia autorizzato la proposizione dell’azione derivativa anche nei confronti della società italiana riconducibile all’amministratore. Il periculum in mora va escluso, tuttavia, in mancanza di prova di una volontà dismissiva dei beni situati in Italia successiva al provvedimento cautelare straniero.
I provvedimenti cautelari emessi dal giudice di uno Stato extraeuropeo non aderente alle Convenzioni dell’Aja del 2005 e del 2019 non sono suscettibili di riconoscimento ed esecuzione in Italia, perché la condizione dell’art. 64, lett. e), l. n. 218/1995, secondo cui produce effetti in Italia soltanto la sentenza straniera passata in giudicato secondo la legge del luogo in cui è stata pronunciata, è comunemente interpretata nel senso di escludere la riconoscibilità dei provvedimenti cautelari stranieri.
Lo strumento cautelare del sequestro conservativo non è agganciato in modo biunivoco al giudizio di condanna, perché può residuare in concreto uno spazio per la concessione della cautela qualora il futuro titolo, scaturente da qualsiasi tipo di giudizio, abbia una concreta valenza esecutiva in vista della quale il sequestro risulti utile e funzionale; diversamente, la tutela interinale risulterebbe già in astratto preclusa, con dubbi di costituzionalità.
La norma di conflitto applicabile per l’individuazione della legge che regola l’ente, cosiddetta lex societatis, è l’art. 25 l. n. 218/1995.
Quando le condotte contestate all’ex dipendente consistono nella sua compartecipazione all’illecito extracontrattuale commesso dal concorrente, e in particolare nella sottrazione di pretesi segreti industriali, sussiste la competenza funzionale della sezione specializzata in materia di impresa, perché la domanda non riguarda l’autonomo comportamento del dipendente contrario ai doveri di fedeltà ex art. 2105 c.c. [nella specie, era stata eccepita la competenza del giudice del lavoro].
Il materiale acquisito con la descrizione che contenga anche informazioni riservate delle parti descritte può essere secretato ex art. 121 ter c.p.i., consentendone l’accesso ai soli difensori con obbligo di riservatezza e con divieto di comunicare o trasmettere i documenti o le informazioni alle parti assistite e ai terzi. Il materiale manifestamente estraneo alla controversia, che non presenta alcun valore probatorio anche solo potenziale, va espunto dal procedimento e integralmente secretato.
Le spese relative alla descrizione giudiziale sono rimesse al futuro giudizio di merito, ai sensi del combinato disposto degli artt. 132 c.p.i. e 669 octies c.p.c. Le spese della domanda cautelare ex artt. 2598 c.c. e 700 c.p.c., fondata su una fattispecie di concorrenza sleale processualmente autonoma per causa petendi e petitum rispetto al ricorso per descrizione e all’inibitoria a tutela della privativa, vanno invece regolate già nella fase cautelare, tenuto conto della natura anticipatoria del provvedimento; in caso di rinuncia a tale domanda e in assenza di accordo tra le parti, esse sono poste a carico della parte rinunciante, ai sensi degli artt. 306, comma 4, e 669 octies, comma 7, c.p.c.
Ai fini della conferma del rimedio della descrizione concesso con decreto inaudita altera parte, almeno quando si tratti della tutela di privative industriali, il fumus boni iuris va apprezzato in via diretta in relazione al diritto processuale alla prova che può essere ritenuta utile o necessaria nel futuro giudizio di merito e, soltanto in via indiretta, in relazione al diritto sostanziale di cui si invoca la tutela. La misura, infatti, è finalizzata all’acquisizione della prova della violazione del diritto ed è quindi sia rimedio di istruzione preventiva, diretto al soddisfacimento di esigenze istruttorie relative al giudizio di merito cui è strumentale, sia rimedio di natura cautelare, perché la sua concessione è subordinata al rischio di dispersione della prova.
L’apprezzamento del fumus per la concessione della descrizione, in considerazione delle peculiari note obiettive (accertamento di uno stato di fatto) e delle finalità del mezzo (acquisizione preventiva di dati e documenti), può ritenersi soddisfatto da un indice di probabilità della violazione più ridotto rispetto a quello necessario per l’adozione di misure cautelari più invasive, quali il sequestro o l’inibitoria, che incidono direttamente sulla disponibilità dei beni e sull’esercizio della libertà di iniziativa economica del destinatario.
In sede di conferma della descrizione, la verifica degli esiti della misura ha carattere meramente formale e si arresta alla rilevanza e alla formale pertinenza degli elementi probatori acquisiti (c.d. res extensa, cioè la natura e la tipologia dei documenti), senza estendersi all’indagine del loro contenuto (c.d. res cogita, cioè se gli elementi contenuti nei documenti supportino un giudizio di illiceità della condotta). La valutazione del fumus è quindi condizionata soltanto dal carattere non artefatto delle allegazioni relative ai presupposti del procedimento (titolarità di un diritto di proprietà industriale e deduzione della sua violazione) e dall’esito non totalmente nullo della descrizione, ossia dall’astratta idoneità del materiale acquisito a costituire prova, nel giudizio di merito, della lamentata violazione, la cui effettività resta rimessa a quel giudizio.
Non può essere ricondotta al negozio fiduciario [la clausola, inserita in un contratto preliminare avente diverso oggetto, con cui il socio unico di una s.r.l. si impegna a far trasferire gratuitamente l’intero capitale sociale a persona indicata da una società controparte], quando manchi la prova che quest’ultima fosse titolare delle quote e le abbia trasferite al preteso fiduciario, perché il trasferimento del bene dal fiduciante al fiduciario costituisce il primo elemento essenziale del negozio fiduciario. In mancanza di tale prova non è accoglibile la domanda del preteso fiduciario di risoluzione del rapporto e di trasferimento coattivo delle quote ai sensi dell’art. 2932 c.c.
Il negozio fiduciario, negozio atipico fondato sull’art. 1322 c.c., si compone di due negozi strutturalmente collegati, uno a carattere reale ed efficace verso i terzi, con il quale il fiduciario acquista la piena proprietà dei beni, e uno a carattere obbligatorio e inter partes, con il quale il fiduciario si impegna a rispettare le prescrizioni del fiduciante e a ritrasferire i beni al fiduciante o a terzi, sicché l’effetto obbligatorio limita l’effetto reale. Ne sono elementi essenziali il trasferimento dei beni dal fiduciante al fiduciario, l’obbligo del fiduciario di osservare le prescrizioni del fiduciante e l’obbligo di ritrasferire i beni nei termini stabiliti o su richiesta; poiché il contratto fiduciario non richiede requisiti di forma, l’intestazione fiduciaria di quote sociali può essere provata con ogni mezzo, comprese le prove orali.
L’indicazione degli argomenti all’ordine del giorno nell’avviso di convocazione dell’assemblea non risponde a esigenze di astratto rigore formale, ma alla finalità di consentire ai convocati di comprendere, sia pure in termini non analitici, l’oggetto essenziale degli argomenti da esaminare, così da partecipare con sufficiente cognizione di causa alla deliberazione. Ne consegue che, in un’associazione professionale il cui statuto rinvii alla disciplina della società semplice, è sufficiente l’indicazione [«esclusione socio inattivo»] anche senza il nominativo dell’associato da escludere, quando la convocazione si inserisca in un quadro di conflittualità risalente con quell’associato e non risultino tensioni o discussioni con altri associati.
È legittima l’esclusione dell’associato deliberata in applicazione della clausola statutaria che consente all’assemblea di escludere il socio per fatti che, a giudizio della maggioranza qualificata, non consentono la prosecuzione dell’attività professionale nello studio, quando sia accertata [la totale assenza di attività professionale dell’associato per un lungo periodo], perché tale situazione integra anche una grave inadempienza ai sensi dell’art. 2286, comma 1, c.c. Grava sull’associato escluso l’onere di dimostrare di aver svolto la propria attività professionale, e tale prova non può essere desunta dalle dichiarazioni dei redditi.
Gli atti di concorrenza sleale previsti dall’art. 2598 c.c. presuppongono un rapporto di concorrenza tra imprenditori, sicché la legittimazione attiva e passiva richiede di regola la qualità di imprenditore; la responsabilità può tuttavia configurarsi anche in capo a chi non rivesta tale qualità, purché sia dimostrata una relazione di interessi tra l’autore dell’atto e l’imprenditore avvantaggiato, tale da far ritenere che l’attività sia stata oggettivamente svolta nell’interesse di quest’ultimo. Quando l’atto lesivo è compiuto da un terzo, la circostanza che l’imprenditore concorrente se ne giovi non basta a integrare l’illecito, perché occorre che egli abbia concorso consapevolmente al compimento dell’atto o lo abbia approvato prestandovi consapevole acquiescenza.
La differenza tra concorrenza lecita e concorrenza sleale non dipende dallo scopo perseguito dalle parti, ma dalla natura dei mezzi impiegati, che devono essere contrari ai principi della correttezza professionale e idonei a danneggiare l’altrui azienda.
La condanna ai sensi dell’art. 96, comma 3, c.p.c. può essere pronunciata anche in assenza di dolo, essendo sufficiente la colpa grave o comunque una condotta oggettivamente rilevante sotto il profilo dell’abuso del processo, come quella dell’attore che [proponga domande risarcitorie prive dell’indicazione dei fatti costitutivi e di qualsiasi riscontro probatorio, introduca nuovi fatti e documenti nelle comparse conclusionali e chieda un sequestro conservativo pochi giorni prima dell’udienza di rimessione della causa in decisione]; la somma può essere equitativamente determinata in misura pari alle spese processuali liquidate.
Quando la delibera di esclusione del socio di s.r.l. sia fondata sull’inadempimento di specifiche obbligazioni da lui assunte [con l’accordo, collegato a una transazione tra i soci, di trasferire alla società beni materiali e immateriali], grava sul socio escluso che impugna la delibera l’onere di provare di avere esattamente adempiuto, secondo le regole generali sulla prova dell’adempimento; accertato l’inadempimento, che integra la causa di esclusione prevista dallo statuto, la domanda di annullamento della delibera e di accertamento della qualità di socio va respinta, restando assorbite le ulteriori censure.
Le somme versate dal socio di cooperativa edilizia a titolo di acconto sul prezzo dell’immobile prenotato attengono al rapporto di scambio e non al rapporto sociale; ne consegue che, sciolto il rapporto sociale [per recesso concordato con la cooperativa], la cooperativa è tenuta a restituirle, restando irrilevanti le previsioni statutarie relative al rapporto mutualistico [che subordinano il rimborso al subentro di un nuovo socio]. Sul relativo credito non sono dovuti gli interessi previsti dal d.lgs. n. 231/2002, perché il rapporto tra cooperativa e socio non integra una transazione commerciale tra imprese, ma soltanto, a decorrere dalla domanda giudiziale, gli interessi al saggio di cui all’art. 1284, comma 4, c.c.
Quando il contratto di cessione di partecipazioni subordini l’operazione alle autorizzazioni dell’autorità di vigilanza e fissi il termine finale per l’avveramento delle condizioni sospensive alla più tarda tra una data prestabilita, la fine del mese successivo al rilascio delle autorizzazioni e la data concordata per iscritto dalle parti, il termine non scade finché le autorizzazioni non siano rilasciate o le parti non abbiano concordato una nuova data; è pertanto ingiustificato lo scioglimento dal contratto dichiarato da una parte dopo che l’autorità si sia limitata a chiedere integrazioni documentali a entrambe, e non integra violazione dell’art. 1358 c.c. la condotta della controparte quando le integrazioni richieste non fossero di sua esclusiva responsabilità.
La parte che lamenti il danno per l’ingiustificato scioglimento della controparte da un contratto sottoposto ad autorizzazione dell’autorità di vigilanza deve provare, anche in via indiziaria, che le integrazioni richieste sarebbero state fornite e che l’autorizzazione sarebbe stata rilasciata; in mancanza nessun danno è risarcibile, e, venuto meno l’interesse di entrambe le parti all’operazione, può essere accertata l’inefficacia dei contratti.
La dichiarazione in giudizio dell’estinzione della società per cancellazione dal registro delle imprese, con i conseguenti effetti interruttivi, costituisce esercizio di un diritto potestativo di natura negoziale riservato al procuratore della parte colpita dall’evento; quando la notizia sia introdotta dal difensore della controparte e il procuratore della società dichiari di non esserne a conoscenza, l’evento interruttivo non si verifica e il giudizio prosegue tra le parti originarie.
Nel contratto di associazione in partecipazione il rendiconto deve esporre, con i relativi documenti giustificativi, i fatti che abbiano prodotto entrate e uscite, e una generica comunicazione di aggiornamento non vale ad adempiere l’obbligo. Quando il contratto subordini la restituzione dell’apporto alla conclusione dell’operazione, definita come compimento delle vendite programmate, ed escluda l’associato dalle perdite, il diritto alla restituzione diviene esigibile con il compimento delle vendite, indipendentemente dalle controversie tra l’associante e i terzi di cui questi si sia avvalso.
In materia di diritti disponibili, la clausola con la quale i soci di una società costituita e avente sede legale all’estero hanno attribuito la giurisdizione esclusiva al giudice straniero [per le controversie derivanti da un accordo di investimento che disciplina anche i diritti di informazione e di ispezione dei soci] prevale, ai sensi dell’art. 4 l. n. 218/1995, sull’eventuale collocazione in Italia della sede effettiva della società, astrattamente rilevante ai sensi degli artt. 19 c.p.c. e 46, comma 2, c.c., dell’art. 3, comma 2, l. n. 218/1995 e dell’art. 63 Reg. UE n. 1215/2012. La clausola è opponibile anche ai fiducianti per conto dei quali le azioni erano intestate al socio che ha sottoscritto l’accordo.
La giurisdizione italiana sulla domanda cautelare con la quale i soci chiedono di esercitare poteri ispettivi nei confronti di una società estera non può fondarsi sull’art. 10 l. n. 218/1995 quando le scritture e i documenti oggetto dell’ispezione si trovano all’estero, né sull’art. 8 della medesima legge quando la domanda connessa, proposta nei confronti di una società italiana, sia inammissibile per difetto di legittimazione attiva dei ricorrenti, che non ne sono soci.