Qualora l’atto costitutivo di s.r.l. preveda, ai sensi dell’art. 2473 bis c.c., l’esclusione del socio per violazione dolosa degli accordi assunti verso la società e gli altri soci, e la delibera contesti l’inadempimento di specifiche obbligazioni [trasferimento alla società di beni materiali e immateriali previsto da un accordo transattivo tra i soci], spetta al socio escluso che impugna la delibera provare di avere esattamente adempiuto. L’accertamento di una sola delle cause di esclusione indicate nella delibera basta a sostenerla e assorbe l’esame delle altre.
Integra atto di mala gestio fonte di responsabilità dell’amministratore di s.r.l. la cessione senza corrispettivo di un credito sociale a una società a lui correlata [il credito alla restituzione dell’acconto versato dalla società per l’acquisto di partecipazioni, poi utilizzato dalla cessionaria per acquistarle in proprio], quando non sia dimostrato un concreto interesse sociale idoneo a giustificarla, e il danno corrisponde al valore del credito dismesso.
Nell’azione di responsabilità per distrazione promossa dal curatore, le causali dei bonifici indicate dallo stesso amministratore negli estratti del proprio conto corrente, sul quale siano confluite somme della società, non bastano a provare la destinazione di quelle somme a finalità sociali, perché l’amministratore deve produrre la documentazione sottostante ai pagamenti [fatture, contratti] che ne dimostri l’effettiva inerenza all’attività sociale.
Nella cessione di partecipazioni sociali assistita da garanzie contrattuali sulla situazione della società ceduta, la domanda di riduzione del prezzo fondata sulla violazione delle garanzie richiede la prova di un pregiudizio concretamente subito, sicché non basta la mera prospettazione di pretese di terzi [contestazioni epistolari, accertamenti di polizia tributaria] rimaste senza conseguenze per la società; e il cessionario che, ricevuta la contestazione, non coinvolga i venditori in violazione della clausola che gli impone di metterli in condizione di difendersi, decade dalla garanzia quando l’omissione ne abbia compromesso il diritto di difesa.
Quando il prezzo di cessione delle partecipazioni sia stato pattuito come fisso e non suscettibile di aggiustamenti, sulla base di una situazione patrimoniale di riferimento e di una valutazione del magazzino ricostruita nel contraddittorio delle parti in sede di due diligence, la contestazione successiva del criterio di valutazione delle rimanenze non fonda una riduzione del prezzo, se il cessionario non provi la violazione di una specifica garanzia e il danno che ne è derivato.
Nella cessione di partecipazioni sociali conclusa tra operatori professionali qualificati nel settore, il silenzio del venditore su vincoli pubblicistici gravanti sui beni della società target [vincoli paesaggistici e di inedificabilità su aree percorse dal fuoco, ostativi alla realizzazione di un parco fotovoltaico delle dimensioni progettate] non integra il dolo omissivo idoneo all’annullamento del contratto ex art. 1439 c.c., perché si tratta di circostanze di pubblico dominio che l’acquirente era in grado di accertare con l’ordinaria diligenza professionale, tanto più quando abbia condotto una due diligence tecnica e legale sul progetto.
Le dichiarazioni e garanzie rilasciate dal venditore nel contratto di cessione di partecipazioni sociali integrano il contenuto del regolamento contrattuale, sicché la loro non veridicità non incide sulla validità del consenso e non consente l’annullamento del contratto per dolo, ma attiene alla fase di esecuzione e può dar luogo, salvo un diverso rimedio pattizio, alla sola risoluzione.
La cessione di partecipazioni sociali ha a oggetto la sola partecipazione e non i beni compresi nel patrimonio della società target, sicché i vincoli che gravano su tali beni [i terreni destinati alla realizzazione dell’impianto] non configurano una vendita di aliud pro alio e non consentono di invocare la garanzia per i vizi della cosa venduta.
In tema di compenso dell’amministratore di società a responsabilità limitata, ove l’amministratore abbia consapevolmente e formalmente dichiarato di ridurre i propri emolumenti e di rinunciare al rimborso delle spese documentate, subordinando il ripristino degli accordi precedenti al superamento della situazione di difficoltà economico-finanziaria della società, il credito per le somme oggetto di riduzione o rinuncia non può essere riconosciuto qualora tale miglioramento non si sia verificato e la società sia stata successivamente posta in liquidazione. In mancanza di una clausola di recupero degli importi decurtati svincolata dal superamento della situazione di difficoltà, le pretese creditorie azionate dall’amministratore devono ritenersi infondate.
In tema di azione di responsabilità nei confronti dell’amministratore di società a responsabilità limitata, la legittimazione attiva non è attribuita in via esclusiva al socio, ma ha natura disgiuntiva e concorrente rispetto a quella della società. L’art. 2476, comma 3, c.c. riconosce infatti al socio di s.r.l. una legittimazione straordinaria, riconducibile alla sostituzione processuale di cui all’art. 81 c.p.c., ferma restando la legittimazione della società ad agire per l’accertamento della mala gestio e per il risarcimento del danno patrimoniale conseguente alla violazione dei doveri gestori.
Non è imputabile all’amministratore un danno da omessa informazione, né può ritenersi sussistente un nesso causale tra la sua condotta e la prosecuzione dell’attività d’impresa, quando emerga che il socio sia stato costantemente informato dell’andamento economico non positivo della società e abbia consapevolmente deciso di proseguire l’attività, pur in un quadro di evidenti difficoltà e di risultati non in linea con le previsioni. In tale ipotesi, il risultato economico finale dell’impresa non può essere ricondotto ad atti di mala gestio dell’amministratore.
Nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, pur riconosciuta in astratto la facoltà per il creditore opposto di proporre domande diverse rispetto a quelle introdotte in via monitoria, non è ammissibile la domanda che, per replicare all’eccezione di compensazione sollevata dall’ingiunto, introduca un controcredito derivante da un titolo del tutto diverso da quello inizialmente azionato. Quando l’interesse che ha sostenuto la proposizione dell’originaria domanda monitoria, consistente nel pagamento di oneri consortili e corrispettivi derivanti dai contratti inter partes, sia differente da quello posto a fondamento della domanda formulata nella comparsa di risposta, consistente nel rimborso di quanto asseritamente anticipato in qualità di condebitore solidale, la nuova pretesa delinea una diversa vicenda sostanziale, con conseguente ampliamento del thema decidendum e del thema probandum, e deve pertanto essere dichiarata inammissibile perché tardivamente formulata.
Non può qualificarsi come ricognizione di debito l’indicazione, contenuta in un atto difensivo e non sottoscritta personalmente dalla parte, dell’esistenza di fatture emesse dalla controparte, quando tale indicazione sia svolta al solo fine di replicare alla domanda riconvenzionale avversaria e di far valere l’intervenuta estinzione delle poste allegate mediante compensazione. L’atto di riconoscimento del debito richiede infatti una dichiarazione consapevolmente diretta all’intento pratico di riconoscere l’esistenza del debito, mentre la dichiarazione con cui si ammetta il fatto costitutivo del credito vantato dall’altra parte, ma si oppongano in compensazione integrale proprie ragioni creditorie, nega l’attualità del debito e, quindi, il dovere di adempiere.
Il diritto del socio di s.r.l. previsto dall’art. 2476, comma 2, c.c. si esplica nella consultazione dei libri sociali e dei documenti relativi all’amministrazione e nell’estrazione di copia, ma non comprende la consegna degli originali, sicché è infondata la domanda cautelare volta a ottenere gli originali di documenti [estratti di conto corrente bancario] già consegnati in copia al socio.
Lo strumento dell’art. 2476, comma 2, c.c. tutela le prerogative informative inerenti allo status di socio e non può essere utilizzato per tutelare posizioni soggettive estranee a tale qualità [la corretta esecuzione dei pagamenti dovuti dalla società al coniuge del socio, suo dipendente], né per ottenere in sede cautelare l’ordine di esibizione rivolto alla banca della società, che non è propedeutico all’esercizio del diritto di consultazione.
Il ritardo con cui il titolare di un diritto di proprietà industriale reagisce alla violazione vince la presunzione relativa di periculum in mora che di regola assiste la tutela cautelare contro la contraffazione e ne esclude la sussistenza quando la situazione lesiva fosse nota da tempo al titolare [che abbia agito in via d’urgenza a quasi quattro anni dalla registrazione del marchio confliggente, proseguendo nel frattempo i rapporti commerciali con il registrante], perché il considerevole intervallo tra la conoscenza dell’illecito e la reazione giudiziale è sintomatico di inerzia e quindi dell’assenza in concreto del pericolo nel ritardo.
Spetta al ricorrente in via cautelare che abbia agito a distanza di un apprezzabile lasso di tempo dall’illecito provare di averne avuto conoscenza solo in epoca recente, ovvero giustificare l’inerzia (in ragione di trattative per una soluzione stragiudiziale o della necessità di valutare i fatti e acquisire elementi di prova) o dimostrare un successivo aggravamento del pregiudizio, quale l’incremento progressivo del giro d’affari del contraffattore con corrispondente perdita di clientela.
La protratta inattività dell’assemblea dei soci e l’impossibilità del suo funzionamento, desumibili dalla mancata sostituzione dell’amministratore cessato, dalla mancata approvazione dei bilanci di esercizio e dal disinteresse manifestato dai soci, integrano i presupposti di scioglimento della società ai sensi dell’art. 2484, comma 1, n. 3, c.c
In presenza del disinteresse dei soci per la sorte della società e dell’assenza di un legale rappresentante, ove sia presumibile l’inutilità della convocazione dell’assemblea per la nomina del liquidatore, sussistono i presupposti per l’applicazione dell’art. 2487, comma 2, c.c. e per procedere, senza necessità di convocazione dell’assemblea, alla nomina giudiziale del liquidatore.
L’annullamento del contratto è previsto dall’ordinamento come rimedio rispetto a vizi genetici del consenso che ne inficiano la validità, come la conclusione del negozio in situazione di incapacità naturale di una delle parti o la stipulazione per effetto di errore, violenza o dolo e non è invocabile per far valere la mancata o inesatta esecuzione del rapporto contrattuale validamente sorto, a cui sopperisce il rimedio demolitorio della risoluzione del vincolo contrattuale per inadempimento.
La proposizione di una domanda giudiziale in spregio dei principi fondamentali dell’ordinamento in tema di rimedi contrattuali all’inadempimento, quale la domanda diretta ad ottenere una pronuncia di invalidità del contratto per inadempimento, dà luogo a responsabilità aggravata e implica la condanna dell’attore al pagamento ex art. 96 comma 3 e 4 c.p.c. in favore del soggetto convenuto.
Qualora, prima del deposito del ricorso ex art. 2485, comma 2, c.c., sia già pendente un giudizio di merito, ordinario o arbitrale, avente a oggetto l’accertamento della medesima causa di scioglimento della società, il procedimento di volontaria giurisdizione deve arrestarsi e il ricorso va dichiarato inammissibile. Il procedimento camerale è infatti recessivo rispetto al contenzioso di merito, perché si svolge in un contraddittorio attenuato, non dispone dei diritti e si conclude con un provvedimento inidoneo al giudicato, sicché non può incidere sul diritto controverso davanti ad altro giudice. L’arresto evita inoltre conseguenze irreversibili, perché l’iscrizione della causa di scioglimento e la nomina giudiziale dei liquidatori ex art. 2487, comma 2, c.c. potrebbero condurre alla liquidazione definitiva della società prima che il giudice del merito si pronunci con efficacia di giudicato.
Il socio che, a fronte di un lodo che abbia accertato lo scioglimento della società, lamenti il rifiuto dell’amministratore di procedere all’iscrizione nel registro delle imprese può ottenere un risultato sovrapponibile a quello del ricorso ex art. 2485, comma 2, c.c. chiedendo che il lodo sia dichiarato esecutivo ai sensi dell’art. 825 c.p.c., anche se impugnato.
Non è annullabile per abuso della regola di maggioranza la delibera con cui l’assemblea di una s.p.a. in liquidazione [holding il cui unico asset è la partecipazione nella controllata operativa] modifica il programma di liquidazione già approvato, rinunciando al piano di rilancio della controllata e autorizzando il liquidatore a cederne la partecipazione alle migliori condizioni, quando la scelta trovi giustificazione nell’insufficienza delle risorse necessarie a proseguire il piano per effetto di circostanze sopravvenute e nella mancata disponibilità dei soci, compresi quelli di minoranza, a fornire ulteriori apporti; né rileva che quelle circostanze fossero prevedibili quando il piano fu approvato, perché l’eventuale errore di valutazione originario non rende ancora attuabile il piano. Grava sul socio di minoranza l’onere di allegare e provare i sintomi dell’abuso e la lesione dei propri diritti derivante dalla specifica modifica del programma, e non dalla precedente decisione di porre la società in liquidazione.