Nella cessione di partecipazioni sociali le garanzie relative alla composizione del patrimonio e alla situazione economico-finanziaria della società partecipata [nella specie, della procedura di concordato cui era soggetta la sua controllata operativa] sono l’unico strumento con cui assumono rilievo contrattuale gli interessi delle parti relativi a beni di secondo grado rispetto alla partecipazione, che non godono della tutela delle garanzie legali sul bene trasferito; esse vanno quindi interpretate in modo rigoroso e operano soltanto nei limiti e nei modi in cui le parti le hanno pattuite, a prescindere dal contenuto tipico delle clausole d’uso. Le clausole di garanzia indennitaria e quelle di esenzione dalla garanzia operano al verificarsi dell’evento previsto, indipendentemente dalla consapevolezza che ne avessero le parti.
Il cessionario che, tramite un componente da lui designato, partecipava al consiglio di amministrazione della società target non può dolersi di dolo incidente o di violazione della buona fede nelle trattative per il silenzio serbato dal cedente su circostanze relative alla società, perché il suo affidamento nell’ignoranza di quelle vicende non è incolpevole.
È inammissibile per difetto di residualità la domanda proposta ai sensi dell’art. 700 c.p.c. per ottenere la restituzione immediata della partecipazione di s.r.l. che il ricorrente assume di avere perduto per effetto di una cessione inefficace, perché l’esigenza di gestire la partecipazione nelle more del giudizio di merito è interamente soddisfatta dal sequestro giudiziario con nomina di un custode che eserciti i diritti sociali ai sensi degli artt. 2471-bis e 2352 c.c. Non è estensibile alle partecipazioni l’orientamento che ammette l’ordine cautelare di restituzione dell’azienda, perché la gestione di questa implica scelte imprenditoriali difficilmente compatibili con la custodia, mentre quella della quota si risolve nell’esercizio dei diritti amministrativi sotto il controllo del giudice. Il socio unico, inoltre, non è legittimato a chiedere la restituzione dell’azienda, che appartiene alla società.
Il sequestro giudiziario della partecipazione controversa ai sensi dell’art. 670, n. 1, c.p.c. richiede elementi concreti che facciano temere un esercizio abusivo o extrasociale dei diritti da parte dell’intestatario, che non può desumersi dalla sola natura del bene; tale rischio è integrato dalla delibera, adottata dall’intestatario quale socio unico, di riduzione volontaria del capitale con allocazione dell’importo in una riserva distribuibile, perché la distribuzione potrebbe pregiudicare la situazione finanziaria della società e, indirettamente, il valore della quota.
Chi abbia perso la qualità di socio non può chiedere la revoca cautelare dell’amministratore prevista dall’art. 2476, comma 3, c.c., né la sospensione della delibera dei soci prima e indipendentemente dall’impugnazione di merito, che ai sensi degli artt. 2479-ter e 2378 c.c. deve essere proposta contestualmente.
Il giudicato formatosi sul decreto ingiuntivo non opposto, ottenuto dal sindaco per il pagamento dei compensi, non preclude alla società l’azione di responsabilità ex art. 2407 c.c., perché esso accerta soltanto lo svolgimento della carica quale fonte dell’obbligazione di pagamento, mentre l’azione ha ad oggetto l’omessa vigilanza sugli atti di mala gestio degli amministratori. Il sindaco che abbia agito in via monitoria per ottenere i compensi relativi a un periodo successivo alla pretesa decadenza dalla carica ai sensi dell’art. 2404, comma 2, c.c. [e che risulti avere continuato a operare come sindaco] non può invece eccepire tale decadenza per sottrarsi alla responsabilità.
Qualora la società abbia transatto con alcuni sindaci limitatamente alla loro quota di responsabilità per somme inferiori alla quota ideale di ciascuno, la riduzione del debito degli altri condebitori solidali va commisurata alla quota ideale dei transigenti, che deve essere determinata tenendo conto della diversa gravità delle condotte e può dunque essere inferiore a quella dell’amministratore autore degli atti distrattivi, quando ai sindaci sia addebitata soltanto l’omessa vigilanza.
La limitazione della responsabilità dei sindaci introdotta dall’art. 2407, comma 2, c.c., nel testo modificato dalla l. n. 35/2025, non opera in caso di dolo, che ricorre quando il sindaco sia consapevole degli atti di mala gestio degli amministratori e non reagisca [con gli strumenti previsti dagli artt. 2406 e 2409 c.c.].
Ai fini del sequestro conservativo chiesto dal curatore della liquidazione giudiziale nei confronti dell’amministratore unico e socio di maggioranza di s.r.l., integra il fumus dell’azione di responsabilità ex artt. 255 CCII e 2476 c.c. la restituzione a sé stesso, mediante prelievi ripetuti dal conto sociale, dei finanziamenti erogati alla società in una situazione di grave squilibrio patrimoniale che ne imponeva la postergazione ai sensi dell’art. 2467 c.c., nonché l’omesso pagamento dei debiti tributari e previdenziali, nei limiti delle sanzioni e degli interessi maturati. Non è invece suscettibile di accertamento nella sommaria cognizione cautelare l’addebito di indebita prosecuzione dell’attività, che richiede l’individuazione della data di perdita della continuità aziendale o del capitale e le rettifiche dei bilanci necessarie al calcolo della differenza dei netti patrimoniali.
Il periculum in mora del sequestro conservativo è integrato dalla messa in vendita, da parte dell’amministratore convenuto, dell’unico immobile di cui sia titolare, già gravato da ipoteche, al fine di far fronte a ulteriori debiti personali.
Il diritto di consultazione previsto dall’art. 2476, comma 2, c.c. spetta anche al socio che abbia cessato la carica di amministratore, pure con riguardo ai documenti relativi al periodo della sua gestione, perché sull’ex amministratore non grava alcun dovere di conservare copia o memoria della documentazione trattata in quella qualità. L’eccezione di abuso, fondata sulla concorrenza sleale che il socio eserciterebbe tramite altra società, richiede che la società provi il carattere abusivo della richiesta e va comunque disattesa quando la documentazione richiesta [libri sociali, scritture contabili e dichiarazioni fiscali] non sia idonea a supportare atti di concorrenza né a far sorgere un conflitto con le esigenze di riservatezza della società.
L’ordine cautelare di consentire al socio la consultazione dei documenti sociali ha ad oggetto un obbligo di fare infungibile e può essere assistito dalla misura coercitiva prevista dall’art. 614-bis c.p.c., la cui decorrenza il giudice può differire [di trenta giorni dalla comunicazione] per consentire alla società di adempiere.
Le delibere assunte dall’assemblea dei soci, e non dall’organo gestorio, non integrano di per sé gravi irregolarità nella gestione rilevanti ai sensi dell’art. 2409 c.c., tanto più quando [risalgano a quasi due anni prima del ricorso e] siano già state impugnate dal socio di minoranza con gli ordinari rimedi, perché in pendenza dei giudizi di impugnazione non trova spazio un ulteriore sindacato del tribunale. Il procedimento ex art. 2409 c.c. non può infatti essere utilizzato in funzione di supplenza rispetto agli strumenti tipici del giudizio contenzioso, né per risolvere motivi di controversia tra i soci, e richiede irregolarità gravi, attuali e idonee ad arrecare danno alla società.
Ai fini del controllo giudiziario ex art. 2409 c.c. rileva soltanto il danno, anche potenziale, alla società, e non quello eventualmente subito dal socio di minoranza, sicché restano irrilevanti gli scopi asseritamente abusivi di una delibera di aumento di capitale che non abbia arrecato pregiudizio al patrimonio sociale. Il mero ritardo degli amministratori nell’iscrizione nel registro delle imprese dei lodi di annullamento delle delibere, o nell’adozione dei provvedimenti conseguenti ex art. 2377, comma 7, c.c., integra a sua volta una semplice irregolarità priva del requisito della gravità, quando gli amministratori si siano comunque attivati e dal ritardo non sia derivato danno alla società.
Integra violazione del diritto esclusivo di utilizzazione economica del programma per elaboratore, ai sensi degli artt. 1 e 64 bis l.d.a., la mera detenzione nei computer dell’impresa di copie del programma riprodotte senza autorizzazione, a prescindere dal loro effettivo utilizzo e dalla circostanza che si tratti di versioni obsolete [quattordici copie crackate, installate e funzionanti con tutti i moduli, rinvenute in sede di descrizione]; né esclude l’illecito l’allegazione che le installazioni siano imputabili a soggetti terzi non identificati.
L’amministratore della società nei cui computer siano rinvenute copie abusive di un programma per elaboratore risponde in solido con la società, ai sensi degli artt. 2395 e 2043 c.c., per l’omissione dei controlli che gli competono, ivi compresa la verifica che le risorse necessarie all’attività aziendale siano lecitamente procurate; a tal fine non basta l’adozione di un regolamento aziendale, se non si approntano misure idonee ad assicurarne il rispetto e non se ne vigila l’osservanza, e la vigilanza deve essere tanto più intensa quando un episodio analogo si sia già verificato [precedente contestazione, relativa a un’altra copia abusiva, definita in via transattiva]. Gli accertamenti compiuti nel procedimento di descrizione cui l’amministratore abbia partecipato quale legale rappresentante della società sono opponibili anche a lui personalmente, perché il medesimo fatto storico non può ritenersi provato nei confronti della società e non provato nei confronti della persona fisica.
Nella liquidazione forfettaria del danno da violazione del diritto d’autore sul software sulla base del prezzo del consenso ai sensi dell’art. 158, comma 2, l.d.a., quando siano state abusivamente duplicate più copie del programma il danno non va calcolato moltiplicando il prezzo di listino della licenza per il numero delle copie, ma considerando l’acquisto di un pacchetto di licenze, con un incremento percentuale del prezzo per ogni licenza successiva alla prima [incremento stimato equitativamente nella misura del 10%], sulla base del listino vigente alla data dell’accertamento dell’illecito, senza il canone di manutenzione, non ipotizzabile per le copie non autorizzate, e al netto della quota spettante al distributore.
Il danno emergente consistente nelle spese sostenute per l’accertamento dell’illecito è risarcibile soltanto se il titolare documenti gli esborsi direttamente correlati alla condotta contestata, non potendo il giudice procedere alla liquidazione equitativa in difetto di prova della concreta esistenza del danno; non sono invece risarcibili, neppure pro quota, le spese sostenute in generale per contrastare il fenomeno dell’utilizzazione illecita dei propri programmi. Il danno non patrimoniale della persona giuridica titolare dei diritti di utilizzazione economica è risarcibile solo se siano allegati e provati fatti specifici di lesione di situazioni equivalenti ai diritti fondamentali della persona, quali l’immagine o la reputazione, mentre il danno morale spetta soltanto alla persona fisica autrice dell’opera.
Contrasta con i principi dell’ordinamento il riconoscimento di efficacia a un vincolo negoziale, assunto dal cessionario di partecipazioni sociali, a non trasferire la sede operativa della società per un periodo indeterminato o comunque eccedente la normale prospettiva di operatività del progetto industriale che lo giustificava [impegno assunto nel 2006 a mantenere la sede operativa «finché» i cedenti e i loro figli fossero rimasti soci]. Venuti meno il presupposto imprenditoriale e il peso della partecipazione dei cedenti, ridotta a misura esigua, il loro interesse meramente individuale recede di fronte a quello dell’impresa alla riorganizzazione per la salvaguardia della continuità aziendale.
L’impegno assunto dal cessionario di partecipazioni nei confronti delle persone fisiche cedenti non può essere fatto valere dalla società da esse partecipata, soggetto giuridico distinto dai soci; né, dopo la fusione per incorporazione della società ceduta nella cessionaria, può essere invocato quanto alla sede operativa della società incorporata, se il progetto di fusione nulla abbia previsto al riguardo.
Rientra nella competenza della sezione specializzata in materia di impresa, ai sensi dell’art. 3, comma 2, lett. b), d.lgs. n. 168/2003, la domanda di adempimento della clausola del contratto preliminare di cessione di partecipazioni sociali con cui il cessionario si sia impegnato a mantenere la sede operativa della società ceduta in un determinato luogo, anche se la parte resistente la ricolleghi al recesso da un contratto di locazione dell’immobile in cui si svolge l’attività, perché la competenza si determina in base al contenuto della domanda ai sensi dell’art. 10 c.p.c., indipendentemente dall’esito del giudizio.
L’opera cartografica è protetta dal diritto d’autore quando consista in una rielaborazione originale e personale degli elementi geografici presenti sul territorio [carta panoramica delle Dolomiti, caratterizzata da colori vivaci, da una particolare scelta prospettica e da uno stile volto ad accentuare la percezione tridimensionale della catena montuosa]. Ne costituisce riproduzione illecita la stampa dell’immagine su oggetti souvenir, senza che rilevino, ai fini della riconoscibilità dell’opera, l’aggiunta di scritte in rilievo o la diversa tonalità dei colori dovuta al tipo di stampa e al supporto utilizzato.
In sede cautelare la titolarità dei diritti di sfruttamento economico dell’opera può ritenersi provata sulla base delle pubblicazioni del titolare che la riproducono e delle autorizzazioni all’utilizzo concesse a terzi, quando il resistente si limiti a contestarne la rilevanza senza fornire prova contraria [il resistente aveva ricevuto il file dell’immagine per una stampa autorizzata dal titolare in favore di un terzo].
La somma dovuta per ogni violazione o inosservanza dell’inibitoria ai sensi dell’art. 156, comma 1, l.d.a. ricalca la misura dell’astreinte e funge da strumento di coazione indiretta all’adempimento di obblighi infungibili di fare o di non fare; essa deve essere idonea a rendere economicamente svantaggiosa l’inottemperanza e, al tempo stesso, rapportata all’interesse del titolare all’adempimento, anche in considerazione delle conseguenze pregiudizievoli, patrimoniali e non patrimoniali, dell’inadempimento. Non è invece proporzionato, in sede cautelare, l’ordine di ritiro dal commercio dei prodotti già ceduti a terzi.
Ai fini della concorrenza sleale per imitazione servile ai sensi dell’art. 2598, n. 1, c.c., la novità e la capacità distintiva della forma imitata sono requisiti cumulativi, da accertare con particolare rigore; il relativo onere probatorio grava su chi invoca la tutela, mentre spetta al convenuto provare la mancanza di novità o la perdita sopravvenuta della capacità distintiva. Il rigore si giustifica perché altrimenti si attribuirebbe una tutela temporalmente illimitata a forme che, come i disegni o modelli, godono di una protezione soltanto temporanea o che, conferendo valore sostanziale al prodotto, non sarebbero registrabili come marchio di forma. La capacità distintiva può essere provata anche in via presuntiva, valorizzando la lunga presenza esclusiva della forma sul mercato, la costante esposizione nelle principali fiere di settore, la distribuzione nazionale e internazionale e la risonanza nella stampa specializzata [libreria modulare a parete, priva di schienale e di spalle, con ripiani sottili e tubetti di raccordo, presente sul mercato da oltre vent’anni senza imitazioni].
La confondibilità tra i prodotti va accertata con una valutazione sintetica, e non analitica, dei loro elementi caratterizzanti, secondo l’impressione generale suscitata nel consumatore medio, e non nell’utilizzatore informato rilevante per il carattere individuale dei modelli; non escludono la confondibilità le differenze marginali, non percepibili né memorizzabili dall’osservatore medio, o che possono essere interpretate come varianti del prodotto originale [diversa profondità e spessore dei ripiani, una sola fila di tubetti distanziali anziché due, becco frontale inclinato dei ripiani].
Non può essere disposto il sequestro previsto dall’art. 161 l.d.a. quando il fumus boni iuris sia ravvisato soltanto in relazione alla concorrenza sleale per imitazione servile, illecito che non ammette tale misura cautelare; la pubblicazione del provvedimento, misura particolarmente invasiva e di natura anche risarcitoria in forma specifica, può essere riservata alla fase di merito.
Ricorre litispendenza ai sensi dell’art. 39 c.p.c. tra il giudizio di accertamento della nullità, totale o parziale, della fideiussione omnibus per violazione dell’art. 2 l. n. 287/1990 e il giudizio di opposizione all’esecuzione previamente instaurato dal fideiussore davanti ad altro tribunale, quando in quest’ultimo la nullità sia stata fatta valere non come eccezione volta al mero rigetto della pretesa esecutiva, ma come domanda diretta alla declaratoria della nullità e delle sue conseguenze [fideiussione riproduttiva delle clausole 2, 6 e 8 dello schema ABI]. La distinzione tra domanda ed eccezione riconvenzionale dipende infatti dal risultato processuale perseguito e non dal titolo posto a base della difesa; in ogni caso, la domanda di accertamento della nullità contrattuale è autodeterminata e la declaratoria della nullità è sempre idonea a produrre effetti di giudicato, sia che segua a un’eccezione sia che segua a una domanda riconvenzionale.
Ai fini dell’obbligo di nomina dell’organo di controllo nella s.r.l. ai sensi dell’art. 2477 c.c., il numero dei dipendenti occupati in media durante l’esercizio va determinato secondo i criteri di conteggio indicati dalla normativa di derivazione europea per le unità lavorative annue (ULA) di cui al d.m. 18/4/2005, anche quando la società si avvalga, oltre che di lavoratori subordinati a tempo pieno, di lavoratori a tempo determinato o stagionali [società agricola che impiegava lavoratori a chiamata in particolari periodi dell’anno; media risultata inferiore a venti unità]. Il dato va ricavato da quanto dichiarato dalla stessa società, che può documentarlo con l’attestazione del proprio consulente del lavoro; ove esso non superi alcuno dei parametri dimensionali, va revocato il decreto di nomina del sindaco unico.
La segnalazione del conservatore del registro delle imprese al tribunale ai sensi dell’art. 2477, comma 5, c.c. dà luogo a un procedimento di volontaria giurisdizione nei confronti di una sola parte, nel quale il conservatore non è portatore di un interesse contrapposto a quello della società, ma è soltanto organo rappresentativo dell’ente titolare del potere di impulso della nomina officiosa; sulla richiesta della società di revoca del decreto di nomina del sindaco non va pertanto instaurato il contraddittorio.