E’ onere della parte procurarsi copia degli atti del processo, senza che la stessa possa lamentare l’indisponibilità di atti e documenti che, con l’ordinaria diligenza, avrebbero potuto essere acquisiti in copia durante l’ordinario svolgimento del processo. Difatti, la parte, nell’esercizio del suo potere dispositivo delle prove (art. 115 c.p.c.), ha la facoltà di ritirare e di non ridepositare nei termini di legge i documenti in precedenza prodotti, senza altra sanzione che quella della soccombenza per non aver fornito la prova della sua pretesa, quando il documento non più ridepositato si riveli a lei favorevole, in quanto il giudice deve decidere la causa in base solo alle prove che siano sottoposte al suo esame in sede di decisione; mentre l’altra parte – ove tale documento le giovi – qualora non abbia provveduto ai sensi dell’art. 76 disp. attuaz. c.p.c. a farsi rilasciare dal cancelliere copia di tale documento idoneo, in ipotesi, a fornire la prova del diritto posto a base della propria pretesa, non può dolersi delle conseguenza derivanti dalla sua inattività. Non può attribuirsi rilievo all’affermazione secondo cui all’omesso deposito del fascicolo di parte sarebbe conseguita l’impossibilità di proporre tempestivamente la querela di falso: è vero, infatti, che la tardività della contestazione preclude l’esercizio della facoltà di disconoscere ex art. 2719 c.c. la conformità della copia fotostatica del documento al relativo originale, ma è altrettanto vero che la querela di falso ai sensi dell’art. 221 c.p.c. può essere proposta in qualsiasi stato e grado del giudizio finché la verità del documento non sia stata accertata con sentenza passata in giudicato. Resta pertanto salva ed impregiudicata la possibilità di presentarla in grado d’appello, con gli effetti, in caso di ritenuta rilevanza del documento ai fini della decisione della causa, di cui all’art. 355 c.p.c. (sospensione del processo di secondo grado in attesa della definizione del giudizio di falso).
L’ordinamento non è ispirato al principio dell’unità della giurisdizione e della prevalenza del giudizio penale su quello civile, avendo il legislatore instaurato un sistema di completa autonomia e separazione fra i due giudizi, in virtù del quale è consentito al processo civile, ad eccezione di alcune particolari e limitate ipotesi di sua sospensione ex art. 75, comma 3, c.p.p., di proseguire il suo corso senza essere influenzato da quello penale ed è imposto al giudice civile di procedere ad un autonomo accertamento dei fatti e della responsabilità civile con pienezza di cognizione, senza essere vincolato alle soluzioni e alle qualificazioni del giudice penale, sicché, anche in presenza di un giudicato penale, non ha l’obbligo di esaminare e valutare le prove e le risultanze acquisite nel processo penale come fonte del proprio convincimento.
La querela di falso può essere proposta anche in grado di appello, purché la decisione sulla falsità del documento sia rilevante ai fini della decisione della causa nella quale la querela è proposta.
La sentenza del giudice di merito, la quale, dopo aver aderito ad una prima ragione di decisione, esamini e accolga anche una seconda, al fine di sostenere la decisione anche nel caso in cui la prima possa risultare erronea, non incorre nel vizio di contraddittorietà della motivazione, il quale sussiste nel diverso caso di contrasto di argomenti confluenti nella stessa “ratio decidendi”, nè contiene, quanto alla “causa petendi” alternativa o subordinata, un mero “obiter dictum”, insuscettibile di trasformarsi nel giudicato. Detta sentenza, invece, configura una pronuncia basata su due distinte “rationes decidendi”, ciascuna di per sè sufficiente a sorreggere la soluzione adottata, con il conseguente onere del ricorrente di impugnarle entrambe, a pena di inammissibilità del ricorso per cassazione. Quando la sentenza assoggettata a impugnazione sia fondata su diverse “rationes decidendi”, ciascuna idonea a giustificarne autonomamente la statuizione, la circostanza che tale impugnazione non sia rivolta contro una di esse determina l’inammissibilità del gravame per l’esistenza del giudicato sulla “ratio decidendi” non censurata, piuttosto che per carenza di interesse.