Il contratto preliminare di cessione di quote produce soltanto l’obbligo di stipulare il contratto definitivo, sicché, in mancanza della conclusione del definitivo e della domanda di sentenza costitutiva ai sensi dell’art. 2932 c.c., la domanda di condanna del promissario acquirente al pagamento del prezzo è priva di causa.
Il preliminare di cessione delle quote può essere sottoposto alla condizione sospensiva inespressa della vendita dell’azienda della società, desumibile in via interpretativa dalla lunga dilazione del pagamento del prezzo, dall’assenza di un termine per la stipula del definitivo, dalla delega al promissario acquirente per l’assemblea chiamata ad autorizzare la vendita e dalla condotta dei promittenti che abbiano continuato a partecipare alle assemblee come soci. Tale condizione non è meramente potestativa ai sensi dell’art. 1355 c.c., perché la vendita dipende anche dalla volontà del terzo acquirente, e configura una condizione mista; il suo mancato avveramento impedisce al preliminare di produrre effetti.
Il presidente del consiglio di amministrazione di s.p.a. che, a fronte degli allarmi del collegio sindacale su un grave squilibrio finanziario e di un conflitto interno alla compagine sociale, affidi a un professionista esterno una consulenza sull’andamento e sulla gestione della società agisce con la diligenza richiesta dall’art. 2392 c.c. e nel rispetto del dovere di agire informato di cui all’art. 2381, sesto comma, c.c., e non in carenza di poteri, quando la scelta risponda a finalità prudenziali di acquisizione di informazioni non condizionate dal conflitto.
Quando lo statuto consenta al consiglio di amministrazione di convocare l’assemblea anche fuori dalla sede sociale, purché in territorio italiano e con avviso pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, la scelta del luogo può essere compiuta nell’ambito della discussione sul punto all’ordine del giorno relativo alla convocazione, senza necessità di uno specifico ordine del giorno, e le deliberazioni consiliari non impugnate sono valide e vanno eseguite.
La condanna ai sensi dell’art. 96, terzo comma, c.p.c. non richiede la domanda di parte né la prova del danno, ma presuppone l’accertamento della mala fede o della colpa grave della parte soccombente, desumibile anche dalla manifesta inconsistenza giuridica e dalla palese infondatezza dei motivi di impugnazione, e può essere pronunciata anche nel giudizio di appello.
È legittima la delibera di aumento del capitale di s.r.l. adottata a maggioranza senza sovrapprezzo, che l’art. 2481-bis, secondo comma, c.c. qualifica come eventuale, quanto meno quando sia garantito a tutti i soci il diritto di sottoscrizione in proporzione alle rispettive partecipazioni; non integra abuso della maggioranza l’aumento deliberato per far fronte a un debito sociale, restando l’eventuale derivazione del debito da una cattiva gestione rilevante soltanto ai fini della responsabilità degli amministratori.
L’interesse ad agire per l’annullamento o la nullità delle delibere assembleari, derivante dalla qualità di socio, deve sussistere sia al momento della proposizione della domanda sia al momento della decisione, salvo che la perdita di tale qualità sia conseguenza diretta della deliberazione impugnata; la sua sopravvenuta perdita rende la domanda improcedibile, ferma la possibilità di esaminarne il merito ai fini della soccombenza virtuale.
Ai fini della liquidazione della quota di partecipazione in s.r.l. il valore dei terreni compresi nel patrimonio sociale va determinato tenendo conto non solo delle possibilità legali ma anche di quelle effettive di edificazione alla data rilevante, sicché i terreni agricoli sottoposti a vincolo paesaggistico, la cui trasformazione sia subordinata ad autorizzazioni e convenzioni non ottenute, vanno stimati come agricoli; non costituiscono termini di comparazione idonei le stime riferite a un diverso regime urbanistico o gli atti di cessione di aree con caratteristiche e destinazioni differenti.
In mancanza di appello incidentale della società, l’art. 112 c.p.c. impedisce al giudice d’appello, investito dall’impugnazione dell’erede del socio volta a ottenere una liquidazione maggiore, di ridurre il valore della quota rispetto a quello accertato in primo grado, anche quando la consulenza tecnica disposta in appello ne abbia stimato uno inferiore, formandosi il giudicato interno sulla quantificazione minima.
La contestazione della sola sussistenza della giusta causa di revoca del gestore di un fondo comune di investimento non equivale a una contestazione in radice della pretesa risarcitoria e non assorbe la contestazione del quantum del danno, commisurato alle commissioni di gestione che sarebbero maturate fino alla data anteriormente alla quale l’incarico era revocabile solo per colpa grave o giustificato motivo; in mancanza di specifica contestazione, il giudice può ritenere il quantum non controverso.
Non è negligente la società di gestione del risparmio che, in vista della vendita di un immobile del fondo, fornisca all’esperto indipendente i dati sulla superficie lorda di pavimento risultanti dalla relazione tecnica asseverata allegata a una recente segnalazione certificata di inizio attività, in assenza di elementi che suggerissero l’opportunità di un approfondimento, quando la diversa superficie prospettata dal nuovo gestore si fondi su una valutazione opinabile dell’agibilità dei locali.
La condanna ai sensi dell’art. 96, terzo comma, c.p.c. non richiede la domanda di parte né la prova del danno, ma la mala fede o la colpa grave della parte soccombente, ravvisabile nella proposizione di una domanda risarcitoria fondata su pretese già respinte dalle autorità competenti o relativa a importi già rimborsati.
L’azione di responsabilità esercitata dal commissario liquidatore ai sensi dell’art. 206 l. fall. cumula l’azione sociale e quella dei creditori sociali, che mantengono autonomia di presupposti anche ai fini della prescrizione. L’azione dei creditori si prescrive dal momento in cui l’insufficienza patrimoniale diviene oggettivamente conoscibile, come l’iscrizione nel registro delle imprese della domanda di concordato preventivo, e non dalla redazione dei bilanci quando da essi l’insufficienza non emergesse; per l’azione sociale opera invece la sospensione prevista dall’art. 2941, n. 7, c.c. finché l’amministratore resta in carica.
La transazione o la rinuncia all’azione sociale di responsabilità stipulata dalla società con i propri amministratori senza l’approvazione dell’assemblea prevista dall’art. 2393, ultimo comma, c.c. è inefficace nei confronti della società e non preclude l’azione della procedura.
La scelta degli amministratori di privilegiare altri creditori omettendo il pagamento di imposte e contributi costituisce mala gestio, e il danno risarcibile comprende le sanzioni e gli interessi maturati anche dopo la cessazione dalla carica, in quanto conseguenza causale dell’illecito.
I compensi degli amministratori di s.p.a. devono essere determinati con deliberazione assembleare ai sensi degli artt. 2364, primo comma, n. 3, e 2389 c.c., che sola può prevederne la reversibilità a favore della controllante; in mancanza, i pagamenti eseguiti alla controllante in forza di un accordo stipulato dagli stessi amministratori in conflitto di interessi sono indebiti e costituiscono illecito degli amministratori.
Il socio di società di persone direttamente danneggiato da un atto doloso o colposo dell’amministratore può avvalersi, in via analogica, dell’azione individuale prevista dall’art. 2395 c.c., che coesiste con l’azione sociale di responsabilità ex art. 2260 c.c. e ha natura extracontrattuale; si applica pertanto la prescrizione quinquennale dell’art. 2947 c.c., mentre non è pertinente l’art. 2949 c.c., riferito alle azioni a tutela del patrimonio sociale e alle società iscritte nel registro delle imprese.
La prescrizione dell’azione individuale del socio decorre, ai sensi dell’art. 2935 c.c., dal momento in cui l’inerzia dell’amministratore si è tradotta in un obiettivo pregiudizio per il socio, come gli esborsi da lui sostenuti per sopperirvi, e non dalla successiva omessa presentazione del rendiconto, che è funzionale all’informazione della società e può fondare un danno diretto del socio solo in quanto ne impedisca la percezione degli utili.
L’intestazione fiduciaria di partecipazioni societarie realizza un’interposizione reale di persona e, in assenza di forma convenzionale, può essere provata anche per presunzioni. Quando due fiducianti abbiano incaricato lo stesso fiduciario di acquistare la totalità delle quote, spetta a ciascuno di essi, come fatto costitutivo della domanda di ritrasferimento, provare la misura della quota di propria spettanza prevista dal pactum fiduciae, senza che possano invocarsi le presunzioni di parità dettate per la comunione o per i rapporti interni tra condebitori solidali.
Il mandato fiduciario si presume oneroso ai sensi dell’art. 1709 c.c., e il compenso della fiduciaria che abbia tempestivamente allegato e provato l’attività svolta per l’acquisto, l’intestazione e la gestione delle quote può essere liquidato in via equitativa, anche quando essa sia legata ai fiducianti da rapporti professionali o familiari.
L’atto concluso in conflitto di interessi è di regola annullabile su istanza della parte interessata, e non nullo, e la violazione del dovere di diligenza da parte del fiduciante che abbia curato come professionista la reintestazione delle quote a proprio favore non determina la nullità dell’atto, ma potrebbe fondare soltanto una pretesa risarcitoria.
La mancanza di giusta causa della revoca dell’amministratore di s.p.a., deliberata dall’assemblea ai sensi dell’art. 2383, terzo comma, c.c., non integra un vizio della deliberazione, che opera come recesso ex lege esercitabile ad nutum, ma costituisce soltanto il presupposto del diritto dell’amministratore al risarcimento del danno.
Integra giusta causa di revoca dell’amministratore la sistematica condotta di distogliere il personale della società dalle mansioni assegnate per destinarlo a commissioni legate alle proprie esigenze private, perché esorbita dai poteri conferiti, disperde risorse sociali e compromette il rapporto fiduciario con la società e con i soci; la tolleranza di tale condotta da parte del precedente presidente non ne esclude né ne sminuisce la gravità, ed è sufficiente a fondare la giusta causa anche uno solo degli addebiti enunciati nella delibera di revoca.
Non integra di per sé responsabilità dell’amministratore di s.r.l. ai sensi dell’art. 2476 c.c. l’acquisto di un complesso industriale strategico per il conseguimento dell’oggetto sociale a un prezzo notevolmente superiore al valore di mercato accertato in giudizio, perché la scelta rientra nella discrezionalità imprenditoriale, insindacabile salvo irragionevolezza, imprudenza o arbitrarietà palese; la società attrice deve provare, oltre all’inadempimento, un danno concreto al patrimonio sociale causalmente connesso alla condotta, che non si identifica nella mera differenza tra prezzo pagato e valore di mercato quando dopo l’acquisto il fatturato sia cresciuto e la partecipazione sia stata ceduta a un prezzo elevato.
Ai fini della responsabilità dell’amministratore per conflitto di interessi è necessario il positivo accertamento, in concreto, di un effettivo pregiudizio per la società.
L’omissione da parte dell’amministratore di adempimenti tecnici che la società avrebbe comunque dovuto eseguire non costituisce di per sé un danno, che può consistere soltanto negli eventuali maggiori costi derivanti dal ritardo, come sanzioni e interessi, da provare in concreto.
L’art. 2320, terzo comma, c.c. impone all’accomandatario soltanto di comunicare annualmente ai soci accomandanti il bilancio e il conto dei profitti e delle perdite, e non di sottoporli alla loro approvazione, espressione che il legislatore utilizza invece nell’art. 2321 c.c.; l’accomandante che non condivida il rendiconto ricevuto può impedirne il consolidamento soltanto impugnandolo, sicché il rifiuto dell’accomandatario di sottoporgli il bilancio per l’approvazione non integra una condotta rilevante ai fini della revoca della facoltà di amministrare.
Quando il fascicolo di parte ritirato nel corso del giudizio non risulti ridepositato, né la cancelleria né il giudice hanno l’onere di ricercarlo o di rimettere la causa in istruttoria per consentirne la ricostruzione, e la causa va decisa sulla base degli atti presenti nel fascicolo d’ufficio e in quelli delle altre parti.
La cessione di quote di società ha per oggetto immediato la partecipazione sociale e solo mediato la quota del patrimonio che essa rappresenta, sicché le carenze o i vizi sopravvenuti possono giustificare il rifiuto del promissario acquirente di stipulare il definitivo solo se il promittente cedente abbia prestato specifiche garanzie. Un evento straordinario come la pandemia non rende inesigibile la stipula del definitivo, né integra l’impossibilità sopravvenuta prevista dall’art. 1463 c.c., salvo la prova specifica che per tale fatto la società versasse in una situazione tale da inibire le proiezioni future formulabili al momento dell’accordo, e non soltanto in una contingente contrazione del fatturato.
Il progetto imprenditoriale che il promissario acquirente intendeva realizzare attraverso la società non entra nella causa concreta del contratto, e non può fondarne lo scioglimento, quando non sia stato esplicitato alla controparte ma sia rimasto confinato nella sua sfera interna.
La parte non inadempiente che, dopo aver chiesto l’accertamento della legittimità del recesso con ritenzione della caparra confirmatoria, domandi la risoluzione del contratto e il risarcimento del danno nella misura corrispondente alla caparra, chiedendo di dichiararne legittima la ritenzione, non muta la domanda, che resta una domanda di accertamento dell’avvenuto recesso.