Quando il rigetto della domanda risarcitoria contro la società di revisione si fondi sul difetto di nesso causale e di danno, senza un accertamento inequivoco della violazione delle regole di condotta, cui la motivazione si riferisca soltanto in termini ipotetici, non si forma giudicato interno sull’inadempimento del revisore, che non ha l’onere di proporre appello incidentale.
La presunzione di nesso causale tra l’informazione decettiva del bilancio certificato senza rilievi e la scelta dell’azionista di non disinvestire può essere superata dalla prova, anche indiziaria, che egli non avrebbe comunque venduto, desumibile dal mancato disinvestimento anche dopo il crollo del valore delle azioni, unito agli elementi di allarme presenti nella relazione del collegio sindacale e nei prospetti informativi; tale prova non attiene alla propensione al rischio dell’investitore, ma al suo comportamento successivo.
Il danno da perdita della chance di vendere le azioni a un prezzo conveniente prima del loro tracollo non è risarcibile quando manchi la prova di una reale possibilità di smobilizzo, e perché la tempestiva diffusione di informazioni veritiere al mercato avrebbe soltanto anticipato il crollo delle quotazioni, sicché l’azionista avrebbe potuto evitare la perdita solo sfruttando una conoscenza privilegiata a danno degli altri investitori, forma di tutela che non può essere invocata.
Quando il rigetto della domanda risarcitoria contro la società di revisione si fondi sul difetto di nesso causale e di danno, senza un accertamento inequivoco della violazione delle regole di condotta, cui la motivazione si riferisca soltanto in termini ipotetici, non si forma giudicato interno sull’inadempimento del revisore, che non ha l’onere di proporre appello incidentale.
La presunzione di nesso causale tra l’informazione decettiva del bilancio certificato senza rilievi e la scelta dell’azionista di non disinvestire può essere superata dalla prova, anche indiziaria, che egli non avrebbe comunque venduto, desumibile dal mancato disinvestimento anche dopo il crollo del valore delle azioni, unito agli elementi di allarme presenti nella relazione del collegio sindacale e nei prospetti informativi; tale prova non attiene alla propensione al rischio dell’investitore, ma al suo comportamento successivo.
Il danno da perdita della chance di vendere le azioni a un prezzo conveniente prima del loro tracollo non è risarcibile quando manchi la prova di una reale possibilità di smobilizzo, e perché la tempestiva diffusione di informazioni veritiere al mercato avrebbe soltanto anticipato il crollo delle quotazioni, sicché l’azionista avrebbe potuto evitare la perdita solo sfruttando una conoscenza privilegiata a danno degli altri investitori, forma di tutela che non può essere invocata.
L’amministratore di diritto di s.r.l. chiamato a rispondere di illeciti amministrativi e fiscali derivanti dalla gestione dell’amministratore di fatto può agire nei suoi confronti con l’azione individuale di responsabilità prevista dall’art. 2476, settimo comma, c.c., di natura extracontrattuale, allegando e provando le condotte in violazione dei doveri connessi alla carica, i pregiudizi direttamente subiti nel proprio patrimonio e il nesso causale; sussiste l’interesse all’accertamento della qualità di amministratore di fatto quando essa sia contestata dalla controparte.
L’omessa vigilanza dell’amministratore di diritto sull’operato dell’amministratore di fatto, in quanto anteriore al verificarsi del danno, può integrare un concorso del fatto colposo del danneggiato ai sensi dell’art. 1227, primo comma, c.c., con diminuzione del risarcimento, ma non esclude il nesso causale né il diritto al risarcimento, perché il secondo comma della stessa norma riguarda soltanto i comportamenti del danneggiato successivi all’illecito; il concorso è comunque escluso per il danno derivante dall’emissione di assegni recanti la firma falsificata dell’amministratore di diritto.
Il termine di prescrizione del diritto al risarcimento decorre da quando il danneggiato ha avuto o avrebbe potuto avere conoscenza dell’ingiustizia del danno, ossia del fatto che esso si è prodotto e va attribuito a taluno, indipendentemente dal titolo della responsabilità.
La controversia tra il socio fiduciario e gli ex soci fiducianti per il ritrasferimento ai sensi dell’art. 2932 c.c. delle quote intestate fiduciariamente non rientra nella clausola compromissoria statutaria che devolve ad arbitri le controversie aventi ad oggetto i rapporti sociali, perché riguarda un rapporto negoziale estraneo al contratto sociale, mentre solo un’eventuale lite tra i soci sulla violazione della prelazione ricadrebbe nella competenza arbitrale.
Quando lo statuto preveda come conseguenza dell’inosservanza dei vincoli al trasferimento delle quote soltanto la mancata legittimazione dell’acquirente all’esercizio dei diritti sociali e l’inopponibilità alla società, tale inosservanza non incide sulla validità del trasferimento e la sentenza costitutiva ex art. 2932 c.c. è utilmente emessa. La clausola che esclude dalla prelazione l’intestazione a società fiduciaria e la reintestazione agli effettivi proprietari si applica, in ragione della sua funzione di impedire l’ingresso incontrollato di estranei nella compagine sociale, anche alla retrocessione delle quote dal fiduciario non istituzionale al fiduciante già socio.
Il fiduciario intestatario delle quote non può pretendere dai fiducianti, ai sensi dell’art. 1720 c.c., il rimborso pro quota delle rinunce al credito per finanziamenti infruttiferi da lui effettuate come socio in sede di approvazione dei bilanci, e i finanziamenti erogati alla società nel corso del rapporto si presumono frutto della sua esclusiva scelta di socio, salvo che egli provi di aver ricevuto istruzioni in tal senso dai fiducianti, perché l’attività del fiduciario deve svolgersi entro i limiti del pactum fiduciae.
L’art. 2374 c.c. è applicabile anche alla s.r.l., perché non è norma eccezionale ed è imprescindibile l’esigenza di assicurare la partecipazione informata dei soci e l’espressione di un voto consapevole, alla quale non suppliscono i poteri di consultazione riconosciuti dall’art. 2476, secondo comma, c.c., che operano sul piano del controllo successivo della gestione. La richiesta di rinvio dell’assemblea proveniente dai soci che rappresentano un terzo del capitale, se non manifestamente pretestuosa, integra un diritto potestativo, e il presidente è tenuto a concederla senza poterla vanificare ponendola ai voti; il diritto va esercitato secondo buona fede e il suo esercizio del tutto pretestuoso può integrare abuso. È preferibile che la richiesta sia motivata, così da consentire al presidente di valutarne la ragionevolezza; la pretestuosità ricorre, per esempio, quando la richiesta segua immediatamente un’altra sugli stessi argomenti in assenza di documenti o circostanze nuove.
Il controllo del notaio e del giudice sull’iscrizione della delibera ai sensi dell’art. 2436 c.c. resta sul piano formale, ma si estende alla verifica della non manifesta pretestuosità della richiesta di rinvio disattesa, e nel reclamo non occorre il contraddittorio con il notaio. Va quindi respinto il reclamo contro il diniego di iscrizione delle delibere adottate dopo il rifiuto del rinvio chiesto dai soci di minoranza, quando il presidente abbia dato conto dell’informazione solo sui bilanci e non sulla proposta di aumento del capitale, punto più rilevante all’ordine del giorno; la possibilità statutaria di decisioni scritte, che riguarda solo le modalità procedimentali, non elimina il deficit informativo.
In presenza di gravi irregolarità accertate ai sensi dell’art. 2409 c.c., la revoca dell’amministratore e la nomina di un amministratore giudiziario sono riservate ai casi più gravi e non sono giustificate quando il pregiudizio possa essere evitato con provvedimenti meno invasivi ma idonei a eliminare le irregolarità denunciate, secondo la gradualità prevista dal quarto comma della norma; è irrilevante che la maggioranza dei soci non muova rilievi all’operato dell’amministratore, perché la denunzia tutela l’interesse della minoranza alla corretta gestione.
Va pertanto revocato, in sede di reclamo, il decreto che abbia sostituito l’amministratrice unica di una s.r.l.s. di dimensioni modestissime, che aveva negato informazioni al custode giudiziario della propria quota sequestrata e approvato il bilancio in un’assemblea non convocata nei suoi confronti, sostituendolo con l’ordine di fornire al custode le informazioni e la consultazione dei libri sociali e con la convocazione giudiziale dell’assemblea per l’approvazione del bilancio, così evitando alla società il costo dell’amministratore giudiziario, sproporzionato rispetto ai suoi ricavi; la sussistenza delle irregolarità giustifica la condanna della resistente a metà delle spese.
L’operatività del principio del ne bis in idem non è limitata alle sole ipotesi in cui sia già stata emessa una pronuncia o, se emessa, sia passata in giudicato. E’ stata ampliata a tutte le ipotesi in cui una domanda sia già stata proposta in un diverso giudizio sulla base delle medesime allegazioni. Non rileva che le domande siano perfettamente coincidenti e che i giudizi rispondano a differenti finalità. L’ampia operatività del citato principio è coerente con l’ulteriore principio dell’economicità del giudizio, che deve essere letto alla luce di un’interpretazione costituzionalmente orientata.
L’avvenuta costituzionalizzazione del principio della ragionevole durata del processo ex art. 111 Cost. impone che l’autorità giudiziaria non possa essere chiamata più volte a pronunciarsi sulla medesima questione, onde evitare possibili contrasti nei giudicati e garantire una celerità nella definizione dei giudizi. Pur non esistendo nell’ordinamento alcun divieto assoluto di duplicazione dei titoli, la possibilità per la parte munita di titolo esecutivo di procurarsene un altro è consentita, purché sussista l’interesse ad agire ex art. 100 cpc e non vi sia abuso del diritto o del processo. L’abuso del processo, sul piano oggettivo, si configura quando lo strumento processuale è usato non per tutelare i propri diritti, ma per nuocere alla controparte con intenti emulativi, mentre, sul piano soggettivo, è riscontrabile quando la condotta è posta in essere in violazione del generale dovere di correttezza ex art. 1175 cod. civ. e buona fede ex art. 1375 cod. civ. Pertanto, l’abuso del processo è configurabile ogniqualvolta l’iniziativa processuale sia intesa a conseguire un ingiusto vantaggio, distorcendo i fini naturali del processo civile.
Il disconoscimento della scrittura privata ai sensi dell’art. 214 c.p.c., pur non richiedendo l’uso di formule sacramentali, deve avvenire in modo formale e inequivoco, mediante chiara impugnazione dell’autenticità della scrittura nella sua interezza o limitatamente alla sottoscrizione. Non è, a tal fine, sufficiente una contestazione generica, implicita, frammista ad altre difese o meramente sottintesa in una diversa ricostruzione dei fatti.
La contestazione della sola validità del contenuto di una scrittura dattiloscritta, ove non sia posta in dubbio la genuinità della sottoscrizione alla stessa apposta, si risolve, nella sostanza, nella contestazione dell’abusivo riempimento absque pactis del documento sottoscritto in bianco. Ed infatti, ai sensi dell’art. 2702 c.c., la sottoscrizione di un documento ingenera una presunzione iuris tantum di consenso del sottoscrittore al contenuto dell’atto e di assunzione di integrale paternità dello scritto. Ne consegue che, per denunciare il riempimento abusivo e privare la scrittura del valore probatorio che le è proprio, è necessaria la proposizione della querela di falso.
La censura afferente alla pretesa percezione sine titulo di compensi professionali da parte di un amministratore, ove non vengano tratteggiati gli estremi di un atto di mala gestio in termini di inadempimento dei doveri incombenti all'amministratore nella sua qualità, e la società attrice non abbia mai allegato la ricorrenza di un'ipotesi distrattiva a carico del medesimo, riconoscendo anzi che i pagamenti contestati fossero stati regolarmente deliberati e attuati dal soggetto all'uopo preposto, va ricondotta nell'alveo dell'art. 2033 c.c., attenendo la doglianza all'assenza di una valida causa giustificatrice del pagamento, che è ciò che caratterizza la fattispecie dell'indebito oggettivo, proponibile nei confronti dell'accipiens.
In tema di ripetizione dell'indebito opera il normale principio dell’onere della prova a carico dell’attore il quale è tenuto a dimostrare sia l’avvenuto pagamento sia la mancanza di una causa che lo giustifichi. Ne consegue che la produzione in giudizio delle fatture emesse dal professionista e della documentazione attestante il relativo pagamento tramite bonifico bancario è idonea a dimostrare unicamente l'avvenuto pagamento, ma non anche la natura indebita dell'esborso.
La disposizione dell'’art. 96 comma 3 c.p.c., nell'interpretazione avvallata da Corte Cost. n. 152/2016, presuppone l'accertamento, al pari della fattispecie disciplinata dal comma 1, della mala fede o colpa grave della parte soccombente, per integrare le quali non è sufficiente la mera infondatezza, anche manifesta, delle tesi prospettate, postulandosi la violazione del grado minimo di diligenza che consente di avvertire facilmente l'infondatezza della propria impostazione difensiva.
L’eventuale integrazione del reato di infedeltà patrimoniale non determina l’illiceità dell’oggetto della deliberazione e, dunque, la sua “nullità” ex art. 2379 c.c. Nell’ambito dell’autonoma disciplina dell’invalidità delle deliberazioni dell’assemblea delle società per azioni, la previsione della nullità è limitata ai soli casi, disciplinati dall’art. 2379 c.c., di impossibilità o illiceità dell’oggetto, che ricorrono quando il contenuto della deliberazione contrasta con norme dettate a tutela di interessi generali, che trascendono l’interesse del singolo socio, risultando dirette ad impedire deviazioni dallo scopo economico pratico del rapporto di società. Quindi, in materia societaria, a differenza di quanto previsto per l’azione generale di nullità del contratto (artt. 1418 e ss. c.c.), onde favorire la stabilità delle decisioni assunte dall’assemblea e l’attività gestoria conseguente, le deliberazioni sono, di regola, annullabili, nel rispetto dei termini previsti dalla legge e su iniziativa dei soggetti legittimati – anche laddove sussistano violazioni di “norme imperative” – e sono nulle soltanto in ipotesi residuali.
L’art. 2634 c.c. è norma incriminatrice posta a tutela del patrimonio individuale della società e non, invece, di un interesse di carattere ”generale” (come ad esempio, l’interesse del mercato, delle regolari contrattazioni con altri operatori economici (pubblici o privati), dei creditori, ecc.…). Difatti, ai sensi del comma quarto dell’art. 2634 c.c., “per i delitti previsti dal primo e dal secondo comma si procede a querela della persona offesa”, così condizionandosi alla valutazione di quest’ultima la procedibilità dell’azione penale: si tratta quindi di disciplina che appare non compatibile con la ravvisata finalità “generale” degli interessi protetti.
Chi agisce in giudizio per l’adempimento ha l’onere di provare il solo titolo costitutivo del rapporto e, se vi è un termine, che ne sia intervenuta la scadenza, potendo, d’altro canto, limitarsi ad allegare la circostanza dell’inadempimento del debitore; su quest’ultimo, invece, graverà la prova del fatto estintivo della pretesa avversaria, nelle forme dell’avvenuto adempimento ovvero della ricorrenza di una causa di impossibilità della prestazione a sé non imputabile ex art. 1218 c.c.
Tra la società e il soggetto incaricato di operare sui conti correnti intrattenuti dalla società con le banche (nel caso di specie, un collaboratore della società a cui viene contestata la qualifica di amministratore di fatto) intercorre un rapporto di mandato, pertanto il mandatario risponde nei confronti della società, ai sensi degli artt. 1710, 1712 e 1713 c.c. della corretta e diligente esecuzione del mandato ricevuto. Ne consegue che, a fronte della prova dei prelievi dai conti correnti, gravante sulla società, il mandatario ha l’onere di provare, sulla base dei rendiconti dallo stesso comunicati alla società, ai sensi dell’art. 1713 c.c., ovvero sulla base della contabilità della società, l’utilizzo delle somme secondo le direttive dell’amministratore o nell’interesse della società, con conseguente obbligo restitutorio in difetto di tale prova.