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Revoca dell’amministratore ex art. 2409 c.c. per abdicazione alla carica e omessa approvazione dei bilanci
Integra grave irregolarità, idonea a giustificare la revoca dell’amministratore e la nomina di un amministratore giudiziario ai sensi dell’art. 2409...

Integra grave irregolarità, idonea a giustificare la revoca dell’amministratore e la nomina di un amministratore giudiziario ai sensi dell’art. 2409 c.c., la condotta dell’amministratore che [ometta di convocare l’assemblea per l’approvazione dei bilanci e di depositarli, e deleghi in modo indiscriminato a un socio le funzioni relative alla gestione fiscale, contabile, bancaria e documentale della società], perché essa dimostra la totale abdicazione dalla carica formalmente rivestita e l’inadempimento dell’obbligo, discendente dall’art. 2086, co. 2, c.c., di predisporre assetti organizzativi, amministrativi e contabili che assicurino all’organo gestorio il controllo di tutti gli aspetti rilevanti della società.

Nel giudizio di reclamo avverso il decreto emesso ai sensi dell’art. 2409 c.c. è ammissibile, data la semplicità delle forme del rito camerale, la produzione della relazione dell’amministratore giudiziario, che è necessariamente di formazione successiva alla conclusione del procedimento di primo grado. La relazione è altresì rilevante quando descrive la situazione della società non come conseguenza della revoca, ma come venutasi a determinare dal momento in cui l’amministratore revocato ha assunto la carica.

Sebbene il procedimento ex art. 2409 c.c. sia riconducibile alla volontaria giurisdizione e non comporti l’instaurazione di un contraddittorio su diritti, è ammissibile la condanna alle spese secondo una nozione di soccombenza processuale dei controinteressati.

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La quantificazione del danno derivante dalla revoca senza giusta causa dell’amministratore
Il danno subito dall’amministratore revocato, senza giusta causa, ai sensi dell’art. 2383, comma 3, c.c. consiste nel lucro cessante, indi...

Il danno subito dall’amministratore revocato, senza giusta causa, ai sensi dell’art. 2383, comma 3, c.c. consiste nel lucro cessante, indi nel compenso non percepito per il periodo in cui l’amministratore avrebbe conservato il suo ufficio se non fosse intervenuta la revoca. Ai fini della quantificazione di tale danno, in applicazione delle regole dettate dagli artt. 1223-1227 c.c., il giudice del merito è chiamato a svolgere un apprezzamento di fatto che tenga conto del tempo ritenuto necessario per reperire una nuova occupazione, nel medesimo o anche in altro settore operativo. In ogni caso, stante la natura contrattuale della responsabilità ex art. 2383 c.c., grava in capo all’attore l’onere di provare l’entità del danno subito e il tempo effettivamente necessario (ed eventualmente impiegato) per la propria ricollocazione lavorativa.

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Riconoscimento di debito di una società ceca verso l’ex socio: giurisdizione italiana, legge applicabile ed esclusione della postergazione
Il riconoscimento di debito sottoscritto dall’amministratore di una società con sede in altro Stato membro rientra nella materia contrattuale ai...

Il riconoscimento di debito sottoscritto dall’amministratore di una società con sede in altro Stato membro rientra nella materia contrattuale ai sensi dell’art. 7, n. 1, lett. a), del reg. UE n. 1215/2012, nozione autonoma che comprende tutti gli impegni liberamente assunti da un soggetto nei confronti di un altro, sicché per l’azione di pagamento sussiste la giurisdizione del giudice italiano quando l’obbligazione pecuniaria debba essere eseguita al domicilio del creditore in Italia.

Il riconoscimento di debito reso e sottoscritto in un altro Stato è regolato dalla legge di quello Stato, sia ai sensi dell’art. 4, terzo comma, del reg. CE n. 593/2008, per il collegamento manifestamente più stretto, sia ai sensi dell’art. 58 l. n. 218/1995, che assoggetta la promessa unilaterale alla legge del luogo in cui è manifestata; ne consegue l’inapplicabilità della postergazione dei finanziamenti dei soci prevista dall’art. 2467 c.c.

Il legale rappresentante della società contro la quale sia prodotta una scrittura privata sottoscritta da chi era già investito della rappresentanza legale deve disconoscerla formalmente ai sensi dell’art. 214 c.p.c., non essendo sufficiente la mera dichiarazione di non conoscerla.

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Recesso del socio di s.r.l. comunicato con l’atto di citazione e determinazione del valore della quota da parte dell’esperto
Il recesso del socio di s.r.l. ai sensi dell’art. 2473 c.c. non richiede la forma scritta ad substantiam né una...

Il recesso del socio di s.r.l. ai sensi dell’art. 2473 c.c. non richiede la forma scritta ad substantiam né una comunicazione anteriore al giudizio, salvi i vincoli convenzionali, e può essere validamente esercitato con qualunque atto idoneo a rendere la società consapevole della volontà del socio di sciogliere il vincolo sociale, compreso l’atto di citazione; esso diviene efficace, senza necessità di accettazione da parte della società, decorsi centottanta giorni dalla comunicazione.

È inammissibile la domanda del socio receduto di condanna della s.r.l. al pagamento di una somma a titolo di rimborso della partecipazione, perché in caso di disaccordo il valore della quota è determinato, ai sensi dell’art. 2473 c.c. e del richiamo all’art. 1349 c.c., dalla relazione giurata di un esperto nominato dal tribunale, che integra il contenuto del negozio di liquidazione ed è impugnabile solo per manifesta iniquità o erroneità, e non dal giudice.

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Garanzie del preliminare di cessione di quote non riprodotte nel definitivo e manleva per sopravvenienze passive successive al closing
Le dichiarazioni e garanzie contenute nel contratto preliminare di cessione di partecipazioni sociali possono sopravvivere al contratto definitivo che non...

Le dichiarazioni e garanzie contenute nel contratto preliminare di cessione di partecipazioni sociali possono sopravvivere al contratto definitivo che non le riproduca, quando il preliminare preveda la propria efficacia anche dopo l’esecuzione e il definitivo contenga una clausola di rinvio, per quanto non previsto, agli accordi intercorsi in sede di preliminare.

La clausola di manleva per le sopravvenienze passive dipendenti da fatti anteriori al closing non copre i supplementi di premio e le sanzioni conseguenti a omesse comunicazioni all’ente assicuratore protrattesi e riferite a periodi successivi al closing; l’esclusione di tali passività dalla manleva discende dall’interpretazione della clausola e dalla ricostruzione dei fatti, e non dall’accoglimento di un’eccezione ai sensi dell’art. 1227, secondo comma, c.c.

Il mancato deposito dell’avviso di impugnazione presso la cancelleria del giudice che ha pronunciato la sentenza, previsto dall’art. 123 disp. att. c.p.c., non determina l’inammissibilità né l’improcedibilità dell’appello.

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Scritture contabili non consegnate al curatore: nesso causale con il mancato recupero dei crediti e prova della distrazione di attivi
Nell’azione di responsabilità promossa dal curatore contro l’amministratore per l’omessa tenuta o consegna delle scritture contabili, il danno consistente nel...

Nell’azione di responsabilità promossa dal curatore contro l’amministratore per l’omessa tenuta o consegna delle scritture contabili, il danno consistente nel mancato recupero dei crediti sociali richiede la prova del nesso causale tra la mancata disponibilità della documentazione e il mancato recupero, e quindi dell’esistenza e dell’effettiva recuperabilità dei crediti, che non sussiste quando essi risultino contestati dai debitori o già estinti; non basta l’affermazione che la documentazione, se disponibile, avrebbe con ragionevole probabilità consentito di far valere vittoriosamente le pretese.

La distrazione di attivi non può essere desunta dal confronto tra le poste dell’ultimo bilancio depositato e l’attivo realizzato nella procedura quando il bilancio sia inattendibile perché redatto sulla base di una contabilità incompleta o irregolare, e la mancata tenuta delle scritture non giustifica di per sé la liquidazione del danno nella differenza tra passivo accertato e attivo liquidato.

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Associazione in partecipazione: rendicontazione, gestione in perdita e sviamento della clientela conferita dall’associata
Nel contratto di associazione in partecipazione l’associante che produca i rendiconti periodici inviati all’associata, da questa ricevuti e mai contestati...

Nel contratto di associazione in partecipazione l’associante che produca i rendiconti periodici inviati all’associata, da questa ricevuti e mai contestati prima del giudizio, prova l’adempimento dell’obbligo di rendicontazione; la gestione in perdita dell’attività comune esclude la maturazione di utili da ripartire, e la consulenza tecnica contabile sui bilanci di altre società riferibili all’amministratore dell’associante, volta a ricercare un asserito sviamento degli utili, ha carattere esplorativo quando le allegazioni siano generiche.

Il trasferimento del personale dell’associata all’associante previsto dal contratto non costituisce concorrenza sleale, e il passaggio dei contratti con i clienti conferiti dall’associata, alla loro naturale scadenza, all’associante e poi a un’altra società riferibile al suo amministratore non prova di per sé uno sviamento della clientela ai sensi dell’art. 2598, n. 3, c.c.; le proposte transattive formulate da una parte non valgono come riconoscimento delle pretese della controparte.

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Preliminare di cessione di quote sottoposto alla condizione sospensiva inespressa della vendita dell’azienda sociale
Il contratto preliminare di cessione di quote produce soltanto l’obbligo di stipulare il contratto definitivo, sicché, in mancanza della conclusione...

Il contratto preliminare di cessione di quote produce soltanto l’obbligo di stipulare il contratto definitivo, sicché, in mancanza della conclusione del definitivo e della domanda di sentenza costitutiva ai sensi dell’art. 2932 c.c., la domanda di condanna del promissario acquirente al pagamento del prezzo è priva di causa.

Il preliminare di cessione delle quote può essere sottoposto alla condizione sospensiva inespressa della vendita dell’azienda della società, desumibile in via interpretativa dalla lunga dilazione del pagamento del prezzo, dall’assenza di un termine per la stipula del definitivo, dalla delega al promissario acquirente per l’assemblea chiamata ad autorizzare la vendita e dalla condotta dei promittenti che abbiano continuato a partecipare alle assemblee come soci. Tale condizione non è meramente potestativa ai sensi dell’art. 1355 c.c., perché la vendita dipende anche dalla volontà del terzo acquirente, e configura una condizione mista; il suo mancato avveramento impedisce al preliminare di produrre effetti.

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Consulenza esterna affidata dal presidente di s.p.a., dovere di agire informato e convocazione dell’assemblea fuori dalla sede sociale
Il presidente del consiglio di amministrazione di s.p.a. che, a fronte degli allarmi del collegio sindacale su un grave squilibrio...

Il presidente del consiglio di amministrazione di s.p.a. che, a fronte degli allarmi del collegio sindacale su un grave squilibrio finanziario e di un conflitto interno alla compagine sociale, affidi a un professionista esterno una consulenza sull’andamento e sulla gestione della società agisce con la diligenza richiesta dall’art. 2392 c.c. e nel rispetto del dovere di agire informato di cui all’art. 2381, sesto comma, c.c., e non in carenza di poteri, quando la scelta risponda a finalità prudenziali di acquisizione di informazioni non condizionate dal conflitto.

Quando lo statuto consenta al consiglio di amministrazione di convocare l’assemblea anche fuori dalla sede sociale, purché in territorio italiano e con avviso pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, la scelta del luogo può essere compiuta nell’ambito della discussione sul punto all’ordine del giorno relativo alla convocazione, senza necessità di uno specifico ordine del giorno, e le deliberazioni consiliari non impugnate sono valide e vanno eseguite.

La condanna ai sensi dell’art. 96, terzo comma, c.p.c. non richiede la domanda di parte né la prova del danno, ma presuppone l’accertamento della mala fede o della colpa grave della parte soccombente, desumibile anche dalla manifesta inconsistenza giuridica e dalla palese infondatezza dei motivi di impugnazione, e può essere pronunciata anche nel giudizio di appello.

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Aumento di capitale di s.r.l. senza sovrapprezzo e sopravvenuta perdita della qualità di socio dell’impugnante
È legittima la delibera di aumento del capitale di s.r.l. adottata a maggioranza senza sovrapprezzo, che l’art. 2481-bis, secondo comma,...

È legittima la delibera di aumento del capitale di s.r.l. adottata a maggioranza senza sovrapprezzo, che l’art. 2481-bis, secondo comma, c.c. qualifica come eventuale, quanto meno quando sia garantito a tutti i soci il diritto di sottoscrizione in proporzione alle rispettive partecipazioni; non integra abuso della maggioranza l’aumento deliberato per far fronte a un debito sociale, restando l’eventuale derivazione del debito da una cattiva gestione rilevante soltanto ai fini della responsabilità degli amministratori.

L’interesse ad agire per l’annullamento o la nullità delle delibere assembleari, derivante dalla qualità di socio, deve sussistere sia al momento della proposizione della domanda sia al momento della decisione, salvo che la perdita di tale qualità sia conseguenza diretta della deliberazione impugnata; la sua sopravvenuta perdita rende la domanda improcedibile, ferma la possibilità di esaminarne il merito ai fini della soccombenza virtuale.

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Liquidazione della quota di s.r.l. all’erede del socio: stima dei terreni vincolati e limiti del giudice d’appello senza impugnazione incidentale
Ai fini della liquidazione della quota di partecipazione in s.r.l. il valore dei terreni compresi nel patrimonio sociale va determinato...

Ai fini della liquidazione della quota di partecipazione in s.r.l. il valore dei terreni compresi nel patrimonio sociale va determinato tenendo conto non solo delle possibilità legali ma anche di quelle effettive di edificazione alla data rilevante, sicché i terreni agricoli sottoposti a vincolo paesaggistico, la cui trasformazione sia subordinata ad autorizzazioni e convenzioni non ottenute, vanno stimati come agricoli; non costituiscono termini di comparazione idonei le stime riferite a un diverso regime urbanistico o gli atti di cessione di aree con caratteristiche e destinazioni differenti.

In mancanza di appello incidentale della società, l’art. 112 c.p.c. impedisce al giudice d’appello, investito dall’impugnazione dell’erede del socio volta a ottenere una liquidazione maggiore, di ridurre il valore della quota rispetto a quello accertato in primo grado, anche quando la consulenza tecnica disposta in appello ne abbia stimato uno inferiore, formandosi il giudicato interno sulla quantificazione minima.

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Revoca senza giusta causa della SGR dalla gestione di un fondo immobiliare: contestazione del quantum, vendita di un immobile e lite temeraria
La contestazione della sola sussistenza della giusta causa di revoca del gestore di un fondo comune di investimento non equivale...

La contestazione della sola sussistenza della giusta causa di revoca del gestore di un fondo comune di investimento non equivale a una contestazione in radice della pretesa risarcitoria e non assorbe la contestazione del quantum del danno, commisurato alle commissioni di gestione che sarebbero maturate fino alla data anteriormente alla quale l’incarico era revocabile solo per colpa grave o giustificato motivo; in mancanza di specifica contestazione, il giudice può ritenere il quantum non controverso.

Non è negligente la società di gestione del risparmio che, in vista della vendita di un immobile del fondo, fornisca all’esperto indipendente i dati sulla superficie lorda di pavimento risultanti dalla relazione tecnica asseverata allegata a una recente segnalazione certificata di inizio attività, in assenza di elementi che suggerissero l’opportunità di un approfondimento, quando la diversa superficie prospettata dal nuovo gestore si fondi su una valutazione opinabile dell’agibilità dei locali.

La condanna ai sensi dell’art. 96, terzo comma, c.p.c. non richiede la domanda di parte né la prova del danno, ma la mala fede o la colpa grave della parte soccombente, ravvisabile nella proposizione di una domanda risarcitoria fondata su pretese già respinte dalle autorità competenti o relativa a importi già rimborsati.

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