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Il socio conserva l’interesse a impugnare il bilancio dopo l’omologazione del concordato liquidatorio
L’omologazione del concordato preventivo liquidatorio non fa venir meno l’interesse del socio a impugnare la delibera di approvazione del bilancio,...

L’omologazione del concordato preventivo liquidatorio non fa venir meno l’interesse del socio a impugnare la delibera di approvazione del bilancio, perché non comporta l’estinzione della società, che resta tenuta a redigere i bilanci secondo i criteri di legge, e perché il diritto del socio a una rappresentazione chiara, corretta e veritiera della situazione patrimoniale ed economica ha anche una funzione informativa e persiste anche quando la società abbia perduto il capitale, il valore delle partecipazioni si sia azzerato e si sia verificata una causa di scioglimento [impugnazione, promossa da due socie che erano anche dipendenti della società, della delibera di approvazione del bilancio al 31 dicembre 2012 di una s.p.a. poi ammessa a concordato preventivo liquidatorio, contestato per l’omessa iscrizione dei debiti retributivi verso le socie, l’omessa svalutazione di un credito di circa 520.000 euro verso una società consortile cliente in crisi e la valutazione delle rimanenze di magazzino].

L’approvazione e la mancata impugnazione dei bilanci degli esercizi precedenti non precludono al socio l’impugnazione della delibera di approvazione di un bilancio successivo affetto dagli stessi vizi, anche se derivati dai bilanci anteriori, perché l’interesse a una corretta informazione non viene meno e l’art. 2434-bis, comma 1, c.c., nel precludere l’impugnazione del bilancio dopo l’approvazione di quello dell’esercizio successivo, presuppone proprio che il vizio persistente sia fatto valere impugnando il nuovo bilancio.

Il rilascio per più anni, da parte della società, delle certificazioni uniche dei redditi di lavoro dipendente ai propri lavoratori, anche se soci, costituisce riconoscimento del rapporto di lavoro e delle retribuzioni dovute, sicché non è veritiero e corretto il bilancio che omette di iscrivere i debiti retributivi non pagati, ancorché non ancora accertati dal giudice del lavoro, e la rettifica deve includere l’intero debito maturato quando esso non sia stato iscritto neppure negli esercizi precedenti, quantificandolo in base ai dati di cui la società disponeva alla data di approvazione e non agli importi liquidati dalle successive sentenze di lavoro.

In applicazione dei principi di prudenza e di rappresentazione veritiera e del principio contabile OIC 15, il credito verso un cliente di cui la società conosca lo stato di crisi finanziaria deve essere ricondotto al presumibile valore di realizzo mediante un apposito accantonamento, anche se il debitore abbia fino a quel momento pagato regolarmente, quando la società si astenga dall’esigere o dal compensare integralmente i propri crediti e continui a pagare le fatture del debitore per evitarne il fallimento, e la successiva cessione del credito per una frazione del valore nominale conferma che esso non aveva il valore iscritto.

Il giudice può acquisire d’ufficio, ai sensi dell’art. 213 c.p.c., le informazioni e i documenti della pubblica amministrazione relativi agli accertamenti fiscali sulle rimanenze di magazzino della società, e la decisione fondata su tali documenti non viola gli artt. 2697 c.c. e 115 c.p.c., perché la richiesta di informazioni alla pubblica amministrazione non è soggetta ai presupposti dell’indispensabilità e dell’iniziativa di parte né alle preclusioni istruttorie che condizionano l’ordine di esibizione previsto dall’art. 210 c.p.c., e il mancato assolvimento dell’onere probatorio non è imputabile alla parte che non abbia la disponibilità di tali documenti.

Nell’impugnazione della delibera di approvazione del bilancio l’oggetto della domanda va individuato in base al corpo dell’atto introduttivo e alle conclusioni rassegnate, sicché i riferimenti al bilancio di un esercizio anteriore, svolti nell’atto introduttivo e nella prima memoria prevista dall’art. 183, comma 6, c.p.c. per sostenere i vizi del bilancio impugnato in ragione della necessaria continuità tra i bilanci, non mutano il thema decidendum e non integrano una domanda nuova.

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Responsabilità solidale dell’amministratore non esecutivo di s.r.l. che ignora i segnali d’allarme delle distrazioni
I principi dell’art. 2392 c.c. sulla responsabilità solidale degli amministratori non esecutivi si estendono agli amministratori della società a responsabilità...

I principi dell’art. 2392 c.c. sulla responsabilità solidale degli amministratori non esecutivi si estendono agli amministratori della società a responsabilità limitata ai sensi dell’art. 2476 c.c., perché anche in tal caso si tratta di responsabilità per colpa, sicché il consigliere che non abbia compiuto direttamente il fatto dannoso risponde in solido con l’autore quando, per colposa ignoranza, non abbia rilevato i segnali d’allarme dell’altrui condotta illecita percepibili con la diligenza della carica o quando, per inerzia colpevole, non si sia utilmente attivato per evitare l’evento, e alla cognizione del fatto altrui va equiparata la sua conoscibilità [azione di responsabilità del curatore del fallimento di una s.r.l. contro il presidente e due consiglieri per distrazioni di 315.681 euro tramite fatture per prestazioni inesistenti a favore di società collegate, assegni circolari per 208.264,53 euro senza causale ricostruibile e omessa tenuta delle scritture contabili, con conferma della condanna solidale anche del consigliere rimasto inerte].

Quando risorse patrimoniali risultino fuoriuscite dall’attivo della società, il curatore che agisce in responsabilità contro gli amministratori ai sensi dell’art. 146 l.fall. può limitarsi ad allegare l’inadempimento consistente nella loro distrazione, mentre spetta all’amministratore provare di averle destinate all’estinzione di debiti sociali o allo svolgimento dell’attività sociale, sicché gli assegni circolari emessi dalla società, le cui causali non possano essere ricostruite per la mancanza del libro giornale, vanno ritenuti distrattivi se gli amministratori non ne forniscono alcuna giustificazione né offrono una ricostruzione alternativa della dispersione delle somme.

Nel giudizio civile di responsabilità contro gli amministratori la sentenza penale di applicazione della pena su richiesta pronunciata nei confronti di uno di essi può essere utilizzata come indizio o principio di prova, idoneo a corroborare gli ulteriori elementi acquisiti, quali le registrazioni contabili di fatture per prestazioni mai eseguite a favore di società collegate agli amministratori e le risultanze della consulenza tecnica contabile, che dimostrano la distrazione.

Il curatore del fallimento di una società a responsabilità limitata è legittimato a esercitare ai sensi dell’art. 146 l.fall. qualsiasi azione di responsabilità ammessa contro gli amministratori, e tale azione resta estranea alla competenza del tribunale fallimentare prevista dall’art. 24 l.fall., perché dipende da rapporti già esistenti nel patrimonio della società al momento dell’apertura della procedura e si pone con questa in relazione di mera occasionalità, sicché appartiene alla competenza della sezione specializzata in materia di impresa.

Nell’azione di responsabilità esercitata dal curatore verso gli amministratori a tutela dei creditori sociali la prescrizione quinquennale prevista dall’art. 2949 c.c. decorre dall’oggettiva percepibilità dell’insufficienza del patrimonio sociale a soddisfare i debiti, che si presume iuris tantum coincidente con la dichiarazione di fallimento, sicché grava sull’amministratore che eccepisce la prescrizione l’onere di provare l’anteriorità del dissesto e la sua percepibilità all’esterno, onere non assolto quando egli si limiti a reiterare l’eccezione e anzi emergano elementi di occultamento del dissesto.

Il risarcimento dovuto dagli amministratori alla società per la distrazione di somme di denaro costituisce debito di valore, perché è destinato a reintegrare il valore sottratto di cui la società avrebbe potuto disporre per perseguire i propri scopi e la perdita della somma rappresenta solo un elemento di commisurazione del danno privo di incidenza sulla natura dell’obbligazione, sicché sull’importo liquidato è dovuta la rivalutazione monetaria.

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Liquidazione della quota e condanna solidale dei soci chiesta solo in comparsa conclusionale
La condanna dei soci di società in nome collettivo al pagamento, in solido con la società, della somma dovuta al...

La condanna dei soci di società in nome collettivo al pagamento, in solido con la società, della somma dovuta al socio uscente per la liquidazione della quota presuppone una domanda ritualmente e tempestivamente proposta nei loro confronti, sicché è inammissibile la richiesta di condanna dei soci formulata per la prima volta nella comparsa conclusionale [socio di s.n.c. che agisce per la liquidazione della propria quota e chiede solo in comparsa conclusionale la condanna solidale delle altre socie; condanna solidale pronunciata in primo grado e riformata in appello].

Il socio che è receduto da una società in nome collettivo prima dell’instaurazione del giudizio di appello ha interesse a impugnare la sentenza che lo condanna in solido con la società, ma, eliminata tale condanna, difetta di interesse a impugnare i capi relativi al merito della condanna pronunciata nei confronti della società.

L’azione di responsabilità promossa dal socio ai sensi dell’art. 2393-bis c.c. può essere esperita solo in favore della società e non dei singoli soci, sicché attraverso di essa il socio non può ottenere il ristoro del pregiudizio personale consistente nella mancata percezione degli utili, che resta distinto dal pregiudizio arrecato alla società.

L’eccezione di non integrità del contraddittorio, fondata sulla mancata impugnazione della sentenza da parte della società che era parte del giudizio di primo grado, è superata dall’integrazione del contraddittorio nei suoi confronti nel giudizio di appello.

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Rimborso dei finanziamenti dei soci in fase di liquidazione e responsabilità dei soci percettori
Il socio di società a responsabilità limitata in liquidazione che riceve dal liquidatore il rimborso dei finanziamenti infruttiferi erogati alla...

Il socio di società a responsabilità limitata in liquidazione che riceve dal liquidatore il rimborso dei finanziamenti infruttiferi erogati alla società, iscritti tra i debiti verso soci nei bilanci approvati dall’assemblea, non risponde ai sensi dell’art. 2476, ultimo comma, c.c. né è tenuto alla restituzione ai sensi dell’art. 2033 c.c., perché è mero percettore di somme effettivamente dovutegli e non è configurabile a suo carico una intenzionale ingerenza nella gestione sociale [rimborso ai soci di minoranza, eseguito con l’indennità di espropriazione dell’unico terreno sociale e in proporzione alle rispettive quote, dei finanziamenti erogati per l’acquisto del terreno; domanda risarcitoria e restitutoria della società rigettata con motivazione diversa da quella del primo giudice].

Il liquidatore di società a responsabilità limitata che, incassato l’attivo, rimborsa ai soci i finanziamenti da essi erogati alla società agisce in coerenza con la fase di liquidazione, tipicamente volta alla liquidazione dell’attivo e all’estinzione del passivo, senza che sia necessaria una deliberazione assembleare, e non viola la postergazione prevista dall’art. 2467, comma 1, c.c. quando l’attivo è ampiamente capiente rispetto agli altri debiti sociali e questi sono stati estinti prima del rimborso.

All’approvazione del bilancio da parte dell’assemblea si correla un effetto confessorio circa le passività ivi iscritte, sicché il credito del socio per finanziamenti, continuativamente iscritto tra i debiti verso soci nei bilanci approvati, deve ritenersi accertato nei confronti della società.

L’accertamento dell’insussistenza del credito risarcitorio o restitutorio fatto valere dalla società, in quanto attinente all’an della pretesa, assorbe i motivi di impugnazione relativi alla declaratoria di estinzione del medesimo credito per prescrizione.

Il capo della sentenza che rigetta la domanda risarcitoria proposta dai soci in proprio, non investito dall’impugnazione, passa in giudicato per effetto dell’acquiescenza parziale.

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Intestazione fiduciaria di azioni e requisiti di specificità della prova testimoniale del patto fiduciario
La prova testimoniale dell’intestazione fiduciaria di partecipazioni sociali deve avere ad oggetto fatti concreti e specifici, dedotti in capitoli determinati...

La prova testimoniale dell’intestazione fiduciaria di partecipazioni sociali deve avere ad oggetto fatti concreti e specifici, dedotti in capitoli determinati e collocati univocamente nel tempo e nello spazio, idonei a ricostruire le modalità di conclusione del negozio fiduciario, il contesto in cui è avvenuto, le persone presenti e il contenuto delle clausole convenute, così da consentire al giudice di valutare la concludenza della prova e all’altra parte di predisporre un’adeguata difesa, perché non è possibile demandare al testimone di confermare genericamente l’esistenza del patto fiduciario senza offrire elementi utili a ricostruire la vicenda storica da cui esso avrebbe avuto origine [domanda del socio di minoranza di una società per azioni volta a ottenere dal socio di maggioranza e amministratore unico il ritrasferimento di azioni asseritamente intestategli in via fiduciaria in ragione del maggior valore di un compendio immobiliare ceduto alla società a un prezzo di molto inferiore a quello di mercato; rigetto confermato].

Quando l’accoglimento della domanda di accertamento di un’intestazione fiduciaria di azioni comporterebbe un rivolgimento degli assetti partecipativi della società, la particolarità, la consistenza e l’oggetto della domanda richiedono indizi e prove particolarmente solidi e coerenti, e non sono idonei a dimostrare il patto elementi presuntivi, quali l’entità del corrispettivo di una cessione immobiliare alla società, il rilascio di fideiussioni o la consegna di somme in contanti, che possono iscriversi nei rapporti societari e familiari esistenti tra i soci.

La richiesta di sostituire un testimone residente all’estero con altro testimone non rientra nelle ipotesi tassativamente previste dall’art. 257 c.p.c., e non integra omessa pronuncia sulle richieste istruttorie la mancata assunzione di una prova testimoniale rigettata con ordinanza istruttoria della quale non sia stata chiesta formalmente la revoca o la correzione, né la mancata disposizione di una perizia fonica richiesta solo dopo la conclusione della fase istruttoria.

L’eccezione di inammissibilità dell’appello per difetto di una ragionevole probabilità di accoglimento ai sensi dell’art. 348-bis c.p.c., nel testo anteriore alla riforma del 2022, deve ritenersi implicitamente disattesa quando la corte rinvia per la precisazione delle conclusioni senza nulla osservare sul punto, e comunque non può più essere esaminata una volta superata la fase prevista dall’art. 350 c.p.c. e pervenuto il giudizio alla decisione.

La prova dell’intestazione fiduciaria di partecipazioni sociali può essere fornita anche per testimoni o per presunzioni gravi, precise e concordanti, idonee a far desumere che il trasferimento delle partecipazioni fosse funzionale agli interessi del fiduciante e che i diritti connessi siano stati esercitati solo formalmente dal fiduciario su direttiva o per conto del fiduciante, e la prova testimoniale è ammessa anche quando il patto fiduciario abbia ad oggetto beni immobili, perché esso non richiede la forma scritta ad substantiam trattandosi di accordo interno tra fiduciante e fiduciario con effetti meramente obbligatori, idoneo, una volta provato, a fondare la domanda di esecuzione specifica dell’obbligo di ritrasferimento.

La capacità a testimoniare, che ai sensi dell’art. 246 c.p.c. dipende dalla presenza di un interesse giuridico che potrebbe legittimare la partecipazione del testimone al giudizio, si distingue dalla valutazione della sua attendibilità, e la qualità di coniuge del preteso fiduciante, pur non determinando automaticamente un giudizio di inattendibilità, va considerata nella valutazione complessiva della deposizione, soprattutto quando il testimone riferisca fatti appresi nel corso di discussioni familiari e quindi conosciuti solo de relato.

La registrazione di una conversazione può costituire fonte di prova ai sensi dell’art. 2712 c.c. solo se colui contro il quale è prodotta non contesta che la conversazione sia avvenuta né che abbia avuto il tenore risultante dalla registrazione e se almeno uno degli interlocutori è parte del giudizio, sicché è inutilizzabile la registrazione di un colloquio intercorso esclusivamente tra terzi.

L’atto di appello soddisfa i requisiti dell’art. 342 c.p.c. quando contiene sia il profilo argomentativo, cioè l’esposizione delle ragioni per le quali il primo giudice avrebbe dovuto valutare diversamente il quadro probatorio, sia il profilo volitivo, cioè la conseguente richiesta di riforma della sentenza.

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Amministrazione straordinaria e responsabilità solidale di commissari straordinari e Ministero per omessa vigilanza
Nella procedura di amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza il Ministero vigilante non svolge un ruolo meramente...

Nella procedura di amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza il Ministero vigilante non svolge un ruolo meramente formale o notarile nell’approvazione del programma predisposto dai commissari straordinari, perché è titolare di poteri sostanziali di vigilanza, indirizzo e controllo, preventivo e successivo, che impongono un costante monitoraggio sull’attuazione del programma, e risponde pertanto in solido con i commissari del danno da aggravamento del dissesto quando, pur consapevole delle gravi carenze del programma e dell’inerzia dell’organo commissariale, approva un programma privo degli elementi essenziali per valutarne la fattibilità economico-finanziaria, omette di esercitare i poteri di rimodulazione, revoca, sostituzione o impulso correttivo e autorizza il deposito di una proposta di concordato priva di reale fattibilità, così ritardando la conversione della procedura in fallimento [azione di responsabilità della curatela del fallimento di una società per azioni partecipata da un comune quale socio unico e attiva nella raccolta dei rifiuti urbani, già ammessa all’amministrazione straordinaria con programma di ristrutturazione e poi convertita in fallimento, nei confronti dei commissari straordinari e del Ministero vigilante; confermata la condanna solidale al risarcimento di euro 30.365.858,01, pari a tre quarti del danno complessivo per effetto della transazione con un terzo commissario].

Appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario la domanda risarcitoria proposta dalla curatela del fallimento in cui è stata convertita l’amministrazione straordinaria nei confronti del Ministero vigilante per omessa vigilanza sull’operato dei commissari straordinari, perché ai fini del riparto rileva il contenuto sostanziale della posizione giuridica dedotta e la responsabilità deriva da condotte colpose, materiali e non autoritative, lesive di diritti soggettivi, rispetto alle quali l’amministrazione esercita una funzione di vigilanza tecnica e non un potere pubblico discrezionale o provvedimentale, mentre i commissari straordinari, benché nominati dal Ministero, agiscono come organi della procedura concorsuale dotati di autonomia decisionale e operativa e non come funzionari pubblici.

I commissari straordinari rispondono del danno da aggravamento del dissesto quando predispongono un programma di ristrutturazione privo dei requisiti di cui all’art. 56 d.lgs. 270/1999, limitato all’enunciazione di obiettivi di massima senza definizione di tempi, modalità e quantificazione delle azioni di risanamento, fondato su attivi sovrastimati e su un passivo sottostimato e privo di copertura dei debiti prededucibili maturati nella procedura, e omettono di chiedere tempestivamente la conversione della procedura in fallimento nonostante il peggioramento della situazione economica, ritardandola con una proposta di concordato priva di fattibilità.

L’inadempimento del socio unico agli impegni assunti verso l’impresa in amministrazione straordinaria non esclude la responsabilità dei commissari straordinari e del Ministero vigilante per l’aggravamento del dissesto, perché la consapevolezza di tale inerzia impone loro di attivarsi tempestivamente, ai primi chiedendo la conversione della procedura in fallimento e al secondo esercitando i propri poteri di indirizzo e vigilanza.

La registrazione a debito della sentenza e il recupero dell’imposta prenotata a debito nei confronti dell’obbligato al risarcimento, previsti dagli artt. 59, comma 1, lett. d), e 60 d.P.R. 131/1986, riguardano soltanto le sentenze di condanna al risarcimento del danno prodotto da fatti costituenti reato e non si applicano quando nessun reato è stato prospettato a carico dei responsabili.

Quando non emergono elementi per distinguere i diversi gradi di responsabilità individuale dei corresponsabili del danno, il debito risarcitorio solidale si ripartisce nei rapporti interni in parti uguali in applicazione della presunzione di pari responsabilità di cui all’art. 2055 c.c., e il riconoscimento del diritto di regresso dei commissari straordinari verso il Ministero corresponsabile non integra una manleva, perché costituisce applicazione del principio di solidarietà passiva e disciplina soltanto il riparto interno del danno senza escludere la responsabilità dei commissari.

Il danno da ritardata attivazione delle procedure concorsuali imputabile agli organi della procedura di amministrazione straordinaria si liquida con riferimento all’incremento del deficit patrimoniale dell’impresa verificatosi tra il momento in cui il ricorso al fallimento avrebbe dovuto intervenire e la dichiarazione di fallimento, misurando, mediante le opportune rettifiche delle singole voci patrimoniali, la sola perdita di gestione del periodo concretamente riconducibile alla condotta dei responsabili.

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Sospensione parziale dell’esecutività della condanna di ingente importo inflitta all’impresa e ai soci
Ai sensi dell’art. 283 c.p.c. la sospensione dell’efficacia esecutiva della sentenza di primo grado si fonda, alternativamente, sulla manifesta fondatezza...

Ai sensi dell’art. 283 c.p.c. la sospensione dell’efficacia esecutiva della sentenza di primo grado si fonda, alternativamente, sulla manifesta fondatezza dell’impugnazione o sulla sussistenza di un pregiudizio grave e irreparabile destinato a consumarsi nelle more del giudizio di impugnazione per effetto dell’esecuzione, anche quando la condanna ha ad oggetto una somma di denaro, sicché, quando la complessità della fattispecie esclude la manifesta fondatezza ma l’ingente importo della condanna rende problematico per l’impresa e i suoi soci reperire in tempi brevi l’intera somma senza conseguenze negative sull’assetto aziendale, l’esecuzione può essere sospesa parzialmente, nella misura eccedente una frazione della sorte capitale, così da bilanciare gli opposti interessi [condanna al pagamento di un importo ingente pronunciata in primo grado nei confronti di una società in accomandita semplice in una controversia in materia di rapporti societari; sospensione dell’efficacia esecutiva per l’importo eccedente un terzo della sorte, escluse le spese di lite e di consulenza tecnica].

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Inammissibilità dell’istanza di sospensione riproposta in appello e decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo
È inammissibile l’istanza, proposta nel giudizio di appello avverso la sentenza che ha rigettato l’opposizione a decreto ingiuntivo, di sospensione...

È inammissibile l’istanza, proposta nel giudizio di appello avverso la sentenza che ha rigettato l’opposizione a decreto ingiuntivo, di sospensione dell’esecutorietà del decreto che sia stato dichiarato provvisoriamente esecutivo dal tribunale nel giudizio di opposizione, perché tale provvedimento non è modificabile dalla corte d’appello [appello avverso la sentenza di rigetto dell’opposizione a un decreto ingiuntivo per la consegna di documenti, in una controversia in materia di associazioni; inammissibilità delle istanze di sospensione riproposte e rigetto delle nuove richieste istruttorie].

È inammissibile l’istanza di sospensione dell’efficacia esecutiva della sentenza di primo grado che riproponga un’istanza già esaminata e respinta dalla corte d’appello con ordinanza, perché tale ordinanza, non impugnabile ai sensi dell’art. 351 c.p.c., non è neppure revocabile o modificabile in forza dell’art. 177, secondo comma, c.p.c.

La sentenza che rigetta l’opposizione a un decreto ingiuntivo dichiarato provvisoriamente esecutivo non ha effetti esecutivi, perché il titolo che fonda l’esecuzione resta il decreto e non la sentenza.

La corte d’appello rigetta le richieste di ammissione di nuovi mezzi di prova quando la causa appare matura per la decisione senza che si profili la necessità degli approfondimenti istruttori richiesti.

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Lavoro prestato dal socio accomandante nell’impresa sociale e insussistenza del diritto alla retribuzione come dipendente
Il socio accomandante che presta attività lavorativa nell’impresa sociale in esecuzione di un accordo tra i soci, in forza del...

Il socio accomandante che presta attività lavorativa nell’impresa sociale in esecuzione di un accordo tra i soci, in forza del quale ciascuno di essi contribuisce con il proprio lavoro all’attività della società dietro un compenso mensile prestabilito, non matura diritto alla retribuzione quale lavoratore dipendente se non è provata l’esistenza di un rapporto di subordinazione, perché il suo apporto si inscrive nel contratto sociale e trova remunerazione nella divisione degli utili, dei quali le somme mensili concordate possono considerarsi un anticipo [socia accomandante di una s.a.s. esercente un ristorante, che aveva servito ai tavoli e aiutato in cucina senza percepire il compenso concordato, e domanda di condanna del socio accomandatario receduto al pagamento di retribuzioni, rigettata in riforma della sentenza di primo grado; cessazione della materia del contendere sull’accertamento del recesso dell’accomandatario, non più contestato].

Quando nel corso del giudizio la legittimità del recesso del socio accomandatario non è più contestata dagli altri soci e dalla società, sulla domanda di accertamento del recesso va dichiarata la cessazione della materia del contendere, con la precisazione della data dalla quale il recesso è efficace.

Il beneficio di escussione previsto dall’art. 2304 c.c. ha efficacia limitatamente alla fase esecutiva, nel senso che il creditore sociale non può procedere coattivamente contro il socio illimitatamente responsabile se non dopo avere agito infruttuosamente sui beni della società, e non impedisce allo stesso creditore di agire in sede di cognizione nei confronti del socio accomandatario per munirsi di un titolo esecutivo nei suoi confronti.

La domanda riconvenzionale che non eccede la competenza del giudice della causa principale può fondarsi anche su un titolo non dipendente da quello fatto valere con la domanda principale, purché sussista con questo un collegamento oggettivo che consigli il simultaneus processus secondo la valutazione discrezionale del giudice, il quale è tenuto a motivare l’eventuale diniego senza limitarsi a dichiarare la riconvenzionale inammissibile per la sola mancata dipendenza dal titolo dedotto in giudizio.

Il contrasto tra dispositivo e motivazione è causa di nullità della sentenza quando è insanabile, in quanto le due parti del provvedimento recano affermazioni del tutto antitetiche e il provvedimento risulta inidoneo a consentire l’individuazione del concreto comando giudiziale e del diritto o bene riconosciuto, ricorrendo negli altri casi un mero errore materiale.

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Revoca dell’amministratore di società semplice per diniego di informazioni al socio e prelievi non giustificati
Integra giusta causa di revoca giudiziale dell’amministratore di società semplice nominato con il contratto sociale, ai sensi dell’art. 2259 c.c.,...

Integra giusta causa di revoca giudiziale dell’amministratore di società semplice nominato con il contratto sociale, ai sensi dell’art. 2259 c.c., la condotta dell’amministratore che lascia senza riscontro la richiesta scritta del socio di prendere visione del bilancio dell’esercizio precedente, producendo i documenti contabili soltanto in giudizio, e che non fornisce alcuna spiegazione documentata dei numerosi prelievi e delle operazioni contabili eseguiti in proprio favore sul conto della società [società semplice agricola con due soci paritetici, titolare di un fondo acquistato da un ente pubblico con patto di riservato dominio; revoca dell’amministratrice unica disposta in riforma della sentenza di primo grado e rigetto delle reciproche domande di esclusione dei soci].

Il socio ha diritto, a prescindere dalla forma societaria e in qualsiasi momento lo richieda, di ricevere informazioni sulle condizioni della società e sull’operato dell’amministratore e, quando il compimento degli affari sociali dura oltre un anno, di avere il rendiconto annuale dell’amministrazione ai sensi dell’art. 2261 c.c., sicché il rifiuto dell’amministratore di società semplice di consentirgli la visione del bilancio non è giustificato dall’assenza di un obbligo di tenuta delle scritture contabili, né dalla possibilità di consultare la situazione contabile presso il commercialista della società, se non risulta provato che il socio ne fosse a conoscenza.

Ai fini della revoca dell’amministratore per giusta causa non può essere valutato l’asserito inadempimento dell’obbligo della società di eseguire opere finanziate con un contributo pubblico quando sul punto vi siano soltanto perizie di parte di contenuto contrastante, non corroborate da prove in senso stretto, e non risulti la revoca del contributo.

Quando il trasferimento in favore del socio di un mezzo agricolo iscritto al pubblico registro automobilistico e il pagamento del prezzo sono incontestati e l’annotazione è impedita dalla mancata consegna della documentazione da parte dell’altro socio, il socio acquirente può al più chiedere la consegna della documentazione, e in mancanza di una specifica domanda in tal senso non può essere accolta la richiesta di ordinare l’annotazione del trasferimento.

La giusta causa di revoca dell’amministratore di società di persone consiste in ogni fatto che integri violazione degli obblighi di lealtà o di diligenza tale da incidere negativamente sul rapporto fiduciario, essenziale in una società costituita con contratto caratterizzato da intuitus personae, ovvero in ogni evento, anche non imputabile all’amministratore, che renda materialmente impossibile lo svolgimento del rapporto di gestione, e può derivare sia da una singola violazione di notevole portata sia da una violazione di minore gravità ma ripetuta e protratta nel tempo, quale la mancata comunicazione dei bilanci e dei rendiconti al socio o l’utilizzo di denaro della società a fini personali, con valutazione rimessa caso per caso all’apprezzamento del giudice.

La giusta causa di revoca del socio amministratore prevista dall’art. 2259 c.c. non coincide automaticamente con il grave inadempimento che legittima l’esclusione del socio ai sensi dell’art. 2286 c.c., sicché la sussistenza della prima non è necessariamente idonea a giustificare anche l’esclusione.

Il grave inadempimento che legittima l’esclusione del socio ai sensi dell’art. 2286 c.c. non può consistere in una generica violazione dell’obbligo di collaborazione derivante dall’esecuzione secondo buona fede del contratto sociale, perché deve concretizzarsi in specifiche condotte commissive od omissive, anche consistenti nell’esercizio abusivo dei diritti del socio, da esaminare partitamente escludendo quelle che non costituiscono di per sé inadempimento e da valutare poi unitariamente per stabilire se abbiano compromesso l’affectio societatis, sicché non integrano gravi inadempienze addebiti reciproci, privi di prova, che si inseriscono in un mero contesto di dissidio tra i soci.

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Sospensione dell’efficacia esecutiva della condanna di rilevante importo e approfondimento dei temi del gravame
L’efficacia esecutiva della sentenza di condanna al pagamento di una somma di denaro può essere sospesa ai sensi dell’art. 283...

L’efficacia esecutiva della sentenza di condanna al pagamento di una somma di denaro può essere sospesa ai sensi dell’art. 283 c.p.c., nel testo modificato dal d.lgs. 149/2022, che consente la sospensione totale o parziale, con o senza cauzione, se l’impugnazione appare manifestamente fondata o se dall’esecuzione può derivare un pregiudizio grave e irreparabile, anche in relazione alla possibilità di insolvenza di una delle parti, quando l’importo complessivo della condanna è tale da integrare, alla luce di quanto documentato, un pregiudizio patrimoniale grave e i temi oggetto del gravame, anche preliminari, richiedono un adeguato approfondimento [sentenza di primo grado di condanna al pagamento di un importo rilevantissimo, resa in un giudizio di responsabilità nei confronti degli organi sociali; conferma della sospensione dell’efficacia esecutiva già disposta con decreto ai sensi dell’art. 351 c.p.c.].

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Accertamento dello scioglimento di società a compagine paritetica per impossibilità di funzionamento dell’assemblea
E’ irrilevante, sul piano processuale come su quello sostanziale, l’adozione del provvedimento di accertamento dello lo scioglimento della società ex...

E' irrilevante, sul piano processuale come su quello sostanziale, l'adozione del provvedimento di accertamento dello lo scioglimento della società ex art. 2485, comma II, c.c. nelle forme dell'ordinanza piuttosto che in quelle, prescritte dall'art. 737 c.p.c., del decreto motivato.

Sussiste la causa di scioglimento della società costituita dall'impossibilità di funzionamento dell'assemblea laddove la situazione di dissidio tra i soci sia irreversibile e definitiva, non rendendo possibile alcun giudizio prognostico positivo in merito alla risoluzione del contrasto.

Sussiste la causa di scioglimento della società per impossibilità di funzionamento dell'assemblea ai sensi dell'art. 2484, comma I, n. 3, c.c. allorché, essendo il capitale sociale ripartito in misura paritetica tra due soci assestati su posizioni antitetiche e insuscettibili di composizione, l'assemblea sia in grado di pervenire a risultati utili unicamente in ragione dell'assenza di uno dei soci. Nè il ricorso ad espedienti che consentano occasionalmente l'adozione di delibere autorizza a formulare una prognosi di regolare e fruttuoso funzionamento dell'organo assembleare tale da impedire la declaratoria di scioglimento della società per impossibilità di funzionamento dell'assemblea.

Ai fini del superamento della situazione di impossibilità di funzionamento dell'assemblea prevista dall'art. 2484, comma I, n. 3, c.c., è sufficiente l'approvazione formale del bilancio da parte dell'assemblea, essendo precluso nel procedimento di volontaria giurisdizione il sindacato circa la validità sostanziale della relativa deliberazione; compete tuttavia al giudice un controllo di tipo qualificatorio, in ordine alla riconducibilità del documento ad una deliberazione assembleare che abbia approvato una qualche proposta posta all'ordine del giorno.

Ai fini dell'accertamento della causa di scioglimento per impossibilità di funzionamento dell'assemblea, è irrilevante che la paralisi dell'organo assembleare sia soggettivamente imputabile alla condotta ostruzionistica del socio che assume l'iniziativa di far dichiarare lo scioglimento della società ai sensi dell'art. 2485 c.c., dovendo il giudice accertare la sussistenza della causa di scioglimento sulla base degli elementi oggettivi indicati dalla legge, senza che rilevi l'addebitabilità della stessa all'uno piuttosto che all'altro socio.

La condanna alle spese di lite, pronuncia accessoria e consequenziale alla definizione del giudizio, può esser emessa a carico della parte soccombente (pure virtuale) anche di ufficio e in difetto di esplicita richiesta della parte vittoriosa, a meno che vi sia un'espressa volontà contraria di quest'ultima che ne chieda la compensazione. In tal caso il giudice che condanni comunque la parte soccombente alla rifusione delle spese, viola il principio di corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato di cui all'art. 112 c.p.c.

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