Ricerca Sentenze
Retroversione degli utili da contraffazione di modello comunitario senza prova di colpa o mancato guadagno
La restituzione degli utili realizzati dal contraffattore ai sensi dell’art. 125, comma 3, c.p.i. ha presupposti diversi da quelli del...

La restituzione degli utili realizzati dal contraffattore ai sensi dell’art. 125, comma 3, c.p.i. ha presupposti diversi da quelli del risarcimento e funzione compensativa e dissuasiva, sicché è accordata senza che occorra provare l’elemento soggettivo o un mancato guadagno del titolare, e l’utile si determina sottraendo dai ricavi, calcolati sul numero dei capi venduti risultante dalle dichiarazioni confessorie del contraffattore e sui prezzi al dettaglio, i costi di acquisto e una percentuale equitativa dei ricavi per i costi specifici delle vendite, con i soli interessi legali dalla domanda perché si tratta di indennità e non di posta risarcitoria [gonne e abiti femminili riproducenti un modello comunitario registrato e un modello comunitario non registrato di una collezione primavera-estate, venduti da una catena concorrente in 3.914 e 771 esemplari, con ricavi di circa 128.700 euro, costi di acquisto di circa 34.000 euro, costi specifici stimati nel 10% dei ricavi e utili da restituire determinati in oltre 81.000 euro].

Il modello comunitario non registrato è tutelato quando il titolare prova la sua prima divulgazione al pubblico nell’Unione, che può risultare dall’inserimento del prodotto nel proprio sito internet e dalle prime vendite, e indica gli elementi che ne costituiscono il carattere individuale ai sensi dell’art. 85, par. 2, reg. CE 6/2002, mentre le contestazioni generiche di novità e individualità non bastano a escluderne la validità, e la contraffazione sussiste se il prodotto contestato suscita nell’utilizzatore informato, individuato in una giovane donna attenta alle novità della moda, un’impressione generale pressoché identica, senza che rilevino differenze di colore, di frequenza dei motivi floreali o di ricchezza dei festoni.

Nell’azione di contraffazione di un modello comunitario registrato il presunto contraffattore che non abbia proposto domanda riconvenzionale di nullità non può contestare in via di eccezione la validità del modello, salvo che faccia valere un proprio diritto nazionale anteriore ai sensi dell’art. 85, par. 1, reg. CE 6/2002, e in ogni caso la mera allegazione, non documentata, della ricorrenza anche ciclica sul mercato di capi analoghi non è idonea a escludere la novità e il carattere individuale del modello.

L’inibitoria e l’ordine di ritiro dal commercio dei prodotti in contraffazione di modello comunitario, assistiti da penale, vanno pronunciati ai sensi dell’art. 89 reg. CE 6/2002 e dell’art. 124 c.p.i. quando il contraffattore abbia continuato a vendere i prodotti dopo aver dichiarato di averli ritirati, mentre la pubblicazione della sentenza prevista dall’art. 126 c.p.i. può essere limitata al solo dispositivo e al sito internet del contraffattore per trenta giorni in ragione dell’effettiva entità della violazione, del tempo trascorso e di un mercato soggetto a rapido ricambio degli articoli.

La contraffazione di un modello non integra anche concorrenza sleale per imitazione servile ai sensi dell’art. 2598, n. 1, c.c. quando non emergano condotte o conseguenze diverse da essa e le caratteristiche imitate non siano idonee a ricondurre il prodotto, agli occhi del consumatore medio, a una determinata impresa, mentre l’appropriazione di pregi va specificamente allegata, la concorrenza parassitaria richiede un continuo e sistematico operare sulle orme del concorrente mediante l’imitazione di rilevanti iniziative imprenditoriali e non solo dei prodotti tutelati, e l’offerta a un prezzo inferiore può rientrare nella fisiologica concorrenza tra imprese operanti sullo stesso mercato.

Il danno da contraffazione di un modello comunitario deve essere allegato e provato nella sua esistenza secondo le regole generali dell’illecito extracontrattuale, perché non può ritenersi in re ipsa, e solo il suo ammontare può essere liquidato in via equitativa, sicché la liquidazione in una somma globale fondata sulle presunzioni e il criterio della royalty ragionevole previsti dall’art. 125 c.p.i. presuppongono la dimostrazione di un calo di fatturato del titolare o di altre conseguenze negative direttamente derivanti dalla condotta del contraffattore.

Leggi tutto
Contraffazione di marchio UE per differenza della sola lettera iniziale e rimozione spontanea del segno
Costituisce contraffazione del marchio dell’Unione europea denominativo l’uso, per prodotti identici a quelli per i quali è registrato, di un...

Costituisce contraffazione del marchio dell’Unione europea denominativo l’uso, per prodotti identici a quelli per i quali è registrato, di un segno che ne riproduca quasi integralmente gli elementi letterali essenziali e ne condivida l’evocata ascendenza latina, differenziandosene per la sola lettera iniziale stilizzata in forma figurativa e non immediatamente riconoscibile come tale, che induce l’attenzione del pubblico a concentrarsi sulle lettere restanti, senza che rilevi un pay off assente in molti degli utilizzi del segno e nel nome a dominio [marchio «Audéo» registrato per apparecchi acustici e segno «Gaudeo» usato da un rivenditore al dettaglio di apparecchi acustici su sito internet, nome a dominio, insegna, confezioni dei prodotti e social network].

Il marchio denominativo che evochi solo indirettamente, attraverso un termine latino, un riferimento all’udire non può ritenersi di per sé debole in assenza di un immediato contenuto descrittivo, tanto più quando la diffusione sul mercato gli abbia fatto acquisire una rilevante distintività, sicché non sono sufficienti a escludere la contraffazione lievi differenziazioni del segno.

Ai fini della contraffazione del marchio sono irrilevanti la diversità dei destinatari della commercializzazione, rivolta dal titolare a rivenditori specializzati e dal terzo al dettaglio, e la localizzazione dei punti vendita del terzo, quando la protezione del marchio nella classe di registrazione si riferisce proprio ai prodotti commercializzati dal terzo.

È legittimato passivo rispetto alle domande di accertamento della contraffazione e di inibitoria il registrante e titolare del nome a dominio contraffattorio che lo abbia concesso in affitto alla società di cui è socio di maggioranza e amministratore, perché, consentendone dietro corrispettivo l’utilizzo commerciale, ne sfrutta a sua volta la potenzialità economica.

La spontanea rimozione del segno contraffattorio da profili social e insegne, documentata dopo la notifica della citazione, esclude gli ordini di cancellazione dei profili e di distruzione delle insegne e rende la pubblicazione della sentenza eccessiva e superflua, ma non esclude l’inibitoria assistita da penale e l’ordine di cancellazione del nome a dominio che risulti soltanto contestato e non riassegnabile fino alla definizione della controversia.

Nella liquidazione delle spese di lite non si applica l’aumento per la pluralità di parti quando le parti tenute alla rifusione abbiano comunanza di interessi e abbiano svolto difese con argomenti conformi e in gran parte sovrapponibili.

Non può dichiararsi cessata la materia del contendere per effetto della spontanea rimozione del segno contestato, allegata da una sola parte, quando chi vi ha provveduto continui a contestare la contraffazione e a chiedere il rigetto delle domande anche per ragioni di rito, perché la cessazione presuppone, se non il riconoscimento dell’illegittimità del proprio operato, almeno conclusioni conformi delle parti, e perché permane l’interesse del titolare del marchio a una pronuncia di merito anche in relazione alle spese di lite, all’azione risarcitoria riservata a separato giudizio e all’inibitoria di future reiterazioni dell’illecito.

In materia di contraffazione di marchi registrati è irrilevante la buona fede dedotta sulla base di una ricerca di anteriorità e della creazione del segno da parte di un consulente, perché l’elemento soggettivo dell’illecito è insito nella condotta e nel sistema di pubblicità dei segni registrati, e può comunque ravvisarsi nell’opposizione alla diffida del titolare anteriore al giudizio e nel pregresso acquisto dei suoi prodotti da parte del terzo.

Le spese sostenute per un parere tecnico stragiudiziale anteriore alla causa rientrano nel danno emergente e, se il titolare del marchio ha riservato a separato giudizio la domanda risarcitoria, possono essere fatte valere soltanto in quella sede.

Leggi tutto
Responsabilità degli amministratori di cooperativa per l’omissione contributiva e inapplicabilità della business judgment rule
La scelta degli amministratori di una cooperativa di inquadrare i soci lavoratori con contratti di collaborazione a progetto, quando il...

La scelta degli amministratori di una cooperativa di inquadrare i soci lavoratori con contratti di collaborazione a progetto, quando il rapporto ha in concreto natura subordinata, e di non versare conseguentemente i contributi previsti per il lavoro subordinato integra una violazione di specifici obblighi di legge e non una scelta discrezionale di carattere economico, sicché resta estranea all’ambito di applicazione della business judgment rule e fonda la responsabilità degli amministratori verso la società per il danno così cagionato [cooperativa sociale di assistenza domiciliare in liquidazione coatta amministrativa; natura subordinata dei rapporti accertata con sentenze irrevocabili rese sull’impugnazione degli accertamenti ispettivi INPS e INAIL; condanna degli ex amministratori al risarcimento di interessi, aggi e accessori maturati sui debiti contributivi e tributari].

La diligenza degli amministratori che, dopo la contestazione da parte dell’ente previdenziale della natura subordinata di alcuni rapporti di collaborazione a progetto, abbiano continuato a stipulare contratti dello stesso tipo non può desumersi dalla modifica del testo contrattuale volta a renderlo apparentemente conforme alla nuova disciplina, perché rileva la riconducibilità effettiva del rapporto al tipo contrattuale prescelto, e l’esito di quella precedente ispezione non dimostra la non manifesta irragionevolezza della scelta quando gli amministratori abbiano reagito alla contestazione senza incidere sulla natura effettiva delle prestazioni affidate ai soci lavoratori.

L’indicazione in busta paga di indennità di trasferta non corrispondenti a trasferte effettivamente svolte, della quale gli amministratori siano consapevoli, come può desumersi dalla mancanza di giustificativi e dalla presenza della medesima voce nelle buste paga di tutti i lavoratori, costituisce un espediente per sottrarre parte della retribuzione alla contribuzione previdenziale e integra quindi una violazione di legge, estranea all’ambito delle scelte discrezionali di carattere economico, che fonda la responsabilità degli amministratori verso la società.

Gli amministratori di una cooperativa rispondono del danno derivante dalla sanzione irrogata con ordinanza-ingiunzione per omessa comunicazione di assunzione e omessa consegna del contratto ai soci lavoratori quando la sanzione sia divenuta definitiva, come avviene per effetto dell’estinzione del giudizio di cassazione ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c. conseguente alla mancata richiesta di decisione dopo la comunicazione relativa all’inammissibilità del ricorso.

Dal danno risarcibile dagli amministratori per l’omissione contributiva conseguente all’erroneo inquadramento dei soci lavoratori non possono essere scomputati i contributi versati alla gestione separata per i medesimi rapporti quando la società, che poteva ottenerne la detrazione mediante apposita istanza all’ente previdenziale, non l’abbia presentata.

Quando la società in liquidazione coatta amministrativa è ammessa al patrocinio a spese dello Stato per l’azione di responsabilità contro gli ex amministratori, in forza dell’attestazione dell’autorità di vigilanza che la procedura non dispone delle somme necessarie ai sensi dell’art. 144 d.P.R. 115/2002, gli amministratori soccombenti sono condannati al pagamento delle spese di lite in favore dello Stato.

Il principio di insindacabilità del merito delle scelte di gestione non si applica in presenza di palese irragionevolezza, imprudenza o arbitrarietà dell’iniziativa economica intrapresa né in caso di violazione di doveri specifici imposti dalla legge, che esula dall’ambito della discrezionalità imprenditoriale; le scelte economicamente inopportune possono rilevare come giusta causa di revoca dell’amministratore ma non come fonte di responsabilità verso la società, e solo rispetto a condotte non vietate dalla legge sorge l’onere di provare la mancanza di diligenza dell’amministratore.

Leggi tutto
Esclusione del socio di cooperativa per videocamera nell’alloggio e gravità oggettiva dell’inadempimento
La gravità dell’inadempimento che legittima l’esclusione del socio di cooperativa ai sensi dell’art. 2533, primo comma, n. 2, c.c. deve...

La gravità dell’inadempimento che legittima l’esclusione del socio di cooperativa ai sensi dell’art. 2533, primo comma, n. 2, c.c. deve rivestire carattere oggettivo e non può basarsi soltanto sulle motivazioni o intenzioni soggettive espresse dal socio, sicché non è sufficiente la formale disobbedienza a una direttiva della cooperativa se la condotta contestata non presenta una rilevanza oggettiva [socio di cooperativa che gestisce in modo unitario una residenza turistico-alberghiera, nudo proprietario di un alloggio locato alla cooperativa, che vi installa una videocamera puntata sulla porta d’ingresso, la scollega dalla rete elettrica dopo la diffida ma non la rimuove].

Contrastano con la gravità oggettiva dell’inadempimento del socio di cooperativa che non rimuove, nonostante la diffida, un apparecchio installato nell’unità immobiliare di sua proprietà locata alla cooperativa la circostanza che il socio lo abbia reso non funzionante, la facoltà della cooperativa, che detiene le chiavi dell’alloggio, di rimuoverlo direttamente in forza del contratto di locazione, deliberata e non attuata, la mancata proposizione delle iniziative giudiziarie prospettate nella diffida, la risalente conoscenza dell’installazione da parte della cooperativa e il consenso da questa prestato all’uso stabile dell’alloggio da parte dell’impresa del socio.

La mera presenza di un oggetto non consentito in una singola unità di una residenza turistico-alberghiera a gestione unitaria non integra un inadempimento del socio di cooperativa tanto grave da giustificarne l’esclusione, perché è poco plausibile che essa possa condurre alla revoca o alla sospensione dell’autorizzazione alla gestione quando il gestore abbia immediatamente intimato la rimozione, e l’inadempimento si risolve nella limitata possibilità di utilizzazione di quella unità, che di per sé non giustifica, salvo il suo irragionevole protrarsi, l’immediato scioglimento del rapporto sociale.

L’annullamento della delibera di esclusione del socio di cooperativa comporta il ripristino ex tunc della posizione di socio.

Non è necessario né opportuno fissare la misura coercitiva indiretta prevista dall’art. 614-bis c.p.c. a presidio della reintegrazione del socio di cooperativa illegittimamente escluso quando la cooperativa non abbia dato evidente prova di malafede e abbia ottemperato al provvedimento cautelare di sospensione della delibera.

Nel giudizio di impugnazione della delibera di esclusione del socio di cooperativa spetta alla società la prova del fatto che legittima l’esclusione e della sua riconducibilità alle cause previste dalla legge o dall’atto costitutivo.

Leggi tutto
Amministratore divenuto liquidatore e decorso della prescrizione dell’azione di responsabilità
Il decorso della prescrizione dell’azione di responsabilità nei confronti di chi, già amministratore della società, abbia poi rivestito senza soluzione...

Il decorso della prescrizione dell’azione di responsabilità nei confronti di chi, già amministratore della società, abbia poi rivestito senza soluzione di continuità la carica di liquidatore della medesima società resta fermo, senza differimento alla cessazione della carica di liquidatore, perché si tratta di cariche diverse, cui fanno capo obblighi diversi, e perché il liquidatore che, già amministratore, ometta di agire contro i precedenti amministratori pur sussistendone i presupposti si rende responsabile in proprio di una condotta omissiva colpevole, che lo espone al risarcimento per quanto da lui non recuperato. È pertanto esclusa un’interpretazione estensiva o analogica dell’art. 2941, n. 7, c.c. in tema di sospensione della prescrizione.

L’incarico di liquidatore, al pari di quello di amministratore, è riconducibile alla figura del mandato. Ai sensi dell’art. 2489 c.c. il liquidatore ha il potere-dovere di compiere tutti gli atti utili per la liquidazione della società, in modo da evitare la dispersione del patrimonio sociale e liquidarlo al meglio per ripartire l’attivo tra i soci dopo il soddisfacimento dei creditori sociali secondo il grado di preferenza di ciascuno; egli deve adempiere i propri doveri con la professionalità e la diligenza richieste dalla natura dell’incarico e risponde dei danni derivanti dalla loro inosservanza secondo le norme in tema di responsabilità degli amministratori. Tali doveri si condensano nel generale obbligo di conservazione dell’integrità del patrimonio, che impone al liquidatore di astenersi da qualsiasi operazione svantaggiosa per la società e lesiva degli interessi dei soci e dei creditori, in quanto rivolta a vantaggio di terzi o di taluno dei creditori a scapito di altri in violazione della par condicio creditorum, e di contrastare qualsiasi attività dannosa per la società, così da adeguare la gestione sociale ai canoni della corretta amministrazione.

L’accertamento dell’inadempimento degli obblighi imposti al liquidatore dalla legge o dallo statuto costituisce presupposto della sua responsabilità risarcitoria, che richiede altresì la prova del danno, inteso quale deterioramento effettivo e materiale della situazione patrimoniale della società, e della sua diretta riconducibilità causale alla condotta del liquidatore. Risponde pertanto il liquidatore che abbia prelevato dalle casse sociali somme prive di causale, per finalità estranee agli interessi sociali, e che abbia omesso di attivarsi per il recupero delle somme da lui stesso prelevate senza giustificazione quando rivestiva la carica di amministratore, in ragione, rispettivamente, della condotta commissiva e della condotta omissiva tenute nella qualità di liquidatore.

Ove lo statuto [di s.r.l.] non stabilisca il diritto dell’amministratore al compenso, trovano applicazione analogica gli artt. 2364, n. 3, e 2389 c.c., dettati in tema di società per azioni, secondo cui il compenso è determinato dall’assemblea ordinaria dei soci all’atto della nomina o successivamente; in mancanza di determinazione statutaria, il diritto dell’amministratore al compenso sorge soltanto in presenza di un’esplicita delibera assembleare.

La qualità di amministratore di fatto non può essere accertata in difetto di prova di una stabile ingerenza del soggetto nella gestione della società [prova non desumibile da deposizioni testimoniali generiche, relative a direttive impartite a una dipendente nella sola fase immediatamente successiva alla sua assunzione e alla stipula di un contratto di servizi collocata in epoca incerta].

Leggi tutto
Responsabilità da direzione e coordinamento: insufficienza del mero controllo partecipativo e degli indici di gruppo
La responsabilità ex art. 2497 c.c. della controllante non può desumersi dal mero assetto partecipativo, ancorché idoneo a integrare una...

La responsabilità ex art. 2497 c.c. della controllante non può desumersi dal mero assetto partecipativo, ancorché idoneo a integrare una situazione di controllo ai sensi dell’art. 2359, n. 1, c.c., né da elementi quali il voto sempre concorde dei soci in assemblea, la comunanza delle sedi, il ripianamento delle perdite mediante finanziamenti dei soci o l’esistenza di rapporti commerciali infragruppo, che possono esprimere la mera soggezione di un ente rispetto all’altro. Occorre la prova di una serie sistematica di atti di indirizzo idonei a incidere sull’autonomia gestoria e imprenditoriale della controllata, nelle scelte strategiche e operative di carattere finanziario e commerciale, e del suo utilizzo per conseguire vantaggi estranei al suo interesse e in contrasto con l’oggetto sociale; la responsabilità va esclusa quando le obbligazioni ritenute dannose risultano compatibili con l’oggetto sociale della controllata e a questo fisiologicamente riconducibili.

L’attività di direzione e coordinamento, di per sé legittima, diviene antigiuridica quando è esercitata nell’interesse imprenditoriale proprio o altrui, in violazione dei principi di corretta gestione societaria e imprenditoriale della società eterodiretta. La responsabilità che ne deriva ai sensi dell’art. 2497 c.c. è extracontrattuale, riconducibile allo schema dell’art. 2043 c.c., e grava su chi agisce l’onere di provare l’esercizio dell’attività di direzione e coordinamento, l’antigiuridicità della condotta, il danno e il nesso causale; poiché ogni società del gruppo risponde delle obbligazioni autonomamente contratte, la capogruppo non risponde delle obbligazioni fisiologicamente assunte dalla controllata e rimaste inadempiute nella normale dinamica dell’attività d’impresa, in difetto di un abuso della direzione e coordinamento.

L’amministratore unico [di s.r.l.] non va esente da responsabilità per la prosecuzione non conservativa dell’attività deducendo di avere svolto un ruolo meramente formale, quando, occupandosi della contabilità e della tenuta delle scritture e dei libri sociali, aveva le competenze per valutare l’antieconomicità della gestione e le violazioni di legge. Ne risponde in solido con l’amministratore il socio che ha svolto continuativamente attività di indirizzo dell’impresa, procedendo all’assunzione del personale e trattando con i creditori le dilazioni di pagamento; la periodica immissione di risorse da parte del socio per evitare il fallimento ne prova la conoscenza dello stato di insolvenza.

Il criterio della differenza dei netti patrimoniali di cui all’art. 2486 c.c. ha natura equitativa e residuale e si applica solo quando non sia praticabile l’accertamento specifico degli effetti dannosi riconducibili alla condotta di mala gestio. Il danno da prosecuzione dell’attività dopo la perdita del capitale deve essere depurato delle spese che la società avrebbe comunque sostenuto nella fase liquidatoria e può essere liquidato nei limiti dell’incremento dell’indebitamento fiscale maturato nel periodo di indebita prosecuzione; trattandosi di debito di valore, sulla somma spettano la rivalutazione monetaria dalla chiusura dell’esercizio in cui si è verificata la perdita del capitale e gli interessi sulla somma via via rivalutata.

La prescrizione quinquennale dell’azione di responsabilità esercitata dal curatore ex art. 146 l. fall. decorre dal momento in cui l’insufficienza del patrimonio sociale al soddisfacimento dei creditori è oggettivamente percepibile all’esterno, che si presume coincidere con la dichiarazione di fallimento, salva la prova contraria a carico dell’amministratore che eccepisce la prescrizione. Tale prova è esclusa quando le perdite sono state occultate mediante l’iscrizione in bilancio di valori fittizi, che ha impedito ai creditori di conoscere lo stato di insolvenza prima del fallimento.

La clausola compromissoria contenuta nello statuto sociale è inapplicabile all’azione di responsabilità esercitata dal curatore, che cumula l’azione sociale e quella dei creditori, e comunque non può essere opposta da coloro che sono convenuti in giudizio come terzi rispetto alla società.

Leggi tutto
Divieto di cumulo tra singole poste di danno e netti patrimoniali nella prosecuzione dell’attività
L’art. 2486, comma 3, c.c., relativo ai danni derivanti dalla prosecuzione non conservativa dell’attività dopo il verificarsi di una causa...

L’art. 2486, comma 3, c.c., relativo ai danni derivanti dalla prosecuzione non conservativa dell’attività dopo il verificarsi di una causa di scioglimento, pone un criterio presuntivo dei netti patrimoniali che opera «salva la prova di un diverso ammontare» e ha funzione suppletiva e integrativa dell’onere probatorio. Quando chi agisce in responsabilità fornisce la prova specifica del danno solo per determinate operazioni od omissioni [l’omesso pagamento di imposte e contributi], il risarcimento va commisurato esclusivamente a tali poste analiticamente accertate; è perciò escluso il cumulo tra il danno presuntivo ex art. 2486 c.c. e quello derivante da singole operazioni od omissioni che trovano il medesimo presupposto nell’illegittima prosecuzione dell’attività sociale.

In tema di azione ex art. 146 l. fall. contro gli amministratori, il giudice può avvalersi in via equitativa del criterio presuntivo della differenza dei netti patrimoniali per liquidare il danno da prosecuzione dell’attività dopo il verificarsi di una causa di scioglimento solo quando sia impossibile una ricostruzione analitica del danno, per l’incompletezza dei dati contabili o per la notevole anteriorità della perdita del capitale rispetto alla dichiarazione di fallimento, e a condizione che l’attore abbia allegato un inadempimento astrattamente idoneo a cagionare il danno lamentato e abbia specificato le ragioni che impediscono un rigoroso accertamento degli effetti dannosi concretamente riconducibili alla condotta.

Il revisore legale che esprime un giudizio positivo su un bilancio che non rappresenta attendibilmente la situazione patrimoniale ed economica della società, omettendo anche solo di sollevare dubbi sulla continuità aziendale, risponde in solido con gli amministratori ai sensi dell’art. 15 d.lgs. 39/2010 dell’aggravamento del dissesto derivante dalla prosecuzione dell’attività. Poiché tale responsabilità ha carattere derivativo rispetto a quella degli amministratori, il revisore non può essere condannato in base al criterio presuntivo dei netti patrimoniali quando questo non sia applicabile agli amministratori corresponsabili, né risponde del danno da specifiche omissioni gestorie [l’omesso versamento di imposte e contributi] a lui non ascrivibili.

La transazione parziaria conclusa dalla curatela con alcuni degli amministratori responsabili, avente a oggetto la sola quota di responsabilità del transigente nell’obbligazione solidale risarcitoria, scioglie la solidarietà passiva e libera il transigente da ogni vincolo verso la procedura. Ne consegue che la domanda di garanzia o di regresso proposta nei suoi confronti da un altro amministratore convenuto è inammissibile per difetto di legittimazione passiva, perché tra condebitori solidali non sussiste un rapporto di garanzia in senso proprio e il regresso presuppone una responsabilità del transigente verso la procedura che non può più essere accertata; le quote dei transigenti vanno comunque interamente detratte dal danno risarcibile dagli altri convenuti.

In caso di omessa adozione delle misure previste dagli artt. 2447 o 2482-ter c.c. a fronte di una perdita rilevante, il danno può derivare dal compimento da parte degli amministratori di atti di gestione incompatibili con il vincolo di conservazione dell’integrità e del valore del patrimonio sociale posto dall’art. 2486, comma 1, c.c. Chi agisce per il risarcimento ha l’onere di allegare e provare la ricorrenza della causa di scioglimento e il successivo compimento di atti gestori, senza dover dimostrare che essi siano espressione della normale attività d’impresa e privi di finalità liquidatoria; spetta agli amministratori convenuti dimostrare che tali atti non hanno comportato un nuovo rischio d’impresa e sono giustificati dalla finalità liquidatoria o da specifiche ragioni conservative.

Leggi tutto
Inapplicabilità della disciplina della concorrenza sleale tra professionisti intellettuali e società tra professionisti
La configurabilità di un atto di concorrenza sleale ai sensi dell’art. 2598 c.c. presuppone una situazione di concorrenzialità tra imprenditori,...

La configurabilità di un atto di concorrenza sleale ai sensi dell’art. 2598 c.c. presuppone una situazione di concorrenzialità tra imprenditori, nel senso dell’art. 2082 c.c. Ne consegue che la disciplina della concorrenza sleale è inapplicabile nei rapporti tra soggetti che esercitano una libera professione intellettuale [quali il professionista e la società tra professionisti cui egli partecipava], perché l’attività professionale, anche se svolta in forma associata, non è sostanzialmente assimilabile a un’attività propriamente imprenditoriale; in tali rapporti neppure possono essere tutelate attraverso la concorrenza sleale le informazioni riservate prive dei requisiti di cui all’art. 98 c.p.i.

La tutela dei segreti commerciali ai sensi degli artt. 98 e 99 c.p.i. richiede che il titolare alleghi e provi l’adozione di misure ragionevolmente adeguate a mantenere segrete le informazioni [l’elenco dei clienti, con i servizi forniti e le condizioni economiche praticate]. A tal fine la semplice adozione di una password per l’accesso al programma gestionale è insufficiente, occorrendo dimostrare che essa soddisfi un livello minimo di complessità adeguato agli attuali requisiti di sicurezza informatica e che la documentazione cartacea sia conservata in un luogo protetto e non accessibile a tutto il personale.

Leggi tutto
Nullità del brevetto per mera aggregazione di caratteristiche note prive di effetto sinergico
È nullo per difetto di attività inventiva il brevetto le cui rivendicazioni si risolvono in una mera aggregazione di caratteristiche...

È nullo per difetto di attività inventiva il brevetto le cui rivendicazioni si risolvono in una mera aggregazione di caratteristiche tecniche già note o ovvie per il tecnico del ramo, ciascuna dotata di un proprio effetto tecnico distinto e prive, nella loro combinazione, di un effetto sinergico che vada oltre la somma dei singoli effetti. La valutazione si compie secondo il metodo del problem-solution approach elaborato presso l’Ufficio europeo dei brevetti, individuando lo stato dell’arte più prossimo, gli elementi distintivi, il problema tecnico oggettivo da essi risolto e l’ovvietà della soluzione per la persona esperta del ramo.

La limitazione del brevetto ai sensi dell’art. 79 c.p.i. non ne esclude la nullità quando la rivendicazione indipendente limitata risulta dall’accorpamento di materia tratta da rivendicazioni dipendenti o dalla descrizione, relativa a caratteristiche tecniche eterogenee e prive di collegamento sinergico, ciascuna anticipata dallo stato della tecnica o resa ovvia dalle conoscenze del tecnico medio del ramo.

Nel giudizio di nullità del brevetto per difetto di attività inventiva, a differenza di quello per difetto di novità, è la consulenza tecnica d’ufficio a fornire al giudice le conoscenze necessarie per valutare il gradiente di originalità del trovato, e l’art. 121, comma 5, c.p.i. consente al consulente di ricevere documenti relativi allo stato della tecnica anche se non ancora prodotti in causa, purché la parte interessata abbia tempestivamente allegato i fatti principali posti a fondamento della domanda o dell’eccezione. Le produzioni effettuate nel corso delle operazioni peritali per dimostrare l’ovvietà della soluzione rivendicata non modificano la domanda di nullità [proposta in via riconvenzionale] e non violano il contraddittorio se alle parti è consentito replicare con ulteriori memorie tecniche.

La domanda di risarcimento del danno da concorrenza sleale, pur autonoma rispetto a quella di contraffazione del brevetto, va rigettata se genericamente formulata e priva di concreta allegazione; la vendita sottocosto non è provata da un documento dal quale si desuma soltanto il presumibile prezzo di commercializzazione del prodotto, senza indicazione dei costi di produzione né elementi di comparazione.

Leggi tutto
Rinnovo tacito del consorzio di urbanizzazione e inefficacia del recesso unilaterale del consorziato
In materia di consorzi di urbanizzazione, l’atto costitutivo e gli atti di rinnovo non sono soggetti alla forma scritta a...

In materia di consorzi di urbanizzazione, l’atto costitutivo e gli atti di rinnovo non sono soggetti alla forma scritta a pena di nullità, salvo che vengano costituiti o trasferiti diritti reali immobiliari e purché lo statuto non disponga diversamente. È quindi ammissibile il rinnovo tacito o per fatti concludenti, e il consorzio si intende tacitamente prorogato a tempo indeterminato quando, scaduto il termine originariamente stabilito, i consorziati continuino a svolgere le operazioni consortili; le eventuali delibere assembleari di rinnovo costituiscono, in tal caso, una esternazione non necessaria di una volontà che può manifestarsi anche tacitamente.

La clausola statutaria che si limita a prevedere una durata determinata e rinnovabile del consorzio, richiedendo una deliberazione maggioritaria solo per lo scioglimento anticipato al conseguimento dello scopo, consente di desumere la volontà dei consorziati di non subordinare i rinnovi ad alcun vincolo di forma.

Ferma la preminenza della disciplina statutaria, il recesso del consorziato da un consorzio di urbanizzazione è regolato dall’art. 1118 c.c., che in materia di condominio vieta l’abbandono liberatorio consentito nella comunione dall’art. 1104 c.c.; in assenza di previsioni statutarie sul recesso, la dichiarazione unilaterale di recesso del consorziato [ai sensi dell’art. 24 c.c.] è pertanto inefficace.

L’obbligo di pagamento degli oneri consortili trova fonte nella contrattualizzazione dell’obbligo o nell’imposizione del vincolo nel regolamento condominiale o nel contratto di acquisto, con relativa accettazione da parte del proprietario, che vi è tenuto per la volontaria adesione al contratto aperto con cui il consorzio è stato costituito, restando esclusa un’obbligazione propter rem atipica derivante dal solo titolo di proprietà. L’obbligo di partecipazione al consorzio vincola anche i successivi aventi causa il cui atto di acquisto richiami gli impegni assunti dal dante causa nell’atto di provenienza.

Lo scopo del consorzio di urbanizzazione comprende, oltre alla realizzazione delle opere, la manutenzione delle opere e dei servizi di interesse comune, attività fisiologicamente destinata a protrarsi a tempo indeterminato fino a che l’organo deliberativo del consorzio non disponga diversamente; il consorzio non si estingue, perciò, per raggiungimento dello scopo con il solo completamento delle opere di urbanizzazione.

Il regolamento consortile approvato dall’assemblea che si limita a specificare le parti di uso comune e alcuni diritti e obblighi dei consorziati, ponendosi in funzione di completamento dell’atto costitutivo, non determina la costituzione di un nuovo consorzio né modifica lo statuto dell’ente esistente.

La pacifica esecuzione, protratta per decenni e senza contestazioni, delle delibere consortili in materia di oneri da parte di chi avrebbe potuto impugnarle è indice univoco della volontà tacita di ratificare l’operato dei delegati che abbiano partecipato alle assemblee consortili in nome dei singoli condominii [in eventuale assenza di formale conferimento del potere rappresentativo], con l’effetto di sanare le illegittimità delle relative delibere dedotte per il difetto di tale potere. Gli eventuali vizi delle delibere condominiali di conferimento del mandato ai delegati vanno fatti valere nelle forme e nei termini dell’art. 1137 c.c.

La documentazione che attesta la partecipazione all’assemblea consortile di delegati muniti di mandato dei rispettivi condominii costituisce indizio presuntivo, ai sensi dell’art. 2727 c.c., che l’attività del consorzio si sia svolta nel rispetto delle regole statutarie che richiedono la previa manifestazione di volontà dei condominii consorziati, e grava su chi deduce il contrario l’onere di fornire la prova di segno opposto.

La natura del consorzio e le sue vicende costitutive, modificative ed estintive attengono a questioni di diritto, sottratte alla disponibilità delle parti e soggette alla qualificazione giuridica del giudice; le dichiarazioni sul punto contenute nei verbali di assemblea condominiale o consortile sono perciò prive di valenza confessoria o comunque vincolante.

I consorzi di urbanizzazione, quali aggregazioni di persone fisiche o giuridiche preordinate alla sistemazione o al miglior godimento di uno specifico comprensorio mediante la realizzazione e la fornitura di opere e servizi, sono figure atipiche disciplinate principalmente dagli accordi tra le parti espressi nello statuto e, solo sussidiariamente, dalla normativa in materia di associazioni non riconosciute.

La domanda di accertamento dell’estinzione di un consorzio per raggiungimento dello scopo o per mancato rinnovo, avendo natura dichiarativa, va proposta nei confronti del consorzio in persona del presidente, titolare della rappresentanza sostanziale e processuale dell’ente, senza necessità di evocare in giudizio tutti i consorziati come avviene per la domanda costitutiva di scioglimento del condominio.

L’istanza di mediazione deve indicare le parti, l’oggetto e le ragioni della pretesa poi riproposti nella domanda giudiziale, e le parti della procedura coincidono con quelle individuate dall’attore come legittimi contraddittori della propria pretesa sostanziale; il convenuto non può quindi eccepire l’improcedibilità della domanda deducendo che la mediazione avrebbe dovuto essere promossa nei confronti di soggetti diversi [i singoli consorziati anziché il consorzio].

La legittimazione ad agire va verificata sulla sola base della prospettazione contenuta nella domanda, in cui l’attore deve affermarsi titolare del diritto dedotto in giudizio, mentre la questione dell’effettiva titolarità del rapporto sostanziale attiene al merito della causa.

Leggi tutto
Azione sociale di responsabilità del socio di s.r.l., indipendenza dalla delibera assembleare e onere probatorio
L’azione sociale di responsabilità esercitata dal socio di s.r.l. ai sensi dell’art. 2476, comma 3, c.c. costituisce un’ipotesi di sostituzione...

L’azione sociale di responsabilità esercitata dal socio di s.r.l. ai sensi dell’art. 2476, comma 3, c.c. costituisce un’ipotesi di sostituzione processuale consentita dalla legge ai sensi dell’art. 81 c.p.c., che attribuisce al socio, indipendentemente dalla sua quota di partecipazione, una legittimazione straordinaria, concorrente e disgiuntiva, che si cumula con quella della società senza eliderla. A differenza dell’azione promossa dalla società, l’azione del socio prescinde dall’autorizzazione assembleare e può essere esercitata anche quando l’assemblea abbia deliberato di confermare l’organo amministrativo e di non promuovere l’azione di responsabilità.

La responsabilità degli amministratori di s.r.l. verso la società ha natura contrattuale, sicché chi agisce ha l’onere di dimostrare le violazioni poste in essere dall’amministratore e il nesso di causalità fra gli inadempimenti e il danno, mentre incombe sull’amministratore l’onere di fornire anzitutto una credibile allegazione e poi la prova liberatoria della non imputabilità a sé degli atti dannosi, in applicazione del principio di vicinanza della prova. In difetto di adeguata giustificazione, le fuoriuscite di denaro dalle casse sociali [con causali generiche quali giroconti] costituiscono una sottrazione di risorse sociali per finalità extrasociali, in frontale violazione dei doveri di corretta gestione, con danno per la società pari a quanto fuoriuscito.

I pagamenti in favore di una società riconducibile all’amministratore, giustificati soltanto da una lettera di incarico di portata ampia e generica e da fatture ritenute emesse per operazioni inesistenti, costituiscono distrazioni per finalità extrasociali ed esulano dalla sfera delle scelte gestorie sottratte al sindacato giudiziale. L’accertamento compiuto in sede di indagine [della polizia tributaria] sull’inesistenza delle operazioni spiega nel giudizio civile una convincente funzione di elemento di prova.

L’indicazione nel bilancio dei rapporti con una parte correlata e l’approvazione del bilancio da parte dell’assemblea, atto dovuto per legge, sono inidonee a precludere ai soci o alla società l’esercizio dell’azione sociale di responsabilità per atti di non corretta amministrazione emersi successivamente.

L’unico soggetto legittimato a domandare l’annullamento dei contratti conclusi dall’amministratore in conflitto di interessi ai sensi dell’art. 2475-ter c.c. è la società, come risulta dal tenore letterale della norma e dall’art. 81 c.p.c. Il socio che proponga la domanda in nome proprio difetta di legittimazione attiva, a meno che la società [costituita in giudizio a mezzo del curatore speciale] vi aderisca tempestivamente facendola propria.

Sono inammissibili gli addebiti di mala gestio allegati e qualificati per la prima volta nella comparsa conclusionale, a termini istruttori scaduti, anche quando i fatti emergano da documenti già trascritti nelle memorie istruttorie; su tali profili non si forma il giudicato ed essi possono essere riproposti in altro processo.

L’eccezione di nullità del contratto ex art. 1418 c.c. sollevata per la prima volta in comparsa conclusionale è tardiva, perché la rilevabilità d’ufficio delle nullità contrattuali opera nel rispetto delle regole e delle tempistiche del processo civile, che impongono la tempestiva allegazione dei fatti costitutivi del vizio per consentire al giudice le necessarie valutazioni e l’instaurazione del contraddittorio ai sensi dell’art. 101 c.p.c.

Le affermazioni contenute negli atti difensivi che risultino funzionali alle argomentazioni svolte a sostegno della propria tesi e all’accoglimento della domanda rientrano nella non punibilità prevista dall’art. 598, comma 1, c.p. e non danno luogo alla condanna al risarcimento di cui al comma 2.

La mancata riproposizione di una domanda in sede di precisazione delle conclusioni non autorizza alcuna presunzione di rinuncia, che può desumersi soltanto quando dalla valutazione complessiva della condotta processuale della parte risulti inequivocabilmente il venir meno del suo interesse a coltivare la domanda.

Leggi tutto
Gravi inadempienze del socio al contratto sociale e responsabilità contrattuale per violazione della buona fede
Il contratto di società, in quanto contratto con comunione di scopo, è soggetto alla disciplina generale dei contratti quanto a...

Il contratto di società, in quanto contratto con comunione di scopo, è soggetto alla disciplina generale dei contratti quanto a interpretazione, esecuzione e adempimento, e la sua esecuzione deve avvenire nel rispetto dei canoni di correttezza e buona fede di cui agli artt. 1175 e 1375 c.c. Costituiscono gravi inadempienze del socio, fonte di responsabilità ai sensi dell’art. 1218 c.c., le condotte idonee a impedire il raggiungimento dello scopo sociale o a renderlo meno agevole, quali l’improvvisa e ingiustificata cessazione del proprio apporto all’attività sociale, l’ostruzionismo alla gestione [anche mediante il reiterato rifiuto di partecipare alle assemblee di una società con capitale ripartito pariteticamente fra due soci], la collaborazione con un’impresa concorrente, il tentativo di storno di collaboratori e dipendenti e la denigrazione della società e dell’altro socio.

Le condotte del socio consistenti in dichiarazioni offensive e screditanti della reputazione della società e in reiterati tentativi di storno dei suoi collaboratori e dipendenti integrano, oltre all’inadempimento del contratto sociale, responsabilità extracontrattuale per violazione del principio del neminem laedere e a titolo di concorrenza sleale ai sensi dell’art. 2598, n. 3, c.c.

Ai contratti di società, caratterizzati dalla comunione di scopo anziché dalla corrispettività delle prestazioni dei soci, sono inapplicabili le norme sulla risoluzione per inadempimento di cui agli artt. 1453 ss. c.c., alle quali si sostituiscono le disposizioni speciali sul recesso e sull’esclusione del socio dettate per i diversi tipi societari. Nella s.r.l. il rimedio contro le condotte del socio gravemente inadempienti agli obblighi nascenti dal contratto sociale è l’esclusione ai sensi dell’art. 2473-bis c.c., che presuppone specifiche ipotesi previste dall’atto costitutivo; in loro mancanza, la domanda di risoluzione del contratto sociale limitatamente al socio inadempiente va rigettata.

Il socio convenuto rimasto contumace, che non deduca né provi circostanze idonee a dimostrare l’esatto adempimento delle prestazioni derivanti dal rapporto sociale, resta esposto alla presunzione di colpa derivante dall’inadempimento; la sua mancata comparizione senza giustificato motivo all’interrogatorio formale consente inoltre di ritenere ammessi i fatti dedotti, ai sensi dell’art. 232 c.p.c.

Leggi tutto
logo