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Cessazione del contratto di marketing online e rimozione del marchio altrui dai canali social
L’autorizzazione all’uso dei segni distintivi del committente derivante da un contratto di servizi di marketing online cessa con lo scioglimento...

L’autorizzazione all’uso dei segni distintivi del committente derivante da un contratto di servizi di marketing online cessa con lo scioglimento del contratto, anche se pattuita senza limiti temporali. Dopo la risoluzione del contratto e, a maggior ragione, dopo la diffida del titolare del marchio, il prestatore ha il dovere di rimuovere dai propri canali social qualsiasi contenuto recante il marchio del committente; la condivisione con quest’ultimo delle credenziali di accesso ai canali, dei quali il prestatore resta titolare, è di per sé inidonea a giustificare la permanenza del marchio.

È irrilevante che il marchio sia stato registrato dopo la stipulazione del contratto di servizi di marketing online, perché l’eventuale esclusione del marchio dal contratto estenderebbe l’illiceità dell’uso del segno anche al periodo di vigenza dell’accordo.

Sussiste il periculum in mora quando il titolare del marchio, scoperto l’uso illecito, ne ha prontamente chiesto la rimozione con diffida e ha poi proposto il ricorso cautelare entro un lasso di tempo [di sei mesi dalla diffida] che non è irragionevolmente ampio.

L’obbligo di versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato previsto dall’art. 13, comma 1 quater, d.p.r. 30.5.2002 n. 115 si applica anche al reclamo ai sensi dell’art. 669 terdecies c.p.c. integralmente rigettato, perché la domanda diretta a ottenere l’eliminazione o la modifica di un provvedimento giurisdizionale va qualificata, ai fini di tale normativa, come impugnazione.

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Consulenza tecnica d’ufficio sul materiale descritto tra fase cautelare e giudizio di merito
In sede di descrizione è legittimo tanto svolgere, ancora nell’alveo cautelare, una compiuta consulenza tecnica d’ufficio sul bene descritto e...

In sede di descrizione è legittimo tanto svolgere, ancora nell’alveo cautelare, una compiuta consulenza tecnica d’ufficio sul bene descritto e non ancora apprezzabile dall’utente laico e comune, quanto limitare la consulenza al momento dell’appercezione del materiale, riservando al giudizio di merito l’intera attività consulenziale. Entrambe le prassi hanno fondamento normativo, perché il richiamo dell’art. 129 c.p.i. al procedimento cautelare uniforme rende applicabili le regole non rigide di tale rito (art. 669 sexies c.p.c.), salvo il principio fondamentale del contraddittorio; una volta acquisito il materiale, già in parte descritto e solo da approfondire in via consulenziale, la consulenza in sede di merito è coerente con la ragionevole durata del processo.

La descrizione, se accolta, ha sempre un contenuto implicito di sequestro, perché il materiale descritto resta a disposizione del giudice del merito per le sue valutazioni.

Il pericolo nel ritardo che giustifica la descrizione sussiste quando solo attraverso di essa è possibile pervenire a un’adeguata ricostruzione della presunta attività illecita [di sviamento della clientela mediante sottrazione di segreti commerciali], essendo la descrizione un mezzo di istruzione preventiva diretto a evitare la dispersione delle prove e orientato anche a impedire la prosecuzione dell’illecito.

Ai fini della conferma della descrizione, il fumus della concorrenza sleale per sviamento di clientela sussiste quando il resistente, senza contestare il passaggio della clientela, ne deduce soltanto il carattere spontaneo e non sollecitato, perché tale allegazione può trovare approfondimento solo nel giudizio di merito, all’esito di un’adeguata istruzione.

Il pericolo nel ritardo necessario per l’inibitoria è escluso quando il ricorrente si limita a richiamare le deduzioni svolte a sostegno della descrizione, senza allegare alcuna situazione concreta che imponga di adottare un provvedimento che avrebbe, peraltro, contenuto generico.

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Deduzione della sottrazione di informazioni segrete e competenza della sezione specializzata in materia di impresa
Ai fini della competenza della sezione specializzata in materia di impresa è sufficiente che il ricorrente deduca, in maniera non...

Ai fini della competenza della sezione specializzata in materia di impresa è sufficiente che il ricorrente deduca, in maniera non pretestuosa, la sottrazione di informazioni segrete ai sensi dell’art. 98 c.p.i.

Nel giudizio [cautelare] per sottrazione e uso illecito di segreti commerciali sono gli elementi indiziari indicati dal ricorrente a dover essere di per sé idonei a provare la sottrazione e l’uso delle informazioni segrete. Pretendere dal resistente la prova di avere elaborato autonomamente le tecnologie impiegate nei propri prodotti equivale a richiedergli la prova dell’insussistenza dell’illecito, onere di cui egli non è gravato; l’incompletezza della documentazione da lui prodotta si risolve soltanto in un’incertezza nella ricostruzione dei fatti, senza costituire riscontro della presunzione invocata dal ricorrente.

La presunzione di sottrazione di segreti commerciali fondata sulla rapidità con cui il concorrente, dopo aver assunto un ex dipendente apicale del titolare, ha presentato sul mercato prodotti di prestazioni analoghe richiede la prova, o almeno la precisa allegazione, del momento in cui i programmi di sviluppo del concorrente non erano ancora in corso; in mancanza, non si può presumere che il concorrente non abbia avuto il tempo di sviluppare autonomamente la relativa tecnologia.

Quando oggetto di prova è la condotta di sottrazione in sé, è privo di rilievo l’argomento secondo cui la mera astratta possibilità di acquisire l’informazione con il metodo lecito dell’ingegneria inversa non esclude la tutelabilità dell’informazione, perché esso attiene alla tutelabilità dell’informazione sottratta.

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Elementi essenziali del negozio fiduciario avente a oggetto quote di s.r.l.
Il negozio fiduciario è un negozio atipico, fondato sull’art. 1322 c.c., che deriva dal collegamento tra un negozio a carattere...

Il negozio fiduciario è un negozio atipico, fondato sull’art. 1322 c.c., che deriva dal collegamento tra un negozio a carattere reale, efficace nei confronti dei terzi, con il quale il fiduciario acquista dal fiduciante la proprietà fiduciaria dei beni, e un negozio a carattere obbligatorio, efficace inter partes, con il quale il fiduciario si impegna a rispettare le prescrizioni dettate dal fiduciante in tema di gestione, amministrazione e disposizione dei beni. Ne sono elementi essenziali e imprescindibili: i) il trasferimento di uno o più beni dal fiduciante al fiduciario; ii) l’obbligo del fiduciario di rispettare le prescrizioni dettate dal fiduciante; iii) l’obbligo del fiduciario di ritrasferire quanto ricevuto al fiduciante nei tempi prestabiliti o su sua richiesta.

La scrittura privata che non preveda alcun trasferimento di partecipazioni sociali dal fiduciante al fiduciario né alcun obbligo restitutorio, e che sia priva di valenza ricognitiva di un precedente pactum fiduciae, è estranea alla figura del negozio fiduciario ed è inidonea a produrre effetti traslativi tra le parti o a modificare l’assetto proprietario delle quote di s.r.l. acquisite dall’intestatario con atti anteriori, distinti e autonomi [successione ereditaria e sottoscrizione di un aumento di capitale]. L’uso del termine «fiduciante» nel testo della scrittura è improprio, e privo di rilievo, quando nella titolarità delle quote non si sia realizzata alcuna interposizione reale di persona; in difetto del titolo fiduciario nessun inadempimento è imputabile all’intestatario e nessuna restituzione delle quote può essere disposta.

La rinuncia all’eredità, negozio unilaterale non recettizio, è insuscettibile di simulazione, perché l’art. 1414, comma 3, c.c. presuppone un accordo tra dichiarante e destinatario. Ne consegue che la rinuncia conserva piena efficacia anche a fronte di una scrittura successiva che si atteggi a controdichiarazione e ne attesti l’intento simulatorio.

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Donazione dei diritti nascenti dalla sentenza ex art. 2932 c.c. su quote soggette a prelazione e gradimento
La parte che, avendo già pagato il prezzo, abbia ottenuto la sentenza ex art. 2932 c.c. sostitutiva del contratto di...

La parte che, avendo già pagato il prezzo, abbia ottenuto la sentenza ex art. 2932 c.c. sostitutiva del contratto di cessione di quote di s.r.l. può cedere, anche a titolo di donazione, la propria posizione contrattuale attiva senza il consenso del contraente ceduto, perché la cessione comporta soltanto il mutamento del soggetto destinatario delle prestazioni ancora dovute. Quando però il trasferimento delle quote resti subordinato al rispetto delle clausole statutarie di prelazione e gradimento, la cessione ha a oggetto un diritto di aspettativa al trasferimento delle quote, sicché la donazione è valida nella parte in cui trasferisce tale diritto e inefficace nella parte in cui attribuisce ai donatari il subentro in tutti i diritti, obblighi, azioni ed eccezioni del donante come se il trasferimento si fosse già perfezionato.

Finché il trasferimento delle quote disposto dalla sentenza ex art. 2932 c.c. non si sia perfezionato con l’adempimento delle procedure statutarie di prelazione e gradimento, non può operare la confusione tra la posizione dei donatari, quali coeredi dell’obbligato al trasferimento, e quella di creditori del trasferimento acquisita con la donazione, perché la confusione richiede la definitività della riunione delle due qualità in capo allo stesso soggetto.

Le clausole statutarie di prelazione e gradimento hanno efficacia reale nei confronti della società e dei soci, e il coerede del socio defunto, divenuto socio per successione e obbligato pro quota al trasferimento disposto dalla sentenza ex art. 2932 c.c., ha interesse a farne valere il mancato rispetto.

Spetta alla sezione specializzata in materia di impresa, ai sensi dell’art. 3, comma 2, lett. b), d.lgs. n. 168/2003, la controversia sulla nullità o inefficacia della donazione di diritti relativi a partecipazioni sociali, quando l’atto sia destinato a incidere sull’assetto societario, anche se la domanda principale abbia a oggetto la validità della donazione.

La partecipazione in s.r.l. caduta in comunione ereditaria è divisibile, e gli effetti della sentenza ex art. 2932 c.c. che obbligava il socio defunto al trasferimento di parte della sua quota gravano pro quota su ciascun coerede, che può quindi disporre idealmente della propria quota.

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Responsabilità dei soci ex art. 2476, comma 8, c.c. e condotte successive alla decisione
La responsabilità solidale dei soci di s.r.l. che hanno intenzionalmente deciso o autorizzato il compimento di atti dannosi, prevista dall’art....

La responsabilità solidale dei soci di s.r.l. che hanno intenzionalmente deciso o autorizzato il compimento di atti dannosi, prevista dall’art. 2476, comma 8 (già comma 7), c.c., non si estende alle condotte poste in essere a valle del procedimento decisionale. Qualora la cessione di una partecipazione della società a un socio sia deliberata con l’astensione di quest’ultimo e del socio suo amministratore, entrambi in conflitto di interessi, il fatto che essi abbiano poi stipulato il contratto senza pretendere una relazione di stima non è sussumibile nella norma, perché si tratta di una condotta successiva all’adozione della delibera ed estranea all’iter interno alla compagine sociale, che non integra una decisione intenzionale né un’autorizzazione, espressa o tacita, inserita nel percorso decisionale.

Rispondono invece in solido con l’amministratore, ai sensi dell’art. 2476, comma 8, c.c., i soci che abbiano intenzionalmente votato a favore della cessione di una partecipazione sociale a un prezzo palesemente inadeguato, senza alcuna stima, o della concessione all’amministratore unico di un prestito estraneo all’oggetto sociale e a qualsiasi interesse della società, senza garanzie né termini certi di rimborso e senza successive iniziative di recupero.

Non è fonte di responsabilità per amministratori e soci la distribuzione ai soci di una parte della riserva straordinaria formata con gli utili di esercizi precedenti, liberamente disponibile e non vincolata da disposizioni di legge o di statuto, deliberata in assenza di segnali manifesti di crisi risultanti dai bilanci.

Costituisce valido atto interruttivo della prescrizione dell’azione di responsabilità la lettera con cui il curatore, elencate le operazioni contestate, manifesti la volontà di ottenere il risarcimento e di agire in giudizio in mancanza di soddisfazione stragiudiziale, con espresso riferimento alla messa in mora. La prescrizione dell’azione spettante ai creditori sociali decorre dal momento in cui l’insufficienza del patrimonio diviene oggettivamente percepibile all’esterno, sicché non può dirsi iniziata prima dell’esercizio in cui risulta accertata la perdita del capitale.

Nell’azione di responsabilità esercitata dal curatore anche ai sensi dell’art. 2476, comma 1, c.c., il danno va quantificato in base all’accertata dispersione di elementi dell’attivo patrimoniale e non è limitato all’ammontare del passivo ammesso, che non comprende le spese prededucibili della procedura. Il convenuto creditore chirografario ammesso al passivo non può opporre in compensazione il proprio credito, perché l’azione spettante ai creditori sociali, esercitata tramite il curatore, ha natura di azione di massa.

In mancanza di elementi per una diversa graduazione, la ripartizione interna della responsabilità tra i condebitori solidali resta regolata dalla presunzione di pari concorso prevista dagli artt. 1298 e 2055 c.c. Interessi e rivalutazione, pur costituendo componenti del danno risarcibile, devono essere allegati e provati.

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Esclusione del socio di cooperativa agricola per violazione del divieto statutario di concorrenza
Nel rapporto tra cooperativa agricola e socio conferente, il mancato conferimento della totalità della produzione, accompagnato dalla vendita dei prodotti...

Nel rapporto tra cooperativa agricola e socio conferente, il mancato conferimento della totalità della produzione, accompagnato dalla vendita dei prodotti a imprese terze operanti nel medesimo settore merceologico e dalla loro promozione e commercializzazione con la propria denominazione, in modo da far apparire il socio come operatore autonomo sul mercato, integra la violazione del divieto di concorrenza previsto dallo statuto e giustifica la delibera di esclusione impugnata ai sensi dell’art. 2533 c.c.; sono irrilevanti i contrasti personali tra gli esponenti delle società coinvolte e i contenziosi collaterali estranei alla motivazione della delibera.

Non è nulla la clausola statutaria della cooperativa agricola che impone al socio il conferimento dell’intera produzione e gli vieta lo svolgimento di attività in concorrenza con la cooperativa, salva l’autorizzazione dell’organo amministrativo, perché essa non preclude in assoluto al socio l’impiego della propria capacità produttiva nel settore economico di riferimento.

Le dichiarazioni pubbliche sull’attività del socio cooperativo rese da un suo consigliere che si presenti come direttore e appaia all’esterno rivestire un ruolo apicale sono riferibili al socio ai fini della valutazione della condotta concorrenziale contestata nella delibera di esclusione. L’esibizione soltanto parziale dei documenti ordinata ai sensi dell’art. 210 c.p.c. è valutabile a carico della parte inadempiente ai sensi dell’art. 116, comma 2, c.p.c.

Il socio escluso che impugni la delibera negando una condotta concorrenziale nella consapevolezza di avere ceduto autonomamente a terzi parte della propria produzione può essere condannato al pagamento di una somma equitativamente determinata ai sensi dell’art. 96, comma 3, c.p.c.

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Sospensione ex art. 373 c.p.c. della condanna alle spese contenuta nell’ordinanza di incompetenza
L’istanza di sospensione dell’esecuzione ex art. 373 c.p.c. è un rimedio di carattere generale, ammissibile anche avverso l’ordinanza con cui...

L’istanza di sospensione dell’esecuzione ex art. 373 c.p.c. è un rimedio di carattere generale, ammissibile anche avverso l’ordinanza con cui il tribunale dichiara la propria incompetenza, impugnata con regolamento di competenza, quando essa rechi una condanna alle spese suscettibile di esecuzione.

Ai fini della sospensione ex art. 373 c.p.c., il danno non è irreparabile per il solo fatto che le spese siano state distratte in favore del difensore antistatario della controparte, perché in caso di riforma o annullamento del provvedimento è lo stesso difensore distrattario, titolare di un autonomo rapporto con la parte soccombente, l’unico legittimato passivo dell’azione di ripetizione dell’indebito.

Il danno è grave, ai fini della sospensione ex art. 373 c.p.c., quando procuri al debitore un pregiudizio maggiore di quello inevitabilmente connesso al pagamento, e cioè quando leda esigenze del debitore significativamente più rilevanti di quelle del creditore che il pagamento è destinato a soddisfare; il giudizio richiede quindi una comparazione tra le situazioni patrimoniali delle parti, sicché non basta allegare l’entità della somma o l’insolvibilità del creditore, in mancanza di allegazioni sulla capacità patrimoniale del debitore.

La liquidazione delle spese del procedimento di sospensione ex art. 373 c.p.c. è riservata alla Corte di cassazione, nell’ambito del giudizio di legittimità al quale la procedura incidentale è funzionale.

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Nullità del brevetto per rivendicazione omnibus indefinita e per predivulgazione del metodo
È nulla ai sensi dell’art. 52 c.p.i., perché indefinita, la rivendicazione di tipo «omnibus» che estende la protezione a quanto...

È nulla ai sensi dell’art. 52 c.p.i., perché indefinita, la rivendicazione di tipo «omnibus» che estende la protezione a quanto «in tutto o in parte sostanzialmente come descritto, illustrato e per gli scopi suesposti», perché lascia incerta la portata della protezione.

Il brevetto per un metodo di fabbricazione è nullo per difetto di novità quando, prima del deposito della domanda, siano stati prodotti e commercializzati prodotti ottenuti con il medesimo metodo [in forza di licenza concessa dall’inventore di un procedimento coincidente con le rivendicazioni], senza che rilevino le differenze di forma dei prodotti che non attengano al metodo rivendicato.

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Sotto-problemi tecnici nel giudizio di equivalenza e attività inventiva della combinazione di tecnologie note
Ai fini del giudizio di contraffazione per equivalenti, il problema tecnico che l’invenzione si propone di risolvere va considerato in...

Ai fini del giudizio di contraffazione per equivalenti, il problema tecnico che l’invenzione si propone di risolvere va considerato in tutte le sue componenti, compresi i sotto-problemi che ne costituiscono un aspetto [quale la resistenza allo sfilamento di un tassello], sicché esclude l’equivalenza la diversa soluzione che, pur perseguendo la medesima funzione generale, presenti un diverso grado di stabilità del meccanismo rivendicato e un diverso modo di operare rispetto a tali profili.

Sussiste attività inventiva nella combinazione di due tecnologie singolarmente note al tecnico del ramo quando lo stato dell’arte insegni che ciascuna richiede un proprio tipo di montaggio e una propria sequenza di fasi applicative, perché in tal caso le due soluzioni non possono essere ritenute equivalenti e intercambiabili per il tecnico del settore e la loro combinazione richiede uno sforzo inventivo.

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Impugnazione delle delibere consiliari da parte dei soci: lesione dei diritti e interesse ad agire
L’art. 2388, comma 4, cod. civ. prevede che le deliberazioni del Consiglio di amministrazione della società non prese in conformità...

L'art. 2388, comma 4, cod. civ. prevede che le deliberazioni del Consiglio di amministrazione della società non prese in conformità della legge o dello statuto possono essere impugnate solo dal collegio sindacale e dagli amministratori assenti o dissenzienti entro novanta giorni dalla data della deliberazione, con applicazione in quanto compatibile dell'art. 2378 cod. civ. nonché dai soci allorché le deliberazioni lesive sono lesive dei loro diritti, con applicazione in tal caso, in quanto compatibili, degli articoli 2377 e 2378 cod. civ.

In tal modo il legislatore ha inteso recepire l'orientamento giurisprudenziale che si era formato in precedenza nel silenzio normativo nel senso di ammettere l'impugnazione anche da parte dei soci delle delibere del consiglio d'amministrazione di una società per azioni, quando esse siano direttamente lesive dei loro diritti, in quanto i poteri degli amministratori sono circoscritti al campo della gestione e non possono estendersi al mutamento delle caratteristiche strutturali dell'impresa sociale, né possono riguardare la modifica o la soppressione dei diritti attribuiti ai singoli soci dalla legge o dall'atto costitutivo, alterandosi altrimenti le basi su cui si è costituita la società.

Di per sé, una questione di riparto di competenze fra organi sociali non involge diritti individuali del socio; né costituisce lesione dei diritti del socio la sua pretermissione dal diritto di votare in assemblea; occorre, infatti, una lesione diretta del diritto del socio.

L'accertamento dell'interesse ad agire, inteso quale esigenza di provocare l'intervento degli organi giurisdizionali per conseguire la tutela di un diritto o di una situazione giuridica, deve compiersi con riguardo all'utilità del provvedimento giudiziale richiesto rispetto alla lesione denunziata, prescindendo da ogni indagine sul merito della controversia e dal suo prevedibile esito.

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