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Invariabilità del compenso dei sindaci e delibera interpretativa del socio pubblico successiva alla nomina
Contrasta con l’art. 2402 c.c., che impone la predeterminazione del compenso dei sindaci all’atto della nomina per l’intero periodo di...

Contrasta con l’art. 2402 c.c., che impone la predeterminazione del compenso dei sindaci all’atto della nomina per l’intero periodo di durata dell’ufficio e ne esige l’invariabilità in corso di carica, la decisione della società di corrispondere al presidente del collegio sindacale un compenso inferiore a quello stabilito, conformandosi a una deliberazione dell’ente pubblico socio, adottata dopo la nomina, che pretende di interpretare il compenso «onnicomprensivo» già definito come comprensivo di IVA, contributo previdenziale e oneri vari [società per azioni interamente partecipata dalla regione; delibera interpretativa della giunta regionale successiva alla nomina del presidente del collegio sindacale; opposizione al decreto ingiuntivo per le differenze di compenso respinta].

La previsione che il compenso annuo dei componenti del collegio sindacale è «onnicomprensivo», accompagnata dalla precisazione che non saranno attribuiti ulteriori compensi per prestazioni accessorie all’incarico, si riferisce al solo compenso e non consente di far rientrare nella somma stabilita l’IVA e il contributo alla cassa di previdenza, perché si tratta di imposte e contributi estranei per definizione alla nozione di compenso; il compenso così determinato si intende pertanto al netto di tali oneri.

Poiché ai sensi dell’art. 2400 c.c. la cessazione dei sindaci per scadenza del termine ha effetto dal momento in cui il collegio è stato ricostituito, le mensilità maturate dopo la scadenza del triennio e fino alla nomina dei nuovi componenti devono essere retribuite, perché in tale periodo il collegio uscente resta pienamente operativo, con i conseguenti diritti, obblighi e responsabilità dei suoi componenti.

Appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario la controversia sul compenso spettante al sindaco di una società a partecipazione pubblica, anche quando la decisione contestata della società sia il riflesso di una deliberazione dell’ente pubblico socio, perché la società non muta la propria natura di soggetto privato per il fatto che un ente pubblico ne possieda in tutto o in parte il capitale e le determinazioni dell’ente in materia di compenso di amministratori e sindaci rilevano esclusivamente sul piano privatistico del rapporto societario, quali atti assunti uti socius e non iure imperii.

Il sindaco che agisce per il pagamento del compenso deve provare soltanto la fonte del proprio diritto, costituita dall’aver ricoperto la carica, e allegare l’inadempimento della società, sulla quale grava l’onere di provare il fatto estintivo costituito dall’adempimento, sicché sono inconferenti le contestazioni fondate sulla mancata documentazione delle concrete attività svolte nel corso del mandato.

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Attualità delle gravi irregolarità come presupposto oggettivo del controllo giudiziario ex art. 2409 c.c.
La tutela accordata dall’art. 2409 c.c. ha natura preventiva e ripristinatoria e mira a eliminare le irregolarità e a ripristinare...

La tutela accordata dall’art. 2409 c.c. ha natura preventiva e ripristinatoria e mira a eliminare le irregolarità e a ripristinare la legalità nella gestione, senza finalità di punire gli amministratori o di risarcire danni già verificatisi. Strettamente connesso a tale funzione è il requisito dell’attualità, per cui il Tribunale può intervenire solo se le gravi irregolarità sono in corso o hanno prodotto effetti che persistono e risultano idonei a produrre effetti dannosi, attuali o futuri, all’ente; qualora le irregolarità siano state sanate o abbiano esaurito i loro effetti, il ricorso è infondato, residuando altri rimedi. L’attualità si configura come presupposto oggettivo, a nulla rilevando il momento in cui la condotta è stata scoperta dal socio o dall’organo di controllo, perché ciò che rileva è la persistenza della situazione irregolare al tempo della decisione.

Il verbale dell’accordo con cui la società concilia una controversia relativa al recupero di un proprio credito attiene a un atto strettamente gestorio e rientra tra i documenti oggetto del diritto di controllo del socio di s.r.l. ex art. 2476, comma 2, c.c.; è quindi illegittimo opporre al socio la clausola di riservatezza contenuta nell’accordo, perché il socio è soggetto interno alla società e le informazioni restano in ambito endosocietario, senza violazione della riservatezza dei terzi. Tale irregolarità, se non è foriera di alcun effettivo danno alla società, non è tuttavia idonea a giustificare l’ispezione ex art. 2409 c.c.

Il rimedio ex art. 2409 c.c. non può costituire strumento di impugnazione, lato sensu intesa, del bilancio, perché la contestazione della veridicità o correttezza del bilancio approvato rientra nelle azioni di annullamento o nullità ex artt. 2377 e 2379 c.c.; la redazione e approvazione di bilanci falsi o gravemente irregolari può tuttavia costituire indice di mala gestio e integrare il presupposto del controllo giudiziario, se la condotta è attuale o i suoi effetti permangono.

La scelta dell’amministratore di gestire l’ammanco cagionato da un dipendente infedele mediante un accordo conciliativo con restituzione rateale delle somme sottratte è insindacabile nel procedimento ex art. 2409 c.c., in applicazione della business judgment rule, specie quando dalla scelta non consegua alcun effettivo danno al patrimonio sociale.

Le irregolarità di minimo impatto economico sul patrimonio sociale non possono ritenersi gravi ai sensi dell’art. 2409 c.c. e non giustificano l’ispezione, potendo tutt’al più fondare un’azione di responsabilità.

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Lucro oggettivo della cooperativa e mancato profitto come danno ai fini del sequestro conservativo
La cooperativa, pur avendo finalità mutualistiche e pur priva dello scopo di realizzare il lucro soggettivo con ripartizione degli utili...

La cooperativa, pur avendo finalità mutualistiche e pur priva dello scopo di realizzare il lucro soggettivo con ripartizione degli utili tra i partecipanti, ha comunque interesse a conseguire il lucro oggettivo, inteso come eccedenza dei ricavi rispetto ai costi, proprio per realizzare la finalità mutualistica che le è propria. Il mancato profitto che la cooperativa avrebbe conseguito dall’esercizio dell’azienda [ceduta a società costituita dai soci in conflitto di interessi] costituisce pertanto voce di danno idonea a fondare la probabile esistenza del credito ai fini del sequestro conservativo.

Ai fini del sequestro giudiziario la controversia sulla proprietà o sul possesso ricorre anche quando debba esperirsi un’azione di annullamento del contratto da cui derivi la restituzione di un bene [quale l’azione di annullamento ex art. 1394 c.c. del contratto di cessione d’azienda concluso in conflitto di interessi]; l’opportunità di provvedere alla custodia sussiste quando lo stato di fatto esistente in pendenza del giudizio comporti la possibilità che si determinino situazioni tali da pregiudicare l’attuazione del diritto controverso, come nel caso in cui occorra sottrarre i beni del complesso aziendale ad atti di disposizione da parte del detentore.

Qualora l’azienda della cooperativa sia stata ceduta in conflitto di interessi a una società costituita dai soci deliberanti, costituiscono ulteriore voce di danno risarcibile i compensi corrisposti agli amministratori della società cessionaria, risultanti dalla documentazione contabile, quale esborso che la cooperativa non avrebbe sostenuto perché mai deliberato e mai iscritto tra le poste del proprio bilancio.

Il sequestro conservativo è concesso sul presupposto di una valutazione sulla probabile fondatezza della pretesa creditoria e del pericolo che il patrimonio del debitore venga sottratto o diminuito in modo da non soddisfare più la funzione di garanzia che gli è propria.

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Difetto di legittimazione dell’amministratore unico a chiedere al tribunale l’accertamento della causa di scioglimento
L’amministratore unico non è legittimato a chiedere al Tribunale l’accertamento di una causa di scioglimento della società ai sensi dell’art....

L’amministratore unico non è legittimato a chiedere al Tribunale l’accertamento di una causa di scioglimento della società ai sensi dell’art. 2485 c.c., perché difetta il presupposto normativo del provvedimento, rappresentato dall’omissione degli amministratori. Non può ravvisarsi una competenza sostitutiva del Tribunale a fronte di una mancanza imputabile allo stesso ricorrente, il quale può porvi rimedio in totale autonomia.

L’art. 2485 c.c. contempla in capo all’organo gestorio una specifica ed esclusiva competenza dichiarativa in ordine alla ricorrenza di una delle cause di scioglimento di cui all’art. 2484, comma 1, nn. 1), 2), 3), 4) e 5), c.c., che gli amministratori devono accertare senza indugio con apposita dichiarazione, la cui iscrizione nel registro delle imprese ha effetto costitutivo dello scioglimento ai sensi dell’art. 2484, terzo comma, c.c.; il mancato tempestivo esercizio di tale competenza dà luogo a responsabilità risarcitoria dell’amministratore. I singoli soci, i sindaci o gli altri amministratori – intesi quali singoli componenti dell’organo collegiale inattivo – sono legittimati a richiedere al Tribunale l’accertamento della causa di scioglimento unicamente in caso di omissione degli amministratori.

La domanda di nomina del liquidatore proposta dall’amministratore [unico] non può trovare accoglimento, perché l’amministratore, dopo aver accertato lo stato di scioglimento, è tenuto a convocare l’assemblea dei soci per la nomina del liquidatore, mentre l’intervento sostitutivo del Tribunale è previsto dall’art. 2487 c.c. soltanto su richiesta dei soci, dei sindaci o degli altri amministratori in caso di esito infruttuoso di tale assemblea.

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Sostituzione dell’amministratore denunciato ex art. 2409 c.c. e cessazione della materia del contendere
Le gravi irregolarità denunciate ai sensi dell’art. 2409 c.c. devono essere attuali, ossia ancora sussistenti al momento della definizione del...

Le gravi irregolarità denunciate ai sensi dell’art. 2409 c.c. devono essere attuali, ossia ancora sussistenti al momento della definizione del procedimento, perché lo scopo della denuncia è porre i soci di maggioranza e l’amministratore di fronte all’alternativa tra l’eliminazione spontanea delle irregolarità e la loro eliminazione a seguito del provvedimento giudiziale. Qualora, dopo la notificazione del ricorso, l’assemblea approvi i bilanci arretrati, accerti la causa di scioglimento e sostituisca l’amministratore cui erano imputabili le irregolarità con un liquidatore professionista estraneo alla compagine sociale, deve dichiararsi cessata la materia del contendere, essendo stato raggiunto lo scopo perseguito dai ricorrenti.

La sostituzione, nel corso del procedimento, dell’amministratore con un liquidatore determina il passaggio automatico della rappresentanza della società dal curatore speciale al nuovo rappresentante, salvo che sia dedotto e dimostrato un conflitto di interessi anche in capo a quest’ultimo; tale conflitto non è integrato dalla circostanza che il liquidatore contesti nel merito la sussistenza delle irregolarità denunciate, la quale preclude però la sospensione del procedimento ai sensi dell’art. 2409, comma 3, c.c.

Costituiscono gravi irregolarità, di per sé sufficienti a fondare la denuncia e la condanna dell’amministratore alle spese secondo il criterio della soccombenza virtuale, la mancata approvazione pluriennale dei bilanci, l’omessa convocazione e la perdurante inattività dell’assemblea e il mancato accertamento della conseguente causa di scioglimento ai sensi degli artt. 2484 e 2485 c.c. Il rimborso parziale di finanziamenti dei soci in violazione dell’art. 2467 c.c. non arreca invece un danno potenziale alla società quando i debiti verso gli altri creditori siano modesti a fronte di ampie disponibilità liquide. Le spese del curatore speciale vanno poste a carico dell’amministratore che con la propria condotta ha dato causa al procedimento.

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Donazione dissimulata o indiretta di quote sociali: collazione e riduzione
Il prezzo irrisorio pattuito per la vendita di una partecipazione societaria e il rapporto di stretta parentela tra le parti...

Il prezzo irrisorio pattuito per la vendita di una partecipazione societaria e il rapporto di stretta parentela tra le parti possono essere considerati indici per ritenere che la compravendita sia, in realtà, una donazione, la quale, ove ne ricorrano i presupposti, è soggetta all'obbligo di collazione e all'azione di riduzione per lesione di legittima.

La quota di società non conferisce al socio un diritto reale su beni costituenti il patrimonio societario, ma un diritto personale di partecipazione alla vita societaria, la cui misura non è soggetta a cambiamento per effetto di successivi aumenti di capitale, sicché la relativa donazione (anche ove dissimulata o indiretta) è soggetta a collazione per imputazione di beni mobili, ai sensi dell'art. 750 cod. civ., e, dunque, sulla base del valore che aveva al tempo di apertura della successione.

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Fumus boni iuris e condotta lesiva
In pendenza di una contestazione circa l’effettiva titolarità del diritto d’autore sulle opere, non sussiste il fumus boni iuris della...

In pendenza di una contestazione circa l’effettiva titolarità del diritto d’autore sulle opere, non sussiste il fumus boni iuris della domanda cautelare, per difetto di una condotta lesiva, qualora la parte resistente si sia limitata ad astenersi dal concedere al terzo, che ne abbia fatto richiesta, l’autorizzazione allo sfruttamento delle opere stesse. Né, fino a che il diritto sia sub judice, può esigersi a carico della resistente che essa dichiari al terzo la titolarità del diritto d’autore in capo alla ricorrente.

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Contratto per lo sfruttamento di opere artistiche musicali: tra le facoltà concesse rientra anche quella di diffusione su reti informatiche
Qualora si stipuli un contratto per la concessione dei diritti di sfruttamento economico di talune opere musicali, ove sia previsto...

Qualora si stipuli un contratto per la concessione dei diritti di sfruttamento economico di talune opere musicali, ove sia previsto che in tale concessione rientra anche "la facoltà di pubblicare le opere nei modi e nelle forme che il Concessionario potrà scegliere", costituisce allora violazione di tale contratto il comportamento del contraente che - tramite le segnalazioni inviate alle piattaforme informatiche ove vengono diffuse tali opere musicali - conduca alla sospensione di tale pubblicazione in rete.

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Donazioni di quote dissimulate lesive della legittima: onere e mezzi di prova
La simulazione di atti di cessione a titolo oneroso – che dissimulano delle donazioni – di partecipazioni sociali poste in...

La simulazione di atti di cessione a titolo oneroso - che dissimulano delle donazioni - di partecipazioni sociali poste in essere dal de cuius in favore di alcuni coeredi deve essere provata dai legittimari lesi mediante l'allegazione di controdichiarazioni scritte dell'atto dissimulato, non essendo sufficiente la prova per testi o per presunzioni, essendo i legittimari lesi assimilabili alla parte sostanziale dei negozi simulati.

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Valutazione del rischio di confusione tra marchi e carattere debole di un marchio descrittivo; il preuso invalidante di un marchio successivo avvenuto tramite insegna e nome a dominio
Il rischio di confusione tra due segni deve essere oggetto di una valutazione globale che tenga conto di tutti i...

Il rischio di confusione tra due segni deve essere oggetto di una valutazione globale che tenga conto di tutti i fattori pertinenti al caso di specie, da calibrare avendo a riferimento la percezione di un consumatore medio.

Debole è quel marchio che, pur non identificandosi con la denominazione generica, lascia tuttavia agevolmente trasparire quale prodotto contraddistingue. E' debole perché oggetto di esclusiva è solo quella parte del marchio che si differenzia dalla denominazione generica, rimanendo logicamente utilizzabile da parti di altri l'altra parte, quella che appunto richiama la denominazione generica. La "debolezza" sta nel fatto che il relativo titolare non può opporsi a che altri usino un marchio anch'esso poco distante dalla denominazione generica se questo secondo marchio, pur magari identico nella parte non distintiva, si differenzi per la parte monopolizzabile del marchio, parte che può pure essere di scarso rilievo.

In virtù del principio di unitarietà dei segni distintivi, anche la ditta, l'insegna e i domain names utilizzati anteriormente possono avere potere invalidante del marchio registrato successivamente: pertanto, il preuso come ditta o insegna di un segno, al pari di quello come marchio, costituisce deroga al diritto esclusivo del registrante. Nel caso di specie, la circostanza allegata da parte convenuta circa l'utilizzo dei segni attorei all'interno delle proprie insegne e nel proprio sito internet, per molti anni ed in un periodo antecedente alla registrazione del marchio, rappresenta una eccezione idonea a paralizzare la domanda di contraffazione e inibitoria dell'attrice.

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Revoca giudiziale dell’amministratore accomandatario per giusta causa
Sebbene manchi all’interno del corpus delle disposizioni sulla s.a.s. una norma analoga a quella contenuta nel terzo comma dell’art. 2259...

Sebbene manchi all'interno del corpus delle disposizioni sulla s.a.s. una norma analoga a quella contenuta nel terzo comma dell'art. 2259 c.c. con riferimento alle altre società personali, la regola che ammette la revoca giudiziale per giusta causa dell'amministratore accomandatario deve ritenersi operante anche in relazione al tipo societario in esame. Invero, se nessun dubbio può sorgere circa la facoltà del socio accomandatario di attivare il procedimento giurisdizionale di revoca, posto che la posizione di quest'ultimo è equiparata dall'art. 2318 c.c. a quella dei soci della s.n.c., qualche perplessità ha suscitato la possibilità di riconoscere un analogo potere anche in capo ai soci accomandanti, in ragione dell'ingerenza nell'amministrazione che questi verrebbero così ad esercitare in spregio all'art. 2320 c.c. L'orientamento nettamente prevalente in dottrina e pressoché unanime in giurisprudenza, tuttavia, ritiene ammissibile il ricorso all'autorità giudiziaria finalizzato ad ottenere la revoca dell'amministratore accomandatario anche da parte del socio accomandante. Si è, infatti, osservato, per un verso, che l'art. 2259, ultimo comma – il quale, appunto, riconosce in capo a ciascun socio il potere di chiedere la revoca giudiziale per giusta causa dell'amministratore – risulta compatibile con le regole ed i principi concernenti la s.a.s., sicché è ad essa applicabile in forza dell'art. 2315 c.c., e, per altro verso, che tanto la nomina, quanto la revoca dell'amministratore non costituiscono atti di amministrazione preclusi all'accomandante dall'art. 2320 c.c. Anzi, proprio l'art. 2320 c.c. riconosce in capo agli accomandanti un potere di controllo sull'operato degli accomandatari. E con tale potere appare del tutto coerente la possibilità di ricorrere all'autorità giudiziaria al fine di ottenere la revoca per giusta causa dell'amministratore accomandatario. La facoltà riconosciuta in via generale al singolo socio delle società personali dal terzo comma dell'art. 2259 c.c., infatti, rappresenta un'esplicazione dei poteri di controllo sulla gestione della società, che vede il proprio fondamento razionale  nel fatto che le obbligazioni sociali nascenti dalla gestione della società incidono non soltanto sul patrimonio di quest'ultima, ma altresì su quello personale dei soci.

La nozione di giusta causa idonea a giustificare la revoca per via giudiziaria dell’amministratore di s.a.s. ricomprende quelle condotte poste in essere dall’amministratore in violazione dell’obbligo di dare corso al mandato gestorio con la diligenza del buon padre di famiglia (artt. 2260 e 1711 c.c.), tra le quali pacificamente rientrano, anche alla stregua delle previsioni contenute negli artt. 2261 e 2262 c.c., la violazione dell’obbligo di regolare tenuta della contabilità, l’impedimento all’esercizio da parte dei soci che non partecipano all’amministrazione del controllo sulla gestione sociale ed il mancato versamento degli utili.

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Inammissibilità della domanda di revoca cautelare dell’amministratore deceduto
La morte dell’amministratore, in assenza di elementi di segno contrario, determina l’inammissibilità della domanda di revoca del medesimo, essendo l’esistenza...

La morte dell’amministratore, in assenza di elementi di segno contrario, determina l'inammissibilità della domanda di revoca del medesimo, essendo l’esistenza giuridica del soggetto convenuto quale amministratore una condizione di ammissibilità per la domanda di revoca.

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