Nell’ambito di un giudizio intentato dai cedenti quote di s.r.l. per l’accertamento dell’avveramento della condizione risolutiva dedotta nel contratto di cessione, il cessionario non può lamentare l’eccessiva onerosità della prestazione dedotta sub condicione e, per l’effetto, richiederne la “riduzione” o, alternativamente, la proroga in via equitativa del termine per l’esecuzione della prestazione oggetto della condizione, atteso, quanto alla prima domanda, che l’eccessiva onerosità atterrebbe alla fase genetica del contratto e potrebbe, quindi, essere fatta valere soltanto a mezzo di una domanda di annullamento del contratto per vizio del consenso e, quanto alla seconda domanda, che la richiesta esorbita dai poteri riconosciuti al giudice dall’ordinamento.
Avuto riguardo al principio generale della libertà di forme, nel caso di recesso da un contratto preliminare di cessione di quote, in difetto di diversa previsione, non è richiesta la forma scritta.
Come desumibile dal combinato disposto degli artt. 2471-bis c.c. e 2352 c.c., all'usufruttuario spetta il diritto di voto nelle assemblee, siano esse ordinarie o straordinarie. Pertanto, poiché il soggetto esercente la potestà genitoriale nei confronti di minori titolari di partecipazione societaria agisce iure proprio nell'esercizio del diritto di voto e non come rappresentante dei minori (in qualità di usufruttario ex art. 324 cod. civ.), non si richiede l'autorizzazione del giudice tutelare per l'esercizio del diritto suddetto.
L'acquisto da parte dei minori della qualifica di socio è subordinato all'autorizzazione da parte del giudice tutelare, a norma degli artt. 2294 c.c., 2315 c.c. e 208 disp. att. trans. c.c., solo nei casi in cui l'assunzione della partecipazione societaria determini per il minore l'assunzione di responsabilità illimitata per le obbligazioni sociali. Pertanto, l'autorizzazione non è richiesta per l'assunzione di una partecipazione in società a responsabilità limitata. In tal caso, l'autorizzazione del giudice tutelare è prevista in via esclusiva per il compimento dei singoli atti attraverso i quali si concreta la partecipazione societaria dei minori, in quanto atti eccedenti il perimetro dell'ordinaria amministrazione del tutore.
Requisito necessario e sufficiente perché una scrittura privata di trasferimento di quote di s.r.l. possa essere depositata per l’iscrizione nel registro delle imprese, con effetti pubblicitari erga omnes è l'autenticazione delle sottoscrizioni ai sensi dell'art. 2470 c.c.
La scrittura privata, munita di data certa ma non autenticata, con cui si trasferiscano quote di s.r.l. può essere parificata alla scrittura autenticata, ai fini del deposito ex art. 2470, comma 2, c.c., laddove essa sia prodotta in giudizio da un contraente nei confronti dell'altro e questi rimanga contumace, poiché da ciò consegue, ex art. 215 co. 1° n. 1 c.p.c. e 2702 c.c., l’effetto legale tipico del riconoscimento tacito di entrambe le sottoscrizioni, cui l’autenticazione ad opera del pubblico ufficiale abilitato è ex lege parificata (art. 2703 co. 1° c.c.).
Nessun inadempimento può essere imputato al Conservatore del Registro delle Imprese che si rifiuti di procedere all’iscrizione di un trasferimento di quote di s.r.l. non avente le caratteristiche a tal fine richieste dall’art. 2470 co. 2° c.c.
E' onere dell'amministratore di s.r.l. provvedere all'iscrizione dell'atto di trasferimento quote della società medesima che, privo di sottoscrizione autenticata, sia riconosciuto in giudizio tra i contraenti. In caso d'inerzia dell'amministratore, il socio che ne abbia interesse può provvedere da sé in via surrogatoria all'iscrizione.
Qualora più soggetti si accordino per costituire una società di capitali il cui capitale sia stato effettivamente conferito da uno solo di essi, mentre gli altri sono solo apparentemente intestatari di azioni o quote, si ha una mera intestazione fiduciaria delle partecipazioni, che fa sorgere a carico dell’intestatario l’obbligo di trasferirle a chi ha somministrato i relativi mezzi economici. Tale fattispecie non dà luogo né a un’interposizione fittizia di persona, che presuppone un accordo simulatorio trilaterale fra stipulante effettivo, stipulante apparente e terzo contraente, né a una simulazione assoluta del contratto costitutivo, perché gli stipulanti intendono davvero realizzare l’effetto della creazione di una persona giuridica; la realtà dei rapporti emerge pertanto attraverso l’accertamento, o la richiesta di adempimento, del negozio fiduciario.
Il negozio fiduciario avente ad oggetto l’intestazione di quote di s.r.l. non richiede la forma scritta e perciò non soggiace ai limiti probatori di cui all’art. 2725 c.c.; in quanto ipotesi distinta da quella simulatoria, esso non soggiace neppure ai limiti probatori di cui all’art. 2722 c.c., sicché la sua prova può essere data anche per testimoni e per presunzioni.
Il contratto con il quale, in vista della stipulazione dell’atto costitutivo di una società di capitali, si convenga tra uno dei futuri costituenti e un terzo che una quota di partecipazione in detta società sarà intestata fiduciariamente, con l’obbligo per il fiduciario di darne conto al fiduciante e di trasferirgli eventualmente in seguito la titolarità della quota, non richiede per la sua validità la forma pubblica prescritta per l’atto costitutivo della società.
L’obbligo del fiduciario di trasferire al fiduciante la partecipazione in s.r.l., assunto con negozio fiduciario stipulato verbalmente, è suscettibile di esecuzione specifica ex art. 2932 c.c., perché tale rimedio è applicabile a qualsiasi fattispecie dalla quale sorga l’obbligazione di prestare il consenso per il trasferimento o la costituzione di un diritto, sia in relazione a un negozio unilaterale, sia in relazione a un atto o fatto dai quali detto obbligo possa discendere ex lege. Alla pronuncia costitutiva non osta l’art. 1351 c.c., applicabile anche all’obbligazione fiduciaria, perché il trasferimento di quote di s.r.l. è a forma libera nei rapporti tra le parti.
La sentenza che dispone ex art. 2932 c.c. il trasferimento al fiduciante delle quote di s.r.l. intestate al fiduciario va iscritta nel registro delle imprese, in applicazione estensiva dell’art. 2470, comma 2, c.c. e secondo il principio di completezza della pubblicità commerciale, per dar conto dell’intervenuto mutamento della compagine sociale.
La prova del negozio fiduciario può essere tratta da una pluralità di elementi presuntivi i quali, pur suscettibili di lettura non univoca se valutati isolatamente, nella loro valutazione complessiva e proprio per la loro concordanza depongano in senso grave e univoco, così da soddisfare i requisiti di cui all’art. 2729, comma 1, c.c.
Le iniziative gestorie assunte dal fiduciario intestatario delle quote [quale la messa in liquidazione della società] possono qualificarsi come indebite, e quindi fonte di responsabilità risarcitoria verso il fiduciante, solo a partire dal momento in cui questi gli abbia intimato il trasferimento delle quote, momento che il fiduciante ha l’onere di dimostrare.
Il fiduciante è privo di legittimazione a chiedere al fiduciario il risarcimento dei pregiudizi prodottisi direttamente in capo al patrimonio sociale e solo indirettamente in capo a sé [per una condotta liquidatoria negligente o distrattiva], secondo i principi generali desumibili dagli artt. 2476, comma 6, e 2395 c.c.; divenuto titolare dell’intera partecipazione, egli potrà chiedere che il risarcimento sia pronunciato in favore della società ex art. 2476, comma 3, c.c.
La volontà di concludere un contratto simulato ovvero di farlo concludere ad altri, deve risultare da un apposito accordo di simulazione (c.d. "controdichiarazione") che nel caso di interposizione fittizia deve essere un accordo (quanto meno) a tre, giacché devono partecipare alla controdichiarazione sia le parti del contratto simulato sia il terzo contraente effettivo.
A fronte della mancata produzione in giudizio di un accordo scritto di simulazione (c.d. controdichiarazione), è ammessa la confessione giudiziale quale prova della volontà simulatoria al fine di sentir dichiarare l’inefficacia nei confronti del soggetto interposto di un accordo concluso mediante interposizione fittizia di persona. Il Collegio giudicante ha nondimeno statuito che è da ritenersi inammissibile l’interrogatorio formale reso nei confronti di una parte cointeressata all’accoglimento della domanda [nel caso di specie, il soggetto interposto che ha concesso una – simulata – opzione di acquisto delle proprie quote]. Tale strumento, infatti, è volto a provocare la confessione giudiziale di fatti sfavorevoli alla parte confitente e favorevoli al soggetto che si trova, rispetto ad essa, in posizione antitetica e contrastante. Sicché, come precedentemente affermato anche dalla giurisprudenza di legittimità, eventuali dichiarazioni favorevoli rese dal confitente non potranno essere utilizzate neppure con valenza indiziaria.
Poiché nella vendita di quote o azioni l'oggetto immediato del contratto è la partecipazione sociale, qualora le parti non abbiano espressamente previsto specifiche clausole di garanzia, non possono trovare applicazione le garanzie dovute dal venditore ex art. 1490 c.c. in riferimento al valore del patrimonio sociale in quanto, da un lato, non esiste alcuna norma che preveda il riferimento al dato dell'esattezza e veridicità del bilancio quale necessario parametro del valore reale delle azioni/quote, e, dall'altro lato, il corrispettivo di vendita è rimesso alla libera volontà delle parti, con conseguente irrilevanza dell'errore in ordine al valore reale delle azioni/quote.
In caso di duplice e reciproco inadempimento delle obbligazioni scaturenti da un contratto a prestazione corrispettive, al fine di comprendere, nell'ambito del giudizio di risoluzione, a quale delle parti debba essere imputato l'inadempimento, il Giudice dovrà, alla stregua del consolidato orientamento della S.C., “comparare il comportamento di ambo le parti per stabilire quale di esse, con riferimento ai rispettivi interessi ed alla oggettiva entità degli inadempimenti, si sia resa responsabile delle trasgressioni maggiormente rilevanti” (così da ultimo Cass 13627/17), risultando indiscutibilmente più grave e del tutto assorbente quello relativo all’obbligazione che costituiva il presupposto necessario ed indefettibile dell’altra obbligazione.
Il comportamento delle parti nell’interpretazione delle clausole contrattuali e in tutte le fasi di esecuzione e svolgimento del conseguente rapporto deve essere improntato al rispetto dei principi di correttezza e buona fede e il loro agire va valutato, anche in presenza di una clausola risolutiva espressa, secondo il criterio generale della buona fede.
In relazione a tale criterio occorre verificare la ricorrenza dell'inadempimento e del conseguente legittimo esercizio del potere unilaterale di risoluzione, sicchè, qualora il comportamento del debitore, pur integrando la condotta dedotta nella suddetta clausola, appaia comunque conforme al criterio della buona fede, non sussiste inadempimento, né il presupposto per invocare la risoluzione, dovendosi ricondurre tale verifica non al requisito soggettivo della colpa, ma a quello, oggettivo, della condotta inadempiente (Cass. 23868/2015).
Lo schema del negozio fiduciario si realizza mediante il collegamento di due negozi, parimenti voluti, l'uno di carattere esterno, efficace verso i terzi, e l'altro, "inter partes" ed obbligatorio, diretto a modificare il risultato finale del primo. L'intestazione fiduciaria di quote di partecipazione societaria integra gli estremi dell'interposizione reale di persona, per effetto della quale l'interposto acquista (diversamente dal caso d'interposizione fittizia o simulata) la titolarità delle quote, pur essendo, in virtù di un rapporto interno con l'interponente, tenuto ad osservare un certo comportamento, convenuto in precedenza con il fiduciante, ed a ritrasferirgliele ad una scadenza concordata, ovvero al verificarsi di una situazione che determini il venir meno del rapporto fiduciario.
La valenza “obbligatoria” del negozio fiduciario tra le parti non comporta la non configurabilità di una pretesa del fiduciante al ritrasferimento della proprietà, ma solo la inopponibilità di tale pretesa ai terzi estranei al negozio fiduciario ai quali il fiduciario abbia medio tempore trasferito la proprietà del bene.
Nei rapporti tra le parti del negozio fiduciario l’obbligo di ritrasferimento gravante sul fiduciario è di per sé rilevante, essendo da un lato coercibile con il rimedio ex art.2932 c.c. e dall’altro suscettibile, se inadempiuto, di dar luogo alla risoluzione dello stesso negozio fiduciario con conseguente obbligo del fiduciario di restituzione del bene oggetto dell’originario trasferimento ove ancora presente nel suo patrimonio.
Ai fini della concessione del sequestro giudiziario, ai sensi dell'art. 670 n. 1 cod. proc. civ., si configura una controversia sulla proprietà, non solo nel caso di esperimento, attuale o preventivo, della tipica azione di rivendicazione, ma in ogni ipotesi in cui risulti proposta, o debba proporsi, una qualsiasi azione che richieda, comunque, una statuizione sulla proprietà. Tale situazione ricorre anche nel caso di controversia sull'obbligo di retrocessione di quote oggetto di trasferimento fiduciario, a fronte della mancata attuazione in termini ragionevoli del progetto di ristrutturazione dei debiti di due s.r.l. cedute.
L’accordo con il quale due soggetti stabiliscono l’ingresso di uno dei due nell’assetto proprietario di una società già controllata interamente dall’altro è da ritenersi validamente concluso con il semplice consenso delle parti, in ragione del principio di libertà delle forme.
[Nel caso di specie il Tribunale ha ritenuto provato l’accordo, riguardante l’ingresso nella compagine sociale di una s.r.l. a mezzo della rinuncia della originaria unica socia al proprio diritto di opzione su un futuro aumento di capitale in favore del socio entrante, in forza della documentazione prodotta dalle attrici quanto allo svolgimento di puntuali trattative svoltesi tra le parti e della piena ammissione, resa dal convenuto in sede di interrogatorio formale, in ordine alla stipulazione del contratto in forma verbale e alla sua esecuzione parziale.]
Alla violazione da parte del mandante dell’impegno assunto anche nell’interesse del mandatario (c.d. mandato in rem propriam) può conseguire esclusivamente la tutela risarcitoria e non anche la nullità del negozio compiuto per contrarietà all’art. 1723, secondo comma, c.c. Tale disposizione non può considerarsi norma imperativa in quanto né è norma inderogabile espressione di interessi superiori a quelli delle parti, né la sua applicazione è imposta da interessi pubblici o prescinde in maniera assoluta dalla volontà dei singoli contraenti.
Gli atti posti in essere dal mandante in senso non compatibile con il mandato – nel caso di specie la costituzione di usufrutto su quote di s.r.l. oggetto di procura speciale irrevocabile a vendere le quote – rimangono dunque validi, e fanno sorgere in capo al mandatario il diritto al risarcimento del danno eventualmente subito.