La soppressione della categoria delle azioni di risparmio [mediante conversione obbligatoria in azioni ordinarie, non subordinata all’adesione dei singoli azionisti, deliberata nell’ambito della riorganizzazione di una società quotata] è operazione straordinaria di riassetto organizzativo sorretta da un intento semplificatorio ragionevole e in sé lecita, una volta che sia raccolto il consenso della relativa assemblea speciale e sia assicurata a tutti e indistintamente i titolari delle azioni di risparmio un’equa valorizzazione del titolo.
La legittimità dell’operazione di conversione obbligatoria delle azioni di risparmio, letta in inscindibile connessione con l’attribuzione ai titolari delle azioni convertite di un dividendo straordinario, si desume dalla sua complessiva convenienza finanziaria, attestata dai revisori indipendenti e dal rappresentante comune degli azionisti di risparmio, dal riconoscimento del diritto di recesso al valore fissato dall’art. 2437-ter, comma 3, c.c. e dalla perfetta parità del trattamento praticato a tutti i titolari delle azioni di risparmio.
La conversione delle azioni di risparmio in azioni ordinarie non può essere equiparata a una liquidazione dell’investimento, perché costituisce una vicenda modificativa della società posta in essere nel pieno esercizio della propria autonomia organizzativa e statutaria; ne consegue che i titolari delle azioni convertite non hanno diritto a una valorizzazione dei titoli pari alla quota di patrimonio netto per azione (net asset value).
In società aperte e quotate il valore di liquidazione delle azioni del socio che esercita il recesso ex art. 2437 c.c. è determinato, ai sensi dell’art. 2437-ter, comma 3, c.c., in base alla media aritmetica dei prezzi di chiusura del titolo nei sei mesi che precedono la pubblicazione dell’avviso di convocazione dell’assemblea le cui deliberazioni legittimano il recesso, e prescinde dalla quota di patrimonio netto per azione; nelle holding quotate tale valore riflette di regola uno sconto significativo rispetto al patrimonio netto, che potrebbe ridursi, senza mai azzerarsi, soltanto in caso di messa in liquidazione volontaria della società.
La congruità della remunerazione offerta agli azionisti di risparmio in sede di conversione obbligatoria va apprezzata alla luce del complessivo insieme della proposta [comprensiva di dividendo straordinario in denaro e in natura e del diritto di recesso]; è pertanto arbitraria la pretesa che la conversione segua necessariamente un rapporto di cambio alla pari, tanto più quando i corsi di borsa delle due categorie di azioni siano sensibilmente diversi.
Il diverso carico fiscale che grava sui singoli azionisti di risparmio in relazione al dividendo straordinario corrisposto nell’ambito dell’operazione di conversione non costituisce vizio delle deliberazioni consiliari e assembleari, perché rappresenta una conseguenza differenziata di condizioni di offerta identiche, derivante da diversità soggettive di regime tributario preesistenti alle deliberazioni e riconducibili alle scelte di investimento dei singoli azionisti.
Le circostanze di fatto allegate dal convenuto e non specificamente contestate dall’attore nel termine di cui all’art. 183, comma 6, n. 1, c.p.c. si consolidano in dati acquisiti e utilizzabili ai sensi dell’art. 115, comma 1, c.p.c.
Le nuove ragioni e deduzioni in fatto introdotte per la prima volta nella comparsa conclusionale, e nei relativi allegati, sono tardive e non possono essere prese in considerazione ai fini della decisione.
Non è meritoria di accoglimento la richiesta del socio di vedersi attribuiti gli utili maturati e non corrisposti da una società qualora gli stessi utili siano stati determinati in un processo tributario attraverso un accertamento fiscale basato su elementi indiziari che, pur utilizzabili ex lege nel plesso della giurisdizione tributaria, prescindono dai necessari requisiti di gravità, precisione e concordanza richiesti dal Codice civile affinché le presunzioni semplici possano assurgere a strumento di convincimento del giudice.
In caso di irregolarità gestorie, il giudice può ricorrere alla liquidazione in via equitativa del danno solo qualora il socio-attore alleghi o prospetti la specificità del danno da lui o dalla società subito.
Di conseguenza, gli addebiti relativi al mancato deposito dei bilanci mossi nei confronti dell’amministratore unico e relativi altresì alla violazione del diritto di informazione riconosciuto al socio costituiscono irregolarità che, in mancanza di specifica allegazione del danno, non permettono al giudice di intervenire nella fase di determinazione del danno
E' meritevole di accoglimento l'opposizione alla scissione proposta dal creditore ipotecario che dimostri l'insufficienza della garanzia ipotecaria ad assicurare il tempestivo e integrale soddisfacimento del credito a fronte di una sensibile riduzione del valore dei beni rispetto al momento della costituzione della garanzia.
E' parimenti da considerarsi attuata in violazione della par condicio creditorum la scissione che consenta ai soci della scindenda di non concorrere più con il creditore ipotecario sui beni destinati alla società beneficiaria, anche solo con riferimento al residuo credito vantato da quest'ultimo a seguito di escussione dell'ipoteca non totalmente satisfattoria.
Se una impresa non ha ad oggetto quello di assumere l'amministrazione di beni per conto di terzi, soggetta alla vigilanza ministeriale, regolata dalla L. 1966/1939 e successive disposizioni primarie e secondarie, non può essere ricondotta nel novero delle società fiduciarie. Ne discende che il mandato fiduciario conferito a quest'ultima deve essere inquadrato nell'istituto della fiducia romanistica che implica intestazione reale in capo al fiduciante del bene che ne è proprietario, per effetto della quale la società, in qualità di interposto, acquista a tutti gli effetti la titolarità delle azioni o delle quote del fiduciante, al quale residua, in ipotesi di inadempimento al mandato fiduciario, solo una tutela obbligatoria risarcitoria e non reale.
La delibera prevista dall’art. 2393 c.c. non circoscrive l’esercizio dell’azione sociale di responsabilità solo agli atti di mala gestio eventualmente riportati nella relativa motivazione e deve dunque ritersi senz’altro ammissibile, in sede di proposizione, fondare l’azione su fatti diversi da quelli specificamente esaminati dall’assemblea.
La legge non richiede, infatti, che la deliberazione con cui l’assemblea autorizza l’esercizio dell’azione sociale di responsabilità rechi una specifica motivazione volta ad illustrare le ragioni che giustificano tale scelta, né tantomeno che la stessa individui specificamente le condotte degli amministratori asseritamene contrarie ai doveri imposti loro dalla legge o dallo statuto, fermo restando che la fondatezza degli addebiti mossi dovrà essere successivamente oggetto di approfondimento nella causa instaurata contro l’amministratore.
Non è possibile considerare invalido annullabile o addirittura nullo il rimborso del finanziamento al socio postergato ai sensi dell'art. 2467 c.c. opponendovisi la natura del pagamento che costituisce un atto o un fatto giuridico e non un negozio nonché la natura del credito postergato ex art. 2467 c.c. che - pur essendo un credito temporaneamente inesigibile - è un credito effettivo ed esistente e come tale il suo pagamento ne determina l'estinzione.
Da ciò discende che la presenza di titolo sotteso al pagamento e l'effetto estintivo conseguito impediscono di considerarlo quale datio sine titulo e fanno sì che non sussista la responsabilità dell'amministratore per non aver esercitato il diritto restitutorio verso il socio postergato ed a favore della società.
Nell’ambito di una fusione per incorporazione, gli azionisti di risparmio della società incorporata conservano – anche in seguito all'efficacia della fusione e sino alla statuizione definitiva del giudice – la legittimazione al risarcimento del danno per erroneità e inadeguatezza del rapporto di cambio, azione esercitata in persona del loro rappresentante comune impugnando la deliberazione di fusione della loro società nella società incorporante.
Pertanto, ove il loro rappresentante comune, in esecuzione di esplicito mandato assembleare, eserciti la rappresentanza processuale attribuitagli dal combinato disposto degli artt. 147 T.U.F. e 2418 c.c. e successivamente, la categoria azionaria speciale degli azionisti di risparmio cessi di esistere, ciò non può comportare l’improcedibilità dell’azione già intentata sull’assunto di una sopravvenuta carenza di legittimazione degli azionisti di risparmio, e per essi del loro rappresentante comune, altrimenti si attribuirebbe al soggetto per definizione controinteressato (ovverosia la maggioranza assembleare degli azionisti ordinari) un diritto sostanzialmente potestativo di eliminare una tutela che la legge riconosce invece espressamente agli azionisti di risparmio.
L’applicazione della clausola statutaria simul stabunt simul cadent (la cui validità è espressamente riconosciuta dal quarto comma dell’art. 2386 c.c.) non equivale ad una revoca dall’incarico e pertanto, se applicata senza fini abusivi, non fa sorgere alcun diritto a favore dell’amministratore decaduto: costui infatti, accettando l’iniziale conferimento dell’incarico, aderisce implicitamente alle clausole dello statuto sociale che regolano le condizioni di nomina e permanenza degli organi sociali. Detta adesione implica dunque l’accettazione dell’eventualità di una cessazione anticipata dall’ufficio di amministratore nel caso di applicazione della clausola in oggetto e in ogni caso senza risarcimento del danno (cfr. anche Trib. Milano n. 388/2015 e n. 4955/2016).
La giurisprudenza ha evidenziato come l’applicazione di tale meccanismo incontri il limite del canone di buona fede, con la conseguenza della configurabilità del carattere abusivo e strumentale della vicenda decadenziale ogni qualvolta le dimissioni dell’amministratore/i capace/i di provocare la decadenza di tutto l’organo di gestione siano dettate dallo scopo di eliminare amministratori sgraditi, in assenza di giusta causa e quindi eludendo l’obbligo di corresponsione degli emolumenti residui (ed in generale del risarcimento del danno) che spetterebbero loro se fossero cessati dalla carica per revoca ex art. 2383 comma 3 c.c. nelle S.p.A. ed ex artt. 1723 comma 2 e 1725 c.c. nelle S.r.l. (così sul punto Trib. Milano n. 49555/2016).
Infine, l’operatività fisiologica della causa di decadenza non implica una valutazione dei motivi delle singole dimissioni presentate da ciascun componente del C.d.A., le quali costituiscono atto ampiamente connotato da discrezionalità.
La proposizione nei confronti di un amministratore di un’azione ex art. 2476 co. 3 e 6 c.c. è improcedibile ove nello statuto sociale sia presente una clausola compromissoria che prevede la devoluzione ad un arbitro di qualsiasi controversia - tra soci, soci e società ovvero da e nei confronti di amministratori, liquidatori e sindaci - che abbia ad oggetto diritti disponibili relativi al rapporto sociale.
Sia l’azione sociale di responsabilità, sia quella (di cui all’art. 2394 del codice civile, per le società per azioni, e all’art. 2476, comma 6, del codice civile, per le società a responsabilità limitata) riconosciuta al ceto creditorio – rappresentato, post fallimento, dal curatore – nei confronti degli amministratori per inosservanza degli obblighi su di essi incombenti in vista della conservazione dell’integrità del patrimonio sociale, possono essere esperite unitariamente dalla curatela fallimentare, ma non per questo motivo perdono le rispettive distinzioni quanto a presupposti e termini prescrizionali, ben potendo, in particolare, essere prescritta l’una ma non anche l’altra.