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“Controllo indiretto” e presupposti dell’obbligo di nomina dell’organo di controllo per le s.r.l.
Ai fini di cui all’art. 2477, comma 3, let. b) c.c. è tenuta alla istituzione dell’organo di controllo la società...

Ai fini di cui all’art. 2477, comma 3, let. b) c.c. è tenuta alla istituzione dell’organo di controllo la società a responsabilità limitata che controlla ex art. 2359 nn. 1 e 2 c.c. una società che a sua volta partecipa, ai sensi delle stesse norme, altra società tenuta alla revisione contabile, senza che lo stesso obbligo incomba sulla società in posizione intermedia, alla quale il controllo non può essere imputato.

Il contenuto concreto, e dunque l’oggetto, della delibera di non procedere alla nomina dell’organo di controllo, in contrasto con una norma inderogabile, indisponibile, posta a tutela di interessi che trascendono quelli dei singoli soci – cioè quella di cui all’art. 2477, comma 3, let. b) c.c. -, è illecito, talché la delibera deve essere dichiarata nulla.

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La gestione extracontabile non comporta responsabilità degli amministratori ex art. 2476 c.c. se i fondi hanno avuto una destinazione inerente all’attività sociale
Nell’ambito dell’azione ex art. 2476 c.c., ai fini della contestazione del grave inadempimento consistente nella gestione extracontabile di ricavi al...

Nell'ambito dell'azione ex art. 2476 c.c., ai fini della contestazione del grave inadempimento consistente nella gestione extracontabile di ricavi al di fuori della cassa sociale, la responsabilità dell'amministratore convenuto è esclusa se si dimostra che questi importi abbiano comunque avuto una destinazione inerente all'attività sociale e non siano stati distratti ad altri fini (il Tribunale adito ha ritenuto provata la circostanza sulla base del fatto che la società, pur in stato di scioglimento non versava in stato di insolvenza - come dimostrato dalla mancata richiesta di accesso a procedure concorsuali - ciò a conferma del fatto che gli importi dei ricavi non transitati in contabilità fossero stati utilizzati per il pagamento in contanti di fornitori e dipendenti non regolarizzati).

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Adempimento dell’obbligo di ritiro dal commercio delle res contraffattorie e opposizione a precetto
In sede di opposizione al precetto, possono essere fatti valere unicamente i fatti estintivi, modificativi e impeditivi rispetto al titolo...

In sede di opposizione al precetto, possono essere fatti valere unicamente i fatti estintivi, modificativi e impeditivi rispetto al titolo esecutivo azionato, ma non possono essere sollevate censure nel merito della relativa pronuncia, poiché tale profilo può essere indagato solo tramite i rimedi impugnatori allo scopo previsti (non esperiti nel caso di specie).

La somma determinata per il ritardo nell'esecuzione dei provvedimenti contenuti nella sentenza (o in un'ordinanza cautelare) costituisce un’obbligazione attuale sin dal momento della pubblicazione della sentenza medesima. Ne consegue che "l'azione esecutiva, così attivata, può essere contrastata dall'intimato, sia con la dimostrazione dell'adempimento delle prestazioni configurate nella sentenza titolo esecutivo, sia con la prova di un obbligo di importo diverso da quello chiesto per effetto di un adempimento anticipato".

L'ordine di ritiro dal commercio deve essere interpretato quale obbligo a carico del soggetto passivo di attivarsi presso la propria rete di clientela diretta per impedire l'ulteriore commercializzazione delle res contraffattorie.

L'ordine di ritiro dal commercio non è un obbligo estensibile ai successivi acquirenti rispetto ai primi aventi causa dell'obbligato, oppure agli aventi causa della rete vendita dell'obbligato.

L'ordine di ritiro dal commercio può costituire un obbligo di mezzo o di risultato, a seconda delle modalità in cui si articola la rete vendita dell'obbligato. Va ritenuta un'obbligazione di risultato se la rete vendita è direttamente controllata dall'obbligato (tramite, ad esempio, contratti di distribuzione o controllo societari). Va qualificata, invece, come un'obbligazione di mezzo, se gli aventi causa del contraffattore sono soggetti autonomi sotto il profilo negoziale o societario (i quali possono nondimeno essere convenuti in contraffazione dal titolare del diritto leso).

Nel caso in cui l'ordine di ritiro dal commercio costituisca un'obbligazione di mezzo, per evitare l'applicazione della penale è sufficiente che il soggetto attivo si attivi tempestivamente ed in modo esauriente presso i propri aventi causa.

L'onere di provare l'esatto adempimento dell'obbligo di ritiro dal commercio spetta al soggetto passivo.

Qualora il soggetto passivo dell'obbligo di ritiro dal commercio non sia provvisto di una propria rete di distribuzione della res contraffattoria, - e tale obbligo sia dunque configurabile come obbligazione di mezzo, - per liberarsi gli è necessario offrirsi tempestivamente ed esaurientemente a tutti i propri clienti per riacquistare la merce venduta.

La prova dell'adempimento dell'ordine di ritiro dal commercio può essere fornita documentando ed allegando (anche tramite le proprie scritture contabili) la composizione della propria clientela e la conseguente completezza della richiesta inviata al mercato e concernente il riacquisto dei prodotti contraffattori. Tale condotta del soggetto passivo dell'obbligo nei confronti dei singoli aventi causa, non appartenenti alla propria rete di vendita, è invero sufficiente ad impedire l'applicazione della penale, a prescindere dalla concreta collaborazione dell'avente causa (che resta un possibile soggetto passivo di nuove ed autonome iniziative giudiziarie da parte del titolare del diritto leso).

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Posizione del socio recedente e legittimazione all’esercizio dei diritti sociali
Si verifica un mutamento della posizione del socio rispetto all’organizzazione della compagine conseguente all’esercizio del diritto di recesso, in quanto...

Si verifica un mutamento della posizione del socio rispetto all'organizzazione della compagine conseguente all'esercizio del diritto di recesso, in quanto dopo tale esercizio il socio - la cui manifestazione di recesso è irrevocabile trattandosi di un atto unilaterale recettizio - è titolare del solo diritto alla liquidazione della quota e quindi di un diritto di partecipazione per così dire affievolito. (Cfr. Trib. Roma 11.05.2005).

Cosicché, una volta esercitato il recesso, al socio può essere riconosciuto solo l'esercizio di quei diritti strettamente connessi al diritto alla liquidazione della quota e strumentali alla salvaguardia dell'integrità del patrimonio sociale, come l'esercizio dell'azione di responsabilità nei confronti degli amministratori (Cfr. Trib. Milano 4.05.2017 n. 4949/2017). Nel tempo intercorrente tra il valido esercizio del diritto di recesso e la liquidazione della quota, il socio di S.r.l. recedente resta titolare dei diritti sociali non incompatibili con la dichiarazione di recesso e per l'esercizio dei quali vanti un concreto interesse ad agire, anche relativo al pericolo che dal depauperamento del patrimonio sociale derivi un rischio attuale per l'effettivo rimborso della quota oggetto di recesso (cfr. Trib. Pavia 5.08.2008).

Al socio receduto, in ragione della manifestata volontà di fuoriuscire dalla compagine monetizzando la sua quota di partecipazione, possono essere riconosciuti i soli diritti partecipativi funzionali alla valorizzazione della quota che dev'essergli liquidata: a) l'attribuzione di tutte le posizioni partecipative ordinarie risultando incongrua in quanto non più collegata alla partecipazione sociale in senso proprio; b) in particolare, l'attribuzione della legittimazione ad impugnare non essendo più connessa all'interesse ad agire - tipico del socio non receduto - quanto alla rispondenza dello schema legale delle delibere assembleari; c) il tutto salvo il caso che l'esercizio dei diritti partecipativi sia strumentale rispetto alla salvaguardia del patrimonio sociale in vista della liquidazione della quota e che l'impugnazione sia rivolta nei confronti di delibere anch'esse idonee ad incidere rispetto a tale liquidazione.

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Liquidazione della quota sociale agli eredi del socio defunto di S.n.c. e risarcimento del danno. Nullità della clausola arbitrale.
Nelle S.n.c. a seguito del decesso di un socio non si verifica di per sé il subentro degli eredi del...

Nelle S.n.c. a seguito del decesso di un socio non si verifica di per sé il subentro degli eredi del socio scomparso nella società ma l'evoluzione del rapporto è affidata all'iniziativa dei soci superstiti, i quali possono, alternativamente, liquidare la quota del socio defunto agli eredi ovvero sciogliere la società ovvero continuare la società con gli eredi ove questi acconsentano. Pertanto, laddove il socio superstite nulla abbia comunicato agli eredi del socio defunto riguardo ad una prosecuzione della società con i medesimi, questi ultimi non diventano soci della S.n.c.

Il socio superstite di S.n.c. che del tutto indebitamente nel prospetto relativo agli adempimenti fiscali abbia indicato quale socio percipiente gli utili emergenti dal conto economico, oltre a sé medesimo, il socio defunto nel medesimo anno, dovrà essere condannato, nella sua qualità di socio amministratore, a risarcire agli eredi del socio scomparso gli importi loro richiesti dagli enti impositori, a nulla rilevando la gestione della pratica fiscale da parte del commercialista consulente della S.n.c. e la mancanza di precise indicazioni da parte degli eredi. Ciò in quanto, da un lato gli errori del professionista non scriminano la responsabilità del socio amministratore, ma semmai possono dar luogo ad azioni nei confronti del professionista per negligenza professionale; dall'altro nessun onere di comunicazione può essere addossato agli eredi del socio defunto nei confronti del socio superstite (o del suo consulente), posto che la disciplina legale prevede che ogni iniziativa circa la continuazione o meno della società con gli eredi del socio defunto spetti non già a costoro, ma ai soci superstiti.

Dato il carattere paritetico della partecipazione, il maggior prelievo di "acconto utili" da parte di un socio rappresenta un'appropriazione di somme di pertinenza dell'ente che può trovare giustificazione solo in una prospettiva di conguaglio finale in fase liquidatoria o, in fase di liquidazione della quota del socio percettore delle maggiori somme. Ne consegue che, nella specie, il ragionamento valutativo della quota di pertinenza degli eredi del socio scomparso deve tener conto della differenza a favore di tale socio nei prelievi durante la vita della società, differenza che va imputata a scomputo della liquidazione della sua quota.

E' nulla in quanto in contrasto con la disciplina ex art. 34, co. 2, d.lgs. n.5/2003, la clausola arbitrale che prevede il conferimento del potere di nomina di due arbitri a soggetti non estranei alla società.

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Applicabilità dell’art. 2929-bis c.c. alla donazione di quote societarie
L’istituto del c.d. “pignoramento revocatorio” previsto dall’art. 2929-bis c.c. è applicabile anche agli atti a titolo gratuito aventi ad oggetto...

L'istituto del c.d. "pignoramento revocatorio" previsto dall'art. 2929-bis c.c. è applicabile anche agli atti a titolo gratuito aventi ad oggetto quote societarie (nella specie, di s.r.l.). Infatti devono reputarsi aggredibili, mediante lo strumento dell’art. 2929-bis c.c., tutti i beni per i quali è previsto un sistema pubblicitario di natura legale, comprese le quote di una società a responsabilità limitata, il cui trasferimento è soggetto ad iscrizione nel registro delle imprese, spettando all’interprete – con un procedimento che più propriamente deve intendersi come estensivo della norma nella sua massima portata e non già analogico – il compito di colmare il suddetto difetto di coordinamento della norma che fa letteralmente riferimento alla sola trascrizione ma che deve intendersi estensibile anche alla iscrizione nel registro delle imprese.

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Presupposti per la revoca cautelare di amministratore operante all’estero per conto di società dotata di un sistema di amministrazione disgiuntiva
Va accolto il ricorso cautelare volto ad ottenere la revoca di un amministratore operante all’estero ai sensi dell’art. 2476 c.c.,...

Va accolto il ricorso cautelare volto ad ottenere la revoca di un amministratore operante all’estero ai sensi dell’art. 2476 c.c., quando la condotta gestoria censurata – allo stato e nei limiti della valutazione sommaria propria della sede monitoria – risulta connotata da una complessiva opacità sia quanto alla gestione dei fondi sociali per spese riferibili ad esigenze di vita dello stesso amministratore all’estero e rispetto alla cui specifica inerenza all’interesse sociale non viene fornita idonea dimostrazione, sia quanto alle modalità di conduzione “solitaria” dei rapporti con i committenti esteri, atteso che, in presenza di un sistema di amministrazione disgiuntiva, è quantomeno richiesto un flusso di informazioni tempestive a favore del co-amministratore tramite l’avvio di procedure di consultazione o rendiconti amministrativi e contabili.

Qualora l’amministratore censurato abbia, inoltre, presentato ricorso per accertare il fallimento della società amministrata senza informare tempestivamente la società, si ritiene sussistente il periculum in mora, posto che – sebbene la presentazione del ricorso per fallimento escluda la sospensione ex art. 295 c.p.c. del procedimento cautelare, non potendosi ravvisare alcun nesso di pregiudizialità in senso giuridico tra i due procedimenti – in ogni caso medio tempore l’amministratore risulta comunque investito della carica e legittimato ad ogni iniziativa a questa connessa, così ben potendosi configurare un concreto ed attuale rischio di prosecuzione di una condotta autonoma e svincolata da qualsiasi nesso di collaborazione con il co-amministratore ed irrispettosa della necessità di tempestiva informazione ai soci su vicende sociali rilevanti, dunque in contrasto con le regole di diligenza gestoria.

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La modifica di fatto dell’oggetto sociale e la mancata corresponsione degli utili dovuti rendono l’amministratore gravemente responsabile
Il contratto di cessione d’azienda tra una s.a.s. e una s.r.l. che comporti un sostanziale avviamento di un processo liquidativo...

Il contratto di cessione d'azienda tra una s.a.s. e una s.r.l. che comporti un sostanziale avviamento di un processo liquidativo irreversibile, con conseguente modifica di fatto dell'oggetto sociale non correttamente formalizzata da una decisione sorretta dal consenso unanime di tutti i soci, deve essere dichiarato nullo per illiceità del motivo, comune ad entrambe le parti. Dalla declaratoria di nullità deriva l'obbligo per la società cessionaria di restituire l'azienda illegittimamente ceduta (comprensiva di beni strumentali, personale, finanziamenti, contratto di locazione e altro) e la revoca dalla carica di amministratore della società cedente per gravissimo illecito gestorio.

La s.a.s. è altresì condannata a versare alla socia accomandante gli utili riconosciuti negli anni passati, in considerazione del fatto che il diritto alla percezione degli utili nelle società di persone si perfeziona con la sola evidenziazione delle suddette plusvalenze nel rendiconto e che la amministratrice, socia accomandataria, non ha fornito la prova contraria di aver corrisposto le somme dovute.

Il socio di una società di persone non è legittimato ad esercitare l'azione di responsabilità verso gli amministratori per i danni provocati al patrimonio della società.

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Illegittimità della revoca degli amministratori di società c.d. in house providing in attuazione del meccanismo di spoils system
La revoca dall’incarico di amministratore di società partecipata pubblica attuata in applicazione del meccanismo di spoils system configura una revoca...

La revoca dall'incarico di amministratore di società partecipata pubblica attuata in applicazione del meccanismo di spoils system configura una revoca senza giusta causa dalla carica gestoria, con conseguente diritto al risarcimento del danno ai sensi del terzo comma dell'art. 2383 c.c. in riferimento al lucro cessante, ossia al compenso non percepito per il periodo in cui l'amministratore avrebbe conservato il suo ufficio se non fosse intervenuta la revoca (Cass. 2037/2018).

Va esteso, infatti, al caso di organi di partecipate pubbliche il principio, già seguito in materia di personale dirigenziale, dichiarativo dell'illegittimità costituzionale del meccanismo di spoils system relativo alla decadenza automatica - al momento del rinnovo elettorale degli organi comunali - dei soggetti nominati dal Sindaco quali amministratori nelle società partecipate dal Comune, trattandosi di soggetti di per sé destinati allo svolgimento di funzioni non comportanti la collaborazione nella formazione dell'indirizzo politico ma bensì di attuazione dello stesso e la cui decadenza "automatica" all'atto dell'avvicendarsi dell'organo di indirizzo politico si pone in contrasto con i principi di cui all'art. 97 Cost. (da ultimo, Corte Cost. 269/2016).

La revoca dell'amministratore di nomina pubblica, ai sensi dell'art. 2449 c.c., può essere da lui impugnata presso il giudice ordinario, non presso il giudice amministrativo, trattandosi di atto "uti socius", non "jure imperii", compiuto dall'ente pubblico "a valle" della scelta di fondo per l'impiego del modello societario. L'amministratore revocato dall'ente pubblico, come l'amministratore revocato dall'assemblea dei soci, può chiedere al giudice ordinario solo la tutela risarcitoria per difetto di giusta causa, a norma dell'art. 2383 c.c., non anche la tutela "reale" per reintegrazione nella carica, in quanto l'art. 2449 c.c. assicura parità di status tra amministratori di nomina assembleare e amministratori di nomina pubblica (Cass. 1237/2015).

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La ditta individuale è identificata con la persona fisica che ne è titolare
La ditta individuale non può che essere identificata con il suo titolare persona fisica. La non corrispondenza al vero di...

La ditta individuale non può che essere identificata con il suo titolare persona fisica.

La non corrispondenza al vero di fatti oggetto di deposizioni testimoniali non può di per sé essere oggetto di querela di falso ma solo di valutazione nell’ambito del procedimento nel quale le deposizioni sono state rese e dei successivi procedimenti di impugnazione ovvero in sede di procedimento penale riguardante il reato ex art.372 cod. pen.

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Estinzione di società di diritto inglese e sorte del patrimonio immobiliare sito in Italia
Il possesso, la proprietà e gli altri diritti reali sui beni mobili e immobili di proprietà di società di diritto...

Il possesso, la proprietà e gli altri diritti reali sui beni mobili e immobili di proprietà di società di diritto straniero sono regolati dalla legge dello Stato in cui i beni si trovano, secondo il disposto dell'art. 51, l. n. 218/1995.

Ai beni immobili siti in Italia di proprietà di una società di diritto inglese cancellata dall'equivalente inglese del registro delle imprese (il Register of Companies for England and Wales) non si applica il par. 1012 del Companies Act inglese secondo cui, quando una società viene cancellata in assenza di una procedura di liquidazione, i suoi beni divengono bona vacantia e la Corona ne diviene proprietaria. Tale disposizione ha infatti un'applicazione strettamente territoriale.

Ne consegue che, qualora alla cancellazione della società non corrisponda il venir meno di ogni rapporto giuridico facente capo alla società estinta, i beni siti in Italia non compresi nel bilancio di liquidazione si trasferiscono ai soci, in regime di contitolarità o comunione indivisa.

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Trasformazione e sopravvenuta limitazione della responsabilità
In caso di trasformazione di società in nome collettivo in società in accomandita semplice, i soci illimitatamente responsabili la cui...

In caso di trasformazione di società in nome collettivo in società in accomandita semplice, i soci illimitatamente responsabili la cui responsabilità, per effetto della trasformazione, divenga limitata al valore della partecipazione, rispondono non solo illimitatamente dei debiti anteriori alla trasformazione, ma anche solidalmente dei medesimi ex art. 2291 c.c.

I soci illimitatamente responsabili che abbiano pagato debiti sociali sorti prima della trasformazione (per effetto della quale la loro responsabilità è divenuta limitata) hanno diritto di regresso nei confronti dei soci che siano divenuti limitatamente responsabili per quanto pagato in percentuale eccedente la misura della loro partecipazione nella società oggetto di trasformazione.

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