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Inapplicabilità dell’art. 2269 c.c. ai fini dell’azione di regresso del socio subentrante verso il socio uscente
L’art. 2269 c.c., applicabile anche alle s.a.s. in virtù del duplice richiamo di cui agli artt. 2293 e 2315 c.c.,...

L'art. 2269 c.c., applicabile anche alle s.a.s. in virtù del duplice richiamo di cui agli artt. 2293 e 2315 c.c., configura nelle società di persone la solidarietà tra i soci uscenti e quelli subentranti rispetto alle pretese dei terzi sorte anteriormente alla cessione della quota ma non opera nei rapporti tra il socio cedente ed il cessionario. Infatti, secondo il condivisibile orientamento di legittimità, in tema di società in nome collettivo, nell'ipotesi di cessione di quota, il cedente che non abbia garantito gli acquirenti di quest'ultima dell'inesistenza di debiti sociali risponde delle obbligazioni sorte anteriormente alla cessione esclusivamente nei confronti dei creditori sociali, ma non nei confronti della società o dei cessionari; ne consegue che né la società, né i predetti cessionari, una volta adempiute le predette obbligazioni, hanno titolo per essere tenuti indenni, dall'ex socio cedente, di quanto corrisposto ai creditori. (Nella fattispecie, sulla scorta del suesposto principio, il Tribunale ha escluso la configurabilità dell'azione di regresso dell'attrice, quale acquirente delle quote, verso i venditori delle stesse, avente ad oggetto le passività sopportate dalla s.a.s. dopo la cessione e insorte in relazione a vicende a questa antecedenti).

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Dichiarazione del condebitore di adesione alla transazione e dies a quo ai fini della prescrizione dell’azione di responsabilità esercitata dai creditori sociali
La dichiarazione del condebitore di voler profittare della transazione stipulata con il creditore dal condebitore in solido ai sensi dell’art....

La dichiarazione del condebitore di voler profittare della transazione stipulata con il creditore dal condebitore in solido ai sensi dell'art. 1304 co. 1° c.c. integra esercizio di un diritto potestativo sostanziale esercitabile anche nel corso del processo, senza requisiti di forma né limiti di decadenza; il che implica che, una volta esercitato tale diritto ed atteso il corrispondente stato di soggezione in cui viene trovarsi al riguardo il creditore (come tale, impossibilitato ad opporvisi), il rapporto obbligatorio plurisoggettivo preesistente, qualunque ne sia la fonte, muta quanto al suo stesso contenuto: venendo definitivamente conformato, anche quanto al condebitore originariamente estraneo al successivo accordo, secondo la pattuizione transattiva intercorsa fra gli stipulanti.

L'azione di responsabilità dei creditori sociali nei confronti degli amministratori di società ex art. 2394 c.c. è soggetta a prescrizione quinquennale, la quale tuttavia decorre per principio generale (art. 2935 c.c.) dal momento dell'oggettiva percepibilità da parte dei creditori dell'insufficienza dell'attivo a soddisfare i debiti e quindi della garanzia patrimoniale generica (art. 2740 c.c.); sicché, anche in ragione della onerosità della prova gravante sull’attore, si ritiene sussistere una presunzione iuris tantum di coincidenza tra il dies a quo di decorrenza della prescrizione e la dichiarazione di fallimento, ricadendo sull'amministratore o sul sindaco convenuto - attraverso la deduzione di fatti sintomatici di assoluta evidenza - la prova contraria della diversa data anteriore di insorgenza dello stato di incapienza patrimoniale.

La violazione del dovere degli amministratori, una volta verificatasi una causa di scioglimento, di proseguire nell’amministrazione (sino alla "consegna" dell’azienda sociale al o ai liquidatori) “ai soli fini della conservazione dell’integrità e dal valore del patrimonio sociale”, può dirsi aver cagionato un danno alla società se e quando la gestione caratteristica così illecitamente continuata abbia generato non tanto debiti, quanto perdite tali da intaccare il patrimonio sociale: intese queste quale saldo negativo dei costi e ricavi di una singola operazione connotata da rischio imprenditoriale e non dell’esercizio nel suo complesso, il cui risultato può esser derivato in tutto o in parte da altre cause. Solo allorché una ricostruzione analitica si dimostri impossibile per l’incompletezza dei dati contabili ovvero la notevole anteriorità della perdita del capitale sociale rispetto alla dichiarazione di fallimento, il giudice potrà avvalersi in via equitativa del criterio presuntivo -e di suo, largamente approssimativo e necessitoso di adeguati correttivi- della differenza dei netti patrimoniali.

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Sul danno derivante dal mancato pagamento dei costi sociali da parte dei soci di s.r.l.
Il danno derivante dal mancato pagamento dei costi sociali da parte dei soci convenuti che ha portato alla liquidazione della...

Il danno derivante dal mancato pagamento dei costi sociali da parte dei soci convenuti che ha portato alla liquidazione della società di servizi è un danno diretto del patrimonio della società e solo mediato di quello dei suoi soci e non costituisce valido presupposto per il risarcimento dei danni indirettamente subiti da questi ultimi.

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Presupposti del litisconsorzio necessario e rinomanza del marchio. Interesse ad agire per la decadenza di un marchio nazionale e caratteri dell’uso idoneo ad evitare la decadenza
Il litisconsorzio necessario ricorre, oltre che nei casi espressamente previsti dalla legge, solo quando la situazione giuridica azionata è strutturalmente...

Il litisconsorzio necessario ricorre, oltre che nei casi espressamente previsti dalla legge, solo quando la situazione giuridica azionata è strutturalmente comune a una pluralità di soggetti, e la decisione non può conseguire il proprio scopo se non è resa nei confronti di tutti questi. Al fine di determinare il ricorrere di un'ipotesi di litisconsorzio necessario, al di fuori dei casi espressamente previsti dalla legge, occorre verificare se le domande proposte in giudizio sono volte ad ottenere un provvedimento che incida, in senso costitutivo, modificativo o estintivo, su situazioni giuridiche di contitolarità, ovvero riguardi rapporti obbligatori plurisoggettivi unici o comunque inscindibilmente connessi.

La condizione dell'interesse ad agire compete, con riguardo all'azione di decadenza di un marchio nazionale, a tutti gli operatori economici presenti nel settore cui si riferisce la privativa e a quelli che sono prossimi ad entrarci, poiché il marchio cui è diretta l'azione costituisce - in un'ottica di concorrenza anche potenziale - un ostacolo all'esercizio della loro attività. Al fine di dimostrare tale condizione non è invece richiesta la dimostrazione di un interesse più specifico, quale la commercializzazione di prodotti specificamente interferenti con la privativa oggetto di attacco.

Al fine di provare la rinomanza del proprio marchio è sufficiente che questo sia conosciuto da una significativa parte del pubblico nazionale specializzato, entro un certo ambiente (nel caso di specie, tale prova risulta essere fornita alla luce dell'allegazione che il servizio alberghiero in oggetto "Villa d'Este", contraddistinto dal segno litigioso, è un albergo di antica tradizione sin dalla fine dell'800, tra i più noti in Italia ed in Europa. Esso ha inoltre vinto premi e conseguito riconoscimenti non solo nazionali; ha ospitato e ospita tuttora star di fama internazionale con grande risalto sulla stampa; ed è sede di importanti Congressi).

Con riguardo alla decadenza del marchio per non uso, alla luce della funzione distintiva del marchio e in base allo statuto di libera appropriabilità dei segni, è meritevole della tutela solo quel marchio che sia oggetto di reale interesse da parte del titolare e che, dunque, abbia raggiunto nel suo utilizzo una certa soglia di significatività attraverso una presenza reale sul mercato, idonea a radicare un collegamento del marchio rispetto al prodotto ed una seria presenza concorrenziale presso i consumatori.

L'uso di un marchio idoneo ad impedirne la decadenza deve essere un uso non meramente simbolico, ossia tale da rivelare di avere l'unico fine monopolistico di conservare il diritto senza volere affermare seriamente il marchio sul mercato, o in relazione a quantitativi di prodotto irrilevanti, o di frequenza sporadica.

L'uso di un marchio idoneo ad impedirne la decadenza può avvenire anche nelle forme dell'omaggio; non è invece necessario che esso prenda le forme della promozione pubblicitaria o che implichi uno sfruttamento economico.

L'uso di un marchio idoneo ad impedirne la decadenza deve coinvolgere il marchio come tale, ossia in funzione distintiva del segno o del prodotto.

Attesa la potenzialità espansiva del marchio celebre e la sua tutela extra-merceologica, più ampia rispetto a quello priva di tale qualità, esso non è soggetto a decadenza parziale.

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Costituisce contraffazione l’utilizzo nella denominazione sociale di un marchio registrato altrui
L’impresa che utilizzi nella propria denominazione sociale un marchio registrato altrui viola i diritti del titolare del marchio quando, tenuto...

L'impresa che utilizzi nella propria denominazione sociale un marchio registrato altrui viola i diritti del titolare del marchio quando, tenuto conto dell'oggetto sociale delle parti e della clientela di riferimento, sussista un rischio di confusione per il pubblico. Conseguentemente, il titolare del marchio ha il diritto di pretendere la modifica della denominazione sociale in contraffazione e la rimozione dalla stessa del suo marchio.

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Riduzione dei membri del CdA e abuso di maggioranza
Non è consentito all’assemblea, prima della scadenza del mandato, sostituire l’organo amministrativo senza che ciò trovi giustificazione nell’esigenza di tutelare...

Non è consentito all’assemblea, prima della scadenza del mandato, sostituire l’organo amministrativo senza che ciò trovi giustificazione nell’esigenza di tutelare uno specifico e ben individuato interesse sociale, se ciò comporta un danno ad altri; ogni deliberazione assembleare adottata arbitrariamente dal socio di maggioranza e dannosa per il socio di minoranza, infatti, risulta connotata da abuso.

La delibera di nomina dell’organo amministrativo è atto negoziale (tra società e amministratore) con valenza organizzativa (riguardando per eccellenza la governance della società, e implicando la rilevanza dei suoi effetti anche nei confronti dei soci) che vincola le parti ex art 1372 c.c. fino alla naturale scadenza del mandato, salvo il verificarsi delle cause tipizzate di cessazione dell’incarico.

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Vizio dell’immmobile e inadempimento del contratto di cessione di azienda
Le questioni relative all’immobile in cui viene esercitata l’azienda sono rilevanti ai fini dell’inadempimento delle obbligazioni discendenti dalla relativa cessione...

Le questioni relative all'immobile in cui viene esercitata l’azienda sono rilevanti ai fini dell’inadempimento delle obbligazioni discendenti dalla relativa cessione quando sono tali da determinare nella res ceduta ai sensi dell'art. 2556 cod. civ. la mancanza di un elemento essenziale per l'esercizio dell'attività commerciale dedotta in contratto.

In tema di compravendita, il vizio redibitorio (art. 1490 cod. civ.) e la mancanza di qualità promesse o essenziali (art. 1497 c.c.), pur presupponendo entrambi l'appartenenza della cosa al genere pattuito, si differenziano in quanto il primo riguarda le imperfezioni ed i difetti inerenti al processo di produzione, fabbricazione, formazione e conservazione della cosa medesima, mentre la seconda è inerente alla natura della merce e concerne tutti quegli elementi essenziali e sostanziali che, nell'ambito del medesimo genere, influiscono sulla classificazione della cosa in una specie, piuttosto che in un'altra.

Laddove l’attrice non abbia fatto valere alcun difetto inerente il processo produttivo o conservativo dei beni costituenti l’azienda ma abbia lamentato la non corrispondenza al vero delle caratteristiche della res litigiosa, come garantite al momento della conclusione del contratto, l’azione dalla stessa esercitata è riconducibile all'ambito di applicazione dell’art. 1497 c.c. e dell’art. 1494 c.c., applicabile, per pacifico principio, anche al caso di mancanza di qualità promesse della cosa ceduta ai sensi dell’art. 1497 c.c.

La non conformità a norma dell’impianto aspirante costituisce inadempimento grave del contratto di cessione di azienda; ciò emerge non solo, in via generale, dal tipo di attività- quella di ristorazione pizzeria- a cui l’azienda ceduta è stata destinata, nell'accordo delle parti, ma anche, specificamente, dal fatto che le stesse hanno previsto l’assunzione da parte del cedente di apposite garanzie in tema di certificazioni amministrative e sanitarie, con ciò sottolineando la rilevanza dell’aspetto della regolarità degli impianti nella regolamentazione dei propri interessi.

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Doveri informativi delle parti nell’ambito di contratti di cessione di azienda con clausola di riservato dominio
Nell’ambito della autonomia contrattuale delle parti, è pacifica la facoltà delle stesse di modificare, il contenuto dei propri accordi, per...

Nell'ambito della autonomia contrattuale delle parti, è pacifica la facoltà delle stesse di modificare, il contenuto dei propri accordi, per i quali non sia prescritta la forma scritta ad substantiam.

L’omissione di informazioni relative all'inadempimento rispetto al pagamento di alcune rate del prezzo di cessione di una res, è rilevante nei casi di clausola di riservato dominio, in forza della quale l’inadempimento della cessionaria determini la risoluzione del contratto ed il riconoscimento in capo al dante causa della titolarità del diritto di proprietà sull'azienda. Date le conseguenze rilevanti sia in relazione all'ottenimento del consenso da parte del titolare della riserva, sia in ordine alla possibilità per l’attrice di conseguire il trasferimento della proprietà, la mancata informazione in merito alla situazione dei pagamenti nonché il mancato controllo al riguardo comporta profili di responsabilità.

Ai fini della condanna generica al risarcimento dei danni ai sensi dell'art. 278 c.p.c., non è sufficiente accertare l'illegittimità della condotta, ma occorre anche accertarne, sia pure con modalità sommaria e valutazione probabilistica, la portata dannosa, senza la quale il diritto al risarcimento, di cui si chiede anticipatamente la tutela, non può essere configurato. Nel caso di condanna generica, infatti, ciò che viene rinviato al separato giudizio è soltanto l'accertamento in concreto del danno nella sua determinazione quantitativa, mentre l'esistenza del fatto illecito e della sua potenzialità dannosa devono essere accertati nel giudizio relativo all'an debeatur e di essi va data la prova sia pure sommaria e generica, in quanto ne costituiscono il presupposto.

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Riassunzione del processo nei confronti della parte contumace. L’azione di risarcimento nei confronti del soggetto che ha determinato l’inadempimento del debitore principale. Il rimedio della prenotazione a debito
Se a seguito di interruzione per intervenuto fallimento di una delle parti, il processo non viene riassunto anche nei confronti...

Se a seguito di interruzione per intervenuto fallimento di una delle parti, il processo non viene riassunto anche nei confronti delle parti contumaci, il giudice può dichiarare l’estinzione del processo nei confronti di queste ultime sia nel corso del giudizio che in sede di decisione.

Al fine di ottenere il risarcimento del proprio diritto di credito, il creditore che intende agire nei confronti del soggetto che ha determinato l’inadempimento del debitore principale, deve provare di aver subito un danno definitivo e irreparabile.

Può considerarsi definitivo e irreparabile il danno subito dal garante / fideiussore quando questo ultimo ha provato l’inadempimento e/o l’insolvibilità dell’obbligato principale a causa della condotta del terzo nonché nel caso di assenza di un obbligato di grado uguale o superiore rispetto all’obbligato principale.

Qualora all’esito del giudizio la parte ammessa al patrocinio a spese dello Stato risulti soccombente, deve sopportare personalmente le spese di lite liquidate a favore della controparte.

Il rimedio della prenotazione a debito, mediante il quale il Consulente tecnico può chiedere la liquidazione degli onorari direttamente all’Erario nell’ipotesi in cui una parte sia stata ammessa al patrocinio a spese dello Stato, è residuale rispetto alla richiesta delle somme direttamente agli onerati ed è volto ad evitare che il diritto alla percezione dell'onorario sia pregiudicato dall'impossibile ripetizione dalle parti processuali. La diffida al pagamento costituisce atto idoneo a dimostrare l’infruttuosa esecuzione del consulente tecnico nei confronti della parte onerata, con conseguente legittimazione del primo a procedere alla prenotazione a debito dell’onorario a lui spettante.

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Clausola compromissoria per le controversie inerenti ai crediti del socio verso la società
La domanda di un socio-amministratore di una S.r.l. diretta a far valere un credito nei confronti della stessa società deve...

La domanda di un socio-amministratore di una S.r.l. diretta a far valere un credito nei confronti della stessa società deve essere instaurata dinanzi all'"arbitro nominato dal presidente del tribunale del luogo in cui ha sede la società" laddove lo statuto della società riconosca - tramite clausola compromissoria - la competenza dell'arbitro come sopra individuato per tutte le controversie sorte tra socio e società aventi ad oggetto diritti disponibili.

Il credito vantato dal socio rappresenta certamente un diritto disponibile, rinunciabile e transigibile e, pertanto, tra quelli che possono essere devoluti in arbitrato in virtù della clausola compromissoria statutaria. Il fatto che le somme siano state erogate quando il socio ricopriva anche la carica di amminstratore non è di per sé sufficiente a ricondurre i versamenti di denaro nell'ambito del rapporto di amministrazione.

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Cessione di azienda e inadempimento contrattuale: onere della prova e obbligazione di pagamento
In forza della disciplina della ripartizione degli oneri probatori, il creditore che agisce per la risoluzione o per l’adempimento del...

In forza della disciplina della ripartizione degli oneri probatori, il creditore che agisce per la risoluzione o per l’adempimento del contratto può limitarsi a fornire la prova della fonte negoziale o legale del suo diritto e, se previsto, del termine di scadenza e ad allegare l’inadempimento della controparte, spettando al debitore convenuto provare il fatto estintivo, modificativo o impeditivo del diritto.

L’obbligazione di pagamento del prezzo di cessione dà luogo a un debito di valuta non soggetto a rivalutazione monetaria se non nei limiti del maggior danno rispetto a quello ristorato con gli interessi legali di cui all’art. 1224 c.c., che deve essere provato dal richiedente.

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