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Rescissione per lesione della cessione di partecipazioni: valore della quota desunto dalla documentazione contabile
Ai fini della rescissione per lesione ultra dimidium del contratto di cessione di una partecipazione sociale, il valore della partecipazione...

Ai fini della rescissione per lesione ultra dimidium del contratto di cessione di una partecipazione sociale, il valore della partecipazione al momento della conclusione del contratto va desunto dalla documentazione contabile della società, che prevale sul valore attribuito alla società in un successivo contratto preliminare, relativo alla cessione di un’altra partecipazione e stipulato con un diverso contraente. Il prezzo inferiore al valore così accertato, ma non alla sua metà, non integra la sproporzione richiesta dall’art. 1448 c.c.

L’azione generale di rescissione per lesione richiede la simultanea esistenza di tre requisiti: l’eccedenza ultra dimidium della prestazione rispetto alla controprestazione, lo stato di bisogno del contraente danneggiato e l’approfittamento di esso da parte dell’altro contraente. Lo stato di bisogno, che può consistere anche in una difficoltà economica o in una contingente carenza di liquidità, deve incidere sulla libera determinazione a contrarre, costituendo il motivo per cui è stata accettata la sproporzione tra le prestazioni; l’insussistenza della sproporzione esclude di per sé la rescissione.

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Decorrenza della prescrizione e prova dell’insufficienza patrimoniale nell’azione dei creditori sociali contro l’amministratore
In tema di azione di responsabilità esercitata dai creditori sociali nei confronti dell’amministratore, il termine quinquennale di prescrizione previsto dall’art....

In tema di azione di responsabilità esercitata dai creditori sociali nei confronti dell’amministratore, il termine quinquennale di prescrizione previsto dall’art. 2949 c.c. decorre dal momento in cui i creditori sono oggettivamente in grado di avere percezione dell’insufficienza del patrimonio sociale, intesa come inidoneità dell’attivo, raffrontato alle passività, a soddisfare i loro crediti.

L’azione di responsabilità promossa dai creditori sociali, anche da uno soltanto di essi, nei confronti degli amministratori prescinde dal mancato pagamento di uno specifico credito e dall’infruttuosa escussione del patrimonio sociale e presuppone la dimostrazione che, in conseguenza dell’inadempimento degli obblighi gravanti sugli amministratori, sia venuta meno la garanzia patrimoniale generica, per essere divenuto il patrimonio sociale, a causa dell’eccedenza delle passività sulle attività, insufficiente a soddisfare le ragioni del ceto creditorio. Tale situazione non coincide necessariamente con lo stato d’insolvenza o con la perdita integrale del capitale sociale e la relativa prova grava sul creditore attore, secondo gli ordinari criteri di riparto, che la natura contrattuale della responsabilità non altera.

Ai fini della responsabilità dell’amministratore verso i creditori sociali per violazione dell’art. 2486 c.c., la ritardata adozione dei provvedimenti previsti dagli artt. 2447 e 2485 c.c. non è di per sé sufficiente, occorrendo la prova che proprio in conseguenza del ritardo il patrimonio sociale sia divenuto insufficiente a soddisfare le ragioni del creditore.

La dichiarazione di fallimento della società in corso di causa non determina la sopravvenuta legittimazione esclusiva del curatore a proseguire l’azione di responsabilità promossa dal creditore sociale nei confronti dell’amministratore [di società a responsabilità limitata] ai sensi dell’art. 2476, commi 6 e 7, c.c., perché tale effetto riguarda l’azione sociale di responsabilità promossa dal socio quale sostituto processuale della società ai sensi del comma 3 della medesima norma.

L’azione individuale di responsabilità prevista dall’art. 2476, comma 7, c.c., analogamente a quella disciplinata dall’art. 2395 c.c., presuppone che il singolo socio o il terzo sia stato danneggiato direttamente dagli atti dolosi o colposi dell’amministratore; il diritto alla conservazione del patrimonio sociale appartiene, invece, esclusivamente alla società, sicché la diminuzione del valore di tale patrimonio costituisce per il socio o il terzo una conseguenza soltanto indiretta ed eventuale della condotta dell’amministratore.

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Responsabilità ex art. 2486 c.c. per l’aggravamento del dissesto e onere di allegare nuove iniziative imprenditoriali
Gli amministratori rispondono ai sensi dell’art. 2486 c.c. soltanto dell’aggravamento del dissesto cagionato dalle ulteriori perdite derivate dalla loro condotta...

Gli amministratori rispondono ai sensi dell’art. 2486 c.c. soltanto dell’aggravamento del dissesto cagionato dalle ulteriori perdite derivate dalla loro condotta illegittima, compiuta al di fuori dei poteri di conservazione del patrimonio sociale, e sono responsabili delle perdite maturate dalla società solo se è provato che il deficit patrimoniale è conseguenza delle condotte gestorie successive alla riduzione del capitale. Integra tale responsabilità la prosecuzione dell’attività economica dopo il verificarsi della causa di scioglimento con assunzione di nuovo rischio imprenditoriale, che abbia prodotto effetti pregiudizievoli per la società, i creditori o i terzi; il curatore che agisce deve quindi allegare e provare che, dopo la perdita del capitale, sono state intraprese iniziative imprenditoriali connotate da nuovo rischio economico-commerciale ed estranee a una logica meramente conservativa.

Il criterio di quantificazione del danno di cui all’art. 2486, comma 3, c.c. presuppone il previo accertamento degli elementi costitutivi della responsabilità, ossia, intervenuta una causa di scioglimento, la condotta consistente nel non aver gestito la società ai soli fini della conservazione dell’integrità e del valore del patrimonio sociale e il danno derivato da tale condotta. Chi agisce deve perciò allegare e dimostrare le condotte che esulano dall’attività conservativa; ai fini della liquidazione equitativa del danno deve inoltre allegare un inadempimento dell’amministratore almeno astrattamente idoneo a causare il danno lamentato e indicare le ragioni che impediscono un rigoroso accertamento degli effetti dannosi concretamente riconducibili alla condotta.

La riduzione del capitale per perdite oltre un terzo, che non impone lo scioglimento della società né una sua gestione conservativa, non può essere di per sé fonte di responsabilità risarcitoria degli amministratori.

L’omessa o irregolare tenuta delle scritture contabili è solo potenzialmente fonte di danno per il patrimonio sociale e non può fondare da sola la responsabilità risarcitoria dell’amministratore. Il danno risarcibile è costituito dagli effetti patrimoniali delle condotte che le omissioni o le falsità contabili hanno occultato o consentito, condotte che chi agisce deve specificamente contestare.

Sono imputabili all’amministratore, come danno per la società, le sanzioni, gli interessi e gli altri oneri maturati per l’omesso versamento di tributi e contributi negli esercizi in cui la società disponeva delle risorse finanziarie per adempiere [in quanto in utile e dotata di disponibilità liquide], esclusi quelli relativi agli esercizi in cui tale disponibilità mancava.

La qualità di amministratore di fatto può desumersi da elementi indiziari concorrenti che dimostrino l’esercizio significativo e continuativo dei poteri decisionali propri dell’organo amministrativo [quali la posizione di socio fondatore e già amministratore unico, il ruolo di referente dei fornitori per ordini, contratti e aspetti contabili, la delega a operare sul conto corrente sociale e l’uso diretto della p.e.c. della società]; la concomitante qualità di dipendente della società è irrilevante.

Il fondato timore di perdere le garanzie del credito richiesto dall’art. 671 c.p.c. può desumersi alternativamente da elementi oggettivi, attinenti alla consistenza qualitativa e quantitativa del patrimonio del debitore in rapporto all’ammontare del credito, o da elementi soggettivi, riguardanti il comportamento processuale ed extraprocessuale del debitore che renda verosimile un depauperamento del patrimonio ed esprima l’intenzione di sottrarsi all’adempimento.

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Azione di responsabilità ex art. 2486 c.c. e onere di provare la causa di scioglimento
La responsabilità degli amministratori ex art. 2486 c.c. è espressione della generale fattispecie di responsabilità di cui all’art. 2392 c.c....

La responsabilità degli amministratori ex art. 2486 c.c. è espressione della generale fattispecie di responsabilità di cui all’art. 2392 c.c. e si caratterizza, prima ancora che per la condotta, per il contesto in cui si inserisce l’agire dell’amministratore, cioè lo scioglimento della società. L’azione presuppone quindi una causa di scioglimento, che deve essere provata da chi agisce, unitamente al compimento dei successivi atti di mala gestio; spetta agli amministratori convenuti dimostrare che tali atti, benché successivi alla causa di scioglimento, non comportano un nuovo rischio d’impresa idoneo a pregiudicare i diritti dei creditori e dei soci e sono giustificati dalla finalità liquidatoria o comunque necessari.

La mancata convocazione dell’assemblea e la mancata adozione di rimedi per risanare le perdite dell’impresa non costituiscono, di per sé, cause di scioglimento della società idonee a fondare l’azione ex art. 2486 c.c.

Quando non è dedotta né provata una causa di scioglimento, l’art. 2486 c.c. non è invocabile e viene meno anche la presunzione di danno di cui al terzo comma della norma; la pretesa [del curatore nei confronti dell’amministratore di s.r.l.] può essere riqualificata come azione sociale di responsabilità ex art. 2476, comma 1, c.c., esercitabile dalla curatela della liquidazione giudiziale ai sensi dell’art. 255 CCII.

Gli atti d’indagine compiuti nei procedimenti penali e le determinazioni del pubblico ministero assunte in quella sede hanno, nel processo civile, valore di prove atipiche liberamente valutabili dal giudice.

Ai fini del sequestro conservativo, il periculum in mora si compone di un elemento oggettivo, relativo alla capienza patrimoniale del debitore in rapporto all’entità del credito, e di un elemento soggettivo, consistente in un comportamento del debitore che lasci fondatamente presumere un intento dilatorio o elusivo rispetto alla pretesa creditoria [quale il mancato deposito dei bilanci e la mancata consegna delle scritture contabili alla curatela].

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Efficacia inter partes della cessione di quote di s.r.l. con scrittura privata non autenticata
Il trasferimento della quota di s.r.l. è valido ed efficace inter partes indipendentemente dal suo deposito nel registro delle imprese,...

Il trasferimento della quota di s.r.l. è valido ed efficace inter partes indipendentemente dal suo deposito nel registro delle imprese, necessario unicamente affinché il trasferimento sia efficace anche nei confronti della società e dei terzi, in virtù del principio di libertà delle forme che consente il trasferimento per atto tra vivi, in mancanza di una contraria disposizione dell’atto costitutivo, senza necessità di forma scritta ad substantiam o ad probationem. La forma prevista dall’art. 2470 c.c. attiene quindi alla sola opponibilità del trasferimento alla società, e la cessione stipulata con scrittura privata priva di sottoscrizioni autenticate è pienamente valida ed efficace tra le parti in virtù del semplice consenso, sicché il cedente ha diritto al pagamento del corrispettivo residuo.

La scrittura privata di cessione di quote prodotta in giudizio e non tempestivamente disconosciuta si ha per riconosciuta ai sensi dell’art. 215, comma 1, n. 2, c.p.c., e il riconoscimento soddisfa il requisito formale della corretta identificazione delle parti firmatarie, sicché il giudice può accertare che la scrittura costituisce titolo documentale equipollente alla scrittura privata con sottoscrizione autenticata ai fini degli adempimenti previsti dall’art. 2470 c.c.

Il cessionario di quote che intenda ottenere il trasferimento o il perfezionamento degli effetti della cessione dispone di due distinte azioni, a seconda che il negozio abbia natura di contratto preliminare o di contratto definitivo. Nel primo caso il rimedio esperibile è l’esecuzione specifica dell’obbligo di concludere il contratto ai sensi dell’art. 2932 c.c., con sentenza costitutiva che produce gli effetti del contratto non concluso; nel secondo caso, quando il contratto definitivo non abbia perfezionato i propri effetti per la mancanza di una scrittura in forma idonea all’iscrizione nel registro delle imprese o all’opponibilità alla società, l’azione costitutiva ex art. 2932 c.c. è inesperibile e il cessionario deve proporre l’azione di accertamento.

Il creditore che agisce per l’adempimento, la risoluzione o il risarcimento del danno deve provare soltanto la fonte del proprio diritto e il relativo termine di scadenza, limitandosi ad allegare l’inadempimento della controparte, mentre grava sul debitore convenuto l’onere di provare il fatto estintivo dell’altrui pretesa costituito dall’adempimento; il medesimo criterio si applica quando il debitore si avvalga dell’eccezione di inadempimento ex art. 1460 c.c.

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Omesso adeguamento dell’organo amministrativo di cooperativa all’art. 2542 c.c. e prova del danno
Dal 1° gennaio 2018 l’art. 2542 c.c., come modificato dalla l. n. 205/2017 senza un regime transitorio, esclude nelle società...

Dal 1° gennaio 2018 l’art. 2542 c.c., come modificato dalla l. n. 205/2017 senza un regime transitorio, esclude nelle società cooperative la figura dell’amministratore unico e impone un organo amministrativo collegiale composto da almeno tre membri, con durata massima di tre esercizi. L’amministratore unico che ometta di convocare tempestivamente l’assemblea per adeguare l’organo amministrativo e lo statuto resta colpevolmente inerte; l’omissione dà luogo a risarcimento solo se sia allegato e provato un danno a essa causalmente collegato [che non emerga dai bilanci degli esercizi interessati, né da sanzioni irrogate alla società].

L’amministratore cessato dalla carica risponde della somma iscritta a titolo di cassa nell’ultimo bilancio riferibile alla sua gestione e non consegnata al nuovo organo amministrativo, sia per l’eventuale indicazione di un valore non corrispondente alla realtà sia per la mancata consegna; grava su di lui l’onere di giustificare le spese e gli esborsi sostenuti nel periodo successivo, fino alla cessazione, idonei a ridurre la cassa. Costituiscono parimenti danno risarcibile i prelievi dal conto corrente sociale rimasti privi di giustificazione causale.

La delibera di sostituzione dell’amministratore è opponibile alla società e all’amministratore sostituito sin dalla sua adozione, anche se iscritta nel registro delle imprese in data successiva, perché si tratta delle parti del rapporto e non di terzi.

Il costo preventivato per il ripristino degli impianti aziendali inattivi è addebitabile all’amministratore per omessa manutenzione solo in presenza della prova che il loro stato sia imputabile alla sua condotta, anziché al decorso del tempo o alla vetustà, che negli esercizi pregressi vi fossero le disponibilità economiche per far fronte alla manutenzione e che la riparazione sia stata effettivamente eseguita, con il relativo esborso, dal nuovo organo amministrativo. La relazione tecnica di parte, priva di ulteriore supporto probatorio, non integra prova del danno né del lucro cessante.

Il danno da mancata conclusione di un affare vantaggioso per la società [la vendita di un impianto] è imputabile all’amministratore solo quando risulti assistita da ragionevole probabilità la conclusione dell’accordo in assenza della condotta addebitata.

L’azione di responsabilità esercitata dalla società nei confronti dell’amministratore ai sensi dell’art. 2476 c.c. mira ad accertare la responsabilità per i danni conseguenti alla violazione dei doveri inerenti alla carica. La responsabilità ha natura contrattuale, sicché chi promuove l’azione deve dimostrare la condotta inadempiente, il danno e il nesso di causalità, mentre l’amministratore convenuto deve dimostrare la non imputabilità a sé del fatto dannoso, provando, con riferimento all’addebito contestato, l’osservanza dei doveri e l’adempimento degli obblighi impostigli dalla legge e dallo statuto.

La rivalutazione monetaria del risarcimento attiene alla natura di debito di valore dell’obbligazione risarcitoria, che si trasforma in debito di valuta, soggetto al principio nominalistico di cui all’art. 1224 c.c., solo con il passaggio in giudicato della sentenza di condanna; fino a quel momento la somma dovuta va rivalutata in base all’indice ISTAT.

Sulla somma dovuta a titolo di risarcimento del danno non spettano gli interessi compensativi qualora l’attore non provi un nocumento finanziario, sub specie di lucro cessante, derivato dalla mancata tempestiva disponibilità della somma; la somma rivalutata, liquidata in moneta attuale, ricomprende infatti il danno causato dal ritardato pagamento dell’equivalente monetario.

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Prelievi del socio di s.r.l. dalle casse sociali, limiti dell’art. 2478-bis c.c. e postergazione dei rimborsi
I soci di società di capitali possono ricevere dal patrimonio sociale soltanto le quote di utili, con le modalità e...

I soci di società di capitali possono ricevere dal patrimonio sociale soltanto le quote di utili, con le modalità e nei limiti previsti dall’art. 2478-bis c.c., restando esclusi prelevamenti a titolo personale dalle casse sociali; il rimborso di eventuali finanziamenti da essi effettuati in favore della società soggiace alla regola della postergazione rispetto agli altri creditori ai sensi dell’art. 2467 c.c. Le somme prelevate in violazione di tali regole vanno restituite alla curatela del fallimento della società [a titolo di ripetizione di indebito].

Il prelievo eseguito dal socio a titolo di acconto sugli utili, in assenza di una delibera di distribuzione adottata in sede di approvazione del bilancio, è privo di giustificazione e viola l’art. 2478-bis c.c., anche quando gli esercizi si chiudano in utile.

Viola la regola della postergazione di cui all’art. 2467 c.c. il rimborso del finanziamento al socio eseguito quando la società presenta un indebitamento complessivo eccessivo rispetto a un patrimonio netto esiguo [e chiude l’esercizio in perdita].

In deroga ai principi di cui all’art. 2709 c.c., la documentazione contabile e i bilanci sociali regolarmente approvati costituiscono piena prova delle posizioni creditorie della società nei confronti dei soci che abbiano concorso ad approvarli; tale efficacia probatoria opera anche a favore della curatela fallimentare, che subentra nella posizione sostanziale e processuale della società.

L’obbligazione del socio di restituire le somme indebitamente prelevate dalle casse sociali costituisce debito di valuta, sul quale decorrono gli interessi legali dalla domanda, senza rivalutazione monetaria.

La procura alle liti conserva efficacia ai sensi dell’art. 85 c.p.c. nonostante la rinuncia al mandato del difensore, e la condotta della parte che, ricevuta rituale comunicazione della rinuncia, non nomini un nuovo difensore è valutabile ai sensi dell’art. 116 c.p.c.

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Obblighi dell’amministratore di cooperativa dopo la perdita integrale del capitale e danno da prosecuzione dell’attività
Ai sensi dell’art. 2485 c.c., l’amministratore di società cooperativa deve accertare, anche in sede di redazione del bilancio annuale, il...

Ai sensi dell’art. 2485 c.c., l’amministratore di società cooperativa deve accertare, anche in sede di redazione del bilancio annuale, il verificarsi di una causa di scioglimento quale l’azzeramento del capitale sociale. In tal caso deve tentare tempestivamente di evitare lo scioglimento convocando l’assemblea per deliberare la copertura integrale della perdita o, in caso di impossibilità oggettiva, la messa in liquidazione o la trasformazione ai sensi dell’art. 2487, comma 1, c.c., iscrivere nel registro delle imprese la dichiarazione di accertamento della causa di scioglimento e limitarsi poi a una gestione conservativa volta a preservare l’integrità e il valore del patrimonio sociale ai sensi dell’art. 2486 c.c.

L’amministratore che, pur in presenza di una causa di scioglimento acclarata [la perdita integrale del capitale], prosegua l’attività d’impresa senza compiere tali adempimenti risponde verso la società del danno conseguente all’aggravamento del deficit patrimoniale. Il danno può essere liquidato in via equitativa in misura pari alla differenza fra il valore del patrimonio netto al momento del verificarsi della causa di scioglimento e quello al momento dell’apertura della procedura concorsuale [liquidazione coatta amministrativa], oltre interessi legali e rivalutazione monetaria.

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Opposizione dei creditori ex art. 2500 novies c.c. ammessa solo per le trasformazioni eterogenee
L’art. 2500 novies c.c. consente l’opposizione dei creditori soltanto avverso le trasformazioni eterogenee previste dagli artt. 2500 septies e 2500...

L’art. 2500 novies c.c. consente l’opposizione dei creditori soltanto avverso le trasformazioni eterogenee previste dagli artt. 2500 septies e 2500 octies c.c., ossia le operazioni che consentono a s.p.a., s.a.p.a. e s.r.l. di dar vita a consorzi, società consortili, società cooperative, comunioni d’azienda, associazioni non riconosciute e fondazioni, e le operazioni inverse. La trasformazione di una società consortile cooperativa per azioni in società cooperativa [di produzione e lavoro], alla quale si applicano in via residuale le norme sulla s.p.a., è una trasformazione innominata priva di carattere eterogeneo, sicché l’opposizione dei creditori è inammissibile.

L’opponente ex art. 2500 novies c.c. deve prospettare le ragioni per cui la trasformazione muterebbe le garanzie dei creditori. Tale mutamento va escluso quando la società trasformata, che resta il medesimo soggetto di diritto, conserva la natura di società di capitali e il regime giuridico della propria responsabilità; né rileva l’affermazione, meramente apodittica, che i nuovi soci [persone fisiche lavoratori] non sarebbero in grado di apportare nuova liquidità.

Le censure relative all’iter della trasformazione e la nullità della delibera ex art. 2379 c.c. [per illiceità o impossibilità dell’oggetto ex art. 2522 c.c.], oltre a non poter più essere fatte valere dopo l’iscrizione ai sensi dell’art. 2500 bis c.c., non possono fondare l’opposizione dei creditori, perché attengono a questioni interne alla società che possono essere fatte valere soltanto dai soci.

Il creditore opponente che abbia ottenuto pronunce giudiziali favorevoli sul proprio credito, senza conseguirne il pagamento, conserva la qualità di creditore e quindi la legittimazione e l’interesse alla decisione dell’opposizione ex art. 2500 novies c.c., sicché la materia del contendere non può dirsi cessata.

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Interesse ad agire del terzo che impugna per nullità la delibera di approvazione del bilancio
Il terzo che impugni ai sensi dell’art. 2379 c.c. la delibera di approvazione del bilancio, deducendo la violazione dei principi...

Il terzo che impugni ai sensi dell’art. 2379 c.c. la delibera di approvazione del bilancio, deducendo la violazione dei principi di chiarezza, veridicità e correttezza di cui all’art. 2423 c.c., è titolare di un interesse concreto e attuale all’impugnativa soltanto se allega l’esistenza di un pregiudizio, patrimoniale o non patrimoniale, che discenda direttamente dal bilancio approvato e alla cui eliminazione sia volta la declaratoria di nullità. Poiché la stessa qualità di socio non basta, in mancanza di specifiche allegazioni, a fondare l’interesse ad agire, anche quando i vizi denunciati siano fondati, a maggior ragione non basta la posizione di terzo rispetto alla società.

Difetta l’interesse ad agire del terzo che, senza chiedere neppure in via incidentale l’accertamento negativo del credito, impugni la delibera di approvazione del bilancio al solo fine di far accertare la falsa rappresentazione della posta [dell’attivo] che lo indica come debitore della società, perché la mera iscrizione in bilancio non è sufficiente per ottenere il pagamento né costituisce da sola prova idonea a sostenere le ragioni di credito. In tal caso l’interesse va valutato in concreto e all’attualità con riguardo alla posizione debitoria contestata, che è diversa da quella del terzo creditore, interessato alla chiarezza e veridicità del bilancio per l’individuazione del patrimonio sociale che costituisce garanzia generica del credito.

La delibera che approva un bilancio non conforme ai principi di cui all’art. 2423 c.c., ovvero redatto in violazione delle altre norme dettate in materia di bilancio, è nulla per illiceità dell’oggetto ai sensi dell’art. 2379 c.c., perché tali norme sono imperative e inderogabili, poste a tutela di interessi generali che trascendono i limiti della compagine sociale e riguardano anche i terzi, destinatari delle informazioni sulla situazione patrimoniale, economica e finanziaria della società. Tale valenza si desume dalla prescrizione del deposito del bilancio presso il registro delle imprese e dalla previsione che le delibere possano essere impugnate da chiunque vi abbia interesse; la controversia sull’impugnazione della delibera per difetto di tali requisiti attiene pertanto a diritti indisponibili.

È legittimato a impugnare ai sensi dell’art. 2379 c.c. la delibera di approvazione del bilancio qualsiasi soggetto, anche privo della qualità di socio, purché titolare di un interesse concreto e attuale all’impugnativa, che deve sussistere al momento della proposizione della domanda e al momento della decisione. A tal fine è insufficiente un generico interesse al rispetto della legalità e occorre l’allegazione di un’incidenza negativa delle irregolarità denunciate nella sfera giuridica del soggetto agente. L’interesse ad agire, condizione dell’azione ex art. 100 c.p.c. la cui carenza è rilevabile d’ufficio, impone all’attore di dimostrare l’attualità della lesione di un proprio diritto e il conseguente pregiudizio, che può anche non avere carattere economico e consistere nella lesione del diritto a ricevere dal bilancio un’informazione corretta sulla consistenza patrimoniale e sull’efficienza economica della società.

L’interesse ad agire per l’impugnazione della delibera di approvazione del bilancio si valuta alla stregua della prospettazione dell’attore e la sua sussistenza non può essere negata sul presupposto che quanto sostenuto non corrisponda al vero, perché tale valutazione attiene al merito della domanda. L’attore che assuma di aver subito un pregiudizio dal difetto di chiarezza, veridicità e correttezza di una o più poste ha l’onere di enunciare quali siano esattamente le poste iscritte in violazione dei principi legali; l’esame delle singole poste e la verifica della loro conformità ai precetti legali sono compito logicamente successivo, che attiene alla fondatezza della domanda.

È ammissibile, ai sensi del combinato disposto degli artt. 132 c.p.c. e 118 disp. att. c.p.c., la motivazione per relationem a un precedente reso dallo stesso ufficio tra le medesime parti [sull’iscrizione della medesima posta nel bilancio dell’esercizio precedente].

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Ineleggibilità del sindaco per rapporti di consulenza episodici e privi di corrispettivi significativi
Ai fini dell’ineleggibilità del sindaco ai sensi dell’art. 2399, lett. c), c.c. occorre la prova di un rapporto di consulenza...

Ai fini dell’ineleggibilità del sindaco ai sensi dell’art. 2399, lett. c), c.c. occorre la prova di un rapporto di consulenza o di prestazione d’opera retribuita continuativo e produttivo di corrispettivi significativi; sono pertanto irrilevanti gli incarichi di consulenza legale, tributaria o contrattuale meramente episodici o saltuari, quelli non esclusivi [perché la società ne conferiva di analoghi ad altri professionisti] e quelli resi a favore dei familiari del socio e non riferibili alla società. Le deposizioni testimoniali che riferiscono genericamente di disposizioni impartite dal sindaco ai dipendenti sulla gestione ordinaria e straordinaria, senza indicare in dettaglio l’attività svolta, non consentono di apprezzarne l’incompatibilità con il controllo sindacale.

La prestazione d’opera retribuita resa alla società sottoposta a controllo da una società distinta [amministrata dal coniuge del sindaco e] partecipata in misura minoritaria dal sindaco non ne compromette l’indipendenza quando il ritorno economico che egli ne trae, in proporzione alla sua partecipazione, sia inferiore alla retribuzione spettantegli per l’ufficio sindacale.

Qualora la delibera assembleare di nomina del collegio sindacale, i cui componenti siano stati contestualmente nominati revisori, determini i compensi secondo la tariffa professionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili di cui al D.M. n. 169/2010, la previsione ha portata omnicomprensiva e si estende all’attività di revisione contabile. Anche per il periodo di prorogatio del collegio successivo all’entrata in vigore del D.M. n. 140/2012 il compenso per la revisione va quindi determinato secondo i parametri del D.M. n. 169/2010, in virtù della volontà negoziale vincolante espressa nella delibera di nomina.

Il compenso del collegio sindacale e dei revisori indicato nei bilanci sottoposti al controllo dello stesso sindaco-revisore deve ritenersi da questi accettato nei limiti ivi indicati, in assenza di qualsiasi contestazione sulla sua quantificazione, perché diversamente si configurerebbe una negligenza nel controllo sulla correttezza dei dati di bilancio, che l’art. 2409 ter c.c. affida al revisore insieme al potere-dovere di chiedere agli amministratori documenti e informazioni e di procedere a ispezioni.

La clausola compromissoria introdotta nello statuto nel corso del mandato del sindaco opera nei suoi confronti dal momento in cui egli abbia nuovamente accettato la carica senza muovere contestazioni sulle disposizioni statutarie; per le controversie relative al periodo anteriore resta ferma la competenza del giudice ordinario.

Con il venir meno della tariffa professionale è venuta meno anche la funzione del parere di liquidazione dell’ordine professionale [ai fini del ricorso per decreto ingiuntivo per il compenso del sindaco], perché tale parere è lo strumento mediante il quale l’ordine esprime una valutazione tecnica sulla corretta applicazione della tariffa.

La causa di ineleggibilità prevista dall’art. 2399 c.c. mira a garantire l’indipendenza del soggetto incaricato del controllo in presenza di situazioni idonee a comprometterla, quando il controllore sia direttamente implicato nell’attività sulla quale dovrebbe esercitare il controllo. L’ineleggibilità di cui all’art. 2399, comma 1, lett. c), c.c. è configurabile anche quando tale attività sia prestata da un socio o da un collaboratore dello studio di cui faccia parte il sindaco, ove questi possa attendersi da quel rapporto un ritorno economico personale superiore alla retribuzione sindacale; l’individuazione del criterio con cui accertare gli altri rapporti patrimoniali che compromettono l’indipendenza è affidata al prudente apprezzamento del giudice di merito.

Ai fini della prova richiesta per l’emissione del decreto ingiuntivo è sufficiente qualsiasi documento di autenticità, anche non proveniente dal debitore, da cui risulti con certezza l’esistenza del diritto di credito fatto valere [quali, per il compenso del sindaco, i verbali del collegio sindacale, i conteggi degli onorari, le fatture e i bilanci].

Le scritture contabili, pur se regolarmente tenute, non hanno valore probatorio a favore dell’imprenditore che le ha redatte; qualora egli intenda utilizzarle nei confronti dell’altra parte, sono soggette al libero apprezzamento del giudice, cui spetta stabilire se e in quale misura siano attendibili e idonee, eventualmente in concorso con altre risultanze, a dimostrare la fondatezza della pretesa.

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Recesso del socio di cooperativa edilizia subordinato ad approvazione e mancata risposta della società
Qualora l’atto costitutivo [di società cooperativa edilizia] subordini il recesso del socio all’approvazione dell’organo amministrativo, la mancata risposta della società...

Qualora l’atto costitutivo [di società cooperativa edilizia] subordini il recesso del socio all’approvazione dell’organo amministrativo, la mancata risposta della società alla dichiarazione di recesso si traduce in un rifiuto di provvedere che, in contrasto con i principi di correttezza e buona fede, vanifica il diritto di recesso; ne consegue l’applicazione dell’art. 1359 c.c., e la condizione di efficacia del recesso si considera avverata.

Il socio receduto da cooperativa edilizia ha diritto alla restituzione della quota sociale nel suo controvalore, delle spese comuni e degli anticipi versati per la costruzione degli alloggi [qualora l’alloggio non gli sia stato assegnato].

La sussistenza di una causa di esclusione del socio resta priva di rilievo, rispetto agli effetti del recesso, quando la società non abbia adottato alcuna delibera di esclusione.

Il recesso, sia quando trovi la propria fonte nella legge, sia quando abbia natura convenzionale, costituisce un atto unilaterale recettizio e non ha natura contrattuale.

Il recesso convenzionale previsto dall’atto costitutivo della società cooperativa costituisce manifestazione della volontà negoziale, che può legittimamente disciplinarlo con clausole che ne determinino il contenuto, ammettendone l’esercizio in situazioni specifiche, ovvero limitandolo o subordinandolo a determinati presupposti o condizioni, in particolare all’autorizzazione o all’approvazione del consiglio di amministrazione o dell’assemblea dei soci. Tali clausole, volte a garantire il perseguimento dell’oggetto sociale attraverso la conservazione dell’integrità della compagine sociale, attribuiscono ai predetti organi un potere discrezionale, che tuttavia non può essere esercitato in modo arbitrario, né tradursi in un rifiuto di provvedere o in un diniego assoluto e immotivato dell’approvazione, perché ciò contrasterebbe con i principi di correttezza e buona fede e vanificherebbe il diritto di recesso, il cui esercizio, ai sensi dell’art. 2437, comma 3, c.c., applicabile anche alle società cooperative, non può essere escluso o reso eccessivamente gravoso.

Anche quando sia subordinato all’autorizzazione del consiglio di amministrazione o dell’assemblea dei soci, il recesso resta un negozio unilaterale, corrispondente al diritto potestativo di uscire dalla società e di rinunciare a conservare lo stato derivante dal rapporto sociale, rispetto al quale la deliberazione dell’organo sociale opera come condizione di efficacia; la determinazione della società, pertanto, non assume la funzione di accettazione di una proposta del socio.

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