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Scioglimento della società e intervento sostitutivo del tribunale
L’art. 2484, co. 1, n. 3), c.c. prevede che le società di capitali si sciolgono in caso impossibilità di funzionamento...

L’art. 2484, co. 1, n. 3), c.c. prevede che le società di capitali si sciolgono in caso impossibilità di funzionamento o per la continuata inattività dell’assemblea. Nella prima delle due cause di scioglimento la paralisi dell'assemblea nel deliberare può avere origine in contrasti tra i soci che impediscono la formazione delle maggioranze prescritte e deve precludere l'adozione di deliberazioni necessarie per il funzionamento della società, quali, in via esemplificativa, la nomina dell'organo amministrativo e l'approvazione del bilancio. L'impossibilità di funzionamento dell'assemblea va rilevata necessariamente con riferimento alle cause che l'hanno determinata, onde valutare se il mancato funzionamento sia l’esito di insanabili contrasti tra i soci.
Pertanto, sussiste la causa di scioglimento della società quando siano in concreto configurabili sintomi sufficienti per affermare che l'organo assembleare è stabilmente ed irreversibilmente incapace di assolvere le sue funzioni, circostanza ravvisabile in situazione di stallo, riconducibile alla partecipazione paritetica di due soci in forte dissidio tra loro, od in presenza di dissidio tra i soci irreversibile e definitivo, non rendendo possibile alcun giudizio prognostico positivo in merito alla risoluzione del contrasto.

La dichiarazione di scioglimento della società ai sensi dell’art. 2484, comma 1, nn. 2 e 3, c.c., può essere accertata dall’amministratore, che vi provvede, con le modalità del terzo comma dell’art. 2484 c.c. Il tribunale ha dunque potere di intervento, ai sensi del secondo comma dell’art. 2485 c.c., solo in caso di omissione di tali adempimenti da parte degli amministratori, su istanza di singoli soci od amministratori o dei sindaci.

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Curatore speciale e compenso: inammissibilità della liquidazione da parte del giudice
Il curatore speciale nominato ai sensi degli artt. 78 ss. c.p.c. non riveste la qualità di ausiliario del giudice, ma...

Il curatore speciale nominato ai sensi degli artt. 78 ss. c.p.c. non riveste la qualità di ausiliario del giudice, ma opera quale rappresentante ex lege dell’ente nel cui interesse è nominato; ne consegue che l’istanza di liquidazione del compenso da parte del giudice che lo ha nominato è inammissibile, non trovando applicazione l’art. 52 disp. att. c.p.c., dovendo il curatore richiedere il pagamento all’ente rappresentato ed eventuali controversie essere devolute al giudice competente per valore.

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Sulla responsabilità degli amministratori verso i creditori sociali e la concessione del sequestro conservativo
Il presupposto per l’applicabilità della responsabilità degli amministratori verso i creditori sociali è che i primi abbiano posto in essere...

Il presupposto per l'applicabilità della responsabilità degli amministratori verso i creditori sociali è che i primi abbiano posto in essere delle condotte che siano state inosservanti degli obblighi inerenti alla conservazione dell'integrità del patrimonio sociale e che quest'ultimo risulti insufficiente al soddisfacimento dei loro crediti. In tale prospettiva, in fase cautelare, ai fini della concessione del sequestro conservativo ex art. 671 c.p.c., dovrà essere analizzata la sussistenza del fumus boni iuris paventato in termini risarcitori ed inteso quale riscontro della probabile esistenza di condotte depauperative del patrimonio sociale sotto il solo profilo oggettivo.

Il pagamento del compenso di un amministratore quando la società si trovi in situazione di deficit irreversibile effettuato prima del pagamento di altri debiti aventi posizione poziore quali, primo tra tutti, quello di Agenzia delle Entrate e degli enti di previdenza ed assistenza, è un pagamento preferenziale effettuato prima del pagamento di debiti di grado superiore che andavano soddisfatti con precedenza, così procurando un danno al patrimonio sociale ed ai suoi creditori. Costituiscono altresì condotte pregiudizievoli l'erogazione, da parte dell'amministratore, di somme a titolo di prestito personale a un dipendente senza garanzie di restituzione, ove incompatibile con le condizioni finanziarie della società, nonché l'erogazione di finanziamenti o investimenti in favore di una società controllata che versi in una situazione debitoria grave e di conclamata insolvenza, in assenza di elementi idonei a giustificare ragionevolmente l'operazione e di garanzie di restituzione.

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Consorzi di urbanizzazione: natura giuridica, regime delle delibere e opposizione a decreto ingiuntivo
I consorzi di urbanizzazione, quali aggregazioni di persone fisiche o giuridiche preordinate alla sistemazione o al miglior godimento di uno...

I consorzi di urbanizzazione, quali aggregazioni di persone fisiche o giuridiche preordinate alla sistemazione o al miglior godimento di uno specifico comprensorio mediante la realizzazione e la fornitura di opere e servizi, sono figure atipiche, nelle quali i connotati delle associazioni si coniugano con un forte profilo di realità, disciplinate principalmente dagli accordi tra le parti espressi nello statuto e, solo sussidiariamente, dalla normativa in tema di associazioni non riconosciute e di comunione, non trovando invece applicazione le norme del codice civile in materia di consorzi. La presenza di un'organizzazione di soggetti accomunati dal fatto di essere proprietari esclusivi di un lotto edificabile o di una costruzione, compresi in un comparto edificatorio e l'esistenza di un collegamento reale tra appartenenza all'organizzazione e proprietà di un bene alla cui valorizzazione è preordinata tutta l'attività dell'organizzazione, rende di chiara evidenza l'analogia che sussiste fra il consorzio di urbanizzazione ed il condominio negli edifici, caratterizzato dalla coesistenza delle proprietà solitarie sulle singole unità immobiliari con la comproprietà sulle parti comuni poste al servizio delle singole unità immobiliari; ne consegue che la materia delle delibere consortili è assimilabile a quella delle delibere delle assemblee condominiali e che l'impugnazione delle medesime è assoggettata al termine di decadenza di trenta giorni previsto dall’art. 1137 c.c. In tale prospettiva, la mancata comunicazione dell'avviso di convocazione dell'assemblea di un consorzio di urbanizzazione ad uno dei partecipanti, in quanto vizio del procedimento collegiale, comporta non già la nullità, bensì l'annullabilità della delibera che, ove non impugnata nel predetto termine di trenta giorni — decorrente dalla comunicazione per i consorziati assenti e dalla approvazione per quelli dissenzienti — è valida ed efficace nei confronti di tutti i partecipanti al consorzio.

Tra il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo emesso per il pagamento di contributi consortili e la controversia avente ad oggetto l'impugnazione della delibera assembleare posta a sostegno della ingiunzione non sussiste alcun rapporto di pregiudizialità necessaria, tale da giustificare la sospensione del procedimento di opposizione ex art. 295 c.p.c.; questo, giacchè, da un lato, il diritto di credito del consorzio alla corresponsione delle quote di spesa per il godimento delle cose e dei servizi comuni non sorge con la delibera assembleare che ne approva il riparto, ma inerisce alla gestione dei beni e servizi comuni, sicché l'eventuale venir meno della delibera per invalidità, se implica la perdita di efficacia del decreto ingiuntivo non comporta anche l'insussistenza del diritto del consorzio di pretendere la contribuzione alle spese per i beni e servizi comuni di fatto erogati e considerato, dall'altro, che l'eventuale contrasto tra giudicati potrebbe essere superato in sede esecutiva, facendo valere la perdita di efficacia del decreto ingiuntivo come conseguenza della dichiarata invalidità della delibera. Nel giudizio di opposizione, il giudice può sindacare sia la nullità dedotta dalla parte o rilevata d'ufficio della deliberazione assembleare posta a fondamento dell'ingiunzione, sia l'annullabilità di tale deliberazione, a condizione che quest'ultima sia dedotta in via d'azione mediante apposita domanda riconvenzionale di annullamento contenuta nell'atto di citazione, ai sensi dell'art. 1137, comma 2, c.c., nel termine perentorio ivi previsto e non in via di eccezione; ne consegue l'inammissibilità, rilevabile d'ufficio, dell'eccezione con la quale l'opponente deduca solo l'annullabilità della deliberazione assembleare posta a fondamento dell'ingiunzione senza chiedere una pronuncia di annullamento. Pertanto, il giudice deve accogliere l'opposizione qualora la delibera di approvazione sia stata annullata in altro procedimento giudiziario ovvero sia validamente impugnata in via principale e contestuale; per converso, ove la delibera non sia stata impugnata, il giudice non può accogliere l'opposizione sulla base della non corretta ripartizione dei contributi indicata nella delibera stessa.

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Azione ex art. 146 l.fall.: onere probatorio rafforzato e insussistenza di “società di fatto” nel gruppo familiare
Nell’azione di responsabilità esercitata dal curatore ai sensi dell’art. 146 l. fall., confluiscono le azioni previste dagli artt. 2392 e...

Nell’azione di responsabilità esercitata dal curatore ai sensi dell’art. 146 l. fall., confluiscono le azioni previste dagli artt. 2392 e 2394 c.c., le quali conservano i rispettivi presupposti e la relativa disciplina. La curatela è tenuta ad allegare le specifiche violazioni dei doveri gravanti sugli amministratori e a provare il danno effettivamente arrecato al patrimonio sociale e il nesso causale tra la condotta e il pregiudizio, mentre incombe sugli amministratori la prova della non imputabilità dell’inadempimento.

La sola esistenza di rapporti familiari tra i soci e di imprese riconducibili al medesimo nucleo familiare, anche operanti in settori comuni, non consente di imputare indistintamente a tutti i soggetti coinvolti le condotte depauperative, né è sufficiente a dimostrare l’esistenza di una direzione unitaria o di una società di fatto, occorrendo la rigorosa prova del comune intento sociale e della gestione unitaria degli affari sociali.

La violazione dei doveri gestori costituisce presupposto necessario, ma non sufficiente, della responsabilità risarcitoria, dovendo essere provati anche il deterioramento effettivo della situazione patrimoniale della società e la sua diretta riconducibilità causale alla condotta contestata. La liquidazione equitativa del danno è ammessa soltanto quando l’irregolare o omessa tenuta delle scritture contabili impedisca l’accertamento degli specifici effetti dannosi.

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Differenza tra fideiussione e contratto autonomo di garanzia e perdita del diritto di regresso del garante
Una convenzione stipulata tra un confidi e un istituto di credito deve qualificarsi come fideiussione, anziché come contratto autonomo di...

Una convenzione stipulata tra un confidi e un istituto di credito deve qualificarsi come fideiussione, anziché come contratto autonomo di garanzia, qualora dalle relative clausole si ricavi il carattere accessorio della garanzia, desumibile dalla previsione di una garanzia solidale, dall’assenza di una clausola di pagamento “a prima richiesta” e dall’identità tra obbligazione principale e obbligazione del garante. Ne consegue l’applicabilità dell’art. 1952 c.c., ai sensi del quale il fideiussore perde il diritto di regresso verso il debitore principale se, avendo omesso di informarlo del pagamento eseguito in favore del creditore, il debitore paga ugualmente il debito. La perdita del diritto di regresso del confidi comporta il diritto del socio al recesso dalla cooperativa e alla restituzione delle quote sociali, restando salva l’azione di ripetizione del fideiussore nei confronti del creditore.

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Sul diritto di recesso del socio di s.r.l. in società contratta a tempo determinato
La possibilità per il socio di recedere ad nutum nelle s.r.l. sussiste solo nel caso in cui la società sia...

La possibilità per il socio di recedere ad nutum nelle s.r.l. sussiste solo nel caso in cui la società sia contratta a tempo indeterminato e non anche a tempo determinato, sia pure laddove il termine di durata della società sia lontano nel tempo.

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Successione dei soci nei rapporti giuridici della società estinta
Qualora all’estinzione della società, di persone o di capitali, conseguente alla cancellazione dal registro delle imprese, non corrisponda il venir...

Qualora all'estinzione della società, di persone o di capitali, conseguente alla cancellazione dal registro delle imprese, non corrisponda il venir meno di ogni rapporto giuridico facente capo alla società estinta, si determina un fenomeno di tipo successorio, in virtù del quale: a) l'obbligazione della società non si estingue, ciò sacrificherebbe ingiustamente il diritto del creditore sociale, ma si trasferisce ai soci, i quali ne rispondono, nei limiti di quanto riscosso a seguito della liquidazione o illimitatamente, a seconda che, “pendente societate”, fossero limitatamente o illimitatamente responsabili per i debiti sociali; b) i diritti e i beni non compresi nel bilancio di liquidazione della società estinta si trasferiscono ai soci, in regime di contitolarità o comunione indivisa.

Il socio della società di capitali che, subentrando nella posizione della società estinta, diviene titolare pro quota di beni già appartenenti alla società, se non contesta (o non può contestare) l’obbligazione in origine gravante sulla società, non necessariamente deve subire l’espropriazione forzata dei beni della società entrati nel suo patrimonio, ben potendo trovare soluzioni di definizione volontaria della pendenza con i creditori della società, come, ad esempio, alienando detti beni e mettendo il ricavato a disposizione dei creditori medesimi ovvero operando una cessio bonorum ex art. 1977 c.c. in loro favore.
Diversamente, qualora intenda contestare la sussistenza dei debiti sociali, esercita a pieno titolo un diritto proprio del successore a titolo universale, sicché legittimamente lo stesso finisce per rispondere con il proprio patrimonio, nel quale si confondono i beni provenienti dalla società estinta, di quei debiti qualora vengano giudizialmente accertati.
Inoltre, la titolarità di beni in capo ai soci quale effetto dell’estinzione della società di capitali è pur sempre una scelta non imposta al socio, il quale divenendo tale deve essere ab origine consapevole che sussiste la possibilità che succeda alla società nella titolarità dei suoi beni.

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Diritto di controllo del socio di s.r.l.: natura potestativa e limiti di esercizio
La tutela prevista dall’art. 2476, comma 2, c.c. non è sovrapponibile al controllo giudiziario ex art. 2409 c.c.: la prima...

La tutela prevista dall'art. 2476, comma 2, c.c. non è sovrapponibile al controllo giudiziario ex art. 2409 c.c.: la prima garantisce il diritto potestativo di informazione e controllo del socio, mentre il secondo tutela l'integrità del patrimonio sociale in presenza di gravi irregolarità gestionali. Infatti, l'art. 2476, comma 2, c.c. conferisce al socio un autonomo e generale potere di controllo, funzionale sia all'esercizio consapevole dei propri diritti amministrativi sia al monitoraggio dell'operato degli amministratori, in modo da prevenire il verificarsi di quelle "gravi irregolarità" che legittimano invece l'applicazione dell'art. 2409 c.c. Il controllo giudiziario presuppone, di contro, il fondato sospetto che la violazione dei canoni di corretta gestione da parte degli amministratori stia determinando un pregiudizio attuale non ai diritti dei singoli soci, ma all'integrità del patrimonio sociale. Dunque, in caso di irregolarità informative o meramente formali, che, per quanto gravi, non siano di per sé idonee a produrre effetti negativi immediati e diretti sul patrimonio sociale, il socio ha come unico strumento l'art. 2476, comma 2, c.c. Infatti, l'inerzia nella risposta all'istanza di accesso ai documenti sociali formulata da un socio non costituisce una grave irregolarità ex art. 2409 c.c., poiché lesiva di un diritto individuale del socio.

In caso di impedimento od ostacolo all'esercizio del diritto del socio di consultare ed estrarre copia dei libri sociali e dei documenti relativi alla gestione ex art. 2476, comma 2, c.c., avendo questo come limite unicamente la buona fede, è ammissibile il ricorso alla tutela cautelare atipica di cui all'art. 700 c.p.c., quale strumento idoneo a garantire l'effettiva attuazione di tale diritto.

Il diritto di controllo riconosciuto al socio non amministratore dall'art. 2476, comma 2, c.c. ha natura potestativa e incondizionata ed è esercitabile senza che il socio sia tenuto a dimostrare l'utilità rispetto al soddisfacimento di un suo specifico interesse alla conoscenza delle informazioni o dei documenti richiesti. Grava sugli amministratori il correlato dovere di consentire ai soci l'effettiva attuazione del diritto mediante l'accesso diretto ai libri sociali e alla documentazione societaria, salvo il limite dell'esercizio di tale diritto contrario a buona fede o lesivo degli interessi della società. Nel caso di richiesta emulativa, vessatoria o con un fine dilatorio od ostruzionistico, gli amministratori possono rifiutarsi legittimamente di fornire informazioni o di consentire la consultazione dei documenti sociali.

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Marchio tridimensionale e figurativo – Contraffazione e legittimazione attiva
Sussiste la contraffazione di un marchio figurativo e di un marchio tridimensionale registrati per contenitori (nella specie, orci per olio)...

Sussiste la contraffazione di un marchio figurativo e di un marchio tridimensionale registrati per contenitori (nella specie, orci per olio) qualora un concorrente produca e commercializzi un prodotto le cui struttura, forma e decorazioni (disegno e tonalità di colore) risultino identici o comunque molto simili, creando così nel consumatore un'impressione complessiva sostanzialmente identica.

Ai fini della tutela giudiziale, la legittimazione attiva del licenziatario d'uso esclusivo può essere provata anche in via presuntiva, ad esempio attraverso l'azione giudiziale congiunta con il titolare del marchi, non essendo richiesta la forma scritta per il contratto di licenza di marchi.

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Nella contraffazione di brevetti e modelli, fumus e periculum ai fini della descrizione cautelare ex artt. 129-130 c.p.i. possono desumersi da elementi presuntivi e CTU
In materia di proprietà industriale, ai fini della concessione e conferma del provvedimento cautelare di descrizione ex artt. 129 e...

In materia di proprietà industriale, ai fini della concessione e conferma del provvedimento cautelare di descrizione ex artt. 129 e 130 c.p.i., è sufficiente la prova documentale della titolarità dei diritti e la sussistenza di elementi presuntivi di contraffazione, anche corroborati dalle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio. Il requisito del fumus boni iuris può ritenersi integrato anche in presenza di violazioni parziali accertate, mentre il periculum in mora sussiste laddove l’utilizzo dei prodotti contraffatti sia idoneo a determinare sviamento di clientela e svilimento del brevetto, danni non integralmente risarcibili per equivalente.

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Sequestro cautelare e legittimazione attiva
La legittimazione attiva a richiedere il sequestro conservativo spetta al soggetto che vanti l’esistenza di un credito anche se non...

La legittimazione attiva a richiedere il sequestro conservativo spetta al soggetto che vanti l’esistenza di un credito anche se non liquido ed esigibile, sicché, ai fini della concessione del sequestro conservativo, occorre l’attuale esistenza di un fatto che importi un’eventuale e non meramente ipotetica ragione di credito.

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