La cessazione della materia del contendere può definirsi come quella situazione obiettiva che si viene a creare per il sopravvenire di ragioni di fatto che estinguono la situazione giuridica posta a fondamento della domanda, sicché viene a mancare la stessa "materia" su cui si fonda la controversia; ne è un esempio la transazione (atto stragiudiziale di definizione della lite) stipulata tra le parti dopo l’inizio del processo.
La declaratoria di cessata materia del contendere, quale riflesso processuale del mutamento della situazione sostanziale, non incide sul principio che il processo civile deve concludersi in una delle forme previste dal codice di rito e non esonera il giudice dal pronunciare sulle spese processuali, conformandosi a quanto eventualmente già stabilito dalle parti in via transattiva.
Nella liquidazione del danno da contraffazione di un disegno o modello registrato, il lucro cessante del titolare può essere determinato con riferimento alle vendite del prodotto contraffattorio effettivamente fatturate a un suo cliente abituale, con esclusione degli ordini non eseguiti, valorizzate al prezzo minimo del listino del titolare in mancanza di prova degli sconti praticati, e non può fondarsi su indici generali di redditività e di scontistica non riferiti alla specifica produzione [divano oggetto di disegno o modello comunitario registrato nel 2017, riprodotto da un’impresa concorrente dello stesso territorio e venduto anche a un cliente estero della titolare, con lucro cessante liquidato in 28.600 euro per tredici divani al prezzo unitario di 2.200 euro].
La restituzione degli utili del contraffattore prevista dall’art. 125, comma 3, c.p.i. ha natura sostanzialmente indennitaria e funzione di disincentivo della contraffazione, e può essere chiesta cumulativamente al risarcimento del danno emergente e in alternativa o a integrazione del lucro cessante, sicché non si aggiunge al lucro cessante liquidato quando gli utili, determinati raffrontando i ricavi delle vendite del prodotto contraffattorio con i costi documentati della sua produzione, non eccedono tale importo.
Il criterio del canone di licenza, che l’art. 125, comma 2, c.p.i. pone come soglia minima del lucro cessante e che corrisponde a una royalty ragionevole di determinazione giudiziale e non consensuale, non può essere utilizzato per mancanza di parametri di riferimento quando il titolare del disegno o modello non è solito concedere licenze a terzi per non svilire il proprio know-how e il proprio stile, sicché il lucro cessante va liquidato sulla base del mancato guadagno dimostrato.
Non sono risarcibili come danno emergente da contraffazione i contributi erogati dal titolare per l’allestimento, presso un cliente estero, di punti vendita a propria insegna, riconducibili a una politica commerciale di affiliazione, se non è provato che l’investimento fosse necessario per recuperare il cliente, e non integra danno all’immagine la vendita del prodotto contraffattorio a un prezzo inferiore, che si spiega con l’assenza dei costi di ricerca e progettazione sostenuti dal titolare e incorporati nel prezzo del prodotto originale.
Costituisce contraffazione del disegno o modello registrato il prodotto del concorrente che non suscita nell’utilizzatore informato un’impressione generale differente, perché le analogie, come proporzioni, vista frontale simmetrica e piedi divergenti, prevalgono sulle differenze e non sono imposte da esigenze tecniche, disponendo il concorrente di un ampio margine di libertà nella realizzazione, e le valutazioni della consulenza tecnica svolta in sede cautelare possono essere recepite nel giudizio di merito se non specificamente contestate, mentre la registrazione del modello fonda una presunzione relativa di colpa del contraffattore ai fini del risarcimento.
L’eccezione di nullità del disegno o modello registrato sollevata dal presunto contraffattore è ammissibile anche se proposta con una comparsa di costituzione tardiva, perché rilevabile d’ufficio, ma l’onere di provare gli elementi costitutivi del vizio grava in ogni caso su chi impugna il titolo ai sensi dell’art. 121 c.p.i., e l’anteriorità divulgata prima del deposito non esclude il carattere individuale quando le differenze, quali le proporzioni dei braccioli, la bombatura dei cuscini, lo schema delle cuciture e la forma della base, prevalgono sulle somiglianze.
Costituisce grave inadempimento idoneo a giustificare l’esclusione del socio di cooperativa, ai sensi dell’art. 2533, comma 1, n. 2, c.c., la condotta del socio che, privo di qualsiasi potere di rappresentanza, stipula in nome della cooperativa contratti di affitto dei terreni sociali con un soggetto estraneo alla società e ne incassa personalmente i corrispettivi, perché la spendita del nome della cooperativa con indebita attribuzione di poteri gestori e il danno che ne deriva determinano l’irrimediabile perdita dell’affectio societatis e il venir meno dello spirito mutualistico, senza che la cooperativa abbia tratto alcun vantaggio dall’opera del socio [cooperativa agricola a mutualità prevalente; socio commercialista, mai amministratore, che aveva affittato i fondi sociali a una società agricola, con inserimento dei terreni nel fascicolo aziendale AGEA di quest’ultima e blocco degli aiuti unionali alla cooperativa].
Il socio di cooperativa che non riveste cariche gestorie può spendere il nome della società nella stipulazione di contratti solo se il relativo potere gli è stato attribuito con atto scritto dell’organo sociale, sicché è irrilevante, e non può essere ammessa, la prova di un assenso informale degli organi sociali all’operato del socio.
Se la cooperativa chiede al socio il risarcimento per la mancata percezione degli aiuti unionali erogati da AGEA, impedita dall’inserimento dei terreni sociali nel fascicolo aziendale di un terzo in forza di un contratto di affitto invalido, deve provare gli ulteriori requisiti soggettivi e tecnici per accedere ai contributi, non essendo sufficiente la sola disponibilità dei terreni, perché gli aiuti presuppongono la coltivazione dei fondi e la specificazione nella domanda delle colture, delle superfici e della forza lavoro impiegata.
Nella cooperativa a mutualità prevalente la liquidazione della quota del socio escluso è regolata dall’art. 2535 c.c., con i limiti posti dall’art. 26, lett. b), d.l.c.p.s. n. 1577/1947 e dall’art. 2514 c.c., e non può comprendere le riserve accumulate, sicché, salvo diversa disposizione dell’atto costitutivo, il valore di liquidazione è pari al valore nominale della quota e all’eventuale sovrapprezzo versato, oltre alla rivalutazione ai sensi dell’art. 7 l. 59/1992 e agli interessi legali dal centottantunesimo giorno successivo all’approvazione del bilancio dell’esercizio in cui si è verificata l’esclusione.
Per stabilire se la contestazione degli addebiti posti a fondamento dell’esclusione del socio di cooperativa è tempestiva rileva il momento in cui la società ha avuto conoscenza ufficiale dei fatti, mentre un’epoca anteriore rileva solo se il socio ne prova la conoscenza da parte degli organi sociali.
I requisiti soggettivi della compagine sociale valorizzati da un bando pubblico per l’assegnazione di beni alla cooperativa non impediscono l’esclusione del socio che ne è portatore, perché la presenza della figura professionale al momento dell’acquisto non preclude la successiva modifica della compagine, con la sostituzione del socio escluso da parte di un altro avente i medesimi requisiti professionali.
Il socio escluso deve essere condannato alle spese come soccombente sostanziale quando la sua impugnazione dell’esclusione è rigettata, la domanda di liquidazione della quota è accolta solo in parte ed egli ha immotivatamente rifiutato la proposta transattiva con cui la cooperativa offriva la liquidazione immediata della quota e un’ulteriore somma, e le spese si liquidano secondo lo scaglione corrispondente al quantum riconosciuto.
Ai fini del decorso del termine per l’opposizione, la comunicazione della delibera di esclusione del socio di cooperativa non richiede specifiche formalità né la rigorosa enunciazione degli addebiti, perché è sufficiente qualsiasi atto idoneo a rendere edotto il socio del contenuto e delle ragioni del provvedimento, mentre l’eventuale incompletezza o genericità della comunicazione non incide sulla validità della delibera e può rilevare soltanto per consentire un’opposizione tardiva o non specifica e diviene comunque irrilevante quando il socio dimostra di conoscere pienamente gli addebiti, avendo fondato su di essi la propria difesa.
Nel giudizio sulla legittimità dell’esclusione del socio di cooperativa il giudice verifica la sussistenza dei fatti contestati e la loro riconducibilità alle cause di esclusione previste dalla legge o dallo statuto, la gravità dell’inadempimento e la congruità della motivazione adottata a sostegno della ritenuta gravità, mentre gli è preclusa soltanto l’indagine sull’opportunità del provvedimento, e le intenzioni del socio escluso sono irrilevanti.
L’esclusione del socio di cooperativa per gravi inadempienze, ai sensi dell’art. 2533, comma 1, n. 2, c.c., integra un’ipotesi di risoluzione per inadempimento ed è legittima soltanto se l’inadempimento è imputabile a dolo o colpa del socio e non è di scarsa importanza, in quanto impedisce o rende più gravoso il perseguimento del fine sociale, a prescindere dall’effettiva produzione di un danno per la società, e la gravità va valutata con riguardo alla qualità di socio, sicché non rilevano le violazioni di obblighi di natura personale, salvo espressa previsione statutaria.
La liquidazione della quota del socio uscente di cooperativa ha luogo sulla base del bilancio dell’esercizio in cui si è verificato lo scioglimento del rapporto, al netto delle perdite imputabili al capitale, e i criteri di liquidazione stabiliti dall’atto costitutivo non possono comunque prescindere dal bilancio di esercizio.
Il componente del consiglio di amministrazione di una società di capitali non può sottrarsi alla propria responsabilità nei confronti della società adducendo che l’illecito sia stato commesso da altro soggetto, specie quando gli addebiti riguardano doveri indelegabili quali la tutela del patrimonio sociale, che coinvolgono la responsabilità dell’intero organo collegiale; rispetto ai componenti dell’organo sussiste, sul piano processuale, un litisconsorzio passivo soltanto facoltativo.
Anche l’amministratore non esecutivo risponde quando ricorrono la condotta d’inerzia, il fatto pregiudizievole antidoveroso, il nesso causale tra i medesimi e la colpa, consistente nel non aver rilevato i segnali dell’altrui illecita gestione percepibili con la diligenza della carica, anche indipendentemente dalle informazioni dovute ex art. 2381 c.c., e nel non essersi utilmente attivato per evitare l’evento. Chi ne afferma la responsabilità deve allegare e provare l’esistenza di segnali d’allarme, anche impliciti, che avrebbero dovuto indurre il consigliere a esigere un supplemento di informazioni o ad attivarsi in altro modo [ad esempio chiedendo la convocazione del consiglio, sollecitando la revoca della deliberazione illegittima o impugnandola, segnalando i fatti al pubblico ministero]; assolto tale onere, spetta agli amministratori provare di aver tenuto la condotta attiva dovuta o la causa esterna che ha reso non percepibili quei segnali o impossibile qualsiasi condotta diretta a scongiurare il danno.
Il principio di insindacabilità del merito delle scelte di gestione (business judgment rule) trova un limite nella palese irragionevolezza, imprudenza o arbitrarietà dell’iniziativa economica intrapresa e, a maggior ragione, nelle palesi violazioni di legge commesse dagli amministratori. La valutazione si compie ex ante secondo i parametri della diligenza del mandatario, tenendo conto dell’eventuale mancata adozione delle cautele, delle verifiche e delle informazioni preventive normalmente richieste per quel tipo di scelta e della diligenza mostrata nell’apprezzare i margini di rischio dell’operazione; accertata l’irragionevolezza, gli amministratori rispondono dei danni conseguenti all’insufficienza del patrimonio sociale a soddisfare i creditori.
Il danno derivante dall’acquisto di partecipazioni societarie a un prezzo superiore al loro valore si commisura al maggiore e ingiustificato esborso sostenuto dalla società, pari alla differenza tra il prezzo pagato e il valore effettivo della partecipazione al momento dell’acquisto, senza tener conto delle successive diminuzioni di valore dovute a circostanze contingenti non imputabili all’amministratore.
Nell’obbligazione risarcitoria da fatto illecito, che costituisce debito di valore, gli interessi rappresentano un danno ulteriore da lucro cessante, rispetto al danno emergente della svalutazione monetaria, risarcibile solo se il danneggiato allega e prova, anche per presunzioni, che la somma rivalutata è inferiore a quella di cui avrebbe disposto se il pagamento fosse stato tempestivo. Gli interessi c.d. compensativi costituiscono una mera modalità liquidatoria del danno da ritardo nei debiti di valore e non è configurabile alcun automatismo nel loro riconoscimento.
I doveri di controllo del collegio sindacale, delineati dall’art. 2403 c.c. con particolare ampiezza, si estendono a tutta l’attività sociale, nell’interesse dei soci e in quello concorrente dei creditori sociali, e comprendono il potere-dovere di chiedere notizie sull’andamento generale e su specifiche operazioni quando queste possono suscitare perplessità per le modalità delle scelte o della loro esecuzione. Compito essenziale dei sindaci è verificare il rispetto dei principi di corretta amministrazione, tra i quali assume rilievo il dovere degli amministratori di salvaguardare l’integrità del patrimonio sociale quale garanzia generica dei creditori ex art. 2740 c.c., sicché la vigilanza deve esplicarsi in particolare sulle decisioni e sull’attività gestionale che possono arrecare danno al patrimonio.
L’inosservanza del dovere di vigilanza imposto ai sindaci dall’art. 2407, comma 2, c.c. non richiede l’individuazione di specifici comportamenti in contrasto con tale dovere. È sufficiente che i sindaci non abbiano rilevato una macroscopica violazione o non abbiano in alcun modo reagito di fronte ad atti di dubbia legittimità e regolarità, così da non assolvere l’incarico con diligenza, correttezza e buona fede, anche segnalando all’assemblea le irregolarità di gestione o denunciando i fatti al pubblico ministero ai sensi dell’art. 2409 c.c.
La responsabilità del sindaco, che si atteggia come concorso omissivo nel fatto illecito altrui, richiede la prova dell’inerzia rispetto ai doveri di controllo, dell’evento pregiudizievole derivante dalla condotta dell’amministratore e del nesso causale, che sussiste quando il regolare svolgimento dell’attività di controllo avrebbe potuto impedire o limitare il danno. Il sindaco risponde quindi solo se, attivandosi utilmente con i poteri di vigilanza che l’ordinamento gli conferisce, avrebbe evitato il danno, perché la carica non gli attribuisce una posizione generale di garanzia per ogni fatto dannoso verificatosi durante la vita della società.
La responsabilità dei sindaci deriva esclusivamente dall’omessa vigilanza sull’operato degli amministratori ex art. 2403 c.c. e non si estende alla mancata attività di consulenza o di sostegno nell’amministrazione della società. La vigilanza ha ad oggetto unicamente gli atti in corso di compimento durante il mandato, con esclusione di quelli anteriori, di competenza del collegio sindacale precedente; il rilievo di anomalie relative ad atti mai sottoposti all’esame del consiglio di amministrazione o dell’assemblea è esigibile dai sindaci solo se sono allegate specifiche condotte omissive [quale il mancato rilievo, in sede di approvazione del bilancio, di pagamenti privi di giustificazione].
Nell’azione di responsabilità promossa dal curatore contro amministratori e sindaci, che ha ad oggetto obbligazioni risarcitorie di natura contrattuale o extracontrattuale, la competenza per territorio si determina facoltativamente, ai sensi dell’art. 20 c.p.c., anche in base al luogo in cui è stato posto in essere l’illecito su cui si fonda la domanda; la competenza funzionale della sezione specializzata in materia di impresa ricorre per tutte le azioni di responsabilità, da chiunque promosse, e si estende alle cause connesse.
L’esito negativo della descrizione, per non essere stati rinvenuti presso la sede dell’impresa destinataria i prodotti contestati, non impedisce la conferma del provvedimento concesso inaudita altera parte, perché la conferma dipende dalla sussistenza dei presupposti della misura, da accertare prima e a prescindere dai risultati delle operazioni, e tali presupposti si valutano in relazione al diritto processuale alla prova e non, almeno in via immediata e diretta, in relazione al diritto sostanziale sotteso [descrizione autorizzata ai sensi dell’art. 161 l. 633/1941 nei confronti di impresa concorrente che vendeva magneti souvenir recanti la propria etichetta e riproducenti la grafica di una sedia bianca con il nome di una località turistica].
In sede cautelare è passivamente legittimata l’impresa la cui etichetta identificativa compare sul prodotto contraffatto e che risulta indicata nel contrassegno di spedizione della fattura del produttore estero, perché tali elementi ne dimostrano la partecipazione alla commercializzazione anche se nessun esemplare sia stato rinvenuto nei suoi locali, il diritto esclusivo del titolare può essere fatto valere non solo verso il produttore ma anche verso i commercializzatori e l’apposizione del proprio marchio sul prodotto comporta assunzione di responsabilità, sicché è irrilevante l’errore di etichettatura del produttore estero allegato e non provato.
La grafica di un magnete souvenir che raffigura un oggetto accompagnato dal nome di una località costituisce opera dell’ingegno tutelabile ai sensi dell’art. 2575 c.c. e dell’art. 1 l. 633/1941 quando presenta elementi di creatività soggettiva nella scelta delle forme, dei colori, delle proporzioni e della composizione grafica complessiva, e le minime differenze tra il disegno originario dell’autore e il prodotto realizzato sono irrilevanti ai fini della tutela.
Integra imitazione servile confusoria ai sensi dell’art. 2598, n. 1, c.c. la riproduzione identica di un prodotto originale, salvo minime varianti come il grassetto applicato a una scritta, che ne riprende tutti gli elementi caratterizzanti, quali la forma dell’oggetto raffigurato, la scritta, l’elemento decorativo, le proporzioni e l’impostazione grafica complessiva, perché tali elementi provocano o possono provocare confusione nel consumatore.
Ai fini della concorrenza sleale per imitazione servile occorre che il prodotto imitato sia originale, che gli elementi ripresi non siano né funzionali né comuni e che il prodotto imitante, per le sue caratteristiche esteriori e in mancanza di varianti intrinseche o segni estrinseci atti a evidenziarne la diversa provenienza, sia idoneo a indurre in confusione il pubblico, sviando la scelta tanto di chi intenda acquistare l’originale quanto di chi, consapevole dell’imitazione, la scelga proprio perché appaia un originale.
Si trovano in rapporto di concorrenza tutte le imprese i cui prodotti o servizi si rivolgono alla stessa categoria di consumatori e che operano in qualsiasi fase della produzione o del commercio destinata a sfociare nella collocazione dei prodotti sul mercato, e la legittimazione passiva rispetto alla domanda inibitoria di atti di concorrenza sleale ai sensi dell’art. 2598, n. 1, c.c. sussiste quando la condotta di un imprenditore è idonea ad arrecare pregiudizio al concorrente, anche in assenza di un danno attuale.
Le istanze di istruzione preventiva come la descrizione richiedono un fumus boni iuris attenuato rispetto a quello necessario per i provvedimenti cautelari assicurativi o anticipatori, e il periculum in mora è insito nella finalità prevalentemente istruttoria della misura e nel pregiudizio difficilmente quantificabile e potenzialmente irreversibile che la violazione del diritto d’autore arreca agli equilibri di mercato.
Il prelievo di somme dal patrimonio della s.r.l. disposto dall’amministratore con imputazione a caparra confirmatoria di un preliminare di compravendita immobiliare, del quale non siano mai stati allegati né dimostrati l’immobile, il prezzo, le condizioni essenziali e l’effettivo perfezionamento, è privo di giustificazione causale e, risolvendosi nella destinazione di risorse sociali a finalità ignota e non riconducibile all’attività sociale in favore di un terzo non identificato, integra violazione dei doveri di corretta gestione e di diligenza imposti dalla legge e dallo statuto, che obbliga l’amministratore, ai sensi dell’art. 2476 c.c., a risarcire il danno emergente pari alla somma distratta, comprensiva delle commissioni bancarie [bonifico da conto sociale su carta prepagata intestata a beneficiario rimasto sconosciuto, con causale di caparra confirmatoria, seguito da risposte evasive dell’ex amministratore unico alle richieste di chiarimenti della società e dall’ammissione, in sede di interrogatorio formale, di ignorare se il preliminare e il definitivo siano mai stati stipulati].
La coerenza dell’operazione con l’oggetto sociale e la sua riconducibilità ai poteri gestori dell’amministratore, senza necessità di preventiva autorizzazione assembleare, non escludono la responsabilità per mala gestio quando l’impiego del denaro sociale resti privo di qualsiasi supporto probatorio idoneo a giustificarlo.
La condizione di procedibilità della negoziazione assistita prevista dall’art. 3 d.l. 132/2014 per le domande di pagamento di somme non superiori a 50.000 euro deve ritenersi assolta dal previo esperimento del procedimento di mediazione ai sensi del d.lgs. 28/2010, ritualmente avviato con invito trasmesso a mezzo PEC al difensore presso il quale il destinatario aveva eletto domicilio e concluso con verbale negativo, perché la mediazione, implicando l’intervento di un terzo imparziale, offre maggiori garanzie ed è idonea a realizzare la finalità deflattiva propria degli strumenti alternativi di risoluzione delle controversie.
Non è nulla per indeterminatezza dell’oggetto la citazione con cui la società, agendo ai sensi dell’art. 2476 c.c. nei confronti dell’ex amministratore per distrazione e mala gestio, chieda la condanna alla restituzione della somma sottratta al patrimonio sociale e il risarcimento del lucro cessante da liquidarsi in via equitativa, perché la nullità prevista dall’art. 164, comma 4, c.p.c. ricorre solo quando il petitum sia del tutto omesso o assolutamente incerto o manchi del tutto l’esposizione dei fatti, da valutarsi avendo riguardo all’insieme delle indicazioni contenute nell’atto e nei documenti allegati.
L’azione sociale di responsabilità nei confronti dell’amministratore di s.r.l. ai sensi dell’art. 2476 c.c. ha natura contrattuale, sicché la società deve provare le violazioni contestate e il nesso di causalità tra queste e il danno, mentre l’amministratore, sul quale grava la presunzione di colpa desumibile dall’art. 1218 c.c., deve dimostrare di aver adempiuto con diligenza e in assenza di conflitto di interessi, ovvero che l’inadempimento è dipeso da causa a lui non imputabile o che il danno è dipeso dal caso fortuito o dal fatto di un terzo.
Il risarcimento del danno consistente nella perdita di una somma di denaro sottratta al patrimonio sociale costituisce debito di valore, sensibile alla svalutazione monetaria fino alla liquidazione, e va rivalutato dalla data dell’esborso, mentre gli interessi compensativi, quale mera modalità liquidatoria del danno da ritardo, non spettano automaticamente e richiedono la prova, anche presuntiva, che la somma rivalutata sia inferiore a quella di cui il danneggiato avrebbe disposto se il pagamento fosse stato tempestivo.
Il danno da lucro cessante per mancati investimenti coerenti con l’oggetto sociale, allegato solo genericamente e non provato, non può essere risarcito, perché la liquidazione equitativa ai sensi dell’art. 1226 c.c. non può supplire alle carenze di allegazione e di prova.
Il potere dei soci titolari di almeno un terzo del capitale di s.r.l. di convocare direttamente l’assemblea ai sensi dell’art. 2479, comma 1, c.c. ha carattere sostitutivo e non concorrente rispetto a quello dell’organo amministrativo, sicché presuppone l’inerzia degli amministratori a fronte di una preventiva richiesta dei soci, ed è invalida la convocazione effettuata dai soci senza avere prima sollecitato l’organo amministrativo, perché la concorrenza dei due poteri potrebbe creare situazioni di stallo e il rischio di assemblee parallele, con grave nocumento per l’ordinato svolgimento dei processi decisionali della società [revoca del consiglio di amministrazione deliberata in assemblea convocata da soci titolari complessivamente del 60% del capitale, senza previa richiesta al presidente del consiglio cui lo statuto attribuiva la convocazione].
La previsione dell’art. 2479, comma 1, c.c., che consente ai soci titolari di almeno un terzo del capitale di sottoporre direttamente argomenti alla decisione dei soci anche in materie non riservate alla loro competenza, è inderogabile e legittima tali soci a convocare l’assemblea anche quando lo statuto attribuisca la convocazione al solo organo amministrativo, perché, in mancanza di un rimedio giudiziale analogo a quello previsto dall’art. 2367 c.c. per la società per azioni, il socio di minoranza qualificata resterebbe altrimenti privo di tutela contro l’inerzia o l’ostruzionismo degli amministratori, anche in materia di revoca degli stessi.
È invalida la deliberazione dell’assemblea di s.r.l. che, con all’ordine del giorno la revoca del consiglio di amministrazione e la nomina del nuovo organo amministrativo, modifica il sistema di amministrazione sostituendo il consiglio con un amministratore unico, perché tale materia non rientra nell’argomento indicato o comunque l’ordine del giorno non è sufficientemente chiaro, dovendo l’elenco delle materie da trattare consistere in un’indicazione sintetica, chiara e non ambigua, specifica e non generica.
La delibera con cui l’assemblea [di s.r.l.] decide di coprire la perdita di esercizio mediante accollo da parte dei soci in proporzione alle rispettive quote, con versamento nelle casse sociali a semplice richiesta dell’amministratore, non fonda un diritto di credito della società nei confronti del socio assente che non vi abbia prestato consenso, perché l’accollo previsto dall’art. 1273 c.c., contratto a favore di terzo con cui il debitore e il terzo convengono che quest’ultimo assuma il debito dell’altro, ha natura di negozio contrattuale e postula necessariamente la chiara e specifica intenzione dei contraenti di attribuire al terzo il diritto di esigere il vantaggio stipulato a suo favore.
La qualità di socio di una cooperativa si acquista con la delibera di ammissione da parte degli amministratori, che ha natura di fatto costitutivo; la trascrizione nel libro delle deliberazioni del consiglio e l’iscrizione nel libro soci ne costituiscono l’aspetto documentale e riproduttivo, secondo le finalità e le funzioni dei libri sociali. Qualora vi sia discrepanza tra il fatto costitutivo e la sua riproduzione documentale, il primo assume rilievo essenziale; in difetto di contestazioni circa l’esattezza della riproduzione documentale, la prova della qualità di socio può essere data con i dati annotati nel libro soci o con altro mezzo di prova equivalente, individuato nella dimostrazione del fatto costitutivo, cioè della delibera del consiglio di amministrazione.
L’art. 2528 c.c. non prevede alcuna forma ad substantiam o ad probationem per la domanda di ammissione a una società cooperativa, che costituisce il mero presupposto di fatto per l’avvio della procedura di ammissione, mentre hanno carattere costitutivo della qualità di socio la delibera di ammissione e l’iscrizione nel libro soci. Ne consegue che la mancanza della domanda di ammissione non comporta l’assenza di prova del rapporto associativo, che può risultare [dalla delibera di ammissione, dall’iscrizione nel libro soci e] da plurime e inequivoche condotte che comprovano la partecipazione alla vita associativa mediante il conferimento dei prodotti.
La clausola penale, in quanto pattuizione accessoria rispetto alla disciplina del rapporto cui accede, deve essere preventivamente determinata dalle parti; nei rapporti a esecuzione continuata o periodica [come l’obbligo statutario del socio di cooperativa di conferire i propri prodotti] è tuttavia legittimo che essa sia determinata facendo riferimento a parametri sufficientemente precisi e specifici che, pur variando nel tempo, siano determinati e conoscibili dalle parti. Quando i parametri da prendere a riferimento per la quantificazione sono noti o conoscibili dalle parti del rapporto, non è necessaria, in linea di principio, una preventiva comunicazione della penale alla parte tenuta a corrisponderla in caso di inadempimento.
La decisione di procedere nei confronti dei soci [di cooperativa] inadempienti all’obbligo di conferimento è rimessa al consiglio di amministrazione, sicché la circostanza che la cooperativa non abbia applicato la penale statutaria né escluso il socio per le annualità pregresse non prova l’insussistenza del rapporto associativo e non esclude la legittimità della richiesta della penale per le annualità successivamente contestate.
Ai sensi dell’art. 3, comma 2, d.lgs. n. 168 del 2003 rientra nella competenza della sezione specializzata in materia di impresa la controversia avente a oggetto il rapporto associativo con una cooperativa, la qualità di socio e l’obbligo di conferimento, con la conseguente applicazione della penale statutaria in caso di inadempimento.
Rientra nella competenza della sezione specializzata in materia di impresa, ai sensi dell’art. 3, comma 2, lett. a), d.lgs. n. 168/2003, la controversia con cui l’ex socio di una cooperativa edilizia chiede il rimborso delle somme versate per il completamento delle opere e residuate in cassa all’esito della gestione commissariale, come liquidate nel bilancio di chiusura di tale gestione, perché essa riguarda un’obbligazione assunta dalla cooperativa nell’ambito dell’estinzione del rapporto sociale e attiene quindi al rapporto associativo, ancorché cessato, restando estranea al rapporto di scambio relativo all’assegnazione dell’alloggio.
Il credito dell’ex socio [di cooperativa edilizia] riconosciuto in una transazione con il commissario governativo e iscritto nel bilancio di chiusura della gestione commissariale, approvato all’unanimità dall’assemblea e non impugnato, è liquido ed esigibile; da esso va detratta la quota dei debiti d’imposta che la medesima assemblea abbia ripartito tra coloro che erano soci alla data di chiusura della gestione, se a tale data il recesso del socio non era ancora divenuto efficace.
Il socio di una cooperativa edilizia è parte di un duplice rapporto, l’uno di carattere associativo e l’altro derivante dal contratto bilaterale di scambio tra il pagamento degli oneri di realizzazione e l’assegnazione dell’alloggio; l’obbligo di contribuire ai costi di gestione dell’ente trova fonte nel rapporto associativo, sicché le relative controversie spettano alla sezione specializzata in materia di impresa.
Nella quantificazione del danno derivante dalla prosecuzione dell’attività dopo la perdita del capitale sociale, l’art. 2486 c.c. prevede quale criterio principale la differenza tra i patrimoni netti, che confronta la situazione patrimoniale alla data della perdita del capitale con quella risultante alla data dell’apertura della procedura concorsuale, al netto degli oneri che sarebbero comunque maturati in caso di immediata messa in liquidazione e delle conseguenze non percepibili da un amministratore diligente; la differenza tra attivo e passivo fallimentare costituisce criterio residuale, applicabile quando la mancanza o l’irregolarità delle scritture contabili renda impossibile determinare i netti patrimoniali. Qualora [non siano stati depositati i bilanci né consegnati i libri sociali e le scritture contabili e] manchi qualsiasi attivo, il danno è pari all’intero passivo accertato, comprese le insinuazioni tardive, e può essere ripartito in misura equa tra gli amministratori succedutisi nella carica.
Dal momento in cui si verifica la totale erosione del capitale sociale, gli amministratori devono convocare l’assemblea per deliberare lo scioglimento ai sensi dell’art. 2484 c.c. e limitare la gestione alla conservazione dell’integrità e del valore del patrimonio sociale ai sensi dell’art. 2486 c.c.; la prosecuzione dell’ordinaria attività in violazione di tali obblighi ne fonda la responsabilità, anche a carico dell’amministratore subentrato che ometta qualsiasi iniziativa.
Risponde del danno l’amministratore [di s.r.l.] che, in conflitto di interessi ai sensi dell’art. 2475 ter c.c., conceda in affitto l’azienda sociale a una società riconducibile a un proprio familiare a condizioni economiche svantaggiose e ometta di recuperare i canoni pattuiti; il danno è pari ai canoni non incassati, e l’infedeltà dei dipendenti, che l’amministratore era tenuto a vigilare, è priva di efficacia giustificativa.
La responsabilità degli amministratori verso la società ha natura contrattuale, perché trova la sua fonte nell’inadempimento dei doveri imposti dalla legge e dallo statuto; chi agisce deve quindi provare soltanto l’esistenza di un danno imputabile all’inadempimento, mentre spetta agli amministratori provare l’assenza di colpa o di nesso causale tra condotta e danno. La diligenza esigibile è quella dell’art. 1176, comma 2, c.c., ragguagliata alla natura dell’incarico e alle specifiche competenze dell’amministratore.
Il giudizio sulla diligenza dell’amministratore, che resta escluso quanto al merito delle scelte di gestione, può riguardare l’omissione delle cautele, verifiche e informazioni preventive normalmente richieste per una scelta imprenditoriale di quel tipo, operata in quelle circostanze e a quelle condizioni.
La clausola compromissoria statutaria che devolve agli arbitri le controversie tra soci e società che possano formare oggetto di compromesso non comprende l’impugnazione per nullità della deliberazione di approvazione del bilancio redatto in violazione dei principi di verità, correttezza e chiarezza, perché il bilancio assolve una funzione informativa verso i soci e il mercato ai sensi dell’art. 2423 c.c., presidiata da norme inderogabili la cui violazione determina una reazione dell’ordinamento svincolata da qualsiasi iniziativa di parte, sicché la controversia attiene a diritti indisponibili. Rientrano invece nella competenza arbitrale le impugnazioni di altre deliberazioni assembleari e le domande dei soci di accertamento dei propri crediti verso la società.
Le regole di redazione del bilancio, pur tratte dai principi contabili e connotate da discrezionalità tecnica, sono norme giuridiche cogenti, alla cui violazione consegue l’illiceità del bilancio e la nullità della deliberazione di approvazione ai sensi dell’art. 2379 c.c., con operatività del termine triennale di impugnazione in luogo di quello di novanta giorni previsto dall’art. 2377 c.c. e legittimazione estesa a chiunque vi abbia interesse. Le scelte dei redattori sono sempre sindacabili, salvo che siano riconducibili all’ambito delle scelte insindacabili di gestione.
In forza del principio di continuità tra gli esercizi, la verifica della correttezza del bilancio presuppone l’analisi, anche solo incidentale, dei valori patrimoniali contabilizzati nei bilanci precedenti. Viola i principi di chiarezza, verità e correttezza il bilancio che iscriva per la prima volta poste [crediti della società verso i soci per il ripianamento delle perdite] riferibili a fatti di esercizi precedenti, mai rappresentati nei bilanci anteriori, neutralizzandone l’effetto con l’iscrizione di un corrispondente debito in modo da non far emergere alcuna perdita; a tal fine sono irrilevanti le ragioni di fatto sottostanti alla scelta dei redattori.
Accertata la nullità della deliberazione di approvazione del bilancio, il giudice si limita a dichiararla, spettando alla società apportare le conseguenti rettifiche.
L’interesse del socio a impugnare per nullità la deliberazione di approvazione del bilancio redatto in violazione delle prescrizioni legali sussiste, oltre che per la frustrazione dell’aspettativa a un dividendo o a un immediato vantaggio patrimoniale, ogni volta che la scorrettezza o la poca chiarezza del bilancio gli impedisca di disporre delle informazioni sulla consistenza patrimoniale e sull’efficienza economica della società, destinate a riflettersi anche sul valore della sua partecipazione. L’impugnante ha l’onere di indicare quali poste siano state iscritte in violazione dei principi legali, spettando poi al giudice verificarne la conformità ai precetti di legge.
Dopo la riforma dell’art. 819 ter c.p.c., il rapporto tra arbitri e giudice ordinario si configura in termini di competenza, e l’eccezione di compromesso ha natura processuale; essa è correttamente proposta anche se qualificata atecnicamente come difetto di giurisdizione, e il suo esame precede quello delle eccezioni di inammissibilità e di tardività dell’impugnazione.