La clausola compromissoria dello statuto di s.r.l. che devolve ad arbitro unico le controversie tra soci e tra società e soci in relazione al rapporto sociale comprende la domanda della società di pagamento dei decimi di capitale non versati proposta nei confronti del socio, anche in via monitoria. Accolta l’eccezione, il giudice dell’opposizione dichiara la propria incompetenza in favore dell’arbitro e revoca il decreto ingiuntivo opposto, ferma la riassunzione ai sensi dell’art. 50 c.p.c.; la questione è preliminare e assorbente rispetto a ogni altra difesa e alla domanda riconvenzionale proposta in via subordinata.
In mancanza di specificazione del carattere rituale o irrituale dell’arbitrato previsto dalla clausola compromissoria, questa va interpretata nel senso dell’arbitrato rituale, in ragione delle maggiori garanzie che esso offre.
L’adesione della società opposta all’eccezione di incompetenza in favore degli arbitri sin dalla comparsa di costituzione giustifica la compensazione delle spese processuali.
Qualora l’assemblea di una società cooperativa, ritualmente convocata anche nei confronti del socio pretermesso, adotti una nuova delibera sul medesimo oggetto di una precedente deliberazione nulla per omessa convocazione [nella specie, nuova approvazione del bilancio d’esercizio, ancorché qualificata come convalida], la deliberazione originaria deve ritenersi sostituita ai sensi degli artt. 2377, comma 8, e 2379, ultimo comma, c.c., applicabili alle cooperative in forza dell’art. 2519 c.c. Non viene in rilievo, in tal caso, la sanatoria prevista dall’art. 2379 bis c.c., che richiede l’assenso del socio non convocato.
Nel giudizio di impugnazione della prima delibera non possono essere esaminate le censure relative all’invalidità della delibera sostitutiva che non sia stata autonomamente impugnata, perché le delibere assembleari la cui invalidità non sia fatta valere mediante specifica impugnazione, nei limiti temporali e di legittimazione previsti dalla legge, restano efficaci nell’ambito endosocietario.
La sostituzione opera soltanto per i punti dell’ordine del giorno sui quali la nuova delibera abbia provveduto; per gli altri, la deliberazione originaria va dichiarata nulla quando risulti l’omessa convocazione del socio e manchi la prova della sua effettiva conoscenza dell’avviso, che spetta alla società fornire, specie quando lo statuto consideri effettuata la comunicazione soltanto con la sottoscrizione per presa visione da parte del socio destinatario.
Qualora, in occasione della cessione di una partecipazione sociale, l’acquirente si impegni a corrispondere una somma al cedente subordinatamente al verificarsi di più condizioni sospensive formulate in modo espresso e cumulativo [nella specie, la definitiva omologazione di due distinte procedure concorsuali di società del gruppo], il mancato avveramento anche di una sola di esse rende inefficace l’impegno. Il mancato avveramento della condizione costituisce una mera difesa, volta a contestare la sussistenza dei fatti costitutivi della domanda, e deve essere verificato dal giudice anche d’ufficio.
La legittimazione ad agire si fonda esclusivamente sull’allegazione contenuta nella domanda e manca soltanto quando l’attore faccia valere un diritto altrui prospettandolo come tale; la questione dell’effettiva titolarità del diritto prospettato come proprio attiene al merito.
Il principio della ragione più liquida consente di decidere la causa sulla base della questione di più agevole soluzione, anche se logicamente subordinata, senza esaminare previamente le altre, con conseguente irrilevanza delle richieste istruttorie e dell’istanza di verificazione relative a questioni assorbite.
Trattandosi, nella specie, del mero venir meno della continuità aziendale - e non, per converso, del configurarsi di una cessazione dell’attività produttiva, con conseguente disgregazione economica del patrimonio sociale - non si è determinata la necessità di applicare nella redazione del bilancio i criteri della liquidazione tout court. Invero, il principio contabile OIC 5 prevede l’abbandono dei criteri di funzionamento allorquando l’azienda si sia trasformata in un mero coacervo di beni destinati “...al realizzo diretto, all’estinzione dei debiti ed alla ripartizione dai soci dell’attivo netto residuo. Fino a quel momento non è lecito abbandonare i criteri di iscrizione e valutazione , ma è necessario applicarli nella prospettiva della cessazione dell’attività e della liquidazione dell’impresa”. Più correttamente, nel caso di specie, avrebbero dovuto essere applicati, in una prospettiva di liquidazione, i criteri “di funzionamento” di redazione del bilancio (ad esempio tenendo conto del mutato orizzonte temporale di permanenza dell’impresa, per l’appunto, in funzionamento).
Nelle cooperative agricole, quando lo statuto subordini l’efficacia del recesso del socio all’accoglimento da parte del consiglio di amministrazione, la comunicazione di recesso non accolta non giustifica il mancato conferimento della produzione, e il socio resta tenuto agli obblighi di conferimento; l’ingiustificato mancato o ridotto conferimento integra inadempimento agli obblighi mutualistici e legittima l’applicazione della penale statutaria [nella specie, lo statuto imponeva il conferimento di almeno l’80% delle uve prodotte].
Le difficoltà economiche del socio e il mancato pagamento da parte della cooperativa del saldo relativo a una precedente annata non integrano la causa statutaria di recesso consistente nell’impossibilità di conferire i prodotti per forza maggiore non rimovibile nel tempo, perché non si tratta di situazioni definitive idonee a giustificare l’uscita dalla cooperativa, quali il trasferimento della proprietà del terreno o l’estirpazione del vigneto. La forza maggiore transitoria inerente ai terreni coltivati può giustificare soltanto l’esonero temporaneo dal conferimento, e a tal fine deve essere tempestivamente comunicata al consiglio di amministrazione, per consentirgli di verificarne la veridicità.
Non esonera il socio dagli obblighi di conferimento l’invito o il rifiuto proveniente da un dipendente della cooperativa, privo di potere decisorio, perché a fronte di una simile pretesa il socio deve rivolgersi agli organi sociali competenti per poter continuare ad adempiere.
La clausola statutaria che impone al consiglio di amministrazione di escludere il socio inadempiente agli obblighi di conferimento per due annate consecutive opera a tutela della cooperativa e non può essere invocata dal socio come esimente: fino all’esclusione deliberata dal consiglio di amministrazione, il socio resta tenuto ai conferimenti e alle penali per le annate successive.
Non è tardiva la domanda di pagamento della penale per un’annata successiva a quelle dedotte in citazione, quando l’attore si sia espressamente riservato nell’atto introduttivo di quantificarla in corso di causa e l’abbia precisata con la prima memoria ex art. 183, comma 6, c.p.c. dopo l’approvazione del relativo bilancio.
Il credito per la penale statutaria costituisce obbligazione di valuta, sicché la rivalutazione monetaria spetta soltanto se sia provato il maggior danno ex art. 1224, comma 2, c.c.
È compromettibile in arbitri, perché ha a oggetto diritti disponibili del socio, la controversia con cui il socio impugni la delibera di approvazione del bilancio di s.r.l. lamentando la violazione del diritto all’informazione ex art. 2429, comma 3, c.c. e l’omesso accesso agli atti ex art. 2476 c.c. Non rileva il principio della non compromettibilità dell’impugnazione della delibera di approvazione del bilancio per difetto dei requisiti di verità, chiarezza e precisione, perché la violazione del diritto del socio all’informazione non comporta di per sé la violazione di tali principi: l’informazione è strumentale al controllo del socio, e la sua omissione non rende necessariamente il bilancio non veritiero, non chiaro o non preciso.
La clausola statutaria che devolve le controversie tra soci e società aventi a oggetto diritti disponibili a un arbitro unico che giudica secondo equità, in assenza di formalità e con giudizio inappellabile, configura un arbitrato irrituale, sicché la domanda proposta davanti al giudice ordinario va dichiarata improcedibile.
È efficace ai sensi dell’art. 838 bis c.p.c. la clausola compromissoria statutaria che devolve le controversie tra soci e società a un collegio arbitrale i cui membri sono tutti nominati da un soggetto estraneo alla società, come il presidente dell’ordine dei dottori commercialisti; vi rientra, trattandosi di materia disponibile, la domanda del socio di restituzione delle somme versate in eccesso rispetto alla quota sottoscritta, sicché, proposta opposizione al decreto ingiuntivo ottenuto dal socio e sollevata l’eccezione di compromesso, il giudice dichiara la propria incompetenza in favore degli arbitri e revoca il decreto.
Anche in presenza di una convenzione di arbitrato il creditore è legittimato a promuovere il procedimento monitorio e il giudice non può rifiutare l’emissione del decreto ingiuntivo per la sola esistenza della convenzione. Quando tuttavia il debitore proponga opposizione eccependo la competenza arbitrale, l’opposizione deve essere accolta, con revoca del decreto, perché il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, anche quando la clausola escluda dalla devoluzione agli arbitri i procedimenti sommari o cautelari, non è riconducibile a tali procedimenti e resta soggetto ad arbitrato.
Nella cessione di quote di s.r.l. il cui prezzo debba essere pagato mediante cambiali, il possesso degli effetti da parte del cessionario fonda una presunzione di avvenuto pagamento, che il cedente il quale chieda la risoluzione del contratto per inadempimento ha l’onere di superare provando che il possesso dei titoli da parte del debitore dipende da una causa diversa dal pagamento [nella specie, il cedente sosteneva di aver restituito le cambiali per un preteso errore di domiciliazione, che peraltro non avrebbe determinato la nullità dei titoli].
Il possesso, da parte del debitore, del titolo originale del credito costituisce una presunzione legale iuris tantum di pagamento, superabile con la prova contraria a carico del creditore, e non una mera presunzione semplice ex art. 2729 c.c.; la natura di atto giuridico in senso stretto del pagamento consente in linea di principio la prova per presunzioni, senza i limiti di valore degli artt. 2721, 2726 e 2729 c.c., applicabili alle presunzioni semplici ma non a quelle legali.
In presenza di un contrasto tra le deposizioni testimoniali sui fatti costitutivi della domanda, non superabile in base alle ulteriori risultanze istruttorie, l’insufficienza della prova si risolve in danno della parte su cui grava il relativo onere, con conseguente rigetto della domanda.
Quando i soci chiedano la revoca dell’amministratore e la nomina di un amministratore giudiziario con un unico ricorso proposto sia ai sensi dell’art. 2409 c.c. sia ai sensi dell’art. 700 c.p.c., la domanda va qualificata, perché si fonda su titoli fra loro incompatibili: la pronuncia ex art. 2409 c.c. spetta al collegio all’esito di un procedimento camerale di volontaria giurisdizione, mentre il procedimento ex art. 700 c.p.c. è di competenza monocratica e di natura contenziosa. Se il ricorrente ha chiesto un provvedimento inaudita altera parte, tipico dei procedimenti cautelari, il ricorso va qualificato ai sensi dell’art. 700 c.p.c., ferma la facoltà di riproporre la domanda con ricorso ex art. 2409 c.c.
Il ricorso ex art. 700 c.p.c. volto alla revoca dell’amministratore e alla nomina di un amministratore giudiziario difetta del requisito della residualità, perché l’ordinamento prevede lo stesso rimedio all’art. 2409, comma 4, c.c.
Non è legittimato a chiedere la revoca dell’amministratore chi abbia perduto la qualità di socio per effetto della cessione delle quote, quando la causa di risoluzione del contratto di cessione da lui invocata non sia operante: la mera costituzione in mora del cessionario non è idonea a provocare la risoluzione di diritto del contratto [nella specie, il giudice del registro aveva già escluso l’operatività della causa di risoluzione].
La clausola compromissoria statutaria che devolve ad arbitrato irrituale tutte le controversie tra soci o tra soci e società aventi ad oggetto diritti disponibili relativi al rapporto sociale, anche se promosse da o contro amministratori, liquidatori e sindaci, si applica all’azione di responsabilità promossa dal socio di s.r.l. ai sensi dell’art. 2476 c.c. contro gli amministratori, che ha per oggetto diritti di natura patrimoniale. L’indisponibilità del diritto è circoscritta agli interessi protetti da norme inderogabili la cui violazione determina una reazione dell’ordinamento svincolata dall’iniziativa di parte, e nel dubbio la convenzione d’arbitrato va intesa, ai sensi dell’art. 808-quater c.p.c., come estesa a tutte le controversie che derivano dal rapporto cui si riferisce.
L’eccezione di arbitrato irrituale non attiene alla competenza o alla giurisdizione, ma integra un’eccezione preliminare di merito, sicché il suo accoglimento comporta l’improponibilità della domanda.
In tema di concorrenza sleale per imitazione servile e agganciamento, il fenomeno del c.d. look-alike rileva solo ove la combinazione degli elementi del prodotto sia idonea a generare un concreto rischio di confusione nel consumatore medio, da valutarsi in base all’impressione complessiva, dovendosi invece escludere l’illecito qualora gli elementi riprodotti siano privi di carattere distintivo e largamente diffusi nel settore, non risultando la somiglianza eccedente quella fisiologica tra prodotti concorrenti; inoltre, in materia di contraffazione di marchio e concorrenza sleale, il danno non è in re ipsa e deve essere specificamente allegato e provato, non essendo sufficiente la mera dimostrazione dell’illecito né la violazione dell’inibitoria o l’uso illecito del segno distintivo, anche mediante nome a dominio, mentre la liquidazione equitativa attiene al quantum e presuppone comunque la prova dell’an debeatur.
In materia di diritto d’autore, l’attestato di credito rilasciato dalla SIAE ai sensi dell’art. 164 l. n. 633/1941 costituisce titolo esecutivo ex art. 474 c.p.c., non richiede l’apposizione della formula esecutiva e, fondato sugli accertamenti dei funzionari dell’ente, fa prova dei fatti costitutivi del credito salvo prova contraria dell’opponente, mentre le contestazioni relative a vizi formali attengono al quomodo dell’azione esecutiva e sono proponibili con opposizione agli atti esecutivi ex art. 617 c.p.c.; inoltre, la diffusione o comunicazione al pubblico di opere dell’ingegno richiede il preventivo consenso del titolare dei diritti e il pagamento dei relativi compensi e integra comunicazione al pubblico, ai sensi degli artt. 12, 16 e 19 l. n. 633/1941, l’installazione in strutture ricettive di un impianto centralizzato idoneo a veicolare contenuti televisivi o musicali nelle camere, indipendentemente dalla prova dell’effettiva fruizione da parte degli utenti.