La clausola compromissoria dello statuto di società cooperativa che devolva ad arbitri [irrituali] qualsiasi controversia tra soci e società avente ad oggetto diritti disponibili relativi al rapporto sociale, dichiarandosi vincolante anche per i soci la cui qualità è oggetto della controversia, si estende all’impugnazione della delibera di esclusione del socio, con conseguente improponibilità della domanda proposta davanti al giudice ordinario. L’apparente contrasto con la norma statutaria che consente al socio escluso di proporre opposizione al tribunale si risolve a favore della clausola compromissoria, in ragione della sua collocazione sistematica in chiusura dello statuto, dell’espressa inclusione delle controversie sulla qualità di socio, del suo carattere obbligatorio e onnicomprensivo e del canone interpretativo dell’art. 808-quater c.p.c., secondo cui, nel dubbio, la convenzione d’arbitrato si estende a tutte le controversie che derivano dal contratto o dal rapporto cui essa si riferisce.
La controversia sulla delibera di esclusione del socio di cooperativa ha ad oggetto diritti disponibili ed è compromettibile in arbitri.
La mancata indicazione nello statuto del soggetto estraneo alla società chiamato a designare gli arbitri non determina l’invalidità della clausola compromissoria, perché il designatore può essere individuato di comune accordo tra le parti anche al momento dell’insorgere della lite e, se ciò non avviene o se l’incaricato non provvede, la nomina spetta al presidente del tribunale. L’estensione del potere sostitutivo del presidente del tribunale anche all’ipotesi di mancato conferimento dell’incarico al designatore si giustifica in base all’interpretazione conservativa del contratto (art. 1367 c.c.) e secondo buona fede (art. 1366 c.c.), in coerenza con la volontà delle parti di affidare le controversie a un collegio arbitrale nominato da un soggetto estraneo alla società.
L’eccezione di arbitrato irrituale integra un’eccezione preliminare di merito, perché con la clausola compromissoria irrituale le parti pattuiscono una preventiva rinuncia alla giurisdizione in favore di una risoluzione negoziale delle controversie; la parte che intende farla valere deve sollevarla, a pena di decadenza, all’atto della tempestiva costituzione in giudizio, benché l’art. 819-ter c.p.c. riguardi unicamente l’arbitrato rituale. La qualificazione della natura dell’arbitrato rientra nel potere di qualificazione dell’eccezione riservato al giudice.
Il curatore del fallimento della società titolare di una partecipazione in s.r.l. può recedere dalla società partecipata soltanto nelle ipotesi previste dall’atto costitutivo o dalla legge, perché il recesso del curatore non trova fondamento in alcuna norma della legge fallimentare; il recesso ad nutum esercitato in assenza di tali presupposti è illegittimo.
Nella s.r.l. il recesso del socio è ammesso solo nelle ipotesi espressamente previste dall’atto costitutivo e in quelle previste dall’art. 2473 c.c., e le cause legali che legittimano la fuoriuscita del socio vanno interpretate restrittivamente. Resta esclusa l’estensione della disciplina dell’art. 2285 c.c., dettata per le società di persone, nelle quali prevale l’intuitus personae, per esigenze di certezza e di tutela dell’interesse dei creditori delle società di capitali al mantenimento dell’integrità del patrimonio sociale, sulla cui sola garanzia generica essi possono fare affidamento, a differenza dei creditori delle società di persone, che possono contare anche sui patrimoni personali dei soci illimitatamente responsabili.
La clausola statutaria di prelazione [che renda le partecipazioni liberamente trasferibili decorso il termine per il suo esercizio o in caso di rinuncia preventiva dei soci], in mancanza di clausole di gradimento o di altri vincoli al trasferimento delle quote, è estranea all’ipotesi dell’art. 2469 c.c. e non attribuisce al socio il diritto di recesso, specie quando gli altri soci abbiano rinunciato preventivamente all’esercizio della prelazione.
Ai fini del recesso del socio di società di capitali, la società contratta per un tempo lungo [con termine di durata fissato a una data lontana] non è assimilabile alla società contratta a tempo indeterminato, anche in considerazione dell’eccessiva aleatorietà dell’opposta impostazione, in mancanza di parametri oggettivi e predeterminati per stabilire quando la durata statutaria legittimi il recesso ad nutum del socio.
Il diritto di recesso del socio di s.r.l. va esercitato nel termine previsto dallo statuto e, in mancanza, secondo buona fede e correttezza, quali fonti di integrazione della regolamentazione contrattuale, senza applicazione analogica dei ridotti termini di decadenza fissati per la s.p.a. dall’art. 2437-bis c.c., stante la diversità di presupposti del recesso nei due tipi societari; spetta al giudice del merito valutare di volta in volta le modalità concrete di esercizio del recesso e la congruità del termine entro il quale è avvenuto.
La controversia sulla legittimità del recesso del socio di s.r.l. appartiene alla competenza della sezione specializzata in materia di impresa ai sensi dell’art. 3 d.lgs. 168/2003, perché ha ad oggetto la costituzione e l’estinzione del rapporto sociale fra socio e società.
La presunzione di danno di cui all’art. 2486, comma 3, c.c. presuppone l’accertamento degli elementi costitutivi della responsabilità dell’amministratore, ossia, verificatasi una causa di scioglimento, la condotta consistita nel non aver gestito la società ai soli fini della conservazione dell’integrità e del valore del patrimonio sociale e il danno prodotto da tale condotta. Chi agisce deve quindi allegare e provare quali specifiche operazioni, compiute dopo la perdita del capitale, abbiano esulato dall’attività conservativa e aggravato il deficit; il criterio della differenza dei netti patrimoniali può essere invocato solo quando quelle attività siano state descritte e risulti difficile individuarne analiticamente le conseguenze dannose.
Le omissioni e le irregolarità nella tenuta delle scritture contabili e nella redazione dei bilanci possono servire a occultare pregresse operazioni illecite o la causa di scioglimento di cui all’art. 2484, n. 4, c.c., consentendo l’indebita prosecuzione dell’attività gestoria; il danno risarcibile è però rappresentato dagli effetti patrimoniali delle condotte occultate o consentite, che chi agisce deve specificamente contestare, e la misura del falso è a tal fine irrilevante. Operazioni contabili che abbiano soltanto celato la perdita del capitale sociale, avendo rilievo puramente contabile, sono di per sé inidonee a incrementare il deficit patrimoniale.
L’affermazione secondo cui la perdita patrimoniale sarebbe stata inferiore se la gestione fosse cessata al verificarsi della causa di scioglimento costituisce una petizione di principio, inidonea a sostituire l’allegazione delle operazioni commerciali che avrebbero generato l’ulteriore deficit, perché anche la fase di liquidazione comporta costi e perdite di valore aziendale.
Gli amministratori possono essere chiamati a rispondere solo dell’aggravamento del dissesto cagionato dalle ulteriori perdite derivate dalla loro condotta illegittima, in quanto compiuta al di fuori dei poteri di conservazione del patrimonio sociale, e la loro responsabilità per le perdite maturate dall’impresa richiede la prova che il deficit patrimoniale sia conseguenza delle condotte gestorie compiute dopo la riduzione del capitale sociale. Integra tale responsabilità la prosecuzione, dopo il verificarsi di una causa di scioglimento, dell’attività economica della società con assunzione di nuovo rischio imprenditoriale che abbia determinato effetti pregiudizievoli per la società, i creditori o i terzi; il curatore che agisca deve perciò allegare e provare che, successivamente alla perdita del capitale, sono state intraprese iniziative imprenditoriali connotate dall’assunzione di nuovo rischio economico-commerciale e compiute al di fuori di una logica meramente conservativa.
Il deficit patrimoniale accertato nella procedura fallimentare, in quanto tale e nella sua interezza, è di regola inidoneo a rappresentare la naturale conseguenza della protrazione della gestione in assenza delle condizioni che giustificano la continuità aziendale, perché all’amministratore non possono essere imputate né la quota di perdite eventualmente già verificatasi prima del manifestarsi della crisi in tutta la sua portata, né le ulteriori passività che un’impresa in crisi accumula anche nella fase di liquidazione, la quale non comporta l’immediata cessazione di ogni costo legato all’esistenza della società e può a sua volta generare perdite di valore aziendale.
Nell’azione di responsabilità promossa dal curatore, la mancata o irregolare tenuta delle scritture contabili, pur se addebitabile all’amministratore, non giustifica di per sé la liquidazione del danno nella misura della differenza tra passivo accertato e attivo liquidato, utilizzabile solo come parametro di liquidazione equitativa quando l’attore abbia allegato un inadempimento almeno astrattamente idoneo a causare il danno lamentato e abbia indicato le ragioni che hanno impedito l’accertamento dei suoi specifici effetti dannosi.
La clausola dello statuto di società cooperativa che consente l’esclusione del socio che abbia arrecato in qualsiasi modo danno alla società si sottrae alla nullità per indeterminatezza ex art. 1418, comma 2, c.c., perché un concetto di tale ampiezza non si presta a un’elencazione tassativa delle condotte commissive od omissive idonee a ledere i beni, gli interessi e le finalità della società e reca comunque un parametro determinabile, che orienta la discrezionalità dell’organo amministrativo. Interpretata secondo gli artt. 1364 e 1366 c.c., la clausola attribuisce rilievo ai soli inadempimenti non imputabili a causa esterna e pregiudizievoli per la società sul piano materiale o morale, e può essere completata dalla motivazione per relationem della delibera di esclusione e dalle risultanze documentali.
Ai fini dell’esclusione del socio [di banca di credito cooperativo] fondata sulla clausola statutaria che richiede un danno alla società, è sufficiente la forte potenzialità dannosa delle condotte contestate, senza necessità di individuare e quantificare il danno, come avviene invece nell’azione di responsabilità; rilevano a tal fine anche il pregiudizio all’immagine, la perdita di credibilità e le inefficienze cagionate al funzionamento dell’istituto, in ragione della natura e degli scopi mutualistici della banca di credito cooperativo.
Le gravi omissioni del socio [di società cooperativa] che ricopre la carica di direttore generale ne giustificano l’esclusione quando, oltre a compromettere la fiducia propria del rapporto dirigenziale, violano gli obblighi sociali di collaborazione al buon andamento della società e al perseguimento dello scopo mutualistico e incrinano l’affectio societatis. La qualità di direttore generale rafforza tali obblighi, perché consente al socio di collaborare in modo più incisivo alla realizzazione dello scopo sociale e mutualistico e alla tutela dell’interesse sociale.
Nel giudizio di opposizione alla delibera di esclusione del socio, la società, pur formalmente convenuta, ha la veste sostanziale di attore e ha l’onere di provare i fatti posti a fondamento della delibera, a partire dalla comunicazione al socio escluso degli addebiti mossi nei suoi confronti.
Nel giudizio di opposizione alla delibera di esclusione del socio resta preclusa l’indagine sull’opportunità della sanzione, riservata agli organi sociali, mentre è consentita l’interpretazione delle previsioni statutarie, anche alla luce dell’interesse sociale, per verificare la riconducibilità a esse del fatto contestato. Il giudice valuta a tal fine, soprattutto quando lo statuto indichi solo genericamente i comportamenti contrari all’interesse sociale, la rilevanza della lesione inferta dal socio all’interesse della società, perché la regola statutaria sottintende un criterio di proporzionalità tra gli effetti del comportamento addebitato e la risoluzione del rapporto sociale.
Il cumulo delle qualifiche di socio e di amministratore non impedisce che le irregolarità o le illiceità commesse dall’amministratore determinino, oltre alla revoca del mandato e all’esercizio dell’azione di responsabilità, anche l’esclusione da socio per la violazione dei doveri previsti dallo statuto a tutela delle finalità e degli interessi dell’ente.
Integrano giusta causa di revoca dell’amministratore [di banca di credito cooperativo] le reiterate richieste, anche coltivate in sede giudiziaria, di ottenere copia integrale dei verbali consiliari e dei relativi allegati, quando manchi ogni nesso di strumentalità con l’esercizio delle funzioni gestorie e la consultazione dei documenti sia comunque garantita presso la sede sociale, perché tali richieste, ostruzionistiche e in contrasto con il regolamento interno sui flussi informativi e con il dovere di riservatezza, ostacolano il funzionamento dell’organo amministrativo e ledono il rapporto fiduciario.
L’amministratore che partecipa alla discussione e al voto sulle deliberazioni consiliari nelle quali versa in conflitto di interessi con la società [quali la transazione di una lite con un soggetto contro il quale ha agito personalmente o l’opposizione a un decreto ingiuntivo da lui ottenuto contro la società], facendo prevalere il proprio interesse personale su quello sociale, viola l’obbligo di astensione e compromette il rapporto fiduciario, integrando giusta causa di revoca.
Integrano giusta causa di revoca dell’amministratore anche il generale rifiuto di assumere incarichi operativi e di partecipare ai comitati e ai lavori preparatori dell’organo amministrativo, che onera gli altri amministratori di tutto il lavoro, e le iniziative personali non tempestivamente comunicate al consiglio, che impediscono alla società di assumere in modo informato le proprie determinazioni.
La richiesta dell’amministratore di dare lettura integrale, nel corso della seduta, del verbale della riunione consiliare precedente sottoposto ad approvazione è ostruzionistica quando il verbale è redatto contestualmente alla discussione, è liberamente consultabile dai consiglieri e la richiesta non risponde a una specifica esigenza di esatta informazione.
La segnalazione dell’amministratore al collegio sindacale di un’omissione informativa della società è priva di carattere denigratorio, indipendentemente dalla fondatezza della pretesa; del pari, la manifestazione a soci e terzi del dissidio con gli altri amministratori, finalizzata a favorire un ricambio dell’organo amministrativo, non è di per sé denigratoria della società.
La delibera di revoca dell’amministratore è sufficientemente specifica quando i fatti addebitati sono circostanziati, anche mediante esemplificazione, in modo da rendere comprensibile il contenuto delle contestazioni e consentire all’amministratore di prendere posizione su ciascuna di esse.
La giusta causa di revoca dell’amministratore ex art. 2383, comma 3, c.c. consiste in circostanze sopravvenute, anche non integranti inadempimento e provocate o no dall’amministratore, che pregiudicano l’affidamento nel medesimo ai fini del migliore espletamento dei compiti della carica; non sono sufficienti mere divergenze o attriti rientranti nella normale dialettica del consiglio di amministrazione, da risolvere all’interno dell’organo collegiale.
Le ragioni della giusta causa di revoca devono essere specificamente enunciate nella delibera assembleare, senza possibilità di dedurne di ulteriori in sede giudiziaria. La giusta causa opera come causa di esclusione del risarcimento del danno dovuto all’amministratore revocato, perché la società può revocarlo anche senza giusta causa, e grava sulla società l’onere di provarla quale fatto costitutivo della facoltà di recedere senza conseguenze risarcitorie.
Il socio non amministratore di s.r.l. è titolare di un diritto potestativo, ai sensi dell’art. 2476 c.c., di accesso alle notizie, ai documenti e ai libri sociali, senza onere di motivare il proprio specifico interesse, che è precostituito dalla legge nella sua qualità di socio non gestore. L’unico limite è costituito dalla buona fede, con riferimento a dati o notizie che possano essere utilizzati per finalità estranee all’informazione sulla vita della società e alle conseguenti iniziative giudiziarie, come il compimento di atti di concorrenza sleale [mediante l’uso di know-how o della lista clienti].
Non contrasta con la buona fede l’utilizzo, da parte del socio o di una società da lui controllata, dei documenti ottenuti ai sensi dell’art. 2476 c.c. per far valere in giudizio un diritto nei confronti della società, perché il diritto di agire in giudizio, garantito dalla Costituzione, non può essere compresso per il solo fatto che i documenti siano stati legittimamente ottenuti con la richiesta di controllo, e l’uso processuale dei documenti è a sua volta soggetto ai doveri di correttezza propri del processo civile, con le relative sanzioni.
Il giudice della cautela investito della domanda del socio di accesso ai documenti sociali non è tenuto a valutare, salvo ipotesi di grossolana temerarietà, la fondatezza delle domande che il socio abbia proposto o possa proporre in altra sede sulla base dei documenti ottenuti, perché l’eventuale temerarietà della pretesa è valutata e sanzionata dal giudice di quel giudizio.
Le richieste di documenti del socio, anche reiterate e numerose, purché non esorbitanti, non integrano un esercizio del diritto di controllo contrario a buona fede quando non producano un effetto paralizzante per la vita della società, che sia in bonis e prosegua la propria attività.
Nel procedimento cautelare promosso dal socio di s.r.l. per l’accesso ai documenti sociali il periculum in mora è in re ipsa, perché il ritardo nell’accesso pregiudica di per sé in modo irreparabile l’esercizio dei diritti del socio; con l’ordine di esibizione può essere disposta anche la misura coercitiva prevista dall’art. 614 bis c.p.c.
Nelle cooperative agricole a mutualità prevalente, il conferimento delle materie prime da parte del socio costituisce l'obbligazione principale scaturente dal rapporto mutualistico; la previsione statutaria che sanziona con una penale il mancato o ridotto conferimento annuale è pienamente legittima e applicabile nei confronti del socio inadempiente.
Il recesso del socio da una cooperativa produce effetti solo a seguito dell'accoglimento della relativa istanza da parte del consiglio di amministrazione e della comunicazione di tale accoglimento al socio; fino a quel momento, l'obbligo di conferimento permane in capo al recedente, indipendentemente dalla sua soggettiva convinzione circa l'avvenuta cessazione del vincolo associativo.
In assenza di dati certi sulla produzione del socio inadempiente e di documentazione probante fornita dallo stesso, la quantificazione del danno da mancato conferimento può essere effettuata dal consulente tecnico d'ufficio facendo ricorso alle medie di consegna registrate nei tre anni precedenti, in conformità alle previsioni dello statuto sociale.
In tema di società a responsabilità limitata, deve ritenersi nulla, per difetto assoluto di informazione ai sensi dell'art. 2479-ter c.c., la deliberazione assembleare adottata qualora l'avviso di convocazione, pur in presenza di disposizioni normative che consentano lo svolgimento dell'assemblea mediante mezzi di telecomunicazione, non preveda alcuna modalità di partecipazione e di esercizio del diritto di voto da remoto, non essendo sufficiente che il verbale assembleare dia atto dell'intervento dei soci mediante videochiamata, senza specificare la piattaforma o le utenze utilizzate e le modalità attraverso le quali sarebbe stato possibile partecipare e votare.
Non sono inefficaci ex art. 167, comma 2, l.fall. i pagamenti eseguiti dalla società in concordato preventivo al proprio consulente contabile e fiscale per le prestazioni rese durante la procedura, perché si tratta di un servizio imprescindibile per l’attività d’impresa anche in concordato, svolto indirettamente nell’interesse dei creditori, che rientra tra i costi di funzionamento necessari sostenibili dal debitore che conserva la gestione dell’impresa. Tali pagamenti, inoltre, riguardano crediti sorti in pendenza della procedura, prededucibili ex art. 111, comma 2, l.fall., e non violano la par condicio creditorum. La natura di ordinaria o straordinaria amministrazione dell’atto va valutata caso per caso, con riguardo esclusivo all’interesse dei creditori e alla finalità dell’atto rispetto al loro miglior soddisfacimento.
Nell’azione di ripetizione di pagamenti eseguiti dalla società poi fallita, grava sulla curatela attrice l’onere di provare la mancanza di causa dei versamenti. Non è indebito il pagamento di cui non sia provata la provenienza dalla società [nella specie, i testimoni avevano riferito che il corrispettivo della cessione delle quote era stato pagato dal socio promissario acquirente con risorse proprie], né quello riferibile, in base a fatture, estratti conto, mastrini e prove testimoniali, a prestazioni professionali effettivamente rese alla società.
La mancata indicazione del professionista tra i creditori nella proposta di concordato preventivo è un fatto neutro, che non esclude la sussistenza del rapporto professionale con la società, potendo dipendere dal regolare pagamento dei crediti anteriori; l’ammissione al passivo del credito del professionista, sia pure con riserva di ripetizione proposta dal curatore, conferma invece, in sede di valutazione sommaria, la sussistenza di quel rapporto.
È improcedibile la domanda riconvenzionale di condanna al pagamento proposta nei confronti della società fallita, perché ai sensi degli artt. 52 e 93 ss. l.fall. ogni credito verso la procedura deve essere fatto valere con l’insinuazione al passivo, nel rispetto della regola del concorso [nella specie, si trattava del credito di regresso del fideiussore escusso].
Rientra tra i doveri dell’amministratore la verifica dell’operato del predecessore e, in presenza di profili di responsabilità, l’esercizio dell’azione sociale di responsabilità nei suoi confronti; tuttavia l’amministratore successivo rimasto inerte può essere chiamato a rispondere in solido del danno cagionato dal predecessore soltanto se sia allegato e provato che quel danno non è più recuperabile nei confronti del suo autore, perché in caso contrario si avrebbe una duplicazione del risarcimento in favore del danneggiato.
L’omessa dichiarazione dei redditi e l’omesso pagamento delle imposte costituiscono inadempimento dell’obbligo di legge dell’amministratore di provvedere al pagamento dei tributi con l’attivo sociale e fondano una responsabilità contrattuale verso la società, sicché l’attore può limitarsi ad allegare l’inadempimento, mentre spetta all’amministratore provare l’adempimento o la non imputabilità per l’incapienza patrimoniale o l’incapacità finanziaria della società. Quando la società fosse in grado di pagare, il danno è pari alle sanzioni e agli interessi addebitati con gli avvisi di accertamento, e non alle imposte, che sarebbero state comunque dovute; quando la società fosse priva di risorse e in stato di scioglimento, l’amministratore che abbia proseguito l’attività risponde delle sanzioni e degli interessi relativi ai debiti tributari che non sarebbero sorti se la società fosse stata tempestivamente posta in liquidazione.
I prelevamenti dai conti sociali per i quali l’amministratore non fornisca documentazione idonea a dimostrarne la data, l’importo, la causale e l’effettiva destinazione a scopi inerenti all’oggetto sociale devono ritenersi illegittimamente sottratti al patrimonio sociale; non è a tal fine sufficiente un elenco di fatture di un fornitore, privo di valore probatorio e non corrispondente agli importi prelevati.
L’azione di responsabilità esercitata dal curatore, che cumula le azioni previste dagli artt. 2393 e 2394 c.c., si avvale delle agevolazioni probatorie della responsabilità contrattuale: il curatore deve dimostrare le violazioni e il nesso causale con il danno, mentre spetta all’amministratore provare l’osservanza dei propri doveri o la non imputabilità del fatto dannoso.
Qualora nel corso del giudizio sopravvenga la liquidazione giudiziale della società convenuta, la domanda di accertamento e di condanna al pagamento di un credito soggetto al concorso [nella specie, la restituzione delle somme versate dal socio receduto da una cooperativa edilizia in conto assegnazione dell’alloggio] diviene improcedibile, perché il credito deve essere fatto valere esclusivamente nel procedimento di accertamento del passivo. L’improcedibilità, posta a tutela della par condicio creditorum e rilevabile d’ufficio, travolge anche le domande incidentali o presupposte, finalizzate all’accoglimento di quella di condanna [nella specie, l’impugnazione della delibera del consiglio di amministrazione di diniego del recesso e la declaratoria di inefficacia di clausole del regolamento interno], per il venir meno dell’interesse ad agire.
La sopravvenuta apertura della procedura concorsuale fa venir meno l’interesse a far accertare l’invalidità delle deliberazioni assunte dalla società in bonis, salvo che chi impugna dimostri un perdurante interesse con riguardo alle utilità attese in esito alla chiusura della procedura, ulteriori rispetto a quelle conseguibili mediante l’insinuazione al passivo.
Il processo può essere utilizzato soltanto a tutela del diritto fatto valere in giudizio; non sono proponibili azioni autonome di mero accertamento di fatti giuridicamente rilevanti che costituiscano elementi frazionistici della fattispecie costitutiva di un diritto, né questioni di interpretazione di norme o di atti contrattuali se non in via incidentale e strumentale alla pronuncia sulla domanda principale.
L’opposizione del socio di cooperativa avverso la deliberazione che comporti la perdita della qualità di socio [nella specie, delibera assembleare con invito a sottoscrivere nuove azioni e avvertenza che il mancato esercizio dell’opzione avrebbe determinato lo scioglimento del rapporto associativo] è regolata dall’art. 2533 c.c., e non dall’art. 2479 ter c.c., e deve essere proposta, a pena di decadenza, nel termine di sessanta giorni dalla comunicazione della deliberazione al socio, restando irrilevante la data del deposito della delibera presso il registro delle imprese. Ai fini del rispetto del termine, l’istanza di nomina dell’arbitro previsto dallo statuto è equiparata all’impugnazione giudiziale.
La riassunzione del processo determina la prosecuzione del rapporto processuale originario, senza costituirne uno nuovo, sicché la comparsa di costituzione del convenuto nel giudizio riassunto è un atto endoprocessuale; il suo deposito in forma cartacea anziché telematica costituisce una mera irregolarità, priva di conseguenze sul piano delle preclusioni e della validità quando l’atto abbia raggiunto il suo scopo.
Sopravvenuta la liquidazione coatta amministrativa della cooperativa, le domande del socio lavoratore aventi contenuto esclusivamente patrimoniale, quali la liquidazione della quota e il risarcimento del danno, divengono improcedibili davanti al giudice ordinario e devono essere fatte valere nelle forme della procedura concorsuale, mentre le domande di accertamento o costitutive relative al rapporto restano estranee all’attrazione concorsuale.