Integrano contraffazione del marchio UE, ai sensi degli artt. 9 e 10 reg. (UE) 2017/1001 e dell’art. 20 c.p.i., non solo la vendita dei prodotti finiti ma tutte le attività compiute nel territorio dell’Unione che concorrono alla filiera produttiva, come la progettazione dell’iter produttivo con il reclutamento dei fornitori, il coordinamento delle lavorazioni, l’ideazione grafica delle etichette e l’apposizione del segno su stampi, componenti e semilavorati, anche se i prodotti finiti sono destinati a mercati extra UE nei quali il committente vanta un segno identico, perché le registrazioni estere non incidono sulla tutela nell’Unione e l’illecito prescinde da chi immetta i prodotti sul mercato e da dove ciò avvenga [componenti di profumi (stampi, tappi, placchette e flaconi decorati) realizzati in Italia nel 2019-2020 con segni riproduttivi di due marchi UE, uno dei quali complesso con figura di farfalla, su commissione di una società di Dubai che rivendicava il marchio in Medio Oriente, con selezione dei fornitori affidata a una società di servizi e grafica e coordinamento affidati a un consulente, senza prova di vendite dei profumi nell’Unione].
La restituzione degli utili prevista dall’art. 125, comma 3, c.p.i., che è accordata in alternativa al risarcimento del lucro cessante o per la parte che lo eccede, presuppone che un lucro cessante del titolare vi sia, ancorché di difficile quantificazione, sicché non può essere disposta nei confronti dei fornitori intermedi che abbiano svolto soltanto lavorazioni preparatorie quando manchi la prova della commercializzazione dei prodotti finiti nel territorio protetto e del nesso causale tra le loro condotte e una perdita del titolare, perché altrimenti il rimedio, di natura in parte compensativa e in parte deterrente, perderebbe ogni collegamento con il danno e diverrebbe meramente sanzionatorio.
Il calo delle vendite dei prodotti contrassegnati dal marchio che preceda le condotte contraffattive e dipenda dalla scelta del titolare di commercializzare gli stessi prodotti sotto un diverso marchio interrompe il nesso causale tra la contraffazione e la perdita di fatturato lamentata, sicché non è risarcibile il lucro cessante né può farsi ricorso al criterio del canone virtuale di licenza previsto dall’art. 125, comma 2, c.p.i., che è una tecnica di semplificazione probatoria riferita all’ammontare del danno e non esonera dalla prova della sua esistenza.
Ai fini della prova dell’uso effettivo che impedisce la decadenza del marchio UE ai sensi degli artt. 18 e 58 reg. (UE) 2017/1001 sono idonee le fatture di vendita che identificano con sufficiente attendibilità i prodotti mediante un codice abbreviato del segno seguito dal nome del singolo prodotto, anche se non riproducono il marchio, specie quando questo è complesso, mentre la successiva commercializzazione dei medesimi prodotti sotto un diverso marchio del titolare non comporta la decadenza se l’uso, anche ridotto e discontinuo, si è protratto per una parte del quinquennio anteriore alla domanda riconvenzionale, perché il non uso deve coprire l’intero periodo.
L’uso effettivo del marchio per profumi e cosmetici ne impedisce la decadenza anche per saponi, deodoranti e antitraspiranti compresi nella registrazione, perché la decadenza parziale opera solo per i prodotti eterogenei rispetto a quelli per i quali il marchio è stato usato, mentre l’uso per alcuni beni conserva il diritto per i beni affini, da individuare in ragione dell’identità o della stretta correlazione dei bisogni che ne inducono l’acquisto, come la cura della persona legata alla profumazione del corpo, anche in coerenza con la loro appartenenza alla medesima classe della classificazione di Nizza.
La buona fede del fornitore che abbia confidato nelle rassicurazioni del committente e nelle informazioni del suo sito internet circa la titolarità del segno è irrilevante ai fini dell’inibitoria, perché l’azione a tutela del marchio ha carattere reale e opera nei confronti di chiunque compia un fatto oggettivamente lesivo della privativa, mentre gli stati soggettivi di chi usa il marchio altrui rilevano soltanto per la concorrenza sleale e per il risarcimento del danno.
Il creditore di una società di capitali cancellata dal registro delle imprese, titolare di un credito accertato con sentenza definitiva e garantito da ipoteca giudiziale iscritta sugli immobili sociali, ha legittimazione e interesse ad agire nei confronti del socio per ottenere l’accertamento dell’estinzione della società e del trasferimento in capo al socio, dalla data della cancellazione, degli immobili non compresi nel bilancio di liquidazione e ancora intestati alla società nei registri immobiliari e catastali, con ordine al conservatore dei registri immobiliari di trascrivere la sentenza, perché l’estinzione che non comporti il venir meno di ogni rapporto giuridico facente capo alla società determina un fenomeno di tipo successorio in favore dei soci [s.r.l. in liquidazione cancellata con aree urbane ancora intestate; credito acquistato mediante cessione in blocco da una banca; socio unico].
Rientra nella competenza della sezione specializzata in materia di impresa, ai sensi dell’art. 3, comma 2, lett. a), d.lgs. 168/2003, la controversia che ha a oggetto l’accertamento dell’estinzione di una società di capitali e del conseguente trasferimento al socio dei beni sociali non compresi nel bilancio di liquidazione.
Quando all’estinzione della società di persone o di capitali, conseguente alla cancellazione dal registro delle imprese, non corrisponda il venir meno di ogni rapporto giuridico facente capo alla società, si determina un fenomeno di tipo successorio in virtù del quale i diritti e i beni non compresi nel bilancio di liquidazione si trasferiscono ai soci, in regime di contitolarità o di comunione indivisa.
Integra concorrenza sleale ai sensi dell’art. 2598, nn. 1 e 3, c.c. la condotta del socio incaricato della funzione commerciale che sfrutta i contatti con la clientela pervenuti alla società e le informazioni riservate sugli importi delle offerte sociali, presentandosi ai clienti come riferibile alla società per poi fatturare in proprio le prestazioni e proporre offerte di importo pari o inferiore a quelle della società, perché in tal modo utilizza la denominazione dell’impresa danneggiata per ingenerare nel cliente confusione circa l’identità della propria controparte e si avvale di mezzi non conformi ai principi della correttezza professionale idonei a danneggiare l’altrui azienda [socio al 50% di s.r.l. operante come general contractor nelle ristrutturazioni agevolate da bonus edilizi che dirotta verso di sé e verso imprese terze i clienti acquisiti tramite il volantino pubblicitario della società, fatturando personalmente progettazione e studi di fattibilità].
Degli atti di concorrenza sleale può rendersi responsabile non soltanto un concorrente terzo rispetto all’impresa danneggiata, ma anche un socio della stessa società danneggiata dalla condotta sleale.
Non costituiscono danno risarcibile da concorrenza sleale i compensi corrisposti dalla società al socio per l’attività di procacciamento della clientela effettivamente svolta, perché la condotta sleale interviene in un momento successivo, con la distrazione dei clienti procacciati a vantaggio proprio o di imprese terze.
Il danno da storno della clientela attuato dal socio mediante confusione si commisura alle somme che questi ha fatturato in proprio ai clienti distolti, trattandosi di importi che avrebbero dovuto essere incassati dalla società danneggiata, la quale aveva già remunerato il procacciamento di quei clienti.
La confusione ingenerata nella clientela circa l’identità della controparte contrattuale cagiona all’impresa danneggiata un danno all’immagine commerciale per perdita di credibilità sul mercato, più concreto e accentuato quando i clienti attribuiscono all’impresa gli inadempimenti dell’autore dell’illecito, e in difetto di ulteriori allegazioni tale danno si presume circoscritto ai casi documentati in giudizio ed è liquidato in via equitativa.
Il cessionario del credito risarcitorio da concorrenza sleale, entrato nel giudizio promosso dalla società danneggiata, ha diritto alla condanna del responsabile al risarcimento in proprio favore.
Le dichiarazioni favorevoli rese in sede di interrogatorio formale dall’autore della condotta contestata, prive di riscontro probatorio e poco verosimili a fronte di univoche risultanze documentali, non valgono a superare la prova documentale della concorrenza sleale.
Il lucro cessante derivante dallo storno di clientela non può essere liquidato neppure in via equitativa quando l’impresa danneggiata opera come general contractor e non come esecutrice diretta dei lavori, sicché il suo margine non è agevolmente parametrabile all’importo complessivo dei lavori preventivati, e manca la prova certa dell’esecuzione dei lavori e della loro misura, perché in difetto di supporti probatori anche solo indicativi la quantificazione sconfinerebbe nell’arbitrio e le conseguenze della carenza di prova ricadono sulla parte che ne è onerata.
Nel procedimento cautelare in materia di disegni e modelli, la precisazione con cui l’impresa che chiede tutela, a fronte della contestazione della titolarità del modello comunitario registrato, invoca la protezione dello stesso disegno come modello comunitario non registrato non costituisce domanda nuova quando si fonda sui medesimi fatti allegati nell’atto introduttivo ed è formulata in udienza e nella prima memoria con possibilità di replica, perché il procedimento cautelare si svolge omettendo ogni formalità non essenziale al contraddittorio e il contraddittorio ha potuto esplicarsi pienamente [top femminile da beach volley con chiusura «a cinturino» registrato presso l’EUIPO a nome della persona fisica amministratrice anziché della società che agiva in via cautelare contro un’impresa concorrente].
Difetta il fumus boni iuris della domanda cautelare di tutela del disegno o modello comunitario non registrato quando, secondo la stessa prospettazione di chi la propone, il periodo triennale di protezione previsto dall’art. 11 reg. (CE) n. 6/2002, decorrente dalla prima divulgazione al pubblico nell’Unione idonea a rendere il disegno conoscibile negli ambienti specializzati del settore, è già decorso alla data del deposito del ricorso.
La scarsa presenza del prodotto sul mercato, desunta da un numero esiguo di vendite nell’arco di un quinquennio, e la commercializzazione di prodotti con la medesima caratteristica da parte di una pluralità di imprese, anche di notorietà internazionale, escludono la capacità individualizzante della forma asseritamente imitata ai fini della concorrenza sleale per imitazione servile.
La domanda di concorrenza sleale per sfruttamento parassitario degli investimenti altrui, comunque qualificata ai sensi del n. 2 o del n. 3 dell’art. 2598 c.c., non può essere accolta quando l’impresa che lamenta lo sfruttamento non ha neppure genericamente allegato quale investimento abbia effettuato per l’ideazione del modello che assume sfruttato.
L’imitazione rilevante ai sensi dell’art. 2598, n. 1, c.c. non riguarda qualsiasi forma del prodotto altrui, ma soltanto le caratteristiche esteriori dotate di efficacia individualizzante, idonee a ricollegare il prodotto a una determinata impresa e non imposte dalle caratteristiche funzionali del prodotto, e l’onere di provare tale capacità individualizzante grava, trattandosi di responsabilità extracontrattuale, su chi lamenta l’imitazione, anche nella forma attenuata propria del procedimento cautelare.
È validamente rilasciata la procura alle liti sottoscritta, in nome di una società di diritto straniero, dalla persona nominata amministratore unico in data anteriore al rilascio della procura, quando la nomina risulta dalla documentazione societaria prodotta con traduzione asseverata.
Il giudizio di approvazione del rendiconto dell’amministratore giudiziario [nominato ai sensi dell’art. 2409 c.c.], disciplinato dall’art. 94 disp. att. c.c., è limitato alla verifica delle risultanze contabili dell’attività dell’amministratore; la previsione per cui non sono ammesse contestazioni relative ai criteri tecnici della gestione nei limiti dei poteri conferiti esclude, di regola, censure sul merito dell’attività gestoria. L’operato dell’amministratore giudiziario resta comunque censurabile, perché la società che lo ritenga responsabile di violazioni dannose dei propri obblighi può proporre nei suoi confronti un’autonoma azione di responsabilità.
Esulano dal giudizio di rendiconto dell’amministratore giudiziario, perché attengono alle scelte gestorie e non alle risultanze contabili, le contestazioni relative al prezzo di alienazione del ramo d’azienda determinato sulla base di una perizia di stima, alla mancata redazione dell’inventario fisico del magazzino, all’individuazione dei beni compresi nel perimetro della cessione e alla verifica della loro esistenza fisica, alla decisione di ritenere esaustivo il prezzo fatturato e all’applicazione degli sconti; tali decisioni, se non giustificate alla stregua della business judgement rule, possono al più fondare la responsabilità dell’amministratore. Esula parimenti dal giudizio la verifica dei criteri valutativi adottati per la rappresentazione in bilancio dei dati contabili, quale la ragionevole certezza dell’incasso di un credito.
La transazione conclusa dall’amministratore giudiziario senza l’autorizzazione del tribunale richiesta dal provvedimento di nomina per gli atti di straordinaria amministrazione non è sindacabile nel merito in sede di rendiconto quando sia coerente con la gestione aziendale e non estranea all’oggetto sociale e non siano contestati l’importo e la causale delle somme erogate, perché in tal caso l’amministratore viola il regime autorizzativo senza eccedere i limiti dei poteri conferiti. L’eventuale inefficacia del contratto concluso senza autorizzazione deve essere fatta valere dalla società con un’autonoma azione, e il conto della gestione non può essere rettificato con l’inserimento di una posta risarcitoria a carico dell’amministratore se la società non prospetta alcun danno derivante dalla transazione.
Nelle società di persone manca una norma di sostituzione processuale analoga all’art. 2476, comma 3, c.c., che nelle società a responsabilità limitata attribuisce al singolo socio la legittimazione all’azione sociale di responsabilità; tale azione può quindi essere esercitata soltanto dalla società, mentre al socio spetta unicamente l’azione per il danno c.d. diretto, alla quale la società resta per definizione estranea. Ne consegue il difetto di legittimazione passiva della società convenuta dal socio insieme all’amministratore senza che nei suoi confronti sia formulata alcuna domanda, perché non è ravvisabile alcuna utilità della pronuncia nei suoi confronti, neppure nei limiti del mero accertamento.
L’azione diretta del socio contro gli amministratori di società di persone, di natura extracontrattuale e individuale, fondata sull’art. 2043 c.c. e sull’applicazione analogica dell’art. 2395 c.c., coesiste con l’azione spettante alla società ed esige che il pregiudizio consista in danni direttamente causati al socio come conseguenza immediata del comportamento degli amministratori; resta esclusa quando il danno lamentato sia il mero riflesso di quello arrecato al patrimonio sociale. Difetta pertanto la legittimazione attiva del socio che fondi la domanda su condotte depauperative del patrimonio sociale [prelievi ingiustificati, pagamenti privi di causa, addebito alla società di costi estranei, assunzione di passività ingiustificate] e chieda il risarcimento del danno indiretto rappresentato dalla diminuzione del valore della propria quota.
Anche quando il socio lamenti condotte dell’amministratore astrattamente idonee a cagionargli un danno diretto [irregolarità fiscali dalle quali sia derivato un accertamento a suo carico, omessa predisposizione dei rendiconti con mancata ripartizione degli utili], l’azione risarcitoria richiede l’allegazione di specifiche voci di danno causalmente collegate a tali condotte; l’imposta comunque dovuta dal socio non costituisce danno risarcibile in assenza di ulteriori esborsi per sanzioni, interessi o spese di riscossione.
La competenza della sezione specializzata in materia di impresa non si estende alle cause relative a società appartenenti a tipi diversi da quelli contemplati dall’art. 3, comma 2, d.lgs. 168/2003, fra i quali non rientrano le società di persone. L’azione di responsabilità promossa contro l’amministratore di una società di persone è comunque decisa dal tribunale in composizione collegiale ai sensi dell’art. 50-bis, comma 1, n. 5), c.p.c.
Gli artt. 2467 e 2497-quinquies c.c., nel testo introdotto dal d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 6, postergando in casi determinati il credito di rimborso dei soci, hanno introdotto una nuova disciplina di diritto sostanziale, priva di natura interpretativa o processuale, che incide in modo diretto sugli effetti giuridici del negozio di finanziamento; in mancanza di una diversa disciplina sull’efficacia nel tempo in deroga all’art. 11 disp. prel. c.c., esse non si applicano ai crediti dei soci sorti per effetto di finanziamenti anteriori al 1° gennaio 2004. Poiché la postergazione incide sull’esigibilità del credito e quindi sul dies a quo della prescrizione, il credito di rimborso di un finanziamento anteriore, in assenza di un termine per la restituzione, è immediatamente esigibile e la prescrizione decorre di conseguenza.
L’approvazione, da parte del socio, del bilancio che dà conto dell’esistenza del suo credito da finanziamento non vale a confermarne la natura postergata. È parimenti irrilevante, rispetto al credito dell’ex socio, la clausola di postergazione dei finanziamenti dei soci contenuta in un contratto di mutuo stipulato dalla società con una banca quando il finanziatore aveva già perso la qualità di socio.
Il riconoscimento del diritto idoneo a interrompere la prescrizione ai sensi dell’art. 2944 c.c. richiede la coesistenza nello stesso atto dei requisiti della volontarietà, della consapevolezza, dell’inequivocità, dell’esternazione e della recettizietà, seppur non direttamente nei confronti del titolare del diritto, e non può essere ricomposto a posteriori attraverso i risultati dell’attività probatoria svolta nel processo. Non integra pertanto riconoscimento del credito di rimborso del finanziamento [dell’ex socio] l’iscrizione del debito in una voce di bilancio complessiva e generica, quale «altri debiti finanziari», anche quando la sua riferibilità al singolo creditore sia ricostruibile attraverso il partitario contabile interno, perché il bilancio è privo del carattere specificatorio necessario alla ricognizione del singolo debito, mentre il partitario, pur specifico, è privo di esteriorizzazione.
Il pagamento parziale, se non imputato espressamente a titolo di acconto o simile, non costituisce comportamento inequivoco di riconoscimento del maggior debito rimasto insoluto, potendo essere inteso come riconoscimento del debito nei limiti del solo importo pagato, e non interrompe quindi la prescrizione per la parte residua.
L'art. 12 bis l.d.a. - a mente del quale il datore di lavoro è titolare, salvo patto contrario, dei diritti di sfruttamento economico dell'opera dell'ingegno creata dal dipendente nell'esercizio delle proprie mansioni o su istruzioni dello stesso datore di lavoro - si applica altresì laddove lo sviluppo dell'opera dell'ingegno sia stato appaltato ad un libero professionista ovvero ad una società di sviluppo.
Costituisce contraffazione ai sensi dell’art. 20, lett. b) e c), c.p.i. l’adozione, da parte di un’impresa operante nel medesimo settore, di una denominazione sociale, di segni distintivi e di un nome a dominio che replicano il cuore denominativo dei marchi anteriori notori del titolare, quando gli elementi di differenziazione siano marginali e inidonei a escludere il rischio di confusione sulla provenienza dei prodotti o comunque il convincimento del pubblico circa un collegamento tra le imprese, specie se i segni siano accostati, anche sui profili social, all’offerta di prodotti identici. Ne conseguono l’inibitoria dell’uso della denominazione sociale, del nome a dominio e dei segni simili, l’ordine di eliminarne ogni riferimento dalla denominazione, dal sito web e dai social network e la fissazione di una penale.
L’attualità della condotta contraffattiva e la pervicacia nel protrarla anche dopo la diffida integrano il periculum in mora, rappresentato dal rischio che gli effetti dannosi dell’attività contraffattiva e anticoncorrenziale si protraggano nel tempo necessario al giudizio di merito; non lo esclude la mera allegazione, non provata, della cessazione di fatto dell’attività del resistente.
Non può essere disposto il sequestro delle scritture contabili del contraffattore quando non sia verosimile il rischio che esse vengano distrutte o sottratte, né la pubblicazione del provvedimento cautelare quando essa non risulti proporzionata alla scarsa notorietà del resistente.
Le informazioni aziendali non sono tutelabili come segreti commerciali ai sensi dell’art. 98 c.p.i., con conseguente revoca della descrizione concessa ai sensi dell’art. 129 c.p.i., inutilizzabilità dei suoi risultati e revoca del sequestro, quando il titolare non abbia adottato misure ragionevolmente adeguate a mantenerle segrete; tali misure mancano se i dipendenti non sono vincolati da patti di riservatezza o di non concorrenza e le informazioni non sono compartimentate, sicché un addetto al solo settore commerciale abbia potuto accedere, con le sole credenziali personali, anche ai documenti tecnici e di sicurezza e copiarli. Le spese della consulenza tecnica disposta nell’ambito della descrizione, di cui non sussistevano i presupposti, vanno poste a carico dell’istante.
Anche quando difettino i requisiti di tutela dei segreti commerciali, l’acquisizione da parte di un concorrente, tramite l’ex dipendente dell’impresa che ne è suo socio e amministratore unico, di un complesso di dati aziendali che supera la capacità mnemonica e l’esperienza del singolo individuo e configura una banca dati idonea ad assicurare un vantaggio competitivo integra concorrenza sleale ai sensi dell’art. 2598, n. 3, c.c., e giustifica l’inibitoria cautelare ai sensi dell’art. 700 c.p.c., assistita da penale, in presenza di un utilizzo attuale delle informazioni. La condotta dell’amministratore unico è direttamente riferibile alla società, che non può invocare l’ignoranza dei documenti presenti sul computer da lui utilizzato.
Il termine perentorio di otto giorni per la notificazione del ricorso e del decreto previsto dall’art. 669 sexies, comma 2, c.p.c. è incompatibile con il procedimento di descrizione disciplinato dall’art. 129, comma 4, c.p.i., la cui esecuzione deve necessariamente precedere la conoscenza del provvedimento da parte del resistente e può richiedere tempi apprezzabili per la presenza dell’ufficiale giudiziario e di consulenti tecnici.
Hanno valore economico e non sono di pubblico dominio i fogli di calcolo con le liste dei materiali, i prezzi di acquisto e i ricarichi applicati, i preventivi, i listini e i tariffari dedicati ai singoli clienti, i piani operativi di sicurezza e gli elenchi di clienti e fornitori completi dei relativi contatti, in quanto idonei ad assicurare a chi li detiene un vantaggio competitivo.
Ai fini della prescrizione quinquennale prevista dall’art. 99, comma 1 quater, c.p.i., il dies a quo non può essere individuato in un momento anteriore alla commissione della condotta di illecita acquisizione delle informazioni, e non nella data di creazione dei documenti sottratti.
E' esplorativo l'ordine di esibizione di tutte le fatture emesse da un esercizio commerciale in un dato arco temporale senza che sia neppure indicato il soggetto contro cui l'ordine dovrebbe essere eseguito.
Difetta di carattere individuale, e non è perciò protetto come disegno o modello comunitario non registrato ai sensi dell’art. 6 reg. CE n. 6/2002, il prodotto [un giaccone] i cui elementi asseritamente individualizzanti, quali il taglio, la disposizione delle tasche e delle pattine e le modalità di applicazione della chiusura, sono rinvenibili, variamente combinati, in un gran numero di prodotti già presenti sul mercato prima della sua divulgazione, perché in tal caso esso non suscita nell’utilizzatore informato un’impressione generale diversa da quella dei prodotti anteriori.
In un settore affollato da numerosi prodotti di caratteristiche analoghe realizzati da imprese concorrenti, l’assenza di forme dotate di novità e originalità esclude anche l’imitazione servile e l’appropriazione di pregi ai sensi dell’art. 2598, nn. 1 e 2, c.c., e il rischio di confusione è comunque escluso dall’apposizione ben visibile sul prodotto del diverso segno distintivo del concorrente.