Il liquidatore nominato dal presidente del tribunale ai sensi dell’art. 2275 co. 1 c.c. è - tra le altre cose - legittimato a esercitare l’azione di responsabilità nei confronti dei precedenti amministratori.
La cessione di una partecipazione sociale rappresenta una vicenda che riguarda esclusivamente i rapporti tra cedente e cessionario, ai quali la società le cui quote sono trasferite è estranea; pertanto, la clausola statutaria che assegni alla competenza arbitrale tutte (ma solo) quelle controversie che interessano i diritti e gli obblighi «intercorrenti tra le parti in conseguenza della titolarità delle quote» non è sufficiente a derogare la giurisdizione del giudice ordinario. Con riferimento alla cessione di quote, infatti, la predetta clausola compromissoria potrebbe trovare applicazione solo nel caso in cui fosse contestata l'opponibilità alla società del trasferimento della partecipazione sociale.
Se l'inadempimento contrattuale di una società di capitali non è ex se sufficiente -ed anzi, è strutturalmente inidoneo (per l'imputazione all'ente degli atti gestori e della c.d. immedesimazione organica)- a fondare la responsabilità risarcitoria degli amministratori nei confronti dell'altro contraente ex artt. 2395 o 2476 co. 6° c.c., tale responsabilità, di natura extracontrattuale, ben può sorgere laddove si alleghino e provino fatti illeciti direttamente imputabili a specifici comportamenti colposi o dolosi degli amministratori medesimi, gravando tuttavia in tal caso in capo all'attore/danneggiato la prova non solo di tale specifica condotta dolosa o colposa dell'amministratore convenuto, ma anche del danno e del nesso (con)causale tra questa e il danno patito dal terzo contraente sub specie di inadempimento della società alle proprie obbligazioni. A tal riguardo, non rileva che il danno sia stato arrecato al socio o al terzo dagli amministratori nell'esercizio del loro ufficio o al di fuori di tali incombenze, ma solo e appunto che il comportamento doloso o anche solo colposo degli stessi abbia determinato un danno direttamente investente il patrimonio del socio o del terzo.
Alla mera tolleranza dell’uso del proprio marchio da parte di terzi non può essere attribuito il significato di rinuncia al diritto sul segno, dal momento che, al di fuori dell’ipotesi della convalida, a tale atteggiamento non può esser ricondotto alcun effetto di rinuncia da parte del titolare o di acquisito di un diritto su di esso da parte di terzi. È consolidato l’orientamento giurisprudenziale di legittimità che esclude l’applicabilità della convalidazione a segni diversi dai marchi registrati, in considerazione dell’eccezionalità dell’istituto, non suscettibile di interpretazione analogica. Anche la Corte di Giustizia, con la pronuncia C-482/09 nel caso “Budweiser”, ha escluso che si possa dare rilievo, agli effetti della convalidazione, all’uso di un marchio posteriore non registrato.
Nell'ambito della coesistenza di due marchi simili, nella quale è venuto in concreto a mancare il rischio di confusione, occorre valuatare, a monte della questione, se ricorrono i presupposti per assicurare tutela alla funzione distintiva del marchio, ai sensi dell’art. 20 lettera b) c.p.i.. È quindi necessaria una preliminare verifica circa l’idoneità in concreto dei due segni oggetto di causa a generare confusione nei consumatori, anche solo nei limiti di un rischio di associazione tra i segni, peraltro tenendosi conto del fatto che i consumatori, nel caso di specie, sono operatori qualificati. Tuttavia, va anche considerato che la convivenza protrattasi per molti anni sul mercato nazionale dei due segni ha determinato una diffusa consapevolezza della differente provenienza imprenditoriale, che esclude ogni rischio di confusione e, quindi, la possibilità di invocare la tutela prevista dall’art. 20 lett. b) c.p.i.. La rilevanza da attribuire alla pacifica coesistenza fra marchi protrattasi per anni è conforme all’orientamento già espresso da questo tribunale in fattispecie analoghe.
Ai fini dell’apprezzamento della contraffazione di marchio si deve prescindere dalla effettiva confondibilità tra prodotti e, soprattutto, dalle modalità concrete di uso del segno, dato che l’azione di contraffazione ha natura reale e tutela il diritto (assoluto) all’uso esclusivo del segno come bene autonomo, sulla base di un apprezzamento condotto in riferimento all’esemplare
del segno stesso e all’indicazione del genere di prodotti o servizi che il marchio serve a contraddistinguere, poiché l’uso non autorizzato del marchio su prodotti dello stesso genere costituisce contraffazione indipendentemente dalla sussistenza di un effettivo pericolo di confusione fra i prodotti e perfino quando nelle concrete circostanze di fatto, che accompagnano l’uso del marchio, debba essere escluso che il pubblico possa essere indotto a ritenere che i prodotti su cui il marchio illegittimamente figura provenga dall’impresa del titolare del marchio. Per valutare la contraffazione non si deve far riferimento alla confondibilità in concreto fra i prodotti, bensì alla loro identità merceologica.
Il rischio di “confondibilità” deve essere valutato dal giudice, non necessariamente supportato da un consulente tecnico, e deve tenere in considerazione non soltanto la confondibilità “diretta”, ma anche la cosiddetta “post sale confusion”, ossia quella che si determina nel terzo il quale associ il prodotto contraffattorio con il ricordo che conserva del prodotto originale.
La natura sommaria del procedimento cautelare è incompatibile con quelle azioni che, a causa della complessità della materia trattata, richiedono una consistente attività istruttoria (approfondimenti istruttori, articolati e impegnativi approfondimenti peritali, esame di copiosa documentazione) al fine dell’accertamento dell’esistenza del fumus boni iuris.
In particolare, vertendosi in materia di software e di attività di decompilazione in ipotesi illecita, occorre sottolineare che l’attività di decompilazione, quand’anche fosse accertata in via sommaria, non escluderebbe la necessità di ulteriori e complesse valutazioni, dovendosi verificare, alla luce delle prospettazioni delle parti, il contesto in cui essa fosse effettuata e la sussistenza o meno delle ipotesi che la rendessero lecita. Andrebbero indagati i confini di liceità dell’attività di “analisi” e di “reverse engineering”, atteso che: le attività di riproduzione, adattamento, trasformazione sono consentite se “sono necessarie per l’uso del programma conformemente alla sua destinazione” ( art. 64 ter LA ); chi ha diritto di usare una copia del programma per elaboratore può, senza autorizzazione del titolare dei diritti, “osservare, studiare o sottoporre a prova il funzionamento del programma allo scopo di determinarne le idee ed i principi su cui è basato qualora compia tali atti durante operazioni di caricamento, visualizzazione, esecuzione, trasmissione o memorizzazione del programma che ha il diritto di eseguire” e che “le clausole contrattuali pattuite in violazione di tale disposizione sono nulle” ( art 64 ter); l’attività di analisi è altresì consentita quando sia indispensabile ad ottenere le informazioni necessarie per conseguire l’interoperabilità con altri programmi, sempre che le informazioni non vengano utilizzate per “fini diversi dal conseguimento dell’interoperabilità del programma creato autonomamente” e che esse non vengano sfruttate “ per lo sviluppo, la produzione o la commercializzazione di un programma sostanzialmente simile nella sua forma espressiva” (art. 64 quater).
Il ricorso proposto dal P.M. ai sensi dell’art. 2487 co. 4 c.c. in sede di giurisdizione volontaria al fine di ottenere la revoca per giusta causa del liquidatore deceduto e la contestuale nomina di nuovo liquidatore è inammissibile sotto diversi profili. Anzitutto per il fatto che la disciplina ex art. 2487 co. 4 c.c. disegna, secondo l’orientamento preferibile, una legittimazione contenziosa dei vari soggetti ivi indicati, in quanto comportante l’accertamento di giusta causa per la cessazione dell’incarico liquidatorio, accertamento di per sé richiedente il dispiegarsi di contraddittorio pieno e suscettibile di passaggio in giudicato. Perciò non ammette l’instaurazione del giudizio nelle forme della giurisdizione volontaria con conversione del ricorso in atto introduttivo del procedimento contenzioso, essendo tale possibilità inconfigurabile a seguito dell’abrogazione del D.Lgs. n. 5/2003. In secondo luogo poiché non è configurabile la revoca di soggetto il cui incarico sia già cessato per morte.
Il rimedio, nel caso di specie e ogni qual volta cessi dalla carica il precedente liquidatore, così come per il caso di omessa convocazione o di mancata approvazione da parte dell’assemblea della nomina del liquidatore dopo l’accertamento dello stato di scioglimento dell’ente, consiste nella richiesta di nomina di liquidatore al Tribunale ai sensi dell’art. 2487 co. 2 c.c.. I soggetti legittimati a presentare tale richiesta sono singoli soci o amministratori ovvero i sindaci, ma non il P.M., il tutto nell’ambito di un procedimento di volontaria giurisdizione che, essendo volto a porre rimedio all’inerzia assembleare ed incidendo sulla posizione di tutti i soci, deve svolgersi nel contraddittorio dei soci stessi.
Il diritto del socio all’esibizione della documentazione sociale deve essere contemperato, alla luce del principio di buona fede, con gli interessi della società che siano meritevoli di tutela come quello alla riservatezza dei dati sociali. In particolare, quando la società si opponga alla richiesta deducendo l’attività di concorrenza sleale svolta dal socio, si ritiene conforme al principio limitare il diritto di accesso del socio, ad esempio attraverso il mascheramento nelle copie della documentazione da consegnare al socio di dati sensibili relativi a clienti e fornitori. Qualora però lo svolgimento di attività concorrenziale con la società non si presenti quale mera potenzialità ma sia sostanzialmente pacifico e attuale tra le parti, rimanendo contestato solamente il carattere della slealtà, la limitazione del diritto del socio all’accesso deve essere configurata in termini più stringenti, in particolare circoscrivendo l’accesso del socio a quei soli documenti rispetto ai quali il ricorrente illustri uno specifico proprio interesse alla consultazione e nelle modalità più idonee ad evitare ulteriori momenti di conflitto (nel caso di specie, a fronte di una generale istanza di esibizione della documentazione sociale relativa ai costi di esercizio, giustificata dall’esigenza di verificare la correttezza dei rapporti tra la società resistente, in costante perdita, e la sua controllante, la quale invece presentava bilanci in attivo, il Tribunale ha accolto l’istanza del socio solo in riferimento a quella documentazione contabile e amministrativa riguardante i rapporti tra le predette società; il Tribunale ha altresì ritenuto di ordinare soltanto la consegna di copia della documentazione da parte di professionista incaricato dalla società, senza consentire la diretta consultazione presso la sede sociale, data la specificità della documentazione in questione e dati gli episodi di estrema tensione già verificatisi tra le persone fisiche coinvolte).
Il rifiuto di consentire o anche solo di completare la dovuta ostensione documentale implica una compressione attuale e non altrimenti rimovibile del diritto di informazione del socio non amministratore, tale da determinare un pregiudizio non altrimenti riparabile ai danni di quest'ultimo e dunque, tale da integrare il requisito del c.d. periculum in mora.
La causa del contratto di testimonial consiste nell’acquisire il diritto di immagine e di sfruttare la notorietà e la celebrità raggiunta da un personaggio pubblico tramite la sua attività professionale al fine di promuovere il brand del committente verso il pagamento di un corrispettivo economico. Coerente con le finalità di tale contratto deve ritenersi il fatto che il testimonial non possa utilizzare la propria immagine in campo artistico in modo tale da porsi in contrasto con gli obblighi assunti con la controparte.
Integra dunque inadempimento del contratto di testimonial l’aver eseguito una performance artistica mettendo in mostra un capo di abbigliamento appartenente ad un’impresa concorrente nel periodo di vigenza del rapporto contrattuale in questione.
L’utilizzo non autorizzato di una fotografia facente parte di una campagna pubblicitaria da parte del testimonial in essa ritratto costituisce un inadempimento contrattuale, poiché pregiudica l’interesse del committente a che le fotografie della campagna pubblicitaria non vengano usate al di fuori della strategia commerciale predisposta dal committente stesso. L’utilizzo risulta illecito anche dal punto di vista extracontrattuale, ai sensi del terzo comma dell’art. 88 l.d.a., se trattasi di fotografia semplice avente come oggetto cose che sono in possesso del committente, quale una fotografia che ritrae il testimonial mentre indossa un capo di abbigliamento appartenente al committente.
Il terzo che ha trasferito alla società una somma di denaro al fine di sottoscrivere un futuro aumento di capitale ha diritto alla restituzione di quanto versato qualora la società non deliberi il citato aumento, atteso che l’attribuzione è priva di causa e rappresenta un indebito oggettivo.
Costituisce un vizio procedimentale, che giustifica l’annullamento della delibera di approvazione del bilancio, la mancata comunicazione del progetto di bilancio al collegio sindacale e la conseguente mancanza della relazione ex art. 2429 c.c., quand’anche tale circostanza sia dovuta alle avvenute dimissione di sindaci e alla mancata ricostituzione dell’organo di controllo.