In caso di impugnazione di una delibera consortile volta all'ammissione di un nuovo consorziato, l'unico contraddittore necessario è il consorzio, al quale la stessa è giuridicamente imputabile; mentre il nuovo consorziato è litisconsorte facoltativo e, come tale, di non necessaria evocazione in giudizio.
La clausola statutaria con cui si dispone che determinate controversie debbano essere devolute "in via preventiva rispetto al ricorso all'autorità giudiziaria, ad un collegio di probiviri che avrà il compito di tentare una composizione amichevole della vertenza" non configura una causa di improcedibilità del giudizio, che richiede un'apposita previsione normativa, bensì un'ipotesi di mediazione obbligatoria.
Non è congruo richiedere, a titolo di risarcimento del danno conseguente alla risoluzione di un contratto di licenza per inadempimento del licenziante, l’importo che era ancora dovuto ai sensi del contratto, calcolato sulla base della sua scadenza naturale, comprendendovi tutti i contributi pubblicitari, che hanno la finalità di rimborsare il licenziante delle spese effettuate, a titolo pubblicitario, per la salvaguardia e la promozione del marchio. Nel valutare l'ammontare del risarcimento va infatti valutato l’onere incombente sul licenziante di ridurre le conseguenze del danno usando l’ordinaria diligenza. Pertanto, la somma deve essere equitativamente quantificata presumendo che, secondo l’ id quod plerumque accidit, l’uso dell’ordinaria diligenza nella ricerca di un nuovo licenziatario non avrebbe potuto evitare i danni, corrispondenti alle somme che sarebbero state percepite, se il contratto non fosse stato risolto, in un periodo di tempo da valutare prudenzialmente idoneo per il reperimento di un nuovo licenziatario.
Al fine dell’adozione di cautele assai pregnanti e limitative della libera concorrenza, quali l'inibitoria alla commercializzazione, pubblicizzazione e distribuzione sul mercato di un prodotto in sospetta violazione di una privativa brevettuale, deve emergere, sotto il profilo del fumus boni iuris, una ragionevole sicurezza della contraffazione di una valida privativa. Questioni anche tecniche in ordine alla corretta interpretazione del titolo e della sua qualificazione sfuggono alla natura intrinseca del procedimento cautelare, sia in ragione dei requisiti di urgenza sia in considerazione dei limiti ai poteri conferiti al giudice.
Ai sensi dell’art. 5, primo comma n. 3 reg. (CE) n 44/2001, richiamato dalla L n 218/1995, e con particolare riferimento alle applicazioni per social media, sussiste la giurisdizione del giudice italiano quale giudice del luogo in cui si assume essere stato violato l’interesse protetto, in quanto tali applicazioni, di cui è allegata la violazione del diritto d’autore, siano diffuse, distribuite ed utilizzate mediante dispositivi mobili presenti sul territorio italiano. Sussiste altresì la giurisdizione del giudice italiano con riguardo alla contestazione di concorrenza sleale quando la lesione del mercato, che rappresenta la conseguenza eziologica delle condotte sleali, e che si concretizza nello storno di clientela italiana, si sia verificata in Italia, che è il luogo dell’evento dannoso e quindi locus commissi delicti, rilevante a radicare la giurisdizione, secondo i criteri previsti dalle disposizioni di diritto internazionale privato e dalle convenzioni internazionali.
La commercializzazione dei servizi di una società estera sul suolo italiano è idonea a radicare la legittimazione passiva della società che di tale commercializzazione si occupa, secondo la prospettazione dei fatti allegata negli atti introduttivi del giudizio.
La mancata acquisizione del codice sorgente di un programma per social media non è decisivo ai fini del giudizio sulla illiceità delle condotte di violazione del diritto d’autore e di concorrenza sleale poichè per accertare la elaborazione/derivazione del programma utilizzato da un terzo, non è necessaria la copia del codice sorgente, essendo sufficiente un’attività di analisi del programma del concorrente, a maggior ragione nell'ipotesi in cui tale attività sia resa agevole dal provato possesso della copia del prototipo e dall'aver condiviso dati tecnici relativi al funzionamento dello stesso.
Le banche dati, unitamente ai programmi per elaboratori, sono tutelate in quanto opere di carattere creativo. Le banche dati costituiscono una creazione intellettuale dell’autore, per la scelta o la disposizione del materiale, esse sono raccolte di opere, dati o altri elementi indipendenti sistematicamente o metodicamente disposti ed individualmente accessibili grazie a mezzi elettronici o in altro modo. Per integrare il requisito della originalità per le opere compilative è sufficiente che i dati siano stati elaborati ed organizzati in modo personale ed autonomo dall'autore, per la scelta o la disposizione del materiale.
La tutela del diritto d’autore ha per oggetto non la sola riproduzione, ma anche l’adattamento, la trasformazione e ogni altra modificazione dell’opera, che devono essere autorizzate dall’autore. La trasformazione o modificazione possono essere realizzate anche senza avere a disposizione il codice sorgente di una applicazione, ma attraverso operazioni di analisi del funzionamento del programma, per comprendere e determinare idee e principii che stanno alla base. Il reverse engineering consente di partire dal codice compilato o risultato finale e può avere differenti livelli di profondità, contemplando anche la cd. “black box analysis”, ossia l’analisi del funzionamento del programma per determinarne lo scopo e i principi alla base. Tali operazioni di analisi, volte a capire i meccanismi di funzionamento dei programmi, sono consentite nei limiti in cui sono finalizzate all’uso e alla destinazione tipica dei programmi, mentre non sono mai ammesse per scopi commerciali. I limiti così delineati non sono derogabili neppure con clausole contrattuali, pena la comminatoria della loro nullità.
In tema di concorrenza sleale, l'elaborazione di un programma altrui è illecita quando volta ad appropriarsi parassitariamente degli investimenti altrui per la creazione di un’opera dotata di rilevante valore economico, a nulla rilevando la mancata confondibilità dei beni, perché la fattispecie di concorrenza sleale parassitaria non prevede tale elemento costitutivo.
Non si ravvisa un nesso di causalità certo tra la condotta pretesamente illecita (nella specie, l’invio di una lettera di diffida) e l’evento dannoso (nella specie, le perdite derivanti dalla sospensione della distribuzione dei prodotti contestati), poiché, dopo la diffida, la parte destinataria della stessa ha compiuto una valutazione del tutto libera: considerando evidentemente i rischi della prosecuzione di una condotta potenzialmente illecita ha deciso di ottemperare alla diffida e di sospendere la commercializzazione dei prodotti contestati.
In tema di storno di dipendenti, sul piano oggettivo, il discrimen tra natura fisiologica e lecita dello stesso e condotta sleale va individuato nell'intensità lesiva del comportamento. Lo storno è illecito ove il concorrente sleale si appropri di risorse umane altrui con modalità che mettano potenzialmente a rischio la continuità aziendale dell'imprenditore concorrente nella sua capacità competitiva, ovvero provochino alterazioni, oltre la soglia di quanto possa essere ragionevolmente previsto, non suscettibili di essere assorbite ed elise attraverso un'adeguata organizzazione dell'impresa, ed aventi, dunque, un rilevante effetto sull'attività di offerta di beni e servizi.
La condotta di storno di dipendenti si può ritenere integrata se il passaggio di dipendenti da un'impresa ad un'altra sia corredato da alcuni elementi sintomatici dell'attività concorrenziale (atti denigratori, sistematica attività di contatto dei dipendenti stornati, tempi ristretti, quantità e qualità dei dipendenti stornati, etc), idonei a ingenerare la convinzione che esso sia avvenuto in contrasto, appunto, con i principi di correttezza professionale presidiati dall'art. 2598 n.3 c.c..
È contraria alle norme di correttezza professionale l’acquisizione sistematica da parte di un ex dipendente che abbia intrapreso un’autonoma attività imprenditoriale di clienti del precedente datore di lavoro il cui avviamento costituisca, soprattutto nella fase iniziale, il terreno dell’attività elettiva della nuova impresa.
L’ambito di applicabilità dell’art. 2557 c.c., secondo cui chi aliena l'azienda deve astenersi dall'iniziare una nuova impresa che sia idonea a sviare la clientela dell'azienda ceduta, appropriandosi nuovamente dell'avviamento, si estende alle ipotesi di cessione di quote sociali quando i soci cedenti hanno un ruolo imprenditoriale attivo e consistente, con quote di controllo in società di piccole dimensioni.
Tale disposizione non ha il carattere dell' eccezionalità, in quanto con essa il legislatore non ha posto una norma derogativa del principio di libera concorrenza, ma ha inteso disciplinare nel modo più congruo la portata di quegli effetti connaturali al rapporto contrattuale posto in essere dalle parti.
In tema di concorrenza sleale, il luogo di commissione dell'illecito, rilevante ai fini dell'individuazione del giudice competente per territorio, ex art. 20 c.p.c., non è quello in cui l'attore ha la sua sede, ma quello in cui si sono materialmente verificati gli atti che si assumono lesivi, ovvero i conseguenti effetti sul mercato (promozione, pubblicizzazione e commercializzazione), con modalità illecite, per appropriazione di pregi e per condotta non conferme alla concorrenza leale.
La concorrenza sleale ex art. 2598 n.1 c.c. richiede, per essere eccepita, che l'imitazione sia confusoria, che riguardi caratteristiche esteriori, dotate di efficacia di individualizzazione, idonee a ricollegare il prodotto a una determinata impresa e non rese necessarie dalle caratteristiche funzionali del prodotto.