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Promozione via internet in violazione del contratto di licenza e danno da diluizione del segno
L’utilizzo dell’immagine e del nome di un personaggio [opera dell’ingegno registrata anche come marchio] per promozioni commerciali attraverso il canale...

L’utilizzo dell’immagine e del nome di un personaggio [opera dell’ingegno registrata anche come marchio] per promozioni commerciali attraverso il canale internet, che il contratto di licenza riserva espressamente al licenziante, costituisce inadempimento del licenziatario e fa sorgere il diritto del titolare al risarcimento del danno; resta irrilevante un precedente contratto tra le parti che consentiva tale canale, perché superato dalle successive e univoche pattuizioni di contenuto opposto. Il pregiudizio consiste nella diluizione del segno, divenuto oggetto di una campagna promozionale collocata al di fuori dei canali consentiti, che il titolare aveva riservato a sé per gestirne autonomamente forme, tempi e modi.

In difetto di elementi obiettivi, il danno derivante dalla promozione del segno su un canale riservato al licenziante è liquidato in via equitativa assumendo come parametro i corrispettivi pattuiti a titolo di minimo garantito per l’intera durata della licenza e imputando al canale non autorizzato una quota di essi, coerente con l’importo previsto da un precedente contratto di licenza comprensivo anche di quel canale.

L’ex licenziatario non risponde della commercializzazione dei prodotti a marchio effettuata da rivenditori terzi, privi di collegamenti con esso, dopo la scadenza del periodo di smaltimento delle giacenze (sell off), quando dimostri di avere venduto tali prodotti ai rivenditori prima della risoluzione consensuale del contratto o comunque entro il termine pattuito, trattandosi di un’autonoma attività successiva a una vendita lecita, e documenti la distruzione delle giacenze residue.

La stampa di una pagina web priva di riferimenti cronologici e dell’indicazione del nome a dominio inserito per visualizzarla non prova l’effettiva operatività del sito di vendita, perché impedisce qualsiasi verifica sul punto.

Accertato l’inadempimento del contratto di licenza, restano assorbite le domande di accertamento della contraffazione del marchio e della violazione dei diritti di utilizzazione economica sull’opera. L’ordine di ritiro dal commercio è superfluo quando le giacenze residue siano state interamente consegnate per la distruzione, e la pubblicazione della sentenza può essere negata in ragione della limitata dimensione della vicenda.

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Rapporto tra diritto di cronaca e concorrenza sleale per denigrazione
Nel giudizio di bilanciamento dei contrapposti diritti della libera manifestazione del pensiero, da un lato, e dell’immagine e della reputazione...

Nel giudizio di bilanciamento dei contrapposti diritti della libera manifestazione del pensiero, da un lato, e dell’immagine e della reputazione sociale, dall’altro, sussiste il fumus della lesione della reputazione imprenditoriale, ex art. 2598 comma 2 c.c., quando vi sia il mancato rispetto delle condizioni della verità della notizia divulgata e della continenza.

Nel diritto di cronaca la verità - sia essa oggettiva o anche solo putativa purché frutto di un serio e diligente lavoro di ricerca e controllo del giornalista sia sulla fonte che sulla verità sostanziale - sussiste quando, pur essendo veri i singoli fatti riferiti, siano dolosamente o anche colposamente taciuti altri fatti, tanto strettamente ricollegabili ai primi da mutarne completamente il significato.

La cessazione spontanea della condotta illecita successivamente alla notifica del ricorso cautelare non esclude, di per sé, la sussistenza del periculum in mora, giacché, quando la condotta illecita non è in atto, la sua carenza non consegue automaticamente da tale, pur rilevante, circostanza, ma esclusivamente da una valutazione prognostica del pericolo di reiterazione dei fatti, da ponderare sulla base delle molteplici circostanze del caso.

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Concorrenza sleale per denigrazione
Costituisce fattispecie di concorrenza sleale ex art. 2598 c.c., sebbene non espressamente prevista dalla norma, per costante applicazione giurisprudenziale, la...

Costituisce fattispecie di concorrenza sleale ex art. 2598 c.c., sebbene non espressamente prevista dalla norma, per costante applicazione giurisprudenziale, la divulgazione, ad iniziativa di parte, di provvedimenti giudiziari o della diffusione di notizie relative alla loro emanazione (non a seguito di ordine del giudice ma ad iniziativa della parte interessata), in determinate condizioni.

In generale tale attività viene considerata lecita, ma maggiori debbono essere le cautele nella divulgazione, la quale non deve essere attuata con modi e forme tali da ingenerare nei terzi una rappresentazione non corretta del contenuto del provvedimento o dell'andamento del giudizio. La comunicazione deve cioè evitare ogni tendenziosità, indicando tutte le circostanze e le precisazioni atte a formare, nei destinatari dell'informazione, una corretta opinione.

A tal fine, il messaggio diffuso deve contenere tutti gli elementi che, sul piano obiettivo, concorrono a caratterizzare la situazione alla quale si riferisce il provvedimento giudiziario. Il rispetto del canone di correttezza implica in particolare che -alla comunicazione dell'esito di un procedimento- si affianchi l'illustrazione di tutti gli elementi che valgano a limitare (o comunque precisare) l'ambito e l'intensità di efficacia del provvedimento conclusivo. Inoltre, la valutazione della illiceità concorrenziale della comunicazione di un provvedimento giudiziale non può prescindere da una sua lettura complessiva, giacché il lettore valuta il messaggio trasmesso nel suo insieme e tendenzialmente dà di esso un'interpretazione integrale.

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Contratti per servizi pubblicitari on-line e abuso di dipendenza economica
Ai sensi del’art. 9 della l. 192/1998, che è estrinsecazione della clausola di buona fede, si considera dipendenza economica la...

Ai sensi del'art. 9 della l. 192/1998, che è estrinsecazione della clausola di buona fede, si considera dipendenza economica la situazione in cui un'impresa sia in grado di determinare, nei rapporti commerciali con un'altra impresa, un eccessivo squilibrio di diritti e di obblighi. La posizione di dipendenza è valutata tenendo conto anche della reale possibilità per la parte che abbia subito l'abuso di reperire sul mercato alternative soddisfacenti. La situazione di dominio non è sanzionata di per sé, ma solo se si tramuti nell’eccessivo squilibrio di diritti ed obblighi a carico dell’impresa più debole.

L’abuso di dipendenza economica prevista dal menzionato art. 9 della l. 192/1998, pur contenuto nell’ambito della disciplina della subfornitura, è espressione del principio di buona fede ed è applicabile a tutti i rapporti tra imprese. E' rilevabile ex officio dalla nullità del contratto nell’ambito del processo promosso per ottenerne la risoluzione, che può essere affermata sulla base de fatti allegati e provati o, comunque, emergenti ex actis.

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Intese restrittive della libertà di concorrenza ed onere della prova in azione stand alone
In caso di controversia con caratteristiche dell’azione stand alone – non preceduta cioè da un provvedimento dell’AGCM che abbia sanzionato...

In caso di controversia con caratteristiche dell’azione stand alone – non preceduta cioè da un provvedimento dell’AGCM che abbia sanzionato l’intesa dedotta – deve convenirsi che secondo le regole proprie del giudizio civile l’onere probatorio volto a dare fondamento alla contestazione di intesa in relazione al disposto dell’art. 2 L. 287/90 non può che ricadere sulla parte che ha formulato detta contestazione.

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Preuso di marchio di fatto e rischio di associazione e confusione tra marchi
Il precedente utilizzo di un “marchio di fatto” sul territorio nazionale, o su una parte importante di esso, conferisce al...

Il precedente utilizzo di un “marchio di fatto” sul territorio nazionale, o su una parte importante di esso, conferisce al preutente un diritto esclusivo allo sfruttamento di detto marchio: tale uso è idoneo a invalidare eventuali successive registrazioni da parte di terzi di marchi identici o simili per prodotti appartenenti a un identico o affine settore merceologico, in quanto in tal caso viene a mancare il carattere della novità, che costituisce condizione per ottenerne validamente la registrazione.

Ai marchi dotati di un’elevata forza distintiva, in quanto privi di attinenza concettuale al prodotto contraddistinto, si deve riconoscere una tutela caratterizzata da una maggiore incisività rispetto a quella dei marchi “deboli”, dovendo ritenersi illegittime le variazioni, anche se rilevanti ed originali, che lascino sussistere l’identità sostanziale del nucleo individualizzante.

Si parla del rischio di associazione tra segni distintivi quando il pubblico sia portato a ritenere che sussistano, tra diverse imprese, rapporti di natura contrattuale, quale, ad esempio, un rapporto di licenza di marchio, in base al quale ad un’impresa venga consentita la produzione e la commercializzazione di uno stesso prodotto, ma, per esempio, ad un minor costo per un consumatore con ridotte capacità di spesa; sicché il rischio di associazione sull’origine dei prodotti non è alternativo al rischio di confusione: anche in presenza di differenze di qualità dei prodotti o di modalità della loro offerta al pubblico, l’acquirente ben può ritenere che gli stessi produttori abbiano posto sul mercato una differente linea di prodotto, ovvero abbiano concesso ad un diverso produttore l’uso del marchio.

La somiglianza tra due marchi va valutata alla luce di un esame globale, visivo, fonetico e concettuale, che, quindi, non deve essere “analitico” bensì basarsi sull’impressione complessiva prodotta dai marchi a confronto in considerazione dei loro elementi distintivi e dominanti, per cui, ad esempio, differenze fonetiche possono essere neutralizzate dalle somiglianze visive; e ciò tenuto conto della normale diligenza ed avvedutezza dei consumatori che eseguiranno il “confronto” tra il marchio che “vedono” al momento di effettuare un acquisto e quello che “ricordano” dell’altro. Ciò anche nel caso di marchi complessi, caratterizzati ad esempio da un elemento denominativo e da un elemento figurativo, salvo che la capacità distintiva sia, in siffatti casi, affidata ad uno solo (o a più di uno) degli elementi che lo compongono (c.d. cuore del marchio); nel qual caso l’esame da parte del giudice deve effettuarsi in modo parcellizzato per ciascuno degli elementi dotati di capacità caratterizzante.

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Insufficienza delle notizie di stampa a provare l’illecito antitrust sulla manipolazione dell’Euribor
Le notizie di stampa sull’esito della procedura sanzionatoria avviata dalla Commissione europea nei confronti di alcuni istituti di credito per...

Le notizie di stampa sull’esito della procedura sanzionatoria avviata dalla Commissione europea nei confronti di alcuni istituti di credito per intese finalizzate ad alterare la fissazione dei tassi Libor ed Euribor sono idonee a dimostrare soltanto l’esistenza e l’esito di tale procedura e restano insufficienti a provare la pratica anticoncorrenziale contestata alle banche convenute [non destinatarie di sanzioni], perché la conoscenza in dettaglio dell’accertamento compiuto dalla Commissione costituisce la condicio sine qua non per ogni ulteriore valutazione processuale: solo l’esame della ricostruzione logico-fattuale contenuta nella motivazione del provvedimento consente di verificarne l’eventuale incidenza sui rapporti oggetto del giudizio.

L’onere della prova di un illecito antitrust grava sulla parte che ne assume l’esistenza secondo le regole ordinarie del processo civile, salvo che l’illecito sia già stato oggetto di positivo accertamento da parte dell’autorità amministrativa deputata alla vigilanza sul mercato, potendo in tal caso la parte interessata avvalersi di tale prova privilegiata.

La clausola che fissa gli interessi corrispettivi con rinvio per relationem al tasso Euribor a tre mesi è conforme all’art. 117 d.lgs. 385/1993, perché l’Euribor costituisce un indice determinabile in modo costante, sulla base di un articolato procedimento di rilevazione sottratto a qualsiasi rischio di determinazione unilaterale da parte della banca; restano così superate le obiezioni sull’indeterminatezza del tasso e sul vizio del consenso.

Ai fini della verifica del rispetto del tasso soglia antiusura, gli interessi corrispettivi e gli interessi moratori hanno funzioni diverse e sono rigorosamente alternativi: i primi remunerano il capitale messo a disposizione ed esprimono la fisiologia del rapporto, i secondi si applicano soltanto nella fase patologica del mancato o ritardato pagamento e comunque in via sostitutiva dei corrispettivi. La sommatoria algebrica dei due tassi è pertanto illegittima.

Il fideiussore che sia socio al 50% della società debitrice principale e abbia partecipato alle trattative per la rinegoziazione del debito con la banca ha una conoscenza diretta e completa dell’andamento delle condizioni patrimoniali del debitore, sicché non può invocare la liberazione ai sensi dell’art. 1956 c.c., difettando qualsiasi negligenza della banca volta a sfruttare la sua inconsapevolezza del peggioramento della situazione finanziaria del debitore.

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Differenza tra concorrenza sleale per riproduzione servile confusoria e per agganciamento
La riproduzione di elementi distintivi arbitrari e inessenziali alla funzione tecnica svolta costituisce un atto di concorrenza sleale se idonea...

La riproduzione di elementi distintivi arbitrari e inessenziali alla funzione tecnica svolta costituisce un atto di concorrenza sleale se idonea a creare un rischio di confusione, quanto meno per associazione, riguardo alla loro origine imprenditoriale. In particolare, la tutela di cui all'art. 2598, comma 1, c.c. attiene non alla forma del prodotto in sé, bensì a quegli elementi accidentali o capricciosi che consentono di assurgere ad elemento distintivo di un prodotto. Essa concerne le forme aventi efficacia individualizzante e diversificatrice del prodotto rispetto ad altri simili, non essendo, tuttavia, compresi nella tutela medesima gli elementi formali dei prodotti imitati che, nella percezione del pubblico, non assolvano ad una specifica funzione distintiva del prodotto stesso, intesa nel duplice effetto di differenziarlo rispetto ai prodotti simili e di identificarlo come riconducibile ad una determinata impresa.

La riproduzione degli elementi “più caratteristici” del prodotto altrui non integra di per sè un’ipotesi di agganciamento illecito, di cui all'art. 2598 n. 2 c.c. (look alike), in quanto l’ipotesi normativa in commento si riferisce al diverso caso della condotta parassitaria, che sia rivolta all'appropriazione di qualità e pregi dell'attività e del prodotto altrui, ferma restando la distinzione d'identità fra gli uni e gli altri, e ricorre quando un imprenditore, in forme pubblicitarie od equivalenti, attribuisce ai propri prodotti od alla propria impresa pregi da essi non posseduti, ma appartenenti a prodotti o all'impresa di un concorrente, in modo da perturbare la libera scelta dei consumatori. In altre parole, l'agganciamento sussiste quando è finalizzato a richiamare alla mente del consumatore il prodotto della concorrente, sfruttando l’altrui lavoro e l’altrui investimento per l’accreditamento del nuovo prodotto, ma non è idoneo a creare confusione, e pertanto ad integrare la fattispecie confusoria della concorrenza sleale di cui all’art. 2598 n. 1 c.c..

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La speciale responsabilità gravante sulle imprese che agiscono in posizione dominante
Secondo un principio ormai consolidato nella giurisprudenza comunitaria, le imprese che agiscono sul mercato in posizione dominante devono considerarsi gravate...

Secondo un principio ormai consolidato nella giurisprudenza comunitaria, le imprese che agiscono sul mercato in posizione dominante devono considerarsi gravate da una speciale responsabilità, che vieta loro comportamenti che, se tenuti da imprese che non detengono un rilevante potere, possono risultare del tutto legittimi.

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Comportamenti idonei a comportare abuso di posizione dominante
Un comportamento astrattamente lecito può, in taluni casi, costituire una condotta ingiustificatamente discriminatoria e comportare abuso di posizione dominante in...

Un comportamento astrattamente lecito può, in taluni casi, costituire una condotta ingiustificatamente discriminatoria e comportare abuso di posizione dominante in virtù del principio, consolidato nella giurisprudenza comunitaria, secondo cui le imprese che agiscono sul mercato in posizione dominante devono considerarsi gravate da una speciale responsabilità, che vieta loro comportamenti che, se tenuti da imprese che non detengono un rilevante potere, potrebbero risultare del tutto legittimi.

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