La partecipazione di uno dei due coniugi in una società a responsabilità limitata, se acquisita in costanza di matrimonio, rientra fra gli acquisti che costituiscono oggetto della comunione legale ai sensi dell'art. 177, co. 1, lett. a), c.c.
La partecipazione sociale va intesa quale posizione contrattuale obiettivata giuridicamente equiparabile ad un bene mobile,
anche sul piano del conflitto fra coloro che ritengono di vantare la titolarità di una medesima quota o parte di essa, ai sensi degli artt. 812, ult. co., e 813 c.c.
É pertanto ammissibile, ai sensi dell'art. 670 c.p.c., il ricorso al rimedio cautelare del sequestro giudiziario, escludendosi dal giudizio ogni valutazione relativa all'interferenza tra la qualità formale di socio e la ricomprensione ex lege dell'intera partecipazione nella comunione patrimoniale o la diversa questione dell'inefficacia degli atti dispositivi della partecipazione compiuti senza il previo consenso formale del coniuge non socio.
É ravvisabile il fumus boni juris nella circostanza, da un lato, dell'integrale sottoscrizione da parte di uno dei coniugi dell'intero capitale sociale in sede di costituzione della S.r.l. e, dall'altro, dell'avviso espresso dal coniuge non intestario formale dell'atto di sottoscrizione di voler esercitare azione ordinaria volta all'accertamento della propria titolarità della quota nella misura del 50%.
Ricorre poi il periculum in mora nella semplice circostanza in cui il socio si rifiuti di intestare formalmente la metà della quota sociale al proprio coniuge, impedendo di fatto a quest'ultimo l'esercizio dei diritti sociali.
La delibera dei soci può essere invalidata per abuso o eccesso di potere quando risulti arbitrariamente o fraudolentemente preordinata dai soci maggioritari al perseguimento di interessi divergenti da quelli societari, ovvero alla lesione dei diritti del singolo partecipante; tuttavia è necessaria la dimostrazione di un esercizio "fraudolento" o "ingiustificato" del potere di voto, poiché l'abuso non può consistere nella mera valutazione discrezionale del socio dei propri interessi, e deve invece concretarsi nell'intenzionalità specificatamente dannosa del voto, ovvero nella compressione degli altrui diritti in assenza di apprezzabile interesse del votante.
L’art. 2378, quarto comma, c.c., ai sensi del quale il tribunale in sede di procedimento cautelare per la sospensione degli effetti della deliberazione invalida deve valutare comparativamente il pregiudizio che subirebbe il ricorrente dalla esecuzione e quello che subirebbe la società dalla sospensione della esecuzione della deliberazione, così prescrivendo un bilanciamento tra l’interesse ad agire in via cautelare del socio e quello a resistere della società, deroga al principio generale secondo il quale nel procedimento cautelare il presupposto del periculum in mora deve essere valutato rispetto alla posizione soggettiva del ricorrente; infatti, la ratio di tale disposizione risiede nel favore accordato dal legislatore al principio di stabilità degli atti della società, quale elemento di buon funzionamento della impresa collettiva sul mercato.
Nel trust liquidatorio il trustee (anche liquidatore e socio-creditore della società disponente), il cui operato non sia soggetto a controlli – attesa la mancata nomina di un c.d. enforcer («guardiano») –, può essere sostituito in via cautelare, su ricorso ex art. 700 c.p.c. del creditore non soddisfatto, con un professionista terzo e imparziale nominato dal giudice, qualora il trustee utilizzi i poteri inerenti alla sua posizione a fini personali (fruizione personale dei beni immobili parte del trust fund; soddisfazione in via prioritaria di crediti personali, derivanti da finanziamenti soci) e contrastanti con lo scopo del trust (soddisfazione dei creditori sociali della disponente).
Nel caso in cui nel trust fund confluiscano anche beni personali del trustee, il ricorso per la sostituzione del trustee può essere presentato anche dai creditori personali di quest’ultimo.
Quando l’atto istitutivo di trust non preveda la nomina di un enforcer, i beneficiari devono essere titolari di effettivi poteri di controllo sull’operato del trustee, fra i quali deve annoverarsi la capacità di esprimere pareri vincolanti nei confronti dell’attività del trustee.
E' indifferente che il patto leonino sia previsto nello statuto della società o in un patto parasociale, ma è necessario che sia stabilito tra i soci di una società, mentre sono irrilevanti i patti tra soci e terzi aventi ad oggetto la vendita della partecipazione. Ciò per l'ovvio motivo che, rispetto alla ratio del divieto, non conta solo l'esonero totale e costante dalle perdite (o dagli utili), ma il fatto speculare che esse, per effetto del patto, siano sopportate (o gli utili percepiti) dagli altri soci per la quota del socio-leone. Viceversa l'accordo con il terzo non esonera in modo costante il socio stipulante dalla partecipazione alle perdite (nè gli preclude la percezione degli utili) nè le ribalta sugli altri soci. Semmai, qualora l'accordo con il terzo preveda la cessione ad una certa data ed a prezzo determinato si avrà un contratto connotato da un certo grado di aleatorietà o da una funzione di garanzia, ma che rientra certamente in schemi noti e meritevoli di tutela.
Il contratto stipulato da una società di gestione del risparmio in nome proprio, sebbene nell'interesse dei fondi gestiti, grava la stessa SGR in prima persona dei relativi obblighi di adempimento. Ciò vale anche con riferimento alla legittimazione processuale della SGR, che andrà correttamente evocata in giudizio come tale ed essendo priva di rilievo sul piano processuale la spendita o l'indicazione del nome del fondo.
Il diritto conferito al partecipante di un fondo avente ad oggetto la vendita di una quota del partecipante ad una società terza, senza che la stessa abbia assunto alcun obbligo di acquisto nè abbia formulato alcuna proposta di acquisto, tantomeno irrevocabile, nè abbia convenuto il prezzo, configura, a prescindere dalla qualificazione datane dalle parti, non già un'opzione ma lo schema contrattuale della promessa del fatto del terzo ex art. 1381 c.c., e la SGR che, una volta assunta tale promessa, non si adoperi per attuarla, è gravata da una obbligazione di risultato, il cui inadempimento dà luogo a risoluzione dell'accordo tra il partecipante al fondo e la stessa società di gestione del risparmio.
Il danno cagionato dagli amministratori che dissimulino una perdita tale da azzerare il capitale sociale, provocando l'insolvenza della società, non può essere quantificato in base alla semplice differenza tra l'esposizione debitoria al momento in cui l'illecito è commesso e l'esposizione debitoria accertata in sede fallimentare. Ciò in quanto l'incremento dei debiti sociali deriva da un numero imprecisato di operazioni che non hanno nulla a che fare con l'illecita dissimulazione operata degli amministratori. (Nel caso di specie si gli amministratori avevano proceduto alla capitalizzazione di costi di impianto che avrebbero invece dovuto essere contabilizzati nel conto economico del bilancio d'esercizio).
Il danno di cui sopra non può neanche essere calcolato in base alla differenza tra il summenzionato incremento dell'esposizione debitoria e l'incremento dell'attivo patrimoniale (intervenuto nel medesimo periodo), trattandosi di grandezze del tutto disomogenee.
In tal caso, il danno imputabile agli amministratori deriva dall'incremento del saldo passivo del patrimonio netto, dovuto alla illegittima prosecuzione dell'attività nonostante l'intervento di una causa di scioglimento.
In una intestazione fiduciaria di azioni nella quale il fiduciario è persona fisica e non una società fiduciaria ex lege n. 1966 del 1939, il soggetto interposto (realmente) acquista la titolarità delle azioni (c.d. "fiducia romanistica" o "fiducia cum amico"). Il cessionario fiduciario di partecipazione societaria ha diritto di essere iscritto a libro soci; la tardività dell'iscrizione implica un inadempimento dell'amministratore, non certo il venir meno del diritto.
Una clausola statutaria di prelazione che preveda, in caso di vendita di azioni, in capo al cessionario delle stesse l'obbligo di offerta agli "altri soci" deve intendersi diretta solamente a coloro che sono tali al momento dell'offerta stessa o al momento in cui pretendono di esercitare il diritto di prelazione. Chi dunque era socio al momento della cessione ma ha successivamente dismesso la partecipazione non manterrà il diritto a vedersi indirizzata l'offerta di acquisto. Ove la clausola non ponga un limite temporale entro il quale il cessionario deve effettuare l'offerta, essa potrà essere effettuata senza limiti di tempo, salva ovviamente ogni azione da parte degli altri soci volta ad ottenere l'adempimento dell'obbligo da parte del cessionario. In assenza di previsione di una denuntiatio da parte del cedente, si deve ritenere che la clausola statutaria non tuteli l'interesse del socio che sia tale al momento della cessione a rendersi acquirente della partecipazione ceduta, interesse in ipotesi leso dal non essere venuto a conoscenza di quella cessione.
E' ammissibile l'accertamento incidentale della nullità di una delibera assembleare non direttamente impugnata dalla parte, a condizione che il richiedente ne abbia interesse. La parte deve provare che l'accertamento della nullità sia funzionale alla decisione delle domande che costituiscono l'oggetto immediato ed effettivo del processo.
L'azione di responsabilità ex art. 2394 c.c. è volta a reintegrare il patrimonio sociale illegittimamente depauperato dagli amministratori.
L'azione presuppone la deduzione della prova di una condotta illecita dell'amministratore che abbia causato un depauperamento patrimoniale tale da rendere il patrimonio sociale stesso inidoneo a svolgere la sua tipica funzione di garanzia nei confronti dei terzi creditori. Tale prova risulta mancante allorquando i presupposti oggetto di mala gestio sono indicati genericamente nella domanda o quando l'atto gestorio distrattivo del patrimonio sociale appare sorretto da una causa coerente col perseguimento dell'oggetto sociale della società cui l'atto è imputabile.
L'azione si prescrive in cinque anni da quando si è verificata l'insufficienza patrimoniale o dal momento in cui i creditori sono stati in grado di percepire detta insufficienza, in applicazione del principio di cui all'art. 2935 c.c.
La mancanza di una corrispondente norma in materia di s.r.l. è frutto di un errore di coordinamento del legislatore, essendo incompatibile una lacuna di tal genere a fronte dell'impianto codicistico risultante dagli artt. 2485, 2486, 2477 e 2497 c.c.
Il ricorso ex art. 700 c.p.c. è ammissibile anche nel processo volto alla pronuncia di una sentenza ad effetto costitutivo, posto che il provvedimento cautelare è teso non tanto ad anticipare l'effetto della pronuncia costitutiva, quanto a salvaguardare la futura esecuzione delle condanne accessorie all'accertamento costitutivo.
Nel caso di contratto di cessione d'azienda con riserva di proprieta', il ricorso cautelare diretto alla restituzione immediata del bene per inadempimento costituisce strumento processuale idoneo ad assicurare l'operativita' dell'azienda, a differenza del sequestro giudiziario che consente la mera conservazione statica del bene.
Il regime fissato dall'art. 2560, comma 2°, cod. civ. quanto ai debiti relativi all'azienda ceduta è destinato a trovare applicazione quando si tratti di debiti in sé solo considerati, e non anche quando ad essi si ricolleghino posizioni contrattuali non ancora esaurite, anche se in fase contenziosa al tempo della cessione dell'azienda, in cui il cessionario sia subentrato a norma del precedente art. 2558 cod civ.
Le iscrizioni effettuate nel libro IVA dall'imprenditore che cede l'azienda non possono essere considerate "risultanze di libri contabili obbligatori" ai sensi e per gli effetti del capoverso dell'art. 2560.
Va esclusa la possibilità di attribuire alla violazione dell'obbligo "formale" di messa in liquidazione della società una qualsiasi automatica incidenza negativa sul patrimonio sociale, tale da fondare la responsabilità dell'amministratore ai sensi dell'art. 2485, 1° comma, cod. civ.
L'art. 2485, 1° comma, cod civ., nella parte in cui prevede che l'amministratore che non provvede agli adempimenti dovuti in materia di messa in liquidazione è chiamato a rispondere "per i danni subiti dalla società", fa riferimento a danni che siano "in fatto" riconducibili alla omissione della condotta doverosa, secondo ordinario e imprescindibile nesso di causalità, con conseguenti oneri di allegazione e di prova indiscutibilmente a carico di chi agisca in giudizio.
La clausola statutaria che preveda, senza ulteriori precisazioni, “il diritto di prelazione a favore dei soci nelle ipotesi di trasferimento delle quote sociali per atto tra vivi” non può essere interpretata nel senso di escludere la sua operatività con riguardo ai trasferimenti infra soci.
La denuntiatio rappresenta la mera dichiarazione di un’intenzione a vendere ad un terzo, volta ad innescare un’eventuale proposta di acquisto da parte dell’oblato, alle medesime condizioni dichiarate nella denuntiatio, proposta alla quale dunque, per la conclusione del negozio di cessione, deve far seguito un’ulteriore accettazione del denunziante, solo in presenza della quale si può dire concluso il negozio. E’ allora da respingere la configurazione della denuntiatio e del conseguente atto di esercizio della prelazione quali, rispettivamente, proposta contrattuale e correlativa accettazione, idonee a dar vita ad un negozio di cessione.