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Cessione di partecipazioni: competenza delle sezioni specializzate in materia impresa e clausole di garanzia
L’art. 3, comma 2, lett. b), d.lgs. n. 168 del 2003 – nel testo introdotto dall’art. 2, comma 1, lett....

L’art. 3, comma 2, lett. b), d.lgs. n. 168 del 2003 – nel testo introdotto dall’art. 2, comma 1, lett. d), d.l. n. 1 del 2012, conv. con modif. in l. n. 27 del 2012 – deve essere interpretato nel senso che l’espressione “controversie relative ai diritti inerenti” ricomprende tanto i diritti che il socio trae direttamente dalla partecipazione, quanto i diritti derivanti dall’atto di trasferimento della quota o da altri negozi che abbiano ad oggetto le partecipazioni sociali, inclusi quelli concernenti il pagamento del prezzo della cessione. In tale prospettiva, la controversia relativa all’adempimento dell’obbligazione di pagamento del corrispettivo pattuito per la cessione di quote sociali appartiene alla competenza delle sezioni specializzate in materia di impresa, in quanto strettamente connessa ai rapporti societari e alla stessa struttura organizzativa della società.

Le clausole di garanzia, tipicamente impiegate nelle operazioni di trasferimento di quote di società o anche d’azienda, mirano a preservare l’equilibrio sinallagmatico del contratto, ponendo a carico del cedente il rischio di passività o debiti pregressi non emergenti al momento della stipula e riferibili alla gestione pregressa. La loro funzione è, dunque, quella di assicurare al cessionario che il valore economico e patrimoniale dell’entità acquisita non risulti successivamente diminuito da fatti anteriori e a lui non conoscibili, garantendogli, in tal caso, il ristoro o l’indennizzo delle perdite sopravvenute. In considerazione della loro funzione, le clausole di garanzia non possono essere invocate per conseguenze economiche imputabili a comportamenti del cessionario medesimo o comunque a fatti sopravvenuti che traggano origine da una sua scelta gestionale, ovvero da circostanze delle quali egli fosse già pienamente consapevole al momento dell’acquisto.

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Inadempimento del contratto d’affitto d’azienda e responsabilità dell’amministratore di s.r.l.
Nell’ambito di un contratto di affitto di azienda, i canoni d’affitto e le spese insoluti maturati fino alla risoluzione del...

Nell’ambito di un contratto di affitto di azienda, i canoni d’affitto e le spese insoluti maturati fino alla risoluzione del contratto costituiscono debiti pregressi della società affittuaria, del cui inadempimento l’amministratrice della società debitrice non é tenuta a rispondere, nemmeno in via sussidiaria, poiché in tal caso verrebbe meno la logica che sorregge l’istituto della limitazione di responsabilità delle società di capitali.

La condotta omissiva contestata all’amministratore della società affittuaria, consistente nella mancata riconsegna, entro un tempo congruo delle chiavi dei locali aziendali oggetto di affitto di azienda, quand’anche sorretta da dolo o colpa, non integra di per sé la rappresentazione di un atto idoneo a incidere direttamente nella sfera patrimoniale della società creditrice, tale da fondare l’azione risarcitoria ex art. 2476, 7° comma, c.c.

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Revoca cautelare di amministratore di S.r.l.
La revoca degli amministratori di s.r.l., tutt’ora espressamente prevista dall’art. 2476, terzo comma, c.c., quale misura cautelare strumentale rispetto all’azione...

La revoca degli amministratori di s.r.l., tutt’ora espressamente prevista dall’art. 2476, terzo comma, c.c., quale misura cautelare strumentale rispetto all’azione di responsabilità dell’amministratore, e il provvedimento di revoca che può essere assunto nell’ambito di un procedimento di controllo giurisdizionale della società ex art. 2409 c.c. sono due rimedi giurisdizionali distinti, che possono coesistere e si configurano quali concorrenti strumenti di tutela.

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Fotografia aerea di paesaggio al tramonto, semplice fotografia e risarcimento per pubblicazione abusiva online
L’immagine che ritrae dall’alto una nota località turistica al tramonto è una semplice fotografia tutelata dagli artt. 87 ss. l....

L’immagine che ritrae dall’alto una nota località turistica al tramonto è una semplice fotografia tutelata dagli artt. 87 ss. l. 633/1941, e non un’opera fotografica dotata di carattere creativo ai sensi dell’art. 2, n. 7, della stessa legge, quando soggetto, inquadratura e momento dello scatto rientrano in un repertorio visivo ampiamente sfruttato e non esprimono una rilettura personale dell’autore né una carica espressiva capace di attribuire al paesaggio un significato che trascenda la realtà raffigurata. La prospettiva aerea ottenuta con un drone e la panoramicità della visione sono infatti meri dati tecnici, e il tramonto è un tema ricorrente della fotografia, soprattutto in contesti turistici [fotografia aerea di un’isola al tramonto, realizzata con drone da un fotografo professionista e pubblicata senza consenso a corredo di un articolo su un portale web, dopo l’eliminazione della fascia recante il nome dell’autore e l’anno dello scatto].

L’editing professionale di una fotografia, quando non trasfigura totalmente la realtà rappresentata, è una fase accessoria e subordinata rispetto agli elementi centrali dello scatto, cioè soggetto, inquadratura e momento. Se questi sono privi di carica creativa, la post-produzione non basta da sola a elevare una semplice fotografia al rango di opera dell’ingegno.

È abusiva ai sensi dell’art. 90 l. 633/1941 la riproduzione non autorizzata su un sito internet di una semplice fotografia che reca il nome del fotografo e l’anno di produzione, anche quando l’utilizzatore l’ha pubblicata tagliando volutamente la parte dell’immagine che riporta tali indicazioni.

Il danno patrimoniale del fotografo professionista per la pubblicazione abusiva di una semplice fotografia su un sito internet, anche per un tempo limitato, è pari almeno al prezzo del consenso che egli avrebbe chiesto per l’utilizzazione. La congruità di tale prezzo può essere valutata alla luce delle somme pagate in via transattiva da altri utilizzatori abusivi della stessa immagine. Il danno comprende inoltre, come danno emergente, le spese legali stragiudiziali sostenute per la diffida che ha indotto l’utilizzatore a cessare la violazione.

Per la semplice fotografia il danno non patrimoniale risarcibile per l’utilizzazione abusiva è circoscritto alle conseguenze morali dell’eliminazione dolosa delle indicazioni del nome dell’autore e della data di produzione, e va liquidato in via equitativa.

Sulle somme liquidate a titolo di risarcimento del danno sono dovuti gli interessi previsti dall’art. 1282 c.c. dalla data di pubblicazione della sentenza, momento in cui l’obbligazione risarcitoria si trasforma in debito di valuta.

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Cessione di quote in violazione della prelazione statutaria e tutela del socio pretermesso
La cessione di quote in violazione della clausola statutaria di prelazione è valida tra le parti contraenti e inopponibile ai...

La cessione di quote in violazione della clausola statutaria di prelazione è valida tra le parti contraenti e inopponibile ai soci e alla società, per i quali il titolare delle quote, unico soggetto legittimato a esercitare i diritti sociali, continua a essere il cedente. Il cessionario, titolare di quote prive di diritti, può domandare contro il cedente l’accertamento della risoluzione del contratto, per inadempimento o, quando entrambe le parti conoscevano la violazione della prelazione, per l’avveramento della condizione risolutiva implicita costituita dall’accertamento dell’inefficacia della cessione nei confronti della società e dei soci.

Il socio prelazionario pretermesso non è legittimato a chiedere l’accertamento della risoluzione del contratto di cessione, che per lui è res inter alios acta, e la sua tutela si arresta all’accertamento dell’inefficacia relativa della cessione.

La comunicazione del socio cedente che esclude espressamente di valere come proposta contrattuale e non indica il prezzo di vendita è priva di un requisito essenziale dell’offerta in prelazione, sicché la dichiarazione dell’altro socio di voler esercitare la prelazione non perfeziona alcun contratto. In mancanza di un’offerta, il prelazionario non può affermare di essere divenuto titolare della quota ceduta.

Il sequestro giudiziario della quota ceduta ai sensi dell’art. 670, n. 1, c.p.c. va negato al socio pretermesso quando difetta il fumus della sua pretesa alla titolarità della quota, come accade se non gli è mai stata rivolta un’offerta di acquisto.

La clausola statutaria di prelazione [di s.r.l.] che, tra le eccezioni, non prevede un’espressa deroga per i trasferimenti tra soci opera anche nelle cessioni di quote tra soci, perché risponde sia all’esigenza di impedire l’ingresso di terzi estranei nella compagine sociale sia a quella di garantire l’equilibrio tra le partecipazioni e la stabilità interna.

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Inesistenza della cessione di quote di s.r.l. per furto di identità del cessionario
La cessione di partecipazioni sociali è inesistente e totalmente inefficace quando risulti provato, anche in via presuntiva, che il cessionario...

La cessione di partecipazioni sociali è inesistente e totalmente inefficace quando risulti provato, anche in via presuntiva, che il cessionario indicato nell’atto non vi abbia preso parte, essendo stato vittima di un furto di identità. Dall’inesistenza della cessione consegue l’ordine di cancellazione della relativa iscrizione dal registro delle imprese.

Fondano la prova presuntiva del furto di identità del preteso cessionario la documentata permanenza all’estero alla data della cessione, la distanza del suo domicilio dalla sede della società, lo svolgimento di un’attività estranea all’oggetto sociale, l’assenza di rapporti con le parti e la denuncia da lui sporta per lo scambio di identità.

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Introduzione a maggioranza della clausola di drag along nello statuto di s.r.l. e relative condizioni
La clausola statutaria di trascinamento (drag along) può essere introdotta manente societate con deliberazione presa a maggioranza quando preveda la...

La clausola statutaria di trascinamento (drag along) può essere introdotta manente societate con deliberazione presa a maggioranza quando preveda la cessione contestuale di tutte le partecipazioni, garantisca a ogni socio il diritto di essere liquidato con una somma non inferiore al valore di liquidazione previsto per il caso di recesso e assicuri la parità di trattamento tra i soci. In presenza di tali garanzie la clausola si limita a configurare una particolare modalità di liquidazione dei soci già contemplata dal sistema, perché i soci di minoranza vengono a trovarsi nella stessa situazione in cui si troverebbero se la maggioranza deliberasse lo scioglimento anticipato della società ai sensi dell’art. 2484 c.c.; al di fuori di tali condizioni la clausola può essere introdotta solo con il consenso di tutti i soci.

La clausola di trascinamento è diversa dal riscatto di azioni previsto dall’art. 2437-sexies c.c., perché le azioni riscattabili costituiscono una categoria speciale ai sensi dell’art. 2348 c.c., il riscatto opera a favore della società o di altri soci mentre il trascinamento opera di norma a favore di un terzo acquirente, e il presupposto del trascinamento coincide con la proposta di acquisto di un terzo, sottratta all’arbitrio del socio. La sua introduzione a maggioranza è inoltre subordinata alla parità di trattamento tra i soci, e il rischio di abuso della maggioranza nella fissazione del prezzo trova contrappeso nella valorizzazione della quota del socio trascinato secondo i valori di liquidazione previsti per il recesso.

La clausola di trascinamento inserita fin dall’origine nello statuto sociale o in patti parasociali è valida, perché chi costituisce la società o ne acquista le partecipazioni si autolimita nell’esercizio della propria libertà negoziale.

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Apporto garantito da fideiussione fino a completa restituzione: finanziamento anziché conferimento associativo
La presenza di una fideiussione illimitata nel tempo «fino a completa restituzione del capitale» e il riconoscimento di debito reso...

La presenza di una fideiussione illimitata nel tempo «fino a completa restituzione del capitale» e il riconoscimento di debito reso dall’amministratore della società finanziata costituiscono indici univoci dell’intento di escludere la condivisione del rischio d’impresa da parte del finanziatore e depongono per la qualificazione dell’operazione come finanziamento da restituire, anziché come conferimento associativo.

Non sussiste un contratto di associazione in partecipazione quando difetti la prova di un accordo perfezionato che determini l’apporto dell’associato e la misura della sua partecipazione agli utili, non risultino rendiconti ex art. 2552 c.c. né pattuizioni sul riparto delle perdite, e la condotta successiva addotta [consigli, scambi in chat, contributi di idee] si collochi su un piano meramente fattuale e amicale, privo di rilevanza dispositiva e inidoneo a trasformare un mutuo documentato in conferimento di capitale di rischio. Per le medesime ragioni non è configurabile una partecipazione societaria occulta.

La figura del socio occulto si caratterizza per la presenza di un accordo con il socio palese volto a costituire una partecipazione effettiva all’impresa, con attribuzione di diritti e obblighi tipici del rapporto sociale, tra cui la partecipazione agli utili e alle perdite, la condivisione del rischio d’impresa e la possibilità di incidere sulle scelte gestionali, pur senza apparire all’esterno. Ciò deve risultare da una rigorosa valutazione del complesso delle circostanze idonee a rivelare l’esercizio in comune di un’attività imprenditoriale, quali il fondo comune costituito dai conferimenti, l’alea comune dei guadagni e delle perdite e l’affectio societatis.

Allorché la simulazione relativa concerna un contratto a forma libera, come il mutuo, non opera la limitazione di cui all’art. 2725 c.c., sicché tra le parti la prova per testimoni o per presunzioni è ammessa quando sia diretta a dimostrare l’illiceità del contratto dissimulato ex art. 1417 c.c. o ricorra una delle condizioni previste dall’art. 2724 c.c. La bozza di scrittura priva di sottoscrizione non costituisce principio di prova scritta del contratto dissimulato.

Quando la durata della fideiussione è correlata all’integrale adempimento dell’obbligazione principale [«fino a completa restituzione del capitale erogato»], anziché alla sua scadenza, l’azione del creditore nei confronti del fideiussore non è soggetta al termine di decadenza di cui all’art. 1957 c.c. e può essere esercitata fino all’integrale soddisfacimento del credito garantito.

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Sospensione della prescrizione tra coniugi e crediti del socio verso la società di persone
Il credito del socio al pagamento degli utili, derivando dal rapporto sociale, è soggetto alla prescrizione quinquennale di cui all’art....

Il credito del socio al pagamento degli utili, derivando dal rapporto sociale, è soggetto alla prescrizione quinquennale di cui all’art. 2949 c.c. La sospensione della prescrizione tra coniugi prevista dall’art. 2941, n. 1, c.c. non si estende, né in via di interpretazione estensiva né in via analogica, ai crediti vantati nei confronti della società di persone in cui l’altro coniuge sia socio, ancorché illimitatamente responsabile, perché la società di persone, pur priva di autonomia patrimoniale perfetta, costituisce un autonomo e distinto soggetto di diritto.

Anche ove il socio [accomandatario] fosse solidalmente coobbligato con la società per il pagamento degli utili, la sospensione della prescrizione operante nei suoi confronti [in quanto coniuge del creditore] non avrebbe effetto riguardo alla società, ai sensi dell’art. 1310, comma 2, c.c.

L’acquisto di quote sociali, anche di società di persone, compiuto da un coniuge durante il matrimonio in regime di comunione legale è equiparato all’acquisto di beni mobili e ricade nella comunione ai sensi dell’art. 177, comma 1, lett. a), c.c., quantomeno quando si tratti di partecipazioni che comportano una responsabilità limitata del socio; ne consegue che la quota di [socio accomandante] formalmente intestata a uno dei coniugi va ricondotta, quanto alla titolarità sostanziale, alla comunione legale.

Gli utili derivanti da partecipazioni sociali ricomprese nella comunione legale, quali frutti civili, entrano anch’essi nella comunione; trattandosi di comunione senza quote, di tipo germanico, essi possono essere legittimamente percepiti dall’uno o dall’altro coniuge, sicché il pagamento eseguito dalla società nelle mani di uno dei coniugi ha effetto estintivo per l’intero importo, e il coniuge intestatario della quota è legittimato a ricevere il pagamento dell’intero credito dovuto alla comunione.

Le uscite di utili risultanti soltanto dalla ricostruzione contabile della società debitrice, parte in causa, sono prive di valore probatorio quando non sia provato il singolo fatto di pagamento.

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Esclusione di più soci e valutazione caso per caso del conflitto di interessi nel voto
Nella deliberazione sull’esclusione di più soci [di una società consortile a responsabilità limitata], la posizione di conflitto di interessi che...

Nella deliberazione sull’esclusione di più soci [di una società consortile a responsabilità limitata], la posizione di conflitto di interessi che giustifica la non computabilità del voto va valutata singolarmente e caso per caso. La mera identità tipologica degli addebiti mossi ai diversi soci, e la loro contestazione unitaria da parte di questi, sono circostanze esterne inidonee a configurare un interesse unitario contrapposto a quello sociale e a privare simultaneamente del diritto di voto la maggioranza del capitale sociale; è pertanto invalida la delibera di esclusione assunta escludendo contestualmente dal voto tutti i soci interessati dalle esclusioni, quando lo statuto consente di non computare, di volta in volta, soltanto la quota del socio la cui esclusione è oggetto di deliberazione.

Sussiste il periculum in mora ai fini della sospensione della delibera di esclusione del socio quando vi è il rischio che, nelle more del giudizio di merito, si consolidino assetti sociali fondati su una delibera connotata da evidenti profili di invalidità e idonea a incidere sui diritti che il socio può esercitare nella compagine sociale. La permanenza della qualità di socio fino alla liquidazione della quota conferma il pregiudizio, perché la delibera di esclusione preclude con effetto immediato l’esercizio dei diritti amministrativi e incide direttamente sul governo della società.

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Descrizione cautelare di design: legittimazione attiva del licenziatario provata dal contratto di licenza
La legittimazione attiva del licenziatario a chiedere la descrizione [di prodotti che si assumono contraffattivi di un design] è attestata...

La legittimazione attiva del licenziatario a chiedere la descrizione [di prodotti che si assumono contraffattivi di un design] è attestata dalla produzione in giudizio del contratto di licenza; la proposizione del ricorso unitamente al licenziante titolare dei design azionati costituisce una palese conferma della licenza medesima.

Ai fini della conferma del decreto di descrizione, l’eccezione di difetto di titolarità passiva fondata sulla mancata iscrizione nel registro delle imprese e sulla mancanza di stabilimenti o laboratori produttivi è priva di rilievo quando il resistente ammette di aver realizzato artigianalmente e fatturato i prodotti oggetto della descrizione, perché non ne risulta la manifesta estraneità all’ipotesi di contraffazione.

La contestazione del difetto di novità del design azionato fuoriesce dal perimetro del procedimento di descrizione, i cui contenuti non hanno né la vocazione né la funzione di pregiudicare la dialettica del futuro giudizio di merito.

Il decreto di descrizione concesso inaudita altera parte va confermato quando nel corso del procedimento non sono acquisiti elementi da cui si possa ricavare, in via diretta o anche solo logica, l’evidenza manifesta di una smentita degli assunti fattuali del ricorrente.

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Confondibilità tra marchi di fantasia, presunzione di colpa superata e prova del danno da contraffazione
Ai fini del giudizio di confondibilità tra marchi denominativi di fantasia, non può applicarsi alcuna precisa regola di pronuncia, perché...

Ai fini del giudizio di confondibilità tra marchi denominativi di fantasia, non può applicarsi alcuna precisa regola di pronuncia, perché il consumatore, percependoli come nomi di fantasia, può optare liberamente tra le diverse pronunce possibili; non rileva quindi la tesi secondo cui uno dei segni evocherebbe una parola straniera o andrebbe letto come acronimo, quando nessun elemento di immediata evidenza induca il consumatore a percepirlo in tal senso [nella specie, «WYCON» e «WIQO», per prodotti cosmetici e dermocosmetici].

Il diritto di esclusiva attribuito dalla registrazione del marchio copre anche i prodotti affini, quando possa determinarsi un rischio di confusione per il pubblico: è sufficiente che i prodotti siano ricercati e acquistati in forza di motivazioni identiche o strettamente correlate, tali che l’affinità funzionale induca il consumatore a ritenere che provengano dalla medesima fonte produttiva, indipendentemente dall’uniformità dei canali di commercializzazione.

La presunzione di colpa dell’art. 2600 c.c. in materia di concorrenza sleale è superata quando l’autore della condotta abbia svolto una ricerca di anteriorità prima della registrazione dei propri marchi, abbia adito per primo il giudice per l’accertamento negativo della contraffazione e abbia creato un’organizzazione di pubblicità e distribuzione del tutto autonoma e priva di riferimenti, anche indiretti, ai prodotti del titolare del marchio anteriore. In tal caso, accertata la contraffazione, il giudice può disporre il ritiro dei prodotti dal mercato entro un termine che consenta di riorganizzare la produzione con un marchio diverso e può negare la pubblicazione della sentenza, che non consegue obbligatoriamente all’accertamento della contraffazione ed è rimessa alla sua discrezionalità.

Il danno da contraffazione e da concorrenza sleale non è in re ipsa e va provato secondo i principi generali sul risarcimento da fatto illecito, sicché soltanto la dimostrazione della sua esistenza consente il ricorso al criterio equitativo per la liquidazione. Le richieste istruttorie sulla documentazione contabile e commerciale del contraffattore, pur utili a liquidare il lucro cessante, presuppongono la prova che dalla contraffazione sia derivato uno sviamento di clientela o un agganciamento parassitario; anche il danno all’immagine deve essere provato.

In tema di tutela del marchio, l’apprezzamento sulla confondibilità dei segni nel caso di affinità dei prodotti va compiuto in via globale e sintetica, con riguardo all’insieme degli elementi salienti grafici e visivi, mediante una valutazione d’impressione condotta con riferimento alla normale diligenza e avvedutezza del pubblico dei consumatori di quel genere di prodotti, raffrontando il marchio che il consumatore guarda con il mero ricordo mnemonico dell’altro.

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