Il socio che lamenti di essere stato indotto in errore sul carattere congiunto e inscindibile della propria offerta in prelazione rispetto a quella di altri soci deve allegare e provare specifiche condotte decettive, incidenti e determinanti sul proprio affidamento. Il chiaro tenore letterale dell’offerta, che limiti l’inscindibilità alle sole azioni in essa indicate, prevale sul convincimento soggettivo del cedente, fondato su motivi personali e giuridicamente irrilevante [tanto più quando il cedente sia stato a lungo amministratore della società]; sono pertanto superflue le prove orali dirette a dimostrare tale convincimento anziché artifici o raggiri.
La competenza della sezione specializzata in materia di impresa va valutata sulla base delle allegazioni poste a fondamento della domanda. Nella controversia risarcitoria promossa da soci che assumono di essere stati indotti a cedere le proprie azioni a un prezzo incongruo, la competenza sussiste quando gli attori esercitano anche un’azione contrattuale fondata sulla violazione del contratto sociale; le ulteriori domande, astrattamente estranee alla competenza della sezione, possono essere esaminate in quanto connesse.
L’incarico professionale conferito dalla società [per superare una situazione di stallo tra gruppi di soci contrapposti] non fa sorgere obbligazioni del professionista verso i singoli soci, ancorché di maggioranza e componenti del consiglio di amministrazione che ha conferito l’incarico, perché società e soci sono soggetti distinti e autonomi. In difetto di prova di un mandato conferito dai soci in proprio, è esclusa la responsabilità contrattuale del professionista nei loro confronti.
Il contratto sociale regola gli interessi dei soci e costituisce la norma programmatica dell’agire sociale, senza imporre ai soci obblighi di assistenza verso gli altri soci in occasione della loro scelta di offrire in vendita le proprie partecipazioni; esso è quindi inidoneo a fondare una responsabilità contrattuale dei soci [che abbiano esercitato la prelazione] verso i soci cedenti.
Il socio che formula un’offerta in prelazione accetta il rischio che gli altri soci la esercitino e acquistino la partecipazione al prezzo indicato. Quando il prezzo sia stato da lui stesso determinato o recepito, il socio cedente non può dolersi del minor incasso, né far valere le mere aspettative o le finalità strategiche sottese all’offerta [come quella di indurre un altro gruppo di soci a cedere a sua volta le proprie azioni a un prezzo inferiore], che restano prive di tutela giuridica.
Il valore della partecipazione offerta in prelazione va apprezzato con riferimento al momento dell’offerta, restando irrilevanti i dati successivi, compresi quelli dell’epoca della formalizzazione della cessione. La liquidità della società è una posta attiva che va posta a confronto con le passività, sicché da sola è inidonea a esprimere il valore della società.
Il socio che, quale componente del consiglio di amministrazione, abbia partecipato alla formazione del bilancio e ne conoscesse i dati non può dolersi, nei confronti degli altri soci, delle svalutazioni di poste in esso contenute che abbiano inciso sulla stima della partecipazione da lui ceduta.
L’eccezione di nullità della citazione è infondata quando l’attore abbia sufficientemente illustrato i motivi di fatto e di diritto della domanda; l’eventuale genericità delle censure mosse ai convenuti attiene al merito.
L’omessa rilevazione in bilancio della perdita del capitale sociale [occultata mediante l’iscrizione di un credito non dovuto o non svalutato], con prosecuzione dell’attività d’impresa in luogo della gestione meramente conservativa, integra un illecito contrattuale verso la società, il cui patrimonio non è stato salvaguardato, ed extracontrattuale verso i creditori, sui quali è trasferito il rischio d’impresa. Il danno consiste nell’aumento del deficit patrimoniale registrato al momento della liquidazione, detratti i costi che sarebbero sorti anche con una liquidazione tempestiva.
La responsabilità dell’amministratore formale per la prosecuzione dell’attività dopo la perdita del capitale permane anche in presenza di un amministratore di fatto corresponsabile, perché l’amministratore formale non può consentire che la società sia gestita da una persona non incaricata dai soci ed è obbligato a impedirlo, tanto più se l’operato di quest’ultima si rivela pregiudizievole.
Opera come amministratore di fatto chi gestisce i rapporti della società con le banche e i professionisti, prende posizione per conto della società in controversie e trattative, dispone della cassa sociale e opera direttamente sul conto corrente della società, trattandosi di condotte che rimandano alle competenze esclusive dell’amministratore. Sono irrilevanti a tal fine, perché prive di esercizio di poteri gestori tipici, la qualità di socio, la presentazione spontanea al curatore, la custodia della contabilità e il finanziamento della società.
La clausola del contratto di affitto d’azienda che prevede la continuazione dei rapporti di lavoro con l’affittuario e il suo subentro nei contratti stipulati per l’esercizio dell’azienda è regolata dalla disciplina del trasferimento d’azienda di cui agli artt. 2112 e 2558 c.c. e resta estranea allo schema dell’accollo ex art. 1273 c.c.
La solidarietà tra cedente e cessionario dell’azienda per i crediti dei lavoratori, prevista dall’art. 2112, comma 2, c.c., è inderogabile nei rapporti esterni; nei rapporti interni, invece, la divisione dell’obbligo e il regresso di cui agli artt. 1298 e 1299 c.c. sono derogabili. La clausola con cui il cessionario «subentra» nei debiti di lavoro, prendendo il posto del cedente, esclude il regresso del cessionario verso il cedente per tali debiti; per i debiti commerciali, in mancanza di analoga deroga, la solidarietà prevista dall’art. 2560 c.c. resta regolata nei rapporti interni dagli artt. 1298 e 1299 c.c., e il relativo credito di regresso, di natura chirografaria, va integralmente svalutato in bilancio se il cedente è fallito.
La distinzione tra accollo liberatorio e non liberatorio riguarda la posizione del debitore originario verso i creditori e resta irrilevante nei rapporti tra accollante e accollato, i cui obblighi reciproci risultano dal patto concluso tra loro.
Il termine annuale previsto dall’art. 2536 c.c. per la responsabilità del socio [di cooperativa] receduto verso la società per il pagamento dei conferimenti non versati decorre dal perfezionamento del recesso, che determina lo scioglimento del rapporto sociale, e prescinde dal termine di liquidazione della quota previsto dall’art. 2535 c.c., perché il pagamento della liquidazione costituisce un mero effetto della perdita della qualità di socio, esterno e successivo alla fattispecie estintiva del rapporto. Ancorare il dies a quo all’approvazione del bilancio sulla base del quale è operata la liquidazione rimetterebbe alla discrezione della società creditrice la decorrenza della prescrizione del proprio diritto; né alcuna norma impone di compensare la liquidazione della quota con il debito del socio receduto per i conferimenti non eseguiti.
L’accentramento statutario dei poteri gestori nel consiglio di amministrazione [di società cooperativa] e le eventuali violazioni dei diritti di partecipazione dei soci attengono alla fase esecutiva del rapporto sociale, sicché non ne determinano l’inesistenza o la nullità e possono giustificare soltanto la revoca degli amministratori o un’azione per il riconoscimento dei diritti negati. Le somme versate dal socio a titolo di conferimento non sono pertanto ripetibili come indebito, perché hanno avuto come corrispettivo l’acquisto dei diritti sociali, a prescindere dal loro concreto esercizio.
La simulazione del contratto sociale non può essere affermata per via deduttiva in assenza di una controdichiarazione. I motivi personali che hanno indotto il socio ad aderire alla cooperativa [quale la prospettiva di ottenere un posto di lavoro] sono inidonei a determinare l’invalidità del rapporto associativo.
Le modalità semplificate di consegna delle raccomandate previste dall’art. 108 d.l. 18/2020 sono rimaste in vigore fino al 31 luglio 2020, e la clausola di salvezza dei comportamenti tenuti dagli operatori postali richiama lo stato di emergenza come situazione che giustifica il regime deformalizzato, senza prorogarne la vigenza. È pertanto invalida, e inidonea a interrompere la prescrizione, la consegna di una raccomandata [successiva a tale data] restituita al mittente con le annotazioni «EM. COVID» o «rifiutata», quando non risulti chi sia stato reperito dall’agente postale e chi abbia rifiutato il plico.
Il conto interno redatto dalla cooperativa, che riproduce i movimenti del libretto del prestito sociale, non fa prova a favore della società dei prelievi effettuati dal socio, neppure in applicazione del principio di inscindibilità di cui all’art. 2709 c.c., quando il socio desume la prova del proprio credito da altri documenti [quali le buste paga che attestano le trattenute]; i prelevamenti vanno dimostrati con le ricevute sottoscritte dal socio.
Nelle cooperative di lavoro il rapporto associativo va tenuto distinto dal rapporto di lavoro, che soltanto rientra nella competenza per materia del giudice del lavoro. La domanda di accertamento della simulazione del rapporto sociale è devoluta alla sezione specializzata in materia di impresa, in quanto controversia relativa all’accertamento, alla costituzione, alla modificazione o all’estinzione di un rapporto societario ai sensi dell’art. 3, comma 2, d.lgs. 168/2003.
Il lodo arbitrale rituale che, pronunciando sulla domanda riconvenzionale della società [nel giudizio arbitrale promosso dall’ex amministratore per il compenso], abbia rigettato l’azione di responsabilità nei confronti dell’amministratore produce, una volta divenuto non più impugnabile, gli effetti della sentenza passata in giudicato ai sensi dell’art. 824 bis c.p.c., ancorché la clausola compromissoria statutaria non si estendesse alle controversie tra la società e gli amministratori. Ne consegue che l’azione sociale di responsabilità non può essere riproposta dal curatore del successivo fallimento, mentre resta esperibile l’azione dei creditori sociali.
L’azione di responsabilità esercitata dal curatore ai sensi dell’art. 146 l.f. cumula in sé tanto l’azione sociale quanto quella dei creditori sociali, ciascuna delle quali mantiene le caratteristiche sue proprie, in termini sia di presupposti sia di prescrizione.
Requisito essenziale dell’azione di responsabilità dei creditori sociali è l’insufficienza del patrimonio sociale a soddisfare le loro ragioni di credito, che si distingue dalla perdita, anche integrale, del capitale sociale, perché il patrimonio, quale complesso di beni che ricomprende lo stesso capitale, può presentare un saldo attivo anche in presenza di perdite; se tutti i creditori possono soddisfarsi sul patrimonio sociale, l’azione contro gli amministratori non è esperibile. L’insufficienza patrimoniale va accertata con riferimento al momento in cui l’amministratore ha cessato dalla carica e, in mancanza di una situazione patrimoniale aggiornata a quella data, sulla base del primo bilancio successivo approvato.
Poiché la contabilità registra gli accadimenti economici dell’impresa senza determinarli, e il deficit patrimoniale deriva da quegli accadimenti e dalle scelte operative sottostanti, l’erronea appostazione in bilancio di una voce [costi sostenuti per la ristrutturazione di un immobile della socia, riclassificati da fatture da emettere a immobilizzazioni immateriali] è di per sé irrilevante ai fini della responsabilità dell’amministratore.
Risponde del danno l’amministratore che, subentrato nella carica, tolleri che un immobile [condotto in locazione dalla società e ristrutturato a sue spese] resti nel godimento gratuito della socia, senza interrompere questo comodato di fatto e senza concludere un contratto di sublocazione; il danno corrisponde ai canoni di sublocazione che la società avrebbe potuto riscuotere durante il periodo della carica.
La risoluzione consensuale del contratto di locazione che costituisce l’unica fonte di reddito della società, decisa dall’amministratore in presenza di una causa di scioglimento [per perdita del capitale sociale] e a pochi giorni dalla messa in liquidazione, è esente da responsabilità, perché anticipa un’attività liquidatoria che avrebbe comunque dovuto essere compiuta.
Il risarcimento del danno da mala gestio costituisce debito di valore, sul quale è dovuta la rivalutazione monetaria dalle singole scadenze; gli interessi compensativi spettano solo se il creditore prova, anche in via presuntiva, che la somma rivalutata è inferiore a quella di cui avrebbe disposto se il pagamento fosse stato tempestivo, perché nessun automatismo ne consente il riconoscimento.
Nelle società di persone il diritto del singolo socio a percepire gli utili è subordinato, ai sensi dell’art. 2262 c.c., all’approvazione del rendiconto, situazione contabile che equivale, quanto ai criteri fondamentali di valutazione, a quella di un bilancio, sintesi contabile della consistenza patrimoniale della società al termine di un anno di attività; le dichiarazioni fiscali della società non possono surrogare il rendiconto. Ne discende che il socio che agisce per i dividendi deve provare l’esistenza degli utili sociali risultanti da apposito documento contabile.
La ripartizione tra i soci può avere ad oggetto soltanto utili realmente conseguiti (art. 2303, comma 1, c.c.). La quota di utile spettante al socio in proporzione alla sua partecipazione, determinata sul risultato dell’esercizio, non subisce diminuzioni per il possibile carico di spese di gestione e di oneri fiscali gravanti sulla società.
L’opposizione a decreto ingiuntivo introduce un ordinario giudizio di cognizione nel quale il creditore opposto, attore in senso sostanziale, ha l’onere di provare l’esistenza del credito, mentre spetta al debitore opponente provarne i fatti estintivi, modificativi o impeditivi; il giudice dell’opposizione verifica la fondatezza della pretesa creditoria sulla base dell’intero materiale probatorio acquisito in corso di causa, e la verifica delle condizioni per l’emissione del decreto rileva, eventualmente, ai soli fini del regolamento delle spese.
La soccombenza, ai fini della condanna alle spese, va rapportata all’esito finale della lite anche nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, sicché, quando il decreto è revocato e l’opponente è condannato al pagamento di una minor somma, le spese di lite e quelle di consulenza tecnica d’ufficio gravano sull’opponente, soccombente in senso sostanziale.
Le spese sostenute per la consulenza tecnica di parte, che ha natura di allegazione difensiva tecnica, rientrano tra quelle che la parte vittoriosa ha diritto di vedersi rimborsate, salvo che il giudice, ai sensi dell’art. 92, comma 1, c.p.c., le escluda dalla ripetizione perché eccessive o superflue.
L’atto gestorio compiuto dall’amministratore di s.r.l. senza la decisione dei soci prescritta dall’art. 2479, comma 2, n. 5, c.c. per le operazioni che comportano una sostanziale modificazione dell’oggetto sociale o una rilevante modificazione dei diritti dei soci viola una norma inderogabile posta a presidio dei limiti legali del potere di rappresentanza degli amministratori ed è nullo ai sensi dell’art. 1418, comma 1, c.c. La mancata previsione di un’espressa sanzione di nullità nell’art. 2479 c.c. è irrilevante, perché l’art. 1418, comma 1, c.c. esprime un principio generale rivolto proprio ai casi in cui alla violazione di precetti imperativi non si accompagna una previsione di nullità.
La rappresentanza generale dell’amministratore di s.r.l. prevista dall’art. 2475-bis c.c. trova un limite legale nell’oggetto sociale, espressione delle scelte economiche condivise dai soci al momento della costituzione della società e quindi dello scopo di lucro perseguito; l’attività dell’amministratore che, senza autorizzazione dei soci, conduca a una sostanziale modifica dell’oggetto sociale è compiuta in assenza totale di poteri.
Tra gli atti estranei all’oggetto sociale, quelli che non ne comportano una modifica seguono il regime di opponibilità dell’art. 2475-bis, comma 2, c.c., mentre quelli modificativi dell’oggetto sociale, riservati alla competenza decisoria dei soci, sono sempre opponibili ai terzi, indipendentemente da qualsiasi indagine sull’elemento soggettivo di questi ultimi.
Il conferimento di un ramo d’azienda in altra società, a liberazione del capitale da questa sottoscritto, determina una sostanziale modificazione dell’oggetto sociale della conferente quando elide una delle principali attività da essa esercitate [quella immobiliare, che attraverso i canoni di locazione finanziava l’altra attività prevista dall’oggetto sociale] a fronte di una partecipazione in un’altra impresa, e richiede perciò la previa decisione dei soci.
Alla dichiarazione di nullità del conferimento consegue la condanna della società conferitaria [e del suo socio illimitatamente responsabile] alla restituzione dei canoni di locazione percepiti sugli immobili conferiti, con gli interessi dall’incasso dei singoli canoni in ragione della mala fede; in assenza di prova contraria si presume che i contratti di locazione siano proseguiti con i conduttori secondo le tempistiche pattuite.
Il bilancio o rendiconto della società in accomandita semplice deve contenere una rappresentazione fedele e analitica della consistenza patrimoniale della società al termine dell’esercizio e comprendere quindi sia uno stato patrimoniale sia un conto economico, anche quando la società abbia optato per il regime di contabilità semplificata. È nulla per contrasto con norme imperative, ai sensi dell’art. 2379 c.c., la delibera che approvi un rendiconto composto dal solo conto economico, che pur rispettando la normativa fiscale viola l’art. 2320, co. 3, c.c., perché le norme sulla redazione del bilancio tutelano interessi che trascendono il perimetro della compagine sociale e riguardano anche i terzi, destinatari delle informazioni sulla situazione patrimoniale della società.
L’esonero dalla redazione dell’inventario previsto dall’art. 18 del D.P.R. n. 600/1973 per il regime di contabilità semplificata ha valenza esclusivamente tributaria e non esonera la società dall’obbligo di redigere il bilancio e il conto dei profitti e delle perdite previsti dall’art. 2217 c.c. Le disposizioni del codice civile sui libri obbligatori e sulle altre scritture contabili non sono abrogabili o modificabili dalle disposizioni tributarie, perché la tenuta della contabilità secondo la disciplina civilistica, prima ancora che un obbligo dell’imprenditore commerciale, è una regola di buona amministrazione posta a garanzia dell’impresa, attraverso la quale soci e terzi possono rilevare le operazioni e i principali eventi intervenuti nel patrimonio aziendale, mentre gli obblighi contabili tributari sono finalizzati a consentire all’amministrazione finanziaria le verifiche sulla corretta determinazione del reddito d’impresa e del valore della produzione.
Nelle società di persone che svolgono attività commerciale la predisposizione e la conservazione delle scritture contabili rispondono alla duplice finalità di permettere agli amministratori di predisporre il rendiconto di cui all’art. 2262 c.c. e di consentire ai soci non amministratori di esercitare il diritto di controllo ai sensi dell’art. 2261 c.c.; nella società in accomandita semplice l’art. 2320 c.c. riconosce in ogni caso ai soci accomandanti il diritto di avere comunicazione annuale del bilancio e del conto dei profitti e delle perdite e di controllarne l’esattezza consultando i libri e gli altri documenti della società. L’omessa tenuta delle scritture contabili, in quanto violazione di un obbligo imposto ex lege agli amministratori, può comportarne la responsabilità solidale verso la società ai sensi dell’art. 2260 c.c., con conseguente obbligo di risarcire i danni arrecati.
La delibera di accantonamento degli utili è invalida soltanto quando implichi, per la rilevanza degli importi e l’assenza di ogni motivazione sulle ragioni della scelta, un intento vessatorio nei confronti del socio di minoranza; è pertanto legittimo l’accantonamento degli utili disposto per far fronte all’eventuale soccombenza della società in un giudizio pendente, in quanto funzionale anche alla tutela dei diritti dei creditori.
L’abuso di maggioranza, figura di creazione giurisprudenziale, segna il limite posto dall’ordinamento al principio maggioritario che governa il funzionamento degli organi collegiali societari. Al giudice è precluso un sindacato sulla preferibilità delle opzioni e degli interessi perseguiti dalla maggioranza rispetto a quelli della minoranza, così come ogni valutazione di merito ex post sull’opportunità delle scelte di gestione e di programmazione sottese alla delibera; il mero sacrificio degli interessi della minoranza correlato a vantaggi per la maggioranza è un effetto fisiologico del meccanismo maggioritario. Oggetto di verifica è l’eventuale uso distorto e antisociale della discrezionalità della maggioranza, da condursi alla luce del principio di esecuzione secondo buona fede desumibile dagli artt. 1175 e 1375 c.c., cui i soci devono attenersi nelle determinazioni assunte durante il rapporto associativo, che sono atti di esecuzione del contratto sociale.
Un primo indice di abuso può ravvisarsi nell’assenza di qualsiasi giustificazione della delibera nell’interesse della società, quando il voto è ispirato al perseguimento di un interesse personale dei soci di maggioranza antitetico a quello sociale. L’interesse sociale al risultato del voto è un rilevante elemento di riscontro, che tuttavia non è dirimente, perché anche una delibera conforme all’interesse sociale può essere abusiva quando costituisce il risultato di un’intenzionale attività fraudolenta dei soci maggioritari diretta a ledere i diritti di partecipazione e gli altri diritti patrimoniali dei soci di minoranza uti singuli; ciò accade quando il voto determinante del socio di maggioranza è espresso allo scopo precipuo ed esclusivo di ledere gli interessi degli altri soci oppure risulta in concreto preordinato ad avvantaggiare ingiustificatamente i soci di maggioranza in danno di quelli di minoranza.
L’aumento di capitale è in sé un accadimento della vita sociale inidoneo ad arrecare nocumento alla società e produttivo di effetti favorevoli, nella misura in cui ne incrementa la patrimonializzazione. L’eventuale interesse specifico ulteriore perseguito dalla maggioranza è un dato neutro per la società, che conserva interesse all’aumento [anche senza sovrapprezzo] perché per la compagine deliberante l’unico dato rilevante è l’entrata patrimoniale.
Persegue una finalità convergente con l’interesse sociale l’aumento di capitale deliberato per dotare il patrimonio sociale della liquidità necessaria a far fronte a richieste di rimborso di crediti da finanziamento dei soci esistenti, anche se eventualmente non esigibili in tutto o in parte, [in presenza di un indebitamento rilevante rispetto al patrimonio netto e in alternativa al ricorso al credito bancario o alla cessione di immobilizzazioni]. L’eventuale rimborso al socio richiedente senza la dovuta verifica della spettanza del credito è un post factum inidoneo a privare di fondamento giustificativo la delibera e può semmai fondare la responsabilità dell’organo gestorio che vi ha provveduto.
La postergazione dei finanziamenti dei soci di s.r.l. prevista dall’art. 2467 c.c., quando ricorre l’eccessivo squilibrio dell’indebitamento rispetto al patrimonio netto o la maggiore ragionevolezza di un conferimento in luogo del finanziamento, impone di procrastinare l’esigibilità del credito restitutorio fino alla soddisfazione degli altri creditori sociali o al superamento della situazione di squilibrio. La temporanea inesigibilità dei crediti postergati lascia ferma l’opportunità di un aumento di capitale volto a dotare la società della capienza necessaria a soddisfarli quando diverranno esigibili; la ricapitalizzazione precipuamente diretta a superare lo squilibrio è legittima perché elimina il presupposto fattuale che attiva l’operatività del divieto, senza perseguire alcun fine illecito di elusione. L’eventuale indebito rimborso di debiti postergati è un posterius inidoneo a inficiare la legittimità della delibera e rileva semmai come condotta gestoria fonte di responsabilità per l’organo che l’ha attuata.
La diluizione della partecipazione dei soci di minoranza è un effetto naturale e fisiologico del legittimo esercizio del potere della maggioranza di deliberare l’aumento di capitale nell’interesse della società e della libera scelta dei soci di non sottoscriverlo. Esclusa l’assenza di ragioni oggettive che giustifichino l’aumento nell’interesse sociale, il socio che ne deduca l’abusività, in quanto volto a porlo di fronte all’alternativa tra un depauperamento personale e l’indebolimento delle proprie prerogative sociali, deve allegare e provare l’eccessiva onerosità dell’esborso imposto dalla sottoscrizione, in senso assoluto o in rapporto alla propria capienza economica al momento della delibera, e la consapevolezza di tale circostanza da parte dei soci il cui voto è risultato determinante.
Ai fini del giudizio di illiceità della delibera, intesa come diretta difformità da precetti inderogabili [quale la regola della postergazione], rileva l’oggetto della deliberazione. I motivi a essa dichiaratamente sottesi rilevano soltanto in un’ottica ex ante, per individuare gli interessi perseguiti ai fini della valutazione dell’abuso, oppure quale posterius relativo alla fase attuativa, ai fini dell’indagine sulla mala gestio. La prospettazione, nella memoria di replica, come autonomo motivo di invalidità di una circostanza dedotta fino ad allora quale mero indice dell’abuso introduce surrettiziamente nel thema decidendum un argomento nuovo dopo lo spirare dei termini per le attività assertive.
I versamenti dei soci diversi dai conferimenti, con i quali la società si procura le risorse per operare mediante sistematici prestiti dei soci in luogo del capitale di rischio [c.d. sottocapitalizzazione nominale], danno luogo a contratti di mutuo ai sensi degli artt. 1813 ss. c.c., caratterizzati dalla datio di una somma di denaro e dall’obbligo di restituzione del tantundem eiusdem generis, da iscrivere al passivo dello stato patrimoniale tra i debiti verso soci. La natura infruttifera del finanziamento esclude la debenza di interessi e lascia intatta l’attitudine a generare un credito restitutorio; in mancanza di un termine di scadenza, il creditore può esigerne la restituzione in ogni momento ai sensi dell’art. 1183 c.c.
Il ricorso per denunzia di gravi irregolarità nella gestione sociale (art. 2409 c.c.) è inammissibile se notificato soltanto alla società, senza evocare in giudizio l’amministratore in proprio. Sebbene l’art. 2409 c.c. individui espressamente soltanto i legittimati attivi, i necessari contraddittori del ricorrente vanno individuati negli amministratori, quali potenziali destinatari del provvedimento finale di revoca e titolari di posizioni di diritto sostanziale destinate a essere incise dalle misure richieste.
Sono legittimati passivi nel procedimento ex art. 2409 c.c. anche i sindaci, qualora il ricorso [proposto dai soci] ne chieda la revoca in conseguenza del loro affermato coinvolgimento nelle irregolarità denunziate.
Nel procedimento ex art. 2409 c.c. la società, cui il ricorso deve essere notificato, è titolare soltanto dell’interesse di fatto alla definizione del procedimento e al suo esito; essa è soggetto passivo in senso atecnico, portatore di una posizione distinta e autonoma da quella dei legittimati passivi, e non è litisconsorte necessaria. L’obbligo di notifica alla società ha la funzione di una denuntiatio litis, perché pone l’ente, rappresentato da un curatore speciale, nelle condizioni di valutare autonomamente se sostenere le ragioni del ricorrente o allinearsi alla posizione difensiva dell’amministratore.
L’omessa evocazione in giudizio dell’amministratore integra un difetto insanabile della legitimatio ad causam dal lato passivo, rilevabile d’ufficio, che conduce a una pronuncia in rito. Il vizio è insuscettibile di sanatoria mediante la concessione di un termine per la notifica all’amministratore, perché l’evocazione in giudizio della sola società non fa sorgere il potere-dovere del giudice di ordinare l’integrazione del contraddittorio ai sensi dell’art. 102 c.p.c.; l’unica sanatoria possibile, per raggiungimento dello scopo, è la spontanea costituzione dell’amministratore mediante intervento volontario.
Ai fini della competenza per materia della sezione specializzata in materia di impresa rileva la forma giuridica rivestita dalla società al tempo dei fatti costitutivi allegati a fondamento della domanda; la successiva trasformazione [da società di persone in società di capitali] è irrilevante, perché l’accertamento richiesto dalla domanda riguarda rapporti da considerare nella loro dimensione storica, a prescindere dalla forma attualmente rivestita dal soggetto che si assume danneggiato. Il principio della perpetuatio iurisdictionis di cui all’art. 5 c.p.c. riguarda i soli mutamenti dei presupposti della competenza suscettibili di variare nel tempo e resta estraneo alle circostanze già compiute o esaurite, come la conclusione del contratto o il fatto produttivo della responsabilità.
Le controversie sulla validità, sull’efficacia e sull’esecuzione dei contratti di cessione o di affitto di un’azienda o di un suo ramo esulano dalle cause relative al trasferimento di partecipazioni sociali o ad altri negozi aventi ad oggetto partecipazioni di cui all’art. 3, comma 2, lett. b), D.Lgs. n. 168/03, perché la nullità o l’annullamento del contratto di affitto d’azienda comportano soltanto l’inefficacia del contratto e il correlato effetto restitutorio, senza incidere su rapporti societari.
Ai fini della competenza per materia rileva il rapporto oggetto di cognizione, restando indifferente la disciplina normativa eventualmente applicata per risolverlo. L’applicazione analogica a un rapporto tra soci di una società di persone di una norma di funzionamento dettata per le società di capitali [l’art. 2479, comma 2, n. 5, c.c., invocato per dedurre la nullità di un contratto stipulato senza l’autorizzazione dei soci] lascia la controversia fuori dalle cause relative a rapporti societari di società di capitali di cui all’art. 3, comma 2, lett. a), D.Lgs. n. 168/03, perché altrimenti la competenza dipenderebbe dalla natura della regola di cui si accerta la violazione anziché dalla natura del rapporto.
Le azioni di responsabilità di cui all’art. 3, comma 2, lett. a), D.Lgs. n. 168/03 riguardano i componenti degli organi cui sono devolute funzioni di gestione o di controllo; ne resta estranea l’azione risarcitoria proposta contro un socio in quanto tale, che non sia fondata sull’esercizio di prerogative gestorie o di vigilanza.
Esula dalla competenza della sezione specializzata la domanda risarcitoria proposta contro un socio per condotte che, sebbene tenute nel corso del rapporto sociale, si collocano al di fuori dell’esercizio delle prerogative tipiche della qualifica di socio [concorso nella violenza o nella mala fede precontrattuale nella stipula di un contratto della società con terzi], perché il socio vi agisce come terzo rispetto al contratto sociale e il titolo della pretesa si radica in un rapporto autonomo da quello societario. È a tal fine irrilevante che il danneggiato sia attualmente una società di capitali, perché altrimenti ogni causa di obbligazioni promossa da una società di capitali spetterebbe al giudice specializzato.
Esula dalla competenza della sezione specializzata la domanda di responsabilità precontrattuale fondata su condotte contrarie ai doveri di informazione e di buona fede tenute nell’ambito di trattative per la stipula di contratti tra società, estranee a relazioni endosocietarie e a negozi relativi a partecipazioni sociali.
Quando il profilo della competenza territoriale si interseca con il riparto per materia tra tribunale ordinario e sezione specializzata, l’intera questione di competenza è soggetta, quanto a rilevabilità e disponibilità delle parti, al regime dell’incompetenza inderogabile, perché l’art. 4 D.Lgs. n. 168/03 è inderogabile tanto nella sua applicazione quanto nella sua disapplicazione. La sezione specializzata che si ritenga erroneamente adita ratione materiae può quindi individuare anche d’ufficio, entro i limiti temporali dell’art. 38, comma 3, c.p.c. e a prescindere da un’eccezione di incompetenza territoriale, il tribunale ordinario competente presso cui riassumere la causa, quando l’incompetenza per materia comporta anche l’incompetenza territoriale dell’ufficio adito; se invece la causa presenta collegamenti con lo stesso ufficio, si procede alla mera riassegnazione alla sezione ordinaria.
La declaratoria di incompetenza deve contenere, oltre alla declinatoria, l’individuazione del giudice competente e dei termini della translatio iudicii, per consentire alle parti di conservare gli effetti sostanziali e processuali della domanda. Esclusa la competenza per materia della sezione specializzata, il giudice competente si individua secondo i criteri di collegamento territoriale del codice di rito, e restano irrilevanti il contegno tenuto dalle parti rispetto alla scelta originaria dell’attore e le regole sull’eccezione di incompetenza territoriale derogabile.
Ai fini del forum commissi delicti, nella responsabilità precontrattuale per lesione dell’autonomia negoziale di una società, il luogo dell’evento dannoso coincide con la sede della società danneggiata all’epoca della condotta; il successivo trasferimento della sede è irrilevante, perché il fatto generatore della responsabilità è una situazione compiuta ed esaurita, insensibile alla regola dell’art. 5 c.p.c.
L’obbligazione risarcitoria, in quanto obbligazione pecuniaria illiquida, va adempiuta al domicilio del debitore ai sensi dell’art. 1182, comma 4, c.c., sicché il forum destinatae solutionis coincide con il luogo di residenza dei convenuti; per l’obbligazione di riconsegna dell’azienda rileva, ai sensi dell’art. 1182, comma 2, c.c., il luogo in cui si trovano i beni che la compongono.
La competenza si determina in base al petitum sostanziale, identificato soprattutto in funzione della causa petendi, e va delibata sulla base della prospettazione in fatto e in diritto della domanda, prescindendo da ogni considerazione sulla sua fondatezza nel merito.
Il reclamo avverso il bilancio finale di liquidazione (art. 2492 c.c.) va proposto nei confronti della società, legittimata passiva quale soggetto cui si imputano sotto il profilo giuridico gli effetti del bilancio e titolare dell’atto, e va notificato ai liquidatori in quanto suoi legali rappresentanti. La locuzione normativa che richiede il contraddittorio con i liquidatori va intesa in questo senso, perché il reclamo è funzionale esclusivamente a verificare l’esistenza di profili di illegittimità nel bilancio redatto e depositato e restano estranei al suo oggetto l’accertamento della responsabilità dei liquidatori e la loro condanna.
Il reclamo tempestivamente proposto nei confronti della società impedisce che il bilancio finale di liquidazione si consolidi e divenga irrevocabile ai sensi dell’art. 2493 c.c. Il consolidamento è impedito anche dall’impugnazione della delibera di approvazione dei bilanci di esercizio precedenti, perché l’impugnazione del primo bilancio non richiede anche quella dei bilanci successivi, che l’organo amministrativo deve comunque correggere tenendo conto della dichiarazione giudiziale di invalidità (art. 2434-bis, comma 3, c.c.).
La revoca della delibera di approvazione del bilancio finale di liquidazione fa venir meno il titolo dei pagamenti eseguiti ai soci in sua attuazione. Il socio che li ha percepiti non può invocare la salvezza dei diritti dei terzi prevista dall’art. 2377 c.c. se la delibera di revoca è stata adottata all’unanimità con il voto favorevole del custode giudiziario della sua quota, perché l’attività del custode gli è direttamente imputabile.
La disponibilità di una provvista sufficiente a far fronte alle sopravvenienze passive [per effetto della restituzione eseguita da un altro socio] lascia integro l’interesse della società in liquidazione a recuperare dai soci le somme indebitamente distribuite in attuazione del bilancio finale reclamato, ai fini di una corretta gestione della cassa sociale e per evitare un’ingiustificata disparità di trattamento tra i soci.
Ai fini del sequestro conservativo il pericolo di dispersione del patrimonio del debitore va apprezzato in senso oggettivo ogniqualvolta la dispersione sia frutto di iniziative estranee alla sfera di dominio del creditore che agisce per la cautela. La sottoposizione del patrimonio del debitore ad altri sequestri conservativi lascia sussistere il periculum, perché tali sequestri giovano soltanto ai creditori che li hanno ottenuti e il creditore privo di titolo, impossibilitato a intervenire ai sensi dell’art. 499 c.p.c. nell’esecuzione eventualmente avviata da altri, rischia di perdere ogni concreta possibilità di soddisfazione.
Il socio receduto da una cooperativa resta obbligato, ai sensi dell’art. 2536 c.c., al versamento dei conferimenti sottoscritti e non versati per un anno dalla cessazione del rapporto; l’obbligo sorge con l’ingresso nella società, permane quali che siano le condizioni patrimoniali e finanziarie della cooperativa e discende direttamente dalla legge, senza necessità di una delibera assembleare di ripianamento delle perdite. L’annullamento della quota del receduto con riduzione del capitale ex art. 2437 quater c.c., che richiede un’apposita delibera e non la mera cancellazione dal libro soci, opera solo ai fini della corrispondenza tra capitale e quote e non incide sull’originario obbligo di eseguire il conferimento promesso, la cui controprestazione, cioè la titolarità dei diritti sociali, è già stata goduta dal socio.
Il socio receduto da una cooperativa non ha diritto al rimborso di quanto versato quando, nel bilancio dell’esercizio in cui si è verificato lo scioglimento del rapporto, il capitale risulti integralmente eroso dalle perdite, anche se maturate in esercizi precedenti e portate a nuovo senza una formale delibera di azzeramento del capitale, perché i conferimenti sono già stati assorbiti dalle perdite e la restituzione presuppone che permanga un capitale, sia pure solo idealmente, a garanzia dei creditori.
Il termine annuale previsto dall’art. 2536 c.c. per far valere la responsabilità del socio uscito per i conferimenti non versati è un termine di prescrizione e non di decadenza, posto a presidio dell’interesse del solo socio receduto o escluso, e non può quindi essere rilevato d’ufficio.
Nella cooperativa il contratto sociale si conclude con l’accettazione da parte della società della domanda di ammissione del socio, sicché la sottoscrizione del socio sulla comunicazione di ammissione ha valore di mera ricevuta e il suo disconoscimento non esclude la conclusione del rapporto, desumibile anche dalla sua esecuzione; l’accettazione delle norme statutarie e regolamentari contenuta nella domanda di ammissione comprende l’obbligo di versare la quota di capitale prevista.