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Eccezione di compromesso nell’opposizione a decreto ingiuntivo: revoca del decreto e spese all’opposto
Pur in presenza di una clausola compromissoria, il creditore interessato a ottenere un provvedimento monitorio può chiederne l’emissione soltanto al...

Pur in presenza di una clausola compromissoria, il creditore interessato a ottenere un provvedimento monitorio può chiederne l’emissione soltanto al giudice ordinario; nel farlo, tuttavia, assume il rischio che il debitore proponga opposizione eccependo la clausola compromissoria, rendendo così fondato uno dei motivi di opposizione. Ne consegue che, dichiarata l’incompetenza del giudice ordinario per essere competenti gli arbitri e revocato il decreto, le spese del giudizio di opposizione vanno poste a carico dell’opposto [nella specie, l’opposta aveva aderito all’eccezione di compromesso chiedendo la compensazione delle spese].

Quando il giudice dell’opposizione dichiara la propria incompetenza per essere competenti gli arbitri, deve assegnare alle parti un termine per la riassunzione della causa dinanzi a questi ultimi, trovando applicazione l’art. 50 c.p.c. nei rapporti tra arbitrato e processo a seguito della dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’art. 819 ter, comma 2, c.p.c. nella parte in cui ne escludeva l’applicabilità.

La maggiorazione del compenso prevista dall’art. 4, comma 8, DM 55/2014 trova la propria ratio nell’accoglimento della domanda sulla base di questioni risultate manifestamente fondate, sicché le difese che la parte ha dovuto spiegare in relazione alle argomentazioni della controparte possono determinare un aumento del compenso. La maggiorazione non si applica, perciò, quando l’opposto abbia aderito all’eccezione di compromesso sollevata con l’opposizione, perché in tal caso non si sono rese necessarie ulteriori difese dell’opponente.

Le spese dell’incidente cautelare promosso con l’istanza di sospensione ex art. 649 c.p.c. non vanno liquidate autonomamente, perché si tratta di un procedimento in corso di causa le cui spese sono ricomprese nella liquidazione del giudizio di opposizione.

Il giudice ordinario è sempre competente a emettere decreto ingiuntivo, anche in presenza di una clausola compromissoria nel contratto dal quale abbia origine il rapporto creditorio dedotto in giudizio. Quando sia stata proposta opposizione al decreto ingiuntivo, tuttavia, si instaura il normale procedimento di cognizione e, se il debitore eccepisce la competenza arbitrale, si verificano, a seguito della contestazione, i presupposti fissati nel compromesso e viene a cessare la competenza del giudice precedentemente adito, il quale deve revocare il decreto ingiuntivo e rinviare le parti davanti al collegio arbitrale ovvero all’arbitro unico, secondo i casi.

In caso di incompetenza del giudice che ha emesso il decreto ingiuntivo non trova applicazione l’art. 38, comma 2, c.p.c., anche quando l’opposto aderisca all’eccezione di incompetenza; il giudice dell’opposizione, quindi, dichiara l’incompetenza del giudice che ha emesso il decreto e la conseguente nullità di quest’ultimo, regolando le spese di lite, e non pronuncia ordinanza di cancellazione della causa dal ruolo.

La declaratoria di nullità del decreto ingiuntivo opposto e la conseguente revoca richiedono la pronuncia di una sentenza; il provvedimento che dichiara l’incompetenza ha infatti un duplice contenuto, di accoglimento in rito dell’opposizione e di caducazione per nullità del decreto.

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Responsabilità degli amministratori di s.p.a. per atti distrattivi e tardiva rilevazione della perdita del capitale
Al fine di accertare tempestivamente la perdita del capitale sociale e di adottare le misure conseguenti, gli amministratori sono tenuti...

Al fine di accertare tempestivamente la perdita del capitale sociale e di adottare le misure conseguenti, gli amministratori sono tenuti a conoscere le condizioni patrimoniali della società non soltanto al momento della redazione del bilancio, ma in modo continuativo, e la soglia di attenzione deve essere massima quando [il capitale sia stato perduto per una progressiva erosione protrattasi negli anni e non per un evento improvviso]. Nel bilancio, e in particolare nella nota integrativa, gli amministratori devono dare conto anche dei fatti significativi verificatisi dopo la chiusura dell’esercizio e prima della presentazione del bilancio all’assemblea.

La responsabilità degli amministratori verso la società ha natura contrattuale, sicché l’attore deve provare il rapporto gestorio e il danno e allegare l’inadempimento qualificato, specificato con riferimento ai singoli atti di mala gestio. Quando siano contestati pagamenti, prelievi o altri atti distrattivi, è sufficiente la prova dell’uscita di cassa e della sua irrecuperabilità, e spetta agli amministratori dimostrarne l’inerenza all’interesse sociale; provata l’inerenza, torna a carico dell’attore la prova dell’eventuale simulazione, della non rispondenza al vero dei rapporti sottostanti o della loro illiceità.

La transazione conclusa dal danneggiato con alcuni dei condebitori solidali convenuti in giudizio scioglie il vincolo di solidarietà e genera una responsabilità scissa, per effetto della quale il condebitore transigente risponde in via esclusiva della porzione di danno corrispondente alla propria quota di partecipazione, risarcita nella misura concordata, senza poter essere chiamato a rispondere della porzione ulteriore, mentre i condebitori non transigenti continuano a rispondere in solido tra loro della parte residua del danno, al netto della quota imputata al transigente, e non possono riversare su quest’ultimo alcuna parte del debito rimasto a loro carico.

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Azione individuale del socio di s.a.s. contro il liquidatore: danno riflesso e prescrizione
L’azione individuale del socio nei confronti dell’amministratore o del liquidatore, che si ritiene esperibile anche nelle società di persone, non...

L’azione individuale del socio nei confronti dell’amministratore o del liquidatore, che si ritiene esperibile anche nelle società di persone, non è proponibile per difetto di legittimazione attiva quando il danno lamentato costituisca il mero riflesso del pregiudizio al patrimonio sociale, come nel caso [dell’omesso versamento nelle casse sociali del prezzo ricavato dalla vendita di un immobile della società], perché l’azione esige che il socio sia stato danneggiato direttamente. La mancata percezione degli utili e la diminuzione di valore della quota non costituiscono danno diretto, perché gli utili fanno parte del patrimonio sociale fino alla loro distribuzione e la quota è un bene distinto dal patrimonio sociale.

La sospensione della prescrizione prevista dall’art. 2941, n. 7, c.c., norma eccezionale e di stretta interpretazione, non si applica all’azione individuale di responsabilità, di natura extracontrattuale, promossa dal socio o dal terzo direttamente danneggiati, perché tale azione non è esercitata dalla società, non tutela il patrimonio sociale, non richiede deliberazioni degli organi sociali e non è soggetta all’influenza dell’amministratore, sicché manca il conflitto di interessi strutturale che giustifica la sospensione.

La domanda con cui il socio lamenta [condotte distrattive compiute dall’amministratore sul conto corrente personale del socio stesso, in virtù di un rapporto fiduciario di natura familiare] va qualificata come azione aquiliana ai sensi dell’art. 2043 c.c., soggetta alla prescrizione quinquennale, che decorre dal momento in cui il danneggiato, con l’ordinaria diligenza, poteva conoscere l’illecito, il danno e il nesso causale; la conoscenza deve presumersi quando il socio abbia ricevuto dalla banca le informative e gli estratti conto da cui risultavano le movimentazioni.

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Finanza esterna nel concordato, legittimazione al recesso del socio e clausola statutaria di arbitrato irrituale
L’impegno del socio di una s.r.l. di destinare alla procedura di concordato preventivo, quale finanza esterna, il ricavato della liquidazione...

L’impegno del socio di una s.r.l. di destinare alla procedura di concordato preventivo, quale finanza esterna, il ricavato della liquidazione della propria partecipazione non trasferisce alla procedura, in assenza di uno specifico atto traslativo, né la partecipazione né il diritto di recesso né il credito alla liquidazione della quota, e produce effetti soltanto nei rapporti interni tra il socio e il concordato. Difetta pertanto di legittimazione ad agire [la società in concordato beneficiaria della finanza esterna] che domandi, in nome proprio, l’accertamento della legittimità del recesso del socio e la condanna della società partecipata al pagamento della quota, con versamento a proprie mani, perché dalla stessa prospettazione della domanda emerge che il diritto azionato appartiene a un altro soggetto.

Il diritto di recesso da una società di capitali, e a maggior ragione da una s.r.l., è una prerogativa strettamente personale del socio e non può essere esercitato dal creditore in via surrogatoria ai sensi dell’art. 2900 c.c., che presuppone in ogni caso l’inerzia del debitore. L’intervento in giudizio del socio, che faccia proprie le domande proposte dall’attore non legittimato, va qualificato come intervento principale ai sensi dell’art. 105, comma 1, c.p.c. e, poiché la legittimazione ad agire può sopravvenire fino alla decisione, instaura un valido rapporto processuale tra le effettive parti del rapporto sostanziale.

La natura rituale o irrituale dell’arbitrato previsto da una clausola compromissoria statutaria deve essere desunta anzitutto dal tenore letterale della clausola secondo i criteri di cui agli artt. 1362 ss. c.c., e il criterio sussidiario del favor per l’arbitrato rituale opera soltanto in caso di effettiva ambiguità del testo. Deve ritenersi irrituale l’arbitrato quando la clausola preveda che il collegio decida «in via irrituale secondo equità», senza richiamo a regole procedimentali o di diritto sostanziale, rimettendo agli arbitri anche il riparto delle spese e stabilendo che le loro «risoluzioni e determinazioni» vincolano irrevocabilmente le parti senza previsione di mezzi di impugnazione.

La disciplina dell’arbitrato societario non esclude la previsione, nell’atto costitutivo, di una clausola di arbitrato irrituale, purché la nomina degli arbitri sia affidata a un soggetto estraneo alla società, perché il limite posto dall’art. 838-quater c.p.c., già art. 36 d.lgs. n. 5/2003, riguarda soltanto le controversie in cui gli arbitri conoscano di questioni non compromettibili o della validità di delibere assembleari. Rientra nell’ambito della clausola la controversia tra la società e il socio receduto sulla legittimità del recesso e sulla liquidazione della quota, che continua a trovare causa nel rapporto sociale.

L’eccezione con cui si deduce l’esistenza di una clausola di arbitrato irrituale non attiene alla competenza ma alla proponibilità della domanda, e costituisce una questione preliminare di merito da definire con sentenza; la sua erronea formulazione come eccezione di incompetenza non ne determina l’inammissibilità, ma impone al giudice di riqualificarla, purché la parte abbia tempestivamente manifestato la volontà di avvalersi della clausola. Ai sensi dell’art. 80-bis disp. att. c.p.c., anche dopo la riforma del 2022, il giudice istruttore può fissare con il decreto ex art. 171-bis c.p.c. un’udienza destinata alla sola instaurazione del contraddittorio sull’eccezione, prima del decorso dei termini per le memorie integrative, e rimettere la causa al collegio anche senza il consenso delle parti.

Quando la domanda sia proposta davanti al giudice ordinario nonostante la clausola compromissoria statutaria e il convenuto eccepisca l’arbitrato, le spese seguono la soccombenza sulla questione, perché l’attore, aderendo allo statuto, conosceva la devoluzione della controversia agli arbitri e ha accettato il rischio dell’eccezione, senza aver previamente verificato in via stragiudiziale la disponibilità della controparte a non avvalersi della clausola.

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Diritto agli utili nella società di persone, approvazione del rendiconto e cessione della quota
Nelle società di persone il diritto del socio alla percezione degli utili non sorge per effetto della loro maturazione economica...

Nelle società di persone il diritto del socio alla percezione degli utili non sorge per effetto della loro maturazione economica nel corso dell’esercizio, ma trova il proprio presupposto costitutivo nell’approvazione del rendiconto ai sensi dell’art. 2262 c.c., momento nel quale la mera aspettativa connessa alla qualità di socio si trasforma in un diritto di credito liquido ed esigibile verso la società. Ne consegue che, qualora la cessione della quota intervenga prima dell’approvazione del rendiconto, gli utili dell’esercizio in corso, ancorché maturati in tutto o in parte durante la permanenza del cedente nella compagine sociale, spettano al cessionario, salvo diversa pattuizione tra le parti.

Nelle società di persone non è configurabile la distribuzione di acconti sugli utili non ancora maturati, sicché i prelievi effettuati dai soci dalle casse sociali nel corso dell’esercizio non costituiscono anticipazioni sugli utili, ma finanziamenti che fanno sorgere a carico del socio l’obbligo di restituzione del tantundem. Il patto contrario previsto dall’art. 2262 c.c. può soltanto limitare, e non espandere, il diritto del socio alla percezione degli utili di periodo, e la compensazione tra il debito di restituzione dei prelievi e il credito agli utili presuppone, oltre all’approvazione del rendiconto, la liquidazione e ripartizione degli utili tra i soci.

Non rientra nell’ambito della clausola compromissoria contenuta nel contratto di cessione delle quote la domanda di ripetizione dell’indebito proposta dai soci cedenti nei confronti della società ceduta, terza rispetto al contratto, [per le somme versate in suo favore a titolo di rimborso dei prelievi in esecuzione di una delegazione di pagamento prevista dal contratto stesso]. La competenza si determina infatti in base alla domanda come prospettata dall’attore, e l’eccezione del convenuto fondata sul contratto di cessione, che non amplia l’oggetto del giudizio, comporta soltanto l’accertamento incidenter tantum di un fatto impeditivo del diritto azionato.

Nell’azione di ripetizione dell’indebito oggettivo ai sensi dell’art. 2033 c.c. grava sull’attore l’onere di provare il pagamento e l’inesistenza o il successivo venir meno della causa giustificativa, onere che va tuttavia circoscritto alla luce delle contrapposte allegazioni delle parti sui loro rapporti, perché non può esigersi la prova dell’inesistenza di qualsiasi causa astrattamente prospettabile.

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Distrazione di risorse sociali e omessa riscossione dei crediti verso soci: prova e liquidazione del danno
Nell’azione di responsabilità promossa dal curatore nei confronti dell’amministratore, il criterio differenziale del deficit fallimentare, pur oggi espressamente previsto dall’art....

Nell’azione di responsabilità promossa dal curatore nei confronti dell’amministratore, il criterio differenziale del deficit fallimentare, pur oggi espressamente previsto dall’art. 2486 c.c., ha carattere residuale, e deve essere preferito un metodo di stima del danno puntuale e analitico, parametrato alle singole condotte di mala gestio accertate e ai pregiudizi da esse derivati.

In presenza di atti distrattivi dell’organo gestorio, la natura contrattuale della responsabilità dell’amministratore consente al curatore di limitarsi ad allegare l’inadempimento e a provare i prelievi dalle casse sociali, mentre grava sull’amministratore l’onere di dimostrare che le somme sono state impiegate nell’esercizio dell’attività d’impresa. Le attestazioni del curatore hanno valore di prova privilegiata ai sensi dell’art. 2700 c.c. quando riguardano fatti da lui compiuti o avvenuti in sua presenza, e possono pertanto fondare la decisione [le dichiarazioni rese dall’amministratore al curatore circa l’abitudine dei soci di prelevare somme dalle casse sociali per uso personale].

L’annotazione in bilancio di crediti verso soci per versamenti ancora dovuti costituisce un’annotazione contra se, idonea a far ritenere accertata l’esistenza del credito, sicché integra illecito dell’amministratore l’omessa riscossione di tali crediti in assenza di prova di qualsiasi tentativo di esazione. Il danno sussiste soltanto se è provata l’irrecuperabilità del credito, che può desumersi [dalle dichiarazioni rese dallo stesso amministratore al curatore].

Il danno da distrazione di somme di denaro costituisce debito di valuta, perché il controvalore monetario del pregiudizio coincide con la somma liquida fuoriuscita dal patrimonio sociale e non richiede alcuna operazione di liquidazione. Sull’importo sono dovuti i soli interessi legali ai sensi degli artt. 1224 e 1284 c.c., salva la prova del maggior danno, che presuppone l’allegazione delle modalità alternative di impiego delle somme e del rendimento che esse avrebbero prodotto con certezza o elevata probabilità.

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Uso del marchio, tolleranza del titolare e limiti della tutela: tra funzione descrittiva del segno, assenza di concorrenza sleale, profili contrattuali e cautelari
Non integra violazione del marchio né uso illecito del segno distintivo l’impiego del nome del produttore da parte di un...

Non integra violazione del marchio né uso illecito del segno distintivo l’impiego del nome del produttore da parte di un operatore indipendente (già appartenente alla rete autorizzata) quando tale uso abbia funzione meramente descrittiva dei servizi offerti (es. assistenza su veicoli di quella marca) e non sia idoneo a ingenerare nel pubblico il convincimento dell’esistenza di un rapporto ufficiale con il titolare del marchio, specie ove tale qualificazione sia esclusa nel contesto comunicativo complessivo.

È inoltre esclusa l’illiceità della condotta ove il titolare del marchio abbia tollerato o addirittura contribuito a ingenerare nel pubblico la medesima rappresentazione (ad es. continuando a indicare il soggetto come centro autorizzato sul proprio sito), configurandosi in tal caso una scriminante idonea a escludere la responsabilità.

Inoltre, in difetto di rapporto concorrenziale tra le parti, non è configurabile concorrenza sleale, né il titolare del marchio è legittimato ad agire a tutela di pregiudizi asseritamente subiti da altri operatori della rete distributiva.

Ad ogni buon conto, le spese del procedimento cautelare non possono essere liquidate nel giudizio di merito instaurato oltre i termini di legge per il collegamento strumentale, dovendo tale domanda essere proposta nel giudizio di merito tempestivamente introdotto.

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Segreti industriali e concorrenza sleale nelle procedure competitive: onere di specificazione del know-how, limiti della secretazione e difetto di prova dell’illecito
La tutela dei segreti industriali presuppone la puntuale e specifica individuazione delle informazioni asseritamente protette; la generica indicazione di categorie...

La tutela dei segreti industriali presuppone la puntuale e specifica individuazione delle informazioni asseritamente protette; la generica indicazione di categorie eterogenee (quali esigenze del cliente, rapporti commerciali, specifiche tecniche e condizioni economiche) non consente di identificare il bene giuridico tutelato e comporta il rigetto della domanda.

Non integra il requisito della “secretazione” l’adozione di misure meramente ordinarie, quali l’accesso ai sistemi informatici mediante password, ove non siano predisposte cautele specifiche idonee a proteggere le informazioni riservate e a impedirne l’acquisizione o la diffusione non autorizzata.

La nozione di segreto industriale richiede la compresenza dei requisiti di segretezza, valore economico e adeguate misure di protezione, mentre la mera riservatezza attiene a informazioni non note ai concorrenti ma prive di tali requisiti e rileva, al più, sul piano della concorrenza sleale.

Non possono qualificarsi come segreti industriali le informazioni relative alle esigenze del cliente e alle caratteristiche dei servizi richiesti quando esse siano oggetto di una procedura competitiva o comunque rese conoscibili ai partecipanti alla gara.

La configurabilità della violazione di segreti industriali e della concorrenza sleale interferente richiede la prova dell’effettivo utilizzo, da parte del convenuto, delle informazioni asseritamente riservate, non essendo sufficiente la mera possibilità o astratta idoneità delle stesse a conferire un vantaggio competitivo. In presenza di una procedura competitiva tra più operatori, la perdita del cliente o dell’appalto non è imputabile alla condotta del concorrente in mancanza di prova del nesso causale tra l’asserito illecito e l’esito della gara, non potendo tale esito essere ricondotto in via presuntiva alla partecipazione del convenuto.

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Lettera di intenti e diritti di proprietà industriale: liti risarcitorie e limiti della competenza del Tribunale delle imprese
L’adesione dell’attore all’eccezione di incompetenza territoriale non priva il giudice adito della potestas iudicandi quando la questione incide anche sulla...

L’adesione dell’attore all’eccezione di incompetenza territoriale non priva il giudice adito della potestas iudicandi quando la questione incide anche sulla competenza per materia, come nel rapporto tra Tribunale ordinario e Sezione specializzata in materia di impresa.

La competenza del Tribunale delle imprese va accertata in base al petitum sostanziale e alla causa petendi: non basta che la vicenda negoziale richiami marchi, brevetti o altri diritti di proprietà industriale. Essa è esclusa quando la domanda abbia natura meramente risarcitoria o contrattuale e riguardi il mancato pagamento di forniture, i costi di produzione o il danno da blocco dell’attività, senza richiedere accertamenti sulla titolarità, validità, violazione o sfruttamento economico dei diritti di privativa.

Esclusa la competenza della Sezione specializzata, il giudice ordinario territorialmente competente va individuato secondo i criteri ordinari: luogo di conclusione del contratto, luogo dell’evento dannoso o domicilio del debitore, ove il credito sia illiquido o risarcitorio. L’ordinanza declinatoria della competenza definisce la fase processuale e comporta la pronuncia sulle spese.

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Azione sociale di responsabilità nella s.r.l.: perdita del capitale, opere abusive e business judgment rule
Già a fronte di una diminuzione del capitale di oltre un terzo in conseguenza di perdite, l’art. 2482-bis c.c. impone...

Già a fronte di una diminuzione del capitale di oltre un terzo in conseguenza di perdite, l’art. 2482-bis c.c. impone all’organo amministrativo di convocare l’assemblea, di sottoporle un’apposita relazione, di monitorare capillarmente l’attività e di convocare, nell’esercizio successivo, l’assemblea per l’approvazione del bilancio e la riduzione del capitale. Quando il capitale scende al di sotto del minimo legale ricorrono, ai sensi degli artt. 2482-ter e 2484, n. 4, c.c., i presupposti per lo scioglimento e la messa in liquidazione della società, quale alternativa ineluttabile alla ricapitalizzazione, e l’inosservanza di tali obblighi integra inadempimento dell’amministratore e rende indebita la successiva attività d’impresa.

L’occultamento, la ritardata emersione o il mancato tempestivo rilievo della perdita e l’omissione dei provvedimenti di ricapitalizzazione, quando dipendano da scorrettezze o ritardi nella tenuta della contabilità, non sono di per sé antecedenti causali idonei di una deminutio patrimonii. Il danno da aggravamento del deficit può derivare semmai dall’ulteriore e diversa condotta di indebita prosecuzione attiva della gestione pur a fronte di cause di scioglimento note o conoscibili, che deve essere specificamente allegata nella sua consistenza concreta e nei suoi effetti economici, sicché l’accertamento della violazione del dovere di diligenza non consente alcuna condanna risarcitoria, neppure generica, in assenza di allegazione e prova del danno da indebita prosecuzione.

Viola il dovere di diligenza l’amministratore unico che [commissioni opere di ristrutturazione di rilevante entità economica su un complesso immobiliare sottoposto a vincolo senza aver previamente conseguito le autorizzazioni delle autorità competenti]. L’eventuale ingerenza di un socio nelle decisioni relative alle opere non esonera l’amministratore di diritto dalla responsabilità, che non viene meno né per aver assunto la carica soltanto formalmente, fungendo da prestanome di chi gestisce di fatto la società, né per aver svolto il mandato nella completa ignoranza dell’operato del terzo; la prova liberatoria del dissenso ai sensi dell’art. 2476 c.c. richiede una presa di posizione ufficiale o interventi idonei a neutralizzare le condotte, sino alle dimissioni.

Il tardivo deposito delle scritture contabili, che siano comunque state sottoposte ai soci e da questi approvate, non costituisce di per sé una condotta stricto sensu gestoria né una causa potenzialmente efficiente di un danno all’integrità del patrimonio sociale, perché la contabilità registra gli accadimenti economici dell’impresa ma non li determina, ed è da tali accadimenti, e non dalla loro mancata, scorretta o tardiva registrazione, che deriva la perdita patrimoniale.

Il mancato pagamento di debiti sociali non è indice univoco di mala gestio ma denota soltanto la carenza di liquidità della società, e possono essere fatte valere con l’azione sociale di responsabilità le cause di tale carenza, purché riconducibili a condotte gestorie negligenti e talmente irragionevoli da superare il limite della business judgment rule, perché il mero insuccesso imprenditoriale non costituisce di per sé un illecito. Accertato il nesso causale tra la condotta irragionevole e la perdita di liquidità, il danno risarcibile è limitato agli interessi moratori e alle eventuali spese di lite, con esclusione della somma capitale, che costituisce il corrispettivo di prestazioni effettivamente entrate nel patrimonio sociale.

La scelta dell’amministratore di procedere a un licenziamento, anche disciplinare, è sindacabile soltanto nel giudizio lavoristico di impugnazione del provvedimento datoriale e non nel giudizio di responsabilità per mala gestio, perché in forza della business judgment rule il giudizio sulla diligenza non può investire il merito delle scelte di gestione, ma deve limitarsi alla diligenza dimostrata nell’apprezzamento preventivo dei margini di rischio e alla verifica dell’omissione delle cautele, verifiche e informazioni normalmente richieste, fermo il limite della ragionevolezza valutata ex ante.

Con le dimissioni dell’amministratore convenuto nell’azione sociale di responsabilità e la nomina di un nuovo legale rappresentante vengono meno ipso iure il conflitto di interessi e, con esso, il potere di rappresentanza processuale del curatore speciale della società, che è provvisorio e commisurato alla durata del conflitto. L’avvicendamento non determina l’interruzione del processo, non rientrando tra le ipotesi tassative dell’art. 299 c.p.c., ma impone al giudice istruttore di assegnare un termine perentorio ai sensi dell’art. 182, comma 2, c.p.c. per la costituzione del nuovo rappresentante, a pena di nullità degli atti processuali successivi.

Il socio che agisce nell’interesse della società ai sensi dell’art. 2476, comma 3, c.c. soggiace al riparto degli oneri di allegazione e prova proprio delle azioni contrattuali, sicché gli spetta, oltre alla prova del danno e del nesso causale, la prova del titolo e l’allegazione dell’inadempimento consistente nella violazione degli obblighi posti dalla legge o dallo statuto. L’allegazione deve consistere nella specifica indicazione dei singoli inadempimenti qualificati, astrattamente idonei a cagionare il danno lamentato.

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Marchio «salumi di mare»: debolezza, capacità distintiva e uso descrittivo dell’espressione da parte del concorrente
Non integra contraffazione né concorrenza sleale l’uso da parte di un concorrente dell’espressione che compone il marchio altrui non come...

Non integra contraffazione né concorrenza sleale l’uso da parte di un concorrente dell’espressione che compone il marchio altrui non come segno distintivo dei propri prodotti, ma come locuzione descrittiva della tipologia di prodotto offerto e delle sue modalità di preparazione, come l’impiego in un’attività di ristorazione, anche in forma di hashtag, dell’espressione «salumi di mare» per indicare pesce lavorato secondo le tecniche proprie dei salumi; diversamente, si attribuirebbe al titolare l’uso esclusivo di parole comuni e di una forma di cucina.

Il marchio composto dall’accostamento di due parole di uso comune concettualmente legate al prodotto è debole, ma non privo di capacità distintiva quando l’abbinamento sia particolare e inusuale, come quello che applica al pesce il concetto di salume, tipicamente associato alla carne. La licenza d’uso del marchio è a forma libera e può essere provata per presunzioni o testimoni, e il licenziatario è legittimato ad agire a tutela del segno.

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Marchio decaduto per mancato rinnovo e infondatezza nel merito della domanda di contraffazione
Qualora l’attore agisca in contraffazione e concorrenza sleale sulla base di un marchio registrato decaduto per mancato rinnovo prima dell’introduzione...

Qualora l’attore agisca in contraffazione e concorrenza sleale sulla base di un marchio registrato decaduto per mancato rinnovo prima dell’introduzione del giudizio, l’eccezione del convenuto non attiene alla legittimazione attiva ma al merito, e la domanda va rigettata perché infondata, in quanto proposta da un soggetto privo del titolo di privativa di cui pretende la tutela. A tal fine è irrilevante la nuova registrazione di un segno identico presentata, a distanza di mesi dalla scadenza, da un soggetto diverso dal precedente titolare [nella specie, il socio amministratore della società attrice].

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