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Deficit fallimentare e prova della perdita del capitale in assenza di contabilità
L’assenza di contabilità non basta a giustificare la liquidazione del danno con il criterio del deficit fallimentare previsto dall’ultimo periodo...

L’assenza di contabilità non basta a giustificare la liquidazione del danno con il criterio del deficit fallimentare previsto dall’ultimo periodo dell’art. 2486, comma 3, c.c., che presuppone l’accertamento dell’illecita prosecuzione dell’attività dopo il verificarsi di una causa di scioglimento; il curatore deve dunque provare che il capitale è stato perduto, quando lo è stato, che l’attività è proseguita dopo quel momento e che ne è derivato un incremento del deficit. In mancanza dei bilanci, il momento della perdita può essere ricostruito raffrontando l’ultimo bilancio depositato con la data di insorgenza dei crediti ammessi al passivo, e il danno coincide allora con il deficit fallimentare al netto dei debiti già esistenti a quel momento.

Qualora il curatore lamenti la dispersione del valore positivo della società per effetto della prosecuzione dell’attività, il danno va liquidato analiticamente, raffrontando le singole voci attive dell’ultimo bilancio con quelle rinvenute in sede fallimentare, e non con il criterio del deficit fallimentare.

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Condizione sospensiva mista nel preliminare di cessione di quote e obbligo di buona fede
Nel contratto preliminare di cessione dell’intero capitale di una società, la condizione sospensiva costituita dal rilascio di un’autorizzazione amministrativa [per...

Nel contratto preliminare di cessione dell’intero capitale di una società, la condizione sospensiva costituita dal rilascio di un’autorizzazione amministrativa [per una struttura turistico ricettiva di rilevanti dimensioni sull’immobile della società], alla cui attuazione il promissario acquirente si sia impegnato, ha carattere misto ed è soggetta all’obbligo di buona fede previsto dall’art. 1358 c.c. Tale obbligo non impone la presentazione di un progetto o di un’istanza formale, se il contratto non la prevede, ed è adempiuto con l’effettiva attivazione presso gli enti competenti per verificare la fattibilità dell’opera, quando ne emerga l’incompatibilità con gli strumenti urbanistici vigenti.

La finzione di avveramento prevista dall’art. 1359 c.c. non opera quando la condizione sia posta anche nell’interesse della parte che non l’ha realizzata e il mancato avveramento non le sia imputabile. Qualora la clausola colleghi l’inefficacia del contratto al mero mancato rilascio dell’autorizzazione entro il termine, la condizione si considera non avverata anche in assenza di un diniego espresso dell’amministrazione.

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Natura anticipatoria della revoca cautelare dell’amministratore di s.r.l. e gravi irregolarità per abbandono della gestione
La revoca cautelare dell’amministratore di s.r.l. prevista dall’art. 2476, comma 3, c.c. ha natura anticipatoria rispetto al giudizio di merito...

La revoca cautelare dell’amministratore di s.r.l. prevista dall’art. 2476, comma 3, c.c. ha natura anticipatoria rispetto al giudizio di merito volto alla revoca definitiva dell’amministratore e non è strumentale all’azione sociale di responsabilità, con la quale non condivide né i presupposti né la finalità. L’attribuzione al socio del potere di ottenere la revoca in via interinale implica infatti quello di conseguire nel merito una tutela piena e definitiva del medesimo interesse; in questa prospettiva il limite dell’art. 2908 c.c. è superato, perché è lo stesso art. 2476 c.c. ad attribuire implicitamente al giudice il potere di incidere sul rapporto di amministrazione.

In ragione della strumentalità attenuata propria delle misure anticipatorie, la revoca cautelare dell’amministratore di s.r.l. conserva efficacia anche se il giudizio di merito non viene instaurato ed è destinata a essere assorbita dalla sentenza che lo definisce. La misura presuppone soltanto gravi irregolarità di gestione e prescinde dalla prova di un danno, anche potenziale, perché mira ad allontanare dall’incarico amministratori che si sono rivelati incapaci o scorretti.

Nel procedimento cautelare di revoca dell’amministratore di s.r.l., anche quando proposto ante causam, legittimato passivo è l’amministratore di cui si chiede la revoca, mentre la società è litisconsorte necessaria, in quanto portatrice di un interesse distinto e potenzialmente autonomo da quello del socio ricorrente. Qualora si chieda la revoca dell’amministratore unico, la società partecipa al giudizio per mezzo di un curatore speciale.

Le gravi irregolarità che giustificano la revoca cautelare dell’amministratore di s.r.l. comprendono l’inadempimento di tutti gli obblighi che gli fanno capo per legge o per statuto, non solo quelli strettamente gestionali ma anche quelli relativi al funzionamento dell’organizzazione sociale e ai rapporti con i soci e con gli altri organi. Integrano pertanto gravi irregolarità l’irreperibilità dell’amministratore unico e l’abbandono di fatto della società, la mancata partecipazione alle assemblee, l’assenza di notizie sulle scritture contabili e prelievi e pagamenti dai conti sociali privi di giustificazione.

La revoca cautelare dell'amministratore può essere proposta anche ante causam.

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Legittimazione esclusiva del liquidatore giudiziale ex art. 115 CCII e prescrizione dell’azione dei creditori di s.r.l.
L’art. 115 CCII, che attribuisce al liquidatore giudiziale del concordato preventivo la legittimazione a proporre o proseguire l’azione sociale di...

L’art. 115 CCII, che attribuisce al liquidatore giudiziale del concordato preventivo la legittimazione a proporre o proseguire l’azione sociale di responsabilità, si applica anche ai concordati il cui ricorso sia stato definito con l’omologazione prima del 15/7/2022, perché la norma transitoria dell’art. 390 CCII riguarda soltanto la definizione dei ricorsi ancora pendenti a quella data e non gli effetti dell’omologazione, ai quali si applica, in forza del principio tempus regit actum, la disciplina vigente. La legittimazione del liquidatore è esclusiva e preclude l’azione del socio di s.r.l. ai sensi dell’art. 2476, comma 3, c.c., mentre resta ferma quella dei creditori sociali.

La prescrizione dell’azione dei creditori sociali di s.r.l. prevista dall’art. 2476, comma 6, c.c. decorre dal momento in cui l’insufficienza del patrimonio sociale è divenuta oggettivamente conoscibile, che può coincidere con la presentazione del piano di concordato liquidatorio [che prevede il pagamento dei chirografari al 50%], perché rileva la situazione patrimoniale esposta in bilancio o nel piano e non l’esito delle successive operazioni di liquidazione.

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Omessa redazione dei bilanci per oltre dieci anni e revoca dell’amministratore di s.r.l. ex art. 2409 c.c.
Il procedimento previsto dall’art. 2409 c.c. non ha funzione sanzionatoria nei confronti dell’amministratore, ma è il mezzo per ricondurre la...

Il procedimento previsto dall’art. 2409 c.c. non ha funzione sanzionatoria nei confronti dell’amministratore, ma è il mezzo per ricondurre la gestione sociale alla regolarità. L’omessa redazione e la mancata sottoposizione all’assemblea dei bilanci per oltre dieci anni [pacificamente ammesse dall’amministratore unico, in assenza di convocazioni assembleari e di documentazione delle sole movimentazioni bancarie] integrano di per sé una grave irregolarità, attualmente pregiudizievole per la società e per i creditori, che giustifica come extrema ratio la revoca dell’amministratore e la nomina di un amministratore giudiziario incaricato di redigere i bilanci arretrati e di convocare l’assemblea per la loro approvazione e per le determinazioni conseguenti.

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Responsabilità dell’amministratore di cooperativa fallita, criterio del deficit fallimentare e danno da omessi versamenti
Nell’azione di responsabilità promossa dal curatore contro l’amministratore [di società cooperativa fallita], il criterio della differenza tra attivo e passivo...

Nell’azione di responsabilità promossa dal curatore contro l’amministratore [di società cooperativa fallita], il criterio della differenza tra attivo e passivo fallimentare ha carattere residuale e può essere utilizzato soltanto per quantificare il danno derivante dall’indebita prosecuzione dell’attività dopo la perdita del capitale sociale. Esso non vale invece a liquidare il danno cagionato da illeciti diversi – quali l’operare in conflitto di interessi, l’omesso versamento di imposte e contributi o le distrazioni – per i quali occorre allegare e provare il nesso causale tra la specifica condotta e il pregiudizio arrecato al patrimonio sociale. Il fallimento in sé, inoltre, non costituisce danno imputabile all’amministratore.

L’omesso versamento di imposte e contributi da parte dell’amministratore non integra di per sé un danno per la società, perché il debito tributario e contributivo grava comunque sul patrimonio sociale; costituiscono danno risarcibile soltanto le sanzioni e gli aggi conseguenti all’inadempimento, con esclusione degli interessi.

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Prescrizione annuale del credito della cooperativa per i conferimenti del socio receduto
Il diritto della società cooperativa di esigere dal socio receduto i conferimenti sottoscritti e non versati si prescrive, ai sensi...

Il diritto della società cooperativa di esigere dal socio receduto i conferimenti sottoscritti e non versati si prescrive, ai sensi dell’art. 2536, comma 2, c.c., nel termine di un anno dallo scioglimento del rapporto sociale, che coincide con il recesso, sicché è prescritto il credito fatto valere con ricorso monitorio notificato oltre un anno dopo il recesso, in difetto di prova di precedenti atti interruttivi. L’eccezione di prescrizione è validamente sollevata quando l’atto di opposizione, anche se in un contesto argomentativo diverso, indichi il termine e il dies a quo e manifesti la volontà di avvalersi dell’effetto estintivo.

Rientrano nella competenza della sezione specializzata in materia di impresa le domande dell’ex socio lavoratore di cooperativa di restituzione delle somme versate a titolo di conferimento, anche in via di risarcimento per inadempimento della società o per condotte depauperative degli amministratori, e di restituzione del prestito sociale, perché trovano fondamento nel rapporto sociale e non in quello di lavoro.

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Iscrizione nel registro delle imprese della divisione ereditaria di quota e residualità della tutela d’urgenza
Il ricorso d’urgenza ex art. 700 c.p.c. con cui il coerede chieda di ordinare al Conservatore del registro delle imprese...

Il ricorso d’urgenza ex art. 700 c.p.c. con cui il coerede chieda di ordinare al Conservatore del registro delle imprese l’iscrizione della divisione della quota di s.r.l. caduta in successione [sulla base di una scrittura privata non autenticata] è privo del requisito della residualità, perché l’art. 2189 c.c. prevede che l’iscrizione sia chiesta con istanza al Conservatore e che solo contro il suo diniego si ricorra all’autorità giudiziaria. Il ricorso è inoltre inammissibile se proposto non nei confronti del Conservatore, unico destinatario dell’ordine richiesto, ma del coerede, chiamato al solo fine di ottenere il riconoscimento della sottoscrizione, perché in sede cautelare non è ammesso l’accertamento di meri fatti né di diritti con efficacia erga omnes.

L’accordo di divisione della quota di s.r.l. tra coeredi, pur valido ed efficace tra le parti, è opponibile alla società e ai terzi mediante iscrizione nel registro delle imprese soltanto se risulta da atto con sottoscrizioni autenticate, come prescrive l’art. 2470 c.c., sicché la sua efficacia inter partes non fonda il diritto di ottenerne l’iscrizione in difetto della forma richiesta.

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Impossibilità di funzionamento dell’assemblea e nomina giudiziale del liquidatore di s.r.l.
Sussiste la causa di scioglimento della s.r.l. per impossibilità di funzionamento dell’assemblea, ai sensi dell’art. 2484, comma 1, n. 3,...

Sussiste la causa di scioglimento della s.r.l. per impossibilità di funzionamento dell’assemblea, ai sensi dell’art. 2484, comma 1, n. 3, c.c., quando il socio di maggioranza [nonché amministratore unico] versi in condizioni psicofisiche che gli impediscono di partecipare alle decisioni e all’amministratore di sostegno nominatogli non sia stato conferito il potere di esercitare i diritti connessi alla quota, perché in tal caso non è possibile formare in assemblea le maggioranze di legge.

La nomina del liquidatore da parte del tribunale ex art. 2487 c.c. non dà luogo ad alcuna procedura di liquidazione giudiziale, trattandosi di un mero intervento sostitutivo rispetto all’inconcludenza dell’assemblea, i cui poteri, superato lo stallo, restano quelli ordinari, sicché spetta all’assemblea stabilire il compenso del liquidatore, revocarlo e sostituirlo e modificarne i poteri. Il liquidatore così nominato dispone dei poteri di legge previsti dall’art. 2489, comma 1, c.c., senza necessità di successive autorizzazioni del tribunale al compimento dei singoli atti.

La nomina giudiziale del liquidatore presuppone l’esistenza di fondi sufficienti a garantirne il compenso e le spese di liquidazione, sicché, qualora il liquidatore nominato non reperisca tali fondi e per questo non accetti l’incarico, il tribunale non procede alla nomina di altri liquidatori e la società resta rappresentata dall’organo amministrativo in regime di prorogatio ai sensi dell’art. 2487-bis, comma 3, c.c., salva la cancellazione d’ufficio dal registro delle imprese ex art. 2490 c.c. se per tre anni consecutivi non siano depositati i bilanci di liquidazione.

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Sospensione necessaria del giudizio di opposizione e inammissibilità del reclamo sull’istanza ex art. 649 c.p.c.
È inammissibile il reclamo ex art. 669-terdecies c.p.c. proposto avverso l’ordinanza con cui il giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo abbia...

È inammissibile il reclamo ex art. 669-terdecies c.p.c. proposto avverso l’ordinanza con cui il giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo abbia sospeso il processo ex art. 295 c.p.c. [in attesa della definizione del giudizio di impugnazione del lodo arbitrale su cui il decreto si fonda], omettendo di pronunciare sull’istanza di sospensione della provvisoria esecuzione ex art. 649 c.p.c., perché tale omissione non equivale a un provvedimento di rigetto reclamabile e, in forza dell’art. 298 c.p.c., durante la sospensione non possono compiersi atti del procedimento. L’ordinanza di sospensione necessaria è infatti impugnabile soltanto con il regolamento di competenza ex art. 42 c.p.c. e non è revocabile dal giudice che l’ha emessa, sicché il collegio del reclamo non potrebbe provvedere sull’istanza cautelare se non adottando un atto nullo, che revocherebbe implicitamente la sospensione.

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Marchio debole, patto di non uso del segno e riferimento veritiero alla precedente denominazione
Il marchio debole, la cui capacità distintiva dipende dagli ulteriori elementi di differenziazione rispetto al nucleo descrittivo [un termine che...

Il marchio debole, la cui capacità distintiva dipende dagli ulteriori elementi di differenziazione rispetto al nucleo descrittivo [un termine che evoca i laboratori di analisi di materiale biologico], non è verosimilmente violato dall’uso da parte del terzo del solo elemento denominativo descrittivo, privo delle ulteriori specificazioni e degli elementi grafici del marchio registrato, perché si tratta di un’espressione descrittiva fruibile da tutti. Resta ferma, in via generale, la tutela del marchio debole contro la contraffazione realizzata mediante mere varianti formali, inidonee a escludere la confondibilità con ciò che del marchio imitato costituisce l’aspetto caratterizzante.

È vincolante tra le parti la pattuizione con cui un’impresa si obbliga, nell’esercizio della propria attività, a non utilizzare un determinato segno distintivo, anche quando la controparte non ne sia titolare, perché una simile pattuizione non costituisce esercizio o sfruttamento dei diritti di privativa. Il relativo credito non si trasmette tuttavia al successivo acquirente del marchio né all’affittuario di un ramo dell’azienda della parte creditrice, in difetto di continuità soggettiva e quando il contratto di affitto escluda la cessione dei crediti aziendali e il subentro nei rapporti contrattuali con il debitore.

Non integra concorrenza sleale confusoria ex art. 2598, n. 1, c.c. l’impiego, da parte dell’impresa che per lungo tempo ha operato sotto un segno poi acquistato da un terzo, di espressioni [il segno preceduto da «ex» e seguito dalla precedente forma societaria] volte a informare la clientela che l’attività un tempo esercitata sotto quel segno prosegue sotto una nuova denominazione, quando il dato comunicato sia veritiero e il nuovo titolare del marchio abbia avviato un’attività nuova, anziché proseguire quella precedente. Non integra denigrazione la comunicazione che si limiti a esaltare le qualità dei propri servizi senza esprimere giudizi negativi sull’attività del concorrente.

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S.r.l. con socio unico caduto in comunione ereditaria: nessuna impossibilità di funzionamento e nessuna nomina giudiziale del liquidatore
Nella s.r.l. con socio unico l’impossibilità di funzionamento dell’assemblea non è fisiologicamente configurabile, e ciò anche quando la partecipazione sia...

Nella s.r.l. con socio unico l’impossibilità di funzionamento dell’assemblea non è fisiologicamente configurabile, e ciò anche quando la partecipazione sia confluita in una comunione ereditaria, perché essa resta un’unica quota i cui diritti di voto sono esercitati dal rappresentante comune: mancano quindi i presupposti per la nomina giudiziale del liquidatore ai sensi dell’art. 2487 c.c.

Il potere del tribunale è limitato alle situazioni di stallo assembleare determinate dalla composizione della compagine sociale, e il giudice non può sostituirsi al socio unico che non sappia individuare il professionista cui affidare la liquidazione, come quando, accettata l’eredità con beneficio d’inventario, il curatore speciale degli eredi minori dichiari in assemblea di non essere in grado di indicare un liquidatore.

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