La qualifica di un soggetto quale amministratore di fatto è ricavabile da un insieme di fattori che dimostrino l’ingerenza diretta e continuata di tale soggetto in atti tipici di gestione della società, dalla gestione della cassa alla assunzione di scelte contrattuali. [Nel caso di specie, risultava che il convenuto nell'azione di responsabilità esercitata dal curatore, pur non rivestendo formalmente la qualifica di amministratore, operava direttamente sul c/c della società effettuando versamenti e pagamenti, era presentato sul sito internet della società come il suo unico
referente, conduceva le trattative con i clienti per la stipula di contratti di appalto, e, inoltre, era titolare dell’indirizzo mail utilizzato dalla società per le sue comunicazioni].
Nell’azione di responsabilità, il curatore, benché agisca (anche) in rappresentanza della società e, quindi, con azione contrattuale, non può limitarsi a dimostrare il titolo da cui scaturiscono gli obblighi degli amministratori (il mandato gestorio) e ad affermare il loro inadempimento, ma è tenuto a una allegazione qualificata e alla dimostrazione: (i) delle specifiche condotte attive od omissive che avrebbero integrato la violazione, essendo poi onere dell’amministratore convenuto dimostrare la liceità degli atti compiuti; (ii) del pregiudizio da esse provocato, dovendosi rimarcare che la prova dell’illecito non è sufficiente a giustificare una condanna al risarcimento, se non risulta che quell’illecito ha provocato un danno.
Nell’ipotesi in cui la condotta contestata all'amministratore consista nell’aver effettuato o consentito prelievi per interessi estranei alla società senza che risulti l’inerenza di tali versamenti all’attività della società, dev’essere riconosciuto il carattere illecito della condotta. Tuttavia, non sempre tale condotta provoca un danno risarcibile. Qualora, infatti, i prelievi siano stati tutti contabilizzati nel conto soci come partite di credito della società nei confronti degli stessi, l’uscita di cassa è stata controbilanciata, sul piano patrimoniale, dalla rilevazione di un credito restitutorio. Diverso sarebbe se quei prelievi non fossero stati registrati in contabilità ma fossero risultati solo, indirettamente, da riduzioni di cassa non altrimenti spiegabili, o se fossero stati registrati non come crediti verso i soci ma, per esempio, come costi (in realtà insussistenti) di esercizio: in tal caso si verificherebbe un vero e proprio atto distrattivo (o sottrattivo, o appropriativo), non recuperabile con azioni contrattuali per assenza di un titolo azionabile contro i beneficiari, neppure identificabili; talché quelle uscite, prive di una corrispondente voce dell’attivo, rappresenterebbero sicuramente un danno arrecato alla società, con conseguente obbligo risarcitorio a carico dell’amministratore che li avesse effettuati o consentiti. L’avvenuta contabilizzazione dei versamenti come altrettanti crediti della società nei confronti dei beneficiari induce, invece, ad attribuire loro la natura di finanziamenti erogati dalla società in favore dei suoi soci; o, tutt’al più, la natura di pagamenti indebiti. Se così è, però, vale la considerazione che un credito, finché è recuperabile e quand’anche acquisito attraverso una condotta inadempiente degli obblighi di gestione, non rappresenta un danno, finché può essere soddisfatto con un’azione di adempimento o di ripetizione di indebito. Un’azione risarcitoria è esperibile allorché il credito si sia trasformato in un danno, il che avviene nel momento in cui esso si riveli non (o non più) recuperabile – per esempio per insolvenza del debitore o sua estinzione in assenza di successori, o per prescrizione del diritto, o per una contabilizzazione che non consente di individuare il debitore; ma in tali casi, allora, la condotta fonte del danno, che l’attore deve necessariamente provare e, prima di tutto, allegare, non consiste nel solo fatto che l’amministratore abbia operato versamenti non inerenti all’interesse sociale, ma nel fatto che egli abbia erogato finanziamenti non dovuti a soggetti palesemente impossidenti, magari senza alcuna garanzia, o lasciato prescrivere il credito con una condotta inerte successiva all’erogazione, o reso impossibile l’identificazione del debitore.
L’amministratore unico che si sia autoliquidato il compenso senza la previa delibera assembleare è tenuto alla restituzione delle somme indebitamente percepite.
L’adesione all’eccezione di incompetenza territoriale non priva il giudice adito, ai sensi dell’art. 38 c.p.c., del potere di decidere sulla competenza, sul merito e sulle spese quando la questione di competenza territoriale si interseca con il riparto di competenza per materia tra sezioni specializzate in materia di impresa stabilito in via inderogabile dall’art. 4, comma 1-ter, d.lgs. 168/2003, perché in tal caso la questione è soggetta al regime dell’incompetenza inderogabile, rilevabile d’ufficio e sottratta all’accordo delle parti, e il giudice deve compiere un’autonoma valutazione della propria competenza per materia e per territorio [azione di nullità di fideiussione omnibus conforme allo schema ABI promossa dai garanti davanti alla sezione specializzata di Firenze, con adesione dei garanti all’eccezione di incompetenza in favore della sezione specializzata di Roma].
L’inderogabilità della competenza delle sezioni specializzate in materia di impresa individuate dall’art. 4, comma 1-ter, d.lgs. 168/2003 per le controversie antitrust non esclude la concorrenza di fori alternativi, sicché il giudice che declina la propria competenza può indicare come competenti, in via alternativa, più sezioni specializzate quando la causa, secondo i criteri ordinari di competenza territoriale, presenta collegamenti con distretti attribuiti a sezioni diverse e allo stato degli atti non risultano elementi, come la qualità di consumatore del garante, idonei a rendere esclusivo uno dei fori.
Per individuare la sezione specializzata competente nelle controversie di cui all’art. 3, comma 1, lett. c) e d), d.lgs. 168/2003 occorre anzitutto determinare, secondo i criteri ordinari di ripartizione della competenza territoriale richiamati dall’art. 4, comma 1, la regione e quindi la sezione specializzata nel cui ambito ricade l’ufficio giudiziario competente, e poi attribuire la causa alla sezione indicata dall’elenco dell’art. 4, comma 1-ter, nel quale il riferimento al distretto va inteso come area di competenza della sezione specializzata regionale.
L’obbligazione del fideiussore omnibus ha ad oggetto una somma liquida ai fini dell’art. 1182, comma 3, c.c., perché il suo ammontare è determinabile in base al titolo negoziale per relationem ai debiti liquidi del debitore garantito verso il creditore beneficiario, sicché il luogo dell’adempimento rilevante per il foro facoltativo dell’art. 20 c.p.c. coincide con il domicilio del creditore.
L’ordinanza con cui il giudice declina la propria competenza chiude la fase di giudizio davanti a lui e deve provvedere sulle spese, nella cui regolazione rileva ai sensi dell’art. 91 c.p.c. anche la soccombenza sulla questione di rito, sicché, se l’adesione all’eccezione di incompetenza interviene soltanto dopo la costituzione della parte che l’ha sollevata e dopo che il giudice ne ha delibato la non manifesta infondatezza, le spese delle fasi di studio e introduttiva seguono la soccombenza, mentre la condotta collaborativa di chi aderisce può giustificare la compensazione delle spese della fase decisoria.
La controversia sulla nullità della fideiussione riproduttiva dello schema contrattuale predisposto dall’ABI in contrasto con il divieto di intese restrittive della concorrenza di cui all’art. 2, comma 2, l. 287/1990 rientra nella competenza per materia delle sezioni specializzate in materia di impresa ai sensi dell’art. 3, comma 1, lett. c), d.lgs. 168/2003 e dell’art. 33, comma 2, l. 287/1990, perché l’azione diretta a far dichiarare l’invalidità del contratto a valle implica l’accertamento della nullità dell’intesa vietata.
Il foro facoltativo del luogo in cui è sorta l’obbligazione previsto dall’art. 20 c.p.c. opera anche quando la domanda ha ad oggetto l’accertamento della nullità del contratto da cui le obbligazioni derivano, e per le obbligazioni contrattuali tale luogo coincide con quello di conclusione del contratto.
L’adesione della parte all’eccezione di incompetenza territoriale derogabile sollevata dall’altra parte determina ipso iure, ai sensi dell’art. 38 c.p.c., la carenza di potere del giudice adito di decidere sul merito, sulla competenza e sulle spese della fase svoltasi, che spettano al giudice davanti al quale la causa è riassunta, e al giudice adito resta soltanto il potere di disporre la cancellazione della causa dal ruolo.
La questione di competenza territoriale, eccepita dalla parte o rilevata d’ufficio, si decide allo stato degli atti sulla base delle prove già acquisite, perché le sommarie informazioni previste dall’art. 38 c.p.c. servono soltanto a chiarire il contenuto delle prove costituite o ad accertare circostanze agevolmente rilevabili o documentabili.
Nel procedimento cautelare promosso per concorrenza sleale confusoria derivante dall’uso di un’insegna simile, il periculum in mora non è integrato dalla mera mancata risposta alla diffida, da allegazioni generiche sul pregiudizio derivante dal ritardo né dal riferimento a un danno meramente patrimoniale, che è per sua natura interamente risarcibile in sede ordinaria, in assenza di elementi che rendano verosimile uno sviamento di clientela effettivamente causato dalla confusione tra i segni [insegna di un’agenzia funebre costituita dal nome e cognome di un ex associato e dipendente, adottata nello stesso territorio da un’impresa concorrente che lo ha assunto dopo le sue dimissioni].
La concessione di un provvedimento cautelare richiede la coesistenza del fumus boni iuris e del periculum in mora, sicché l’assenza anche di uno solo dei due requisiti ne preclude l’accoglimento.
Nell’ipotesi di interruzione del processo a seguito della sospensione del procuratore dall’esercizio della professione, il termine per la riassunzione decorre dalla cessazione della sospensione per la sola parte colpita dall’evento. Le altre parti, se intendono riassumere la causa, sono tenute a farlo entro tre mesi dall’interruzione, eventualmente notificando personalmente l’atto riassuntivo alla controparte priva di difensore; se la causa resta quiescente oltre tale termine, esse perdono la facoltà di darle nuovo impulso, mentre la riassunzione operata dalla parte colpita dall’evento, tramite il suo procuratore ed entro il trimestre successivo al riacquisto dello ius postulandi, è tempestiva.
L’interveniente adesivo dipendente, i cui poteri sono limitati a un’attività accessoria e subordinata a quella della parte adiuvata, è privo del potere di riassumere autonomamente il processo interrotto quando la parte adiuvata vi abbia rinunciato lasciando decorrere inutilmente il termine a sua disposizione. L’atto di prosecuzione da lui depositato è perciò inammissibile e il processo si estingue, restando irrilevante la mancata notificazione all’interveniente dell’ordinanza dichiarativa dell’interruzione.
[In caso di interruzione per sospensione del procuratore dall’albo] è irrilevante, ai fini della decorrenza del termine di riassunzione, la conoscenza legale dell’ordinanza di interruzione, meramente dichiarativa, da parte del procuratore sospeso, che conosce l’evento interruttivo prima e meglio di chiunque altro, così come la conoscenza legale dell’evento da parte della parte rappresentata, che il difensore è tenuto ad avvisare.
La sezione specializzata in materia di impresa è competente anche per le azioni revocatorie ordinarie aventi a oggetto atti di scissione societaria. L’ordinanza con cui il collegio abbia in precedenza rimesso la causa revocatoria al giudice in composizione monocratica riguarda la composizione dell’organo giudicante e, priva di effetto decisorio, non preclude la successiva decisione collegiale.
La delibera con cui il consiglio di amministrazione di s.r.l. decide di stipulare un patto con il socio unico [per l’uso esclusivo di immobili sociali] non costituisce essa stessa un contratto tra la società e il socio, ancorché quest’ultimo, presente in consiglio quale amministratore, abbia votato favorevolmente, perché le figure e le funzioni di amministratore e di socio, benché cumulate nella medesima persona, non possono essere confuse e in sede consiliare egli riveste la sola veste di consigliere. Per la stessa ragione la delibera consiliare non può valere come espressione della volontà dei soci.
La delibera consiliare che decide di stipulare un contratto con il socio può assumere effetto vincolante per la società, come proposta con obbligazioni a carico del solo proponente ai sensi dell’art. 1333 c.c., soltanto se è comunicata al destinatario e ne è fornita la prova; in mancanza, essa è una mera dichiarazione di intenti, inidonea a far sorgere diritti in capo al socio.
Il socio non è legittimato a impugnare la decisione dell’organo amministrativo che revoca una precedente delibera consiliare dalla quale non era sorto alcun diritto in suo favore, perché la revoca non incide direttamente su un suo diritto.
Difetta l’interesse ad agire della società a far accertare la decadenza del socio dall’impugnazione della decisione dell’organo amministrativo che ha dichiarato nulla e revocato una precedente delibera, quando quest’ultima non abbia fatto sorgere alcun diritto in capo al socio e non abbia quindi comportato alcuna modifica dei diritti delle parti.
L’occupazione di un immobile sociale da parte del socio, protratta con l’accettazione della società, integra un comodato d’uso gratuito precario concluso per fatti concludenti, sicché, in assenza di determinazione del termine, la società comodante può chiedere la restituzione del bene in ogni momento e l’occupazione diviene senza titolo dal momento della richiesta.
È amministratore di fatto chi, pur privo dell’investitura formale, ha esercitato in modo continuativo e sistematico funzioni gestorie riservate dalla legge agli amministratori di diritto, in posizione di autonomia decisionale e in funzione sostitutiva dell’amministratore formale. La relativa prova può trarsi da un insieme di elementi indiziari complessivamente considerati, quali l’ingerenza nei rapporti con i committenti e nelle scelte di fatturazione della società, da valutare in rapporto alla durata, anche breve, dell’attività sociale.
La società che si avvale di altra società come schermo per la fatturazione di lavori in realtà eseguiti da essa, conseguendo il vantaggio di non sopportare i relativi debiti erariali e di beneficiare delle deduzioni fiscali, risponde ai sensi dell’art. 2043 c.c., in concorso con gli amministratori di diritto e di fatto della società utilizzata, del danno da aumento delle passività di quest’ultima, quando la consapevolezza dell’operazione le sia imputabile tramite il proprio amministratore. In difetto di prova della partecipazione del terzo all’accordo simulatorio, la domanda proposta come accertamento di simulazione per interposizione fittizia può essere riqualificata in tal senso, perché la riqualificazione si fonda sui medesimi fatti costitutivi allegati dall’attore.
Nell’azione di responsabilità promossa dalla procedura concorsuale costituiscono danno risarcibile l’aumento delle passività erariali provocato da fatturazioni fittizie e la distrazione delle somme affluite sul conto sociale mediante versamenti privi di causa in favore dell’amministratore. Le spese della procedura e l’ulteriore passivo concorsuale sono risarcibili soltanto in presenza di uno specifico addebito ad essi causalmente collegato, quale la mancata tempestiva attivazione di una procedura o l’illecita prosecuzione dell’attività dopo la perdita del capitale.
Il risarcimento di danni determinati nel loro ammontare in una somma di denaro costituisce debito di valuta, sul quale non è dovuta la rivalutazione monetaria.
Le comunicazioni sociali costituiscono le fonti cognitive da cui l’investitore attinge per orientarsi consapevolmente sul mercato; la loro carenza o scorrettezza può integrare un evento lesivo del diritto degli investitori alla libera scelta negoziale se e nella misura in cui si traduca, avuto riguardo al parametro dell’investitore medio, in un’inadeguatezza del quadro cognitivo tale da arrecare un vulnus informativo effettivamente preclusivo di consapevoli scelte di investimento.
Nella nozione di comunicazioni sociali, comprensiva di ogni esternazione formale della società rivolta al pubblico dei potenziali investitori, rientra anche il prospetto, che per legge costituisce lo strumento cognitivo privilegiato di orientamento delle decisioni di investimento e incide direttamente sul prezzo dei titoli offerti nel mercato primario. In presenza di prospetti conformi al vero, l’investitore che lamenti di essere stato indotto all’acquisto dalla lettura dei soli bilanci incorre in un concorso colposo nella propria caduta in errore, rilevante ai sensi dell’art. 1227 c.c.
La scorrettezza contabile dei bilanci rileva ai fini della responsabilità dell’emittente verso l’investitore soltanto se dotata di idoneità decettiva, concreta o almeno potenziale, rispetto a un investitore di media diligenza. Le informazioni che espongono, accanto al criterio di contabilizzazione adottato, gli impatti di un criterio alternativo in prospetti pro forma pubblicati con il bilancio e richiamati nella nota integrativa sono inidonee a indurre l’erroneo convincimento di una remuneratività dell’investimento superiore a quella effettiva, perché pongono il pubblico in condizione di disporre di tutte le informazioni necessarie e, semmai, possono dissuadere dall’investimento.
Poiché gli investitori, secondo un criterio di regolarità causale, orientano le proprie scelte in base alle informazioni contabili e ai prospetti, il pregiudizio derivante dall’investimento compiuto sulla base di informazioni rivelatesi fuorvianti si presume causalmente ricollegabile a tali informazioni. La presunzione è suscettibile di prova contraria, che può desumersi dalle condotte dell’investitore successive al disvelamento dell’informazione decettiva o dall’assenza di apprezzabili oscillazioni del prezzo del titolo all’indomani della diffusione della correzione, indice del fatto che il mercato già scontava l’informazione.
Il socio che lamenti un danno diretto al proprio patrimonio, derivante da falsità della rappresentazione contabile che lo abbiano indotto a un investimento rivelatosi dannoso, può agire a titolo extracontrattuale, oltre che contro gli amministratori ai sensi dell’art. 2395 c.c., anche contro la società ai sensi dell’art. 2049 c.c., in forza del principio di immedesimazione organica.
È competente la sezione specializzata in materia di impresa sulla domanda risarcitoria dell’investitore contro la società emittente che deduca, quale presupposto della responsabilità di questa, la mala gestio degli amministratori nella redazione dei bilanci e delle altre comunicazioni sociali, ancorché gli amministratori non siano convenuti in giudizio, perché tale prospettazione della causa petendi è di per sé idonea a radicare la competenza; l’illecito commesso nella fase prenegoziale dell’acquisto di partecipazioni incide inoltre sui diritti inerenti alla partecipazione ai sensi dell’art. 3, comma 2, lett. b), d.lgs. n. 168/2003.
Una volta adempiuto l’obbligo, previsto dall’art. 2429, comma 3, c.c., di depositare copia del bilancio presso la sede sociale nei quindici giorni che precedono l’assemblea e sino all’approvazione, allo scopo di consentire ai soci la consultazione e l’espressione informata del voto, l’eventuale parziale, frammentario o tardivo accesso ai documenti sociali richiesti dal socio [di s.r.l.] ai sensi dell’art. 2476, comma 2, c.c. è inidoneo a incidere sulla validità della delibera di approvazione del bilancio. La violazione del diritto di consultazione legittima il socio soltanto all’esperimento del rimedio previsto dall’art. 2476, comma 2, c.c. o alla tutela risarcitoria.
Il vizio di assenza assoluta di informazione di cui all’art. 2479-ter c.c. è configurabile in caso di totale carenza informativa o di omessa convocazione all’assemblea di approvazione del bilancio. Il difetto di chiarezza ai sensi dell’art. 2423, comma 2, c.c. riguarda le carenze informative afferenti al contenuto intrinseco del documento contabile, e resta estraneo alla lacunosa ostensione della documentazione gestionale ulteriore e diversa dal bilancio.
Ai sensi dell’art. 2467 c.c., il rimborso del finanziamento del socio è postergato quando, al momento dell’erogazione, ricorra un eccessivo squilibrio dell’indebitamento rispetto al patrimonio netto o una situazione finanziaria nella quale sarebbe stato ragionevole un conferimento, situazione che può verificarsi sia nella fase di avvio sia in corso di attività, sempre che al momento della richiesta di restituzione persista una condizione tale per cui il rimborso comprometterebbe il soddisfacimento degli altri creditori. In presenza di tali presupposti l’organo amministrativo è tenuto a rifiutare il rimborso, pena la propria responsabilità, ed è corretta l’iscrizione in bilancio del debito verso il socio tra quelli esigibili oltre l’esercizio successivo.
Ai fini della verifica dei presupposti della postergazione del credito del socio finanziatore in sede di redazione del bilancio possono impiegarsi gli indici di adeguatezza patrimoniale e di equilibrio finanziario elaborati dal Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili ai sensi dell’art. 13, comma 3, CCII, con i correttivi giustificati dalla situazione della società, quali l’abbattimento percentuale delle rimanenze e l’inclusione del debito verso il socio tra le passività a breve termine; il valore inferiore alla soglia di allerta anche di uno solo degli indici giustifica l’appostazione del credito come postergato.
Nel giudizio di impugnazione della delibera di approvazione del bilancio, i vizi contabili rilevati dal consulente tecnico d’ufficio al di fuori del quesito e delle censure dedotte dall’attore sono inutilizzabili ai fini della decisione, perché porli a fondamento della pronuncia di invalidità integrerebbe il vizio di ultrapetizione. L’incompletezza delle allegazioni del socio impugnante è ingiustificata quando i dati erano da lui conoscibili con l’ordinaria diligenza o, comunque, quando dopo il deposito della relazione peritale egli non abbia chiesto la rimessione in termini per nuove allegazioni.
La contabilizzazione tra i costi di esercizio, anziché tra le rimanenze come negli esercizi precedenti, delle spese relative a un cantiere i cui lavori in appalto sono stati ultimati nel corso dell’esercizio riflette un mutamento della situazione di fatto da rappresentare, perché quelle spese hanno ormai un’utilità circoscritta all’esercizio di competenza; essa è quindi coerente con il principio di continuità dei criteri di valutazione e la sua mancata illustrazione nella nota integrativa è priva di rilievo ai fini del principio di chiarezza.
L’annotazione nella contabilità sociale [nel conto «soci c/prelevamenti»] di somme erogate dalla società al socio [unico e amministratore] attesta l’elargizione di denaro al socio e costituisce una condotta ontologicamente distinta dall’atto distrattivo, che ricorre invece in presenza di prelievi non registrati in contabilità e risultanti indirettamente da riduzioni di cassa non altrimenti giustificabili o dalla registrazione di costi o passività insussistenti. L’uscita di cassa così contabilizzata, anche se priva di finalità inerenti allo scopo sociale, è controbilanciata dall’iscrizione all’attivo di un credito restitutorio verso il socio e non determina di per sé alcuna deminutio patrimonii; il credito, finché è recuperabile, non rappresenta un danno, e l’amministratore ne risponde a titolo risarcitorio soltanto quando esso sia divenuto irrecuperabile per effetto di una condotta gestoria specificamente allegata e provata.
La domanda di restituzione delle somme prelevate dal socio [e contabilizzate come prelevamenti soci] esula dalla ripetizione di indebito oggettivo ex art. 2033 c.c., perché la mancanza di giustificazione del trasferimento di denaro rispetto all’interesse sociale è cosa diversa dall’insussistenza di qualsiasi causa solvendi e la stessa contabilizzazione dei versamenti come crediti di rimborso verso il socio attesta un rapporto di dare/avere di fonte convenzionale tra società e socio. Tali prelievi trovano titolo in un finanziamento indiretto infruttifero, la cui esistenza, comprensiva dell’obbligo di restituzione, può essere provata per presunzioni, desumendola dalla mancanza di causali indicative dell’inerenza all’oggetto sociale, dalla contabilizzazione delle somme come debito restitutorio del socio e dall’identità tra socio percipiente e amministratore che ha eseguito le annotazioni; trattandosi di debito di valuta, sull’importo dovuto non spetta la rivalutazione monetaria.
Costituisce distrazione ogni condotta commissiva dell’amministratore consistente nell’impiego di beni o risorse del patrimonio sociale che ne determini la fuoriuscita, mutandone la destinazione per finalità estranee alla realizzazione dell’oggetto sociale o comunque per avvantaggiare soggetti diversi dalla società. A fronte dell’allegazione sufficientemente specifica di un addebito di distrazione, grava sull’amministratore convenuto l’onere di dimostrare che i beni e la liquidità già presenti nel patrimonio e non rinvenuti dall’organo gestorio o liquidatorio subentrato sono stati destinati all’estinzione di debiti sociali o comunque a scopi coerenti con l’oggetto sociale; in difetto, dalla mancata dimostrazione può essere desunta la prova della distrazione o dell’occultamento.
Le condotte di diretta appropriazione di denaro sociale o di distrazione di somme dal patrimonio della società, connotate da negligenza o da dolo, violano il dovere generale dell’amministratore di conservare l’integrità del patrimonio sociale e lo obbligano al risarcimento del danno emergente, pari all’ammontare delle somme distratte. Quando il danno consiste nell’ammanco di una somma già determinata, l’obbligazione risarcitoria soggiace a un regime assimilabile a quello dei debiti di valuta, sicché sono dovuti gli interessi legali dalla data dei singoli ammanchi, senza rivalutazione monetaria, salva la prova del maggior danno a carico del danneggiato.
Dopo la dichiarazione di fallimento il curatore è legittimato, ai sensi dell’art. 146, comma 2, lett. a), l. fall., a esercitare ogni azione di responsabilità contro gli amministratori della società fallita; tale azione cumula in sé le azioni previste dagli artt. 2393 e 2394 c.c. a favore della società e dei creditori sociali. Nella parte in cui persegue gli interessi della società fallita, l’azione soggiace al regime della responsabilità contrattuale, sicché l’attore deve provare il titolo e allegare gli specifici inadempimenti qualificati, astrattamente idonei a cagionare il danno lamentato, fermo il suo onere di provare il danno e il nesso causale; nella parte in cui persegue gli interessi dei creditori, soggiace al regime della responsabilità extracontrattuale, con onere del curatore di provare la condotta lesiva dell’integrità del patrimonio sociale.
Nell’azione individuale promossa ai sensi dell’art. 2395 c.c. dall’azionista che lamenti di essere stato indotto ad acquistare le azioni a un prezzo superiore al loro valore reale, manca il nesso causale tra le false comunicazioni sociali accertate in sede penale e il danno allegato quando la falsificazione abbia rappresentato una situazione economica e patrimoniale della società peggiore di quella effettiva, come nel caso dell’annotazione di costi fittizi, o al più neutra, come nel caso dell’omessa indicazione in bilancio del valore di un ramo d’azienda ceduto senza corrispettivo. Siffatte appostazioni sono prive dell’efficacia decettiva necessaria a ledere il diritto di autodeterminazione dell’investitore.
L’art. 2395 c.c. postula un danno diretto al patrimonio del socio o del terzo, che costituisca il risultato della violazione di un obbligo gravante sugli amministratori direttamente nei confronti del danneggiato, e non un danno mediato al patrimonio sociale che si riverbera sui soci o sui terzi. Le condotte distrattive incidono direttamente sul patrimonio sociale e solo in via mediata su quello degli azionisti, sicché il relativo pregiudizio, di natura riflessa, non può essere fatto valere dal singolo azionista se non agendo in via surrogatoria rispetto alla società.
Il soggetto estraneo all’amministrazione, condannato in sede penale per concorso in condotte di distrazione o per operazioni che non attengono alla redazione del bilancio, non risponde ai sensi dell’art. 2395 c.c. del danno derivante dalla falsa rappresentazione contabile, quando il danneggiato non abbia allegato le ragioni della sua partecipazione alle falsificazioni. Le false comunicazioni accertate con riguardo a un determinato esercizio non sono inoltre causalmente riferibili agli acquisti di azioni compiuti dopo l’approvazione dei bilanci successivi, in mancanza di allegazioni relative a questi ultimi.
Ai fini dell’estensione al coobbligato dell’effetto interruttivo della prescrizione ai sensi dell’art. 1310 c.c. rileva l’oggettiva esistenza di un’obbligazione solidale scaturente dall’unicità del fatto dannoso. Il giudicato penale vale a individuare la solidarietà soltanto nei limiti in cui essa vi è stata riconosciuta, sicché la costituzione di parte civile nei confronti di alcuni coimputati non interrompe la prescrizione nei confronti di un altro coimputato quando la sentenza penale non ne abbia affermato la corresponsabilità per il fatto illecito posto a fondamento della domanda civile.
La sentenza penale irrevocabile di condanna pronunciata a seguito di dibattimento ha efficacia di giudicato nel giudizio civile di danno ai sensi dell’art. 651 c.p.p. quanto all’accertamento del fatto illecito, mentre spetta al giudice civile ogni valutazione sulla sussistenza del danno, sul nesso di causalità e sulla liquidazione del pregiudizio. Il danno risarcibile deve essere conseguenza del fatto di reato accertato in sede penale, il che richiede una corrispondenza tra quanto statuito all’esito del procedimento penale e quanto allegato nel giudizio civile quale fonte del danno; le affermazioni della sentenza penale di condanna generica sul danno e sul nesso causale, formulate in termini astratti e potenziali, non vincolano il giudice civile.
Quando la parte civile, rimessa davanti al giudice civile dopo una condanna generica al risarcimento, si limiti a far valere tale condanna chiedendo la liquidazione dei danni conseguenti ai fatti accertati, la domanda può essere esaminata soltanto nei limiti dell’accertamento compiuto in sede penale. Tra i fatti materiali che hanno efficacia vincolante ai sensi dell’art. 654 c.p.p. rientrano, oltre a quelli enunciati nel capo di imputazione, tutti quelli che, ponendosi come elementi logici della decisione, devono necessariamente essere accertati per la condanna; la condanna generica pronunciata con la declaratoria di estinzione del reato per prescrizione vincola il giudice civile quanto alla responsabilità dell’imputato.
Il liquidatore che redige il bilancio finale di liquidazione conoscendo la pendenza del giudizio d’appello promosso dalla società soccombente in primo grado è responsabile verso il creditore, in applicazione dei principi contabili di competenza e di prudenza, per l’omessa appostazione di un fondo rischi pari almeno alle spese del grado di appello alle quali la società poteva presumibilmente essere condannata in caso di rigetto dell’impugnazione.
Nel fondo per rischi ed oneri devono essere appostati, ai sensi dell’art. 2424-bis, comma 3, c.c., gli accantonamenti destinati a coprire perdite o debiti di natura determinata, di esistenza certa o probabile, dei quali alla chiusura dell’esercizio sono indeterminati l’ammontare o la data della sopravvenienza, come le spese legali dei contenziosi pendenti. I fondi rischi vanno iscritti a prescindere dalla successiva capacità della società di pagare, così come vanno rilevati i debiti già sorti anche se manca la liquidità per estinguerli, perché l’obbligo di predisporre il fondo è distinto dal pagamento del debito divenuto certo, che deve essere eseguito nel rispetto della par condicio creditorum e delle cause di prelazione, considerando anche i creditori futuri.
L’omessa iscrizione del fondo rischi, pur costituendo un illecito, può non provocare un danno al creditore qualora la società non abbia le disponibilità liquide per soddisfarlo.
Tra gli obblighi del liquidatore rientra quello di riscuotere i crediti sociali esigibili, compresi quelli di natura tributaria, per reperire l’attivo utile al soddisfacimento dei creditori. Quando la liquidazione si chiude senza attivo e il creditore addebita al liquidatore la mancata riscossione dei crediti, spetta al liquidatore convenuto, in base al principio di prossimità della prova, dimostrare la concreta inesigibilità dei crediti e che, anche riscuotendoli, non avrebbe potuto soddisfare le pretese del creditore in base al riparto.
Dopo la cancellazione della società il socio risponde dei debiti sociali, ai sensi dell’art. 2495 c.c., nei limiti delle somme riscosse in base al bilancio finale di liquidazione; se la liquidazione si chiude senza alcuna distribuzione ai soci, la pretesa del creditore sociale nei confronti del socio è infondata.
La responsabilità solidale del socio di s.r.l. ai sensi dell’art. 2476, comma 8, c.c. richiede che il creditore alleghi e provi specifiche condotte di ingerenza del socio nella gestione, con le quali egli abbia intenzionalmente deciso o autorizzato gli atti dannosi; a tal fine non bastano la qualità di socio e il rapporto di parentela con il liquidatore.
Le controversie relative alla validità della delibera di approvazione del bilancio non sono compromettibili in arbitri quando hanno a oggetto la chiarezza, la veridicità e la correttezza del bilancio, perché le norme che le presidiano sono inderogabili e tutelano, oltre all’interesse dei soci, quello dei terzi. L’impugnazione della delibera fondata su vizi della procedura di approvazione del bilancio, quali la mancata messa a disposizione del bilancio presso la sede sociale nel termine di legge ovvero la violazione della regola della maggioranza o del principio di proporzionalità del voto, riguarda invece diritti disponibili, posti a presidio di interessi individuali del singolo socio, che solo è legittimato a dolersene e può anche rinunciarvi, e rientra pertanto nell’ambito di operatività della clausola compromissoria statutaria.
Poiché tanto l’arbitrato rituale quanto quello irrituale hanno natura privata, la distinzione tra le due figure si fonda sulla volontà delle parti di ottenere un lodo suscettibile di produrre gli effetti propri della sentenza, ovvero di affidare all’arbitro la soluzione della controversia soltanto attraverso lo strumento negoziale, mediante una composizione amichevole o un negozio di accertamento riconducibile alla loro stessa autonomia, impegnandosi a considerare la decisione arbitrale come espressione della propria volontà.
La volontà espressa nella clausola compromissoria si interpreta secondo i canoni degli artt. 1362 ss. c.c., con prevalenza del significato letterale ove chiaro e inequivocabile. Il principio del favor per l’arbitrato rituale soccorre soltanto in caso di ambiguità del dato letterale e resta inapplicabile quando il testo della clausola offra di per sé adeguato fondamento allo scioglimento dell’alternativa.
Prevede un arbitrato irrituale la clausola statutaria che qualifichi espressamente l’arbitrato come irrituale, dispensi l’arbitro da ogni formalità di procedura e dagli obblighi di motivazione e di deposito del lodo, gli rimetta anche il riparto delle spese e non contempli mezzi di impugnazione. Sono compatibili con l’arbitrato libero il riferimento al giudizio dell’arbitro e la previsione di una decisione secondo diritto, nel rispetto del contraddittorio ma senza le forme del codice di rito.
L’eccezione fondata su una clausola di arbitrato irrituale contesta la proponibilità della domanda e configura una questione preliminare di merito, da definire, in caso di accoglimento, con sentenza dichiarativa di improcedibilità. L’erronea qualificazione dell’eccezione come eccezione di incompetenza ne consente comunque l’esame, perché attiva il potere-dovere del giudice di riqualificarla, purché sia stata proposta tempestivamente e contenga la dichiarazione della volontà di avvalersi della clausola arbitrale. La causa può essere rimessa al collegio ai sensi dell’art. 80-bis disp. att. c.p.c. anche per una siffatta questione preliminare di merito, idonea a definire il giudizio.
L’art. 819-ter, comma 1, c.p.c. impone di verificare la competenza arbitrale con riguardo a ciascuna delle domande connesse. La domanda di nullità di una clausola statutaria proposta in via eventuale, al solo fine di sostenere l’invalidità della delibera impugnata e senza un interesse autonomo all’accertamento con efficacia di giudicato, introduce una questione pregiudiziale in senso soltanto logico, da decidere incidenter tantum ai sensi dell’art. 34 c.p.c., e non radica la cognizione del giudice ordinario sulla controversia devoluta agli arbitri.
La proposizione della domanda davanti al giudice ordinario nonostante la clausola compromissoria costituisce esercizio di una facoltà processuale, equivalente a una tacita proposta di risoluzione della clausola per mutuo dissenso, e non integra di per sé la mala fede o la colpa grave richieste per la condanna ai sensi dell’art. 96 c.p.c.; la declaratoria di improcedibilità preclude inoltre ogni valutazione del merito della controversia.