Nell’azione di responsabilità promossa dal curatore contro l’amministratore [di società cooperativa fallita], il criterio della differenza tra attivo e passivo fallimentare ha carattere residuale e può essere utilizzato soltanto per quantificare il danno derivante dall’indebita prosecuzione dell’attività dopo la perdita del capitale sociale. Esso non vale invece a liquidare il danno cagionato da illeciti diversi – quali l’operare in conflitto di interessi, l’omesso versamento di imposte e contributi o le distrazioni – per i quali occorre allegare e provare il nesso causale tra la specifica condotta e il pregiudizio arrecato al patrimonio sociale. Il fallimento in sé, inoltre, non costituisce danno imputabile all’amministratore.
L’omesso versamento di imposte e contributi da parte dell’amministratore non integra di per sé un danno per la società, perché il debito tributario e contributivo grava comunque sul patrimonio sociale; costituiscono danno risarcibile soltanto le sanzioni e gli aggi conseguenti all’inadempimento, con esclusione degli interessi.
Il diritto della società cooperativa di esigere dal socio receduto i conferimenti sottoscritti e non versati si prescrive, ai sensi dell’art. 2536, comma 2, c.c., nel termine di un anno dallo scioglimento del rapporto sociale, che coincide con il recesso, sicché è prescritto il credito fatto valere con ricorso monitorio notificato oltre un anno dopo il recesso, in difetto di prova di precedenti atti interruttivi. L’eccezione di prescrizione è validamente sollevata quando l’atto di opposizione, anche se in un contesto argomentativo diverso, indichi il termine e il dies a quo e manifesti la volontà di avvalersi dell’effetto estintivo.
Rientrano nella competenza della sezione specializzata in materia di impresa le domande dell’ex socio lavoratore di cooperativa di restituzione delle somme versate a titolo di conferimento, anche in via di risarcimento per inadempimento della società o per condotte depauperative degli amministratori, e di restituzione del prestito sociale, perché trovano fondamento nel rapporto sociale e non in quello di lavoro.
Il ricorso d’urgenza ex art. 700 c.p.c. con cui il coerede chieda di ordinare al Conservatore del registro delle imprese l’iscrizione della divisione della quota di s.r.l. caduta in successione [sulla base di una scrittura privata non autenticata] è privo del requisito della residualità, perché l’art. 2189 c.c. prevede che l’iscrizione sia chiesta con istanza al Conservatore e che solo contro il suo diniego si ricorra all’autorità giudiziaria. Il ricorso è inoltre inammissibile se proposto non nei confronti del Conservatore, unico destinatario dell’ordine richiesto, ma del coerede, chiamato al solo fine di ottenere il riconoscimento della sottoscrizione, perché in sede cautelare non è ammesso l’accertamento di meri fatti né di diritti con efficacia erga omnes.
L’accordo di divisione della quota di s.r.l. tra coeredi, pur valido ed efficace tra le parti, è opponibile alla società e ai terzi mediante iscrizione nel registro delle imprese soltanto se risulta da atto con sottoscrizioni autenticate, come prescrive l’art. 2470 c.c., sicché la sua efficacia inter partes non fonda il diritto di ottenerne l’iscrizione in difetto della forma richiesta.
Sussiste la causa di scioglimento della s.r.l. per impossibilità di funzionamento dell’assemblea, ai sensi dell’art. 2484, comma 1, n. 3, c.c., quando il socio di maggioranza [nonché amministratore unico] versi in condizioni psicofisiche che gli impediscono di partecipare alle decisioni e all’amministratore di sostegno nominatogli non sia stato conferito il potere di esercitare i diritti connessi alla quota, perché in tal caso non è possibile formare in assemblea le maggioranze di legge.
La nomina del liquidatore da parte del tribunale ex art. 2487 c.c. non dà luogo ad alcuna procedura di liquidazione giudiziale, trattandosi di un mero intervento sostitutivo rispetto all’inconcludenza dell’assemblea, i cui poteri, superato lo stallo, restano quelli ordinari, sicché spetta all’assemblea stabilire il compenso del liquidatore, revocarlo e sostituirlo e modificarne i poteri. Il liquidatore così nominato dispone dei poteri di legge previsti dall’art. 2489, comma 1, c.c., senza necessità di successive autorizzazioni del tribunale al compimento dei singoli atti.
La nomina giudiziale del liquidatore presuppone l’esistenza di fondi sufficienti a garantirne il compenso e le spese di liquidazione, sicché, qualora il liquidatore nominato non reperisca tali fondi e per questo non accetti l’incarico, il tribunale non procede alla nomina di altri liquidatori e la società resta rappresentata dall’organo amministrativo in regime di prorogatio ai sensi dell’art. 2487-bis, comma 3, c.c., salva la cancellazione d’ufficio dal registro delle imprese ex art. 2490 c.c. se per tre anni consecutivi non siano depositati i bilanci di liquidazione.
È inammissibile il reclamo ex art. 669-terdecies c.p.c. proposto avverso l’ordinanza con cui il giudice dell’opposizione a decreto ingiuntivo abbia sospeso il processo ex art. 295 c.p.c. [in attesa della definizione del giudizio di impugnazione del lodo arbitrale su cui il decreto si fonda], omettendo di pronunciare sull’istanza di sospensione della provvisoria esecuzione ex art. 649 c.p.c., perché tale omissione non equivale a un provvedimento di rigetto reclamabile e, in forza dell’art. 298 c.p.c., durante la sospensione non possono compiersi atti del procedimento. L’ordinanza di sospensione necessaria è infatti impugnabile soltanto con il regolamento di competenza ex art. 42 c.p.c. e non è revocabile dal giudice che l’ha emessa, sicché il collegio del reclamo non potrebbe provvedere sull’istanza cautelare se non adottando un atto nullo, che revocherebbe implicitamente la sospensione.
Il marchio debole, la cui capacità distintiva dipende dagli ulteriori elementi di differenziazione rispetto al nucleo descrittivo [un termine che evoca i laboratori di analisi di materiale biologico], non è verosimilmente violato dall’uso da parte del terzo del solo elemento denominativo descrittivo, privo delle ulteriori specificazioni e degli elementi grafici del marchio registrato, perché si tratta di un’espressione descrittiva fruibile da tutti. Resta ferma, in via generale, la tutela del marchio debole contro la contraffazione realizzata mediante mere varianti formali, inidonee a escludere la confondibilità con ciò che del marchio imitato costituisce l’aspetto caratterizzante.
È vincolante tra le parti la pattuizione con cui un’impresa si obbliga, nell’esercizio della propria attività, a non utilizzare un determinato segno distintivo, anche quando la controparte non ne sia titolare, perché una simile pattuizione non costituisce esercizio o sfruttamento dei diritti di privativa. Il relativo credito non si trasmette tuttavia al successivo acquirente del marchio né all’affittuario di un ramo dell’azienda della parte creditrice, in difetto di continuità soggettiva e quando il contratto di affitto escluda la cessione dei crediti aziendali e il subentro nei rapporti contrattuali con il debitore.
Non integra concorrenza sleale confusoria ex art. 2598, n. 1, c.c. l’impiego, da parte dell’impresa che per lungo tempo ha operato sotto un segno poi acquistato da un terzo, di espressioni [il segno preceduto da «ex» e seguito dalla precedente forma societaria] volte a informare la clientela che l’attività un tempo esercitata sotto quel segno prosegue sotto una nuova denominazione, quando il dato comunicato sia veritiero e il nuovo titolare del marchio abbia avviato un’attività nuova, anziché proseguire quella precedente. Non integra denigrazione la comunicazione che si limiti a esaltare le qualità dei propri servizi senza esprimere giudizi negativi sull’attività del concorrente.
Nella s.r.l. con socio unico l’impossibilità di funzionamento dell’assemblea non è fisiologicamente configurabile, e ciò anche quando la partecipazione sia confluita in una comunione ereditaria, perché essa resta un’unica quota i cui diritti di voto sono esercitati dal rappresentante comune: mancano quindi i presupposti per la nomina giudiziale del liquidatore ai sensi dell’art. 2487 c.c.
Il potere del tribunale è limitato alle situazioni di stallo assembleare determinate dalla composizione della compagine sociale, e il giudice non può sostituirsi al socio unico che non sappia individuare il professionista cui affidare la liquidazione, come quando, accettata l’eredità con beneficio d’inventario, il curatore speciale degli eredi minori dichiari in assemblea di non essere in grado di indicare un liquidatore.
Nell'ambito dell'azione sociale di responsabilità contro l'amministratore di s.r.l., la circostanza che il socio cessionario delle quote fosse sempre stato informato dell'attività di gestione compiuta dall'amministratore non assume rilievo ai fini dell'esclusione della responsabilità dell'amministratore per atti illeciti causativi di danni alla società, così come non rileva l'eventuale ruolo di amministratore di fatto rivestito dal socio cessionario, qualora nessuna domanda risarcitoria sia stata svolta nei suoi confronti.
Costituisce onere dell'amministratore conoscere e rispettare la normativa applicabile alla società in relazione al tipo di attività esercitata, sicché non è invocabile a esclusione della responsabilità per omessa presentazione delle dichiarazioni tributarie la dedotta ignoranza dell'esistenza dell'obbligo. Il danno corrispondente consiste nelle sanzioni applicate, perché i tributi la società avrebbe dovuto pagarli comunque; la circostanza che non vi sia prova dell'avvenuto pagamento delle sanzioni da parte della società non esclude il danno, poiché l'esposizione debitoria dell'ente permane anche se l'obbligazione non è adempiuta.
Le spese sostenute dalla società per l'adeguamento degli impianti elettrico e antincendio alla normativa in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro non costituiscono danno risarcibile a carico dell'amministratore, in quanto la società avrebbe in ogni caso dovuto sostenerle.
Non è configurabile un danno risarcibile in favore della società corrispondente alle somme indebitamente percepite da una dipendente quando la società stessa, pur avendo introdotto autonomo giudizio per la ripetizione, abbia definito la controversia con verbale di conciliazione: eventuali rinunce a maggiori somme nell'ambito della conciliazione interrompono il nesso di causalità con il danno lamentato, dovendosi escludere in radice l'esistenza stessa del pregiudizio, posto che il credito restitutorio avrebbe potuto essere integralmente soddisfatto nella sede propria.
Il debito da risarcimento del danno determinato nel quantum a carico dell'amministratore per atti di mala gestio ha natura di debito di valuta, sicché non è dovuta la rivalutazione monetaria, mentre gli interessi sono dovuti dalla sentenza al saldo. [nella specie, condanna dell’ex amministratore di una s.r.l. di gestione di parcheggi al pagamento di circa 20.300 euro].
Integra concorrenza sleale ai sensi dell’art. 2598, n. 3, c.c. ogni condotta contraria alla correttezza professionale che abbia l’effetto di appropriarsi del risultato di mercato dell’impresa concorrente, come quella dell’ex collaboratrice di uno studio odontoiatrico che contatti i pazienti dello studio per sviarli verso la struttura concorrente presso la quale ha iniziato a lavorare, anche con insistenza e offerte di sconto. L’illiceità risiede nello sviamento e sussisterebbe anche se i recapiti fossero stati ottenuti lecitamente; non è invece illecita la promozione della nuova attività sui social da parte della professionista priva di vincolo di esclusiva, quando non ricorra la contiguità tra le strutture che il contratto indicava come presupposto della risoluzione.
Il periculum in mora manca quando l’illecito si sia già consumato ed esaurito, perché i pazienti contattabili sono stati presumibilmente tutti contattati e l’inibitoria non avrebbe alcuna funzione di prevenzione, e quando ne derivi soltanto una perdita economica integralmente riparabile con le azioni risarcitorie o restitutorie, che assolvono la loro funzione anche se il giudizio di merito si protrae. L’accertata slealtà della condotta giustifica la compensazione delle spese del procedimento d’urgenza rigettato.
Il diritto di controllo del socio di s.r.l. ex art. 2476, comma 2, c.c. non comporta, di per sé, la sussistenza del periculum in mora necessario per l’adozione di un provvedimento cautelare, non essendo sufficiente la verosimile fondatezza del diritto all’ostensione documentale. Il socio che intenda ottenere tutela d’urgenza deve allegare specifiche ragioni di urgenza e indicare il motivo sotteso alla richiesta, poiché il controllo retrospettivo sulla gestione sociale non è necessariamente inutile.
In tema di diritto di controllo del socio di s.r.l., l’obbligo di consentire l’accesso e la consultazione dei libri sociali e dei documenti inerenti all’amministrazione grava sulla società, quale titolare dei documenti sociali, mentre sugli amministratori grava il diverso obbligo di fornire informazioni sull’andamento della società. La domanda di ostensione documentale ex art. 2476, comma 2, c.c. deve quindi essere proposta nei confronti della società e non dell’amministratore in quanto tale. [nella specie, ricorso della socia di una s.r.l. aeronautica rigettato, dichiarato il difetto di legittimazione dell’amministratore unico costituitosi in proprio e compensate le spese].
Nell’azione sociale di responsabilità esercitata dai soci ai sensi dell’art. 2393 bis c.c., non si configura conflitto di interessi tra i soci attori e la società, né è necessaria la nomina di un curatore speciale ex art. 78 c.p.c., ove i soci agiscano quali meri sostituti processuali della società e non emerga alcuna contrapposizione o divergenza tra la loro posizione e quella dell’ente, convenuto quale litisconsorte necessario.
La domanda di accertamento della responsabilità e di risarcimento del danno causato dalla mala gestio dell’amministratore proposta nell’interesse della società ha natura contrattuale. Pertanto, fermi a carico dell’attore gli oneri di prova del danno e del nesso causale con l’inadempimento, l’allegazione dell’inadempimento deve essere qualificata, ossia deve sostanziarsi nella specifica indicazione e prova di singole circostanze idonee a integrare la violazione degli obblighi posti a carico dell’amministratore dalla legge o dallo statuto e a ingenerare il danno in concreto lamentato.
La circostanza che la condotta di mala gestio sia stata condivisa con altro amministratore non esonera l’amministratore convenuto dal risponderne direttamente, ove l’addebito risulti accertato e non sia specificamente contestato il relativo quantum.
Accolta la domanda, la società rimborsa ai soci attori le spese del giudizio ai sensi dell’art. 2393-bis, comma 5, c.c. [nella specie, condanna dell’amministratore di una s.p.a. familiare a risarcire circa 75.200 euro per gli oneri di un rapporto di lavoro fittizio con il figlio; respinti gli altri addebiti].
La violazione del patto di prelazione dà luogo a rimedi di natura esclusivamente risarcitoria (eventualmente anche a carico del terzo acquirente, laddove se ne dimostri il concorso nell’inadempimento del concedente) e non a rimedi di natura reale.
Lo stesso principio vale in materia di opzione, ove l’opzionario, infatti, risulta titolare di un diritto potestativo (rispetto al quale il concedente si trova in posizione di soggezione) al quale si collegano obblighi “collaterali” incombenti sul concedente. Quest’ultimo, invero, è senza dubbio tenuto a non ledere il diritto dell’opzionario alla conclusione del contratto (come accade appunto nel caso di alienazione della cosa a terzi o di distruzione del bene), ma anche in questo caso il rimedio alla violazione di quegli obblighi nascenti dal contratto di opzione trova tutela meramente risarcitoria.
Invero, in ambito di preliminare unilaterale, dall’inadempimento dell’obbligazione così assunta deriverebbe l’esperibilità, da parte della controparte contrattuale, del rimedio dell’esecuzione in forma specifica ex art. 2932 c.c. (avvalendosi, se del caso, degli effetti c.d. prenotativi derivanti dalla trascrizione del preliminare) o, in alternativa, del rimedio risolutorio con conseguente richiesta di risarcimento del danno.
In ciascuna di queste qualificazioni, il sequestro richiesto non può garantire al ricorrente un’utilità che non otterrebbe neppure dal giudizio di merito, e il presupposto della prelazione su un ramo d’azienda non è integrato dalla cessione delle quote della società che ne è titolare, che potrebbe semmai violare l’obbligo di non compiere operazioni volte a rendere inefficace il diritto. Il sequestro conservativo ai sensi dell’art. 671 c.p.c. a garanzia del credito risarcitorio richiede un pericolo reale e obiettivo di insufficienza o dispersione del patrimonio del debitore, da intendersi in senso dinamico come diminuzione sopravvenuta della garanzia per atti del debitore o fatti di terzi, e va escluso quando manchi ogni allegazione in tal senso e la stessa ricorrente riconosca che la resistente è titolare di beni di valore ampiamente superiore alla pretesa; in applicazione del principio della ragione più liquida, il rigetto nel merito può precedere l’esame dell’eccezione di incompetenza.