Rispetto ad una domanda di accertamento negativo di contraffazione di brevetto, è carente di legittimazione passiva il mero distributore dei prodotti oggetto del brevetto. Quest’ultimo deve ritenersi estraneo al contraddittorio in merito a qualsiasi profilo di contraffazione del brevetto, sia quale soggetto passivo in sede di accertamento negativo che quale eventuale soggetto attivo della speculare azione di contraffazione.
La cognizione in materia di impugnazione del bilancio per difetto di veridicità, chiarezza, precisione e correttezza non può essere demandata ad arbitri. Infatti, come ha ricordato la Suprema Corte, “le norme dirette a garantire la chiarezza e la precisione del bilancio di esercizio sono inderogabili in quanto la loro violazione determina una reazione dell'ordinamento a prescindere dalla condotta delle parti e rende illecita la delibera di approvazione e, quindi, nulla. Tali norme, infatti, non solo sono imperative, ma contengono principi dettati a tutela, oltre che dell'interesse dei singoli soci ad essere informati dell'andamento della gestione societaria al termine di ogni esercizio, anche dell'affidamento di tutti i soggetti che con la società entrano in rapporto, i quali hanno diritto a conoscere l'effettiva situazione patrimoniale e finanziaria dell'ente. Ne consegue che, non essendo venuta meno l'indisponibilità dei diritti protetti dalle suddette disposizioni a seguito della riforma di cui al d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 6 - che agli artt. 2434 bis e 2379 c.c. ha previsto termini di decadenza per l'impugnazione della deliberazione di approvazione del bilancio e, in via generale, per l'impugnazione delle delibere nulle - non è compromettibile in arbitri la controversia relativa alla validità della delibera di impugnazione del bilancio”.
Il bilancio non è idoneo a fornire una rappresentazione chiara e corretta della situazione patrimoniale e finanziaria della società e del risultato economico dell'esercizio qualora si registri la totale assenza di informazioni in ordine alle operazioni realizzate con parti correlate in violazione dell’art. 2427 n. 22 bis c.c.. Secondo i principi contabili un’operazione con parte correlata è un'operazione che, in forza dei particolari collegamenti esistenti tra i soggetti contraenti, può essere o meno deliberata, ovvero effettuata a condizioni diverse da quelle che sarebbero state pattuite, ferme le medesime situazioni oggettive, fra soggetti non influenzati dai suddetti rapporti. Quanto alla nozione di “normali condizioni di mercato” soccorre quanto affermato nella Relazione illustrativa al decreto legislativo n. 173/2088 che ha introdotto il numero 22 bis nel testo dell’art. 2427 c.c., secondo cui: “per normali condizioni di mercato non dovrebbero intendersi solo quelle attinenti al prezzo dell’operazione, ma anche alle motivazioni che hanno condotto alla decisione di porre in essere l’operazione e condurla con parti correlate anziché con terzi”. Vi rientrano dunque anche le operazioni commerciali con condizioni o modalità di pagamento che non riflettono quelle usuali di mercato, ovvero che risultano significativamente diverse da quelle che l’impresa normalmente accorda ai soggetti non correlati, con cui intrattiene rapporti commerciali, o ancora le operazioni atipiche o inusuali rispetto alla normale gestione dell’impresa, soprattutto se effettuate a ridosso della chiusura dell’esercizio (nel caso di specie le operazioni furono realizzate con società correlate alla società convenuta ovvero con società tutte pacificamente riconducibili al socio e amministratore della stessa. Il Tribunale ha ravvisato la totale mancanza di informazione in relazione alla locazione del capannone intercorsa con una parte correlata a canone irragionevole e con riferimento ad un’operazione di acquisto da parte della società convenuta di un capannone e di successivo trasferimento del medesimo a favore dell’originaria cedente, sempre riconducibile all’amministratore della prima. Quest'ultima operazione è stata ritenuta di indubbia rilevanza economica e non eseguita a normali condizioni di mercato, tenuto conto delle modalità con cui erano stati regolati i rapporti dare-avere fra le parti, mediante datio in solutum ovvero compensazioni, a fronte di reciproci crediti e debiti documentati solo da fatture, in mancanza di altra documentazione rilevante, quali contratti o scambi di comunicazioni fra gli uffici delle due società).
Costituisce motivo di nullità del bilancio la totale carenza di informazioni, sia in nota integrativa, sia in sede assembleare, con riguardo alle valutazioni svolte per individuare i criteri di redazione del bilancio più adeguati alla concreta situazione della società. In particolare, in base alle indicazioni dettate dai principi contabili, l’obbligo di abbandono del going concern si concretizza in via generale “alla data di inizio della gestione di liquidazione, ossia alla data di nomina dei liquidatori nel registro delle imprese”. Tuttavia, qualora alla data della redazione del progetto di bilancio sia già stata deliberata la messa in liquidazione, non si dubita che il principio del going concern debba essere ragionevolmente abbandonato. Il disposto dell’art. 2423 bis c.c. (“i criteri di valutazione non possono essere modificati da un esercizio all’altro”), può giustificare la deroga al principio di non modificabilità da un esercizio all’altro dei criteri di valutazione “in casi eccezionali”. Giova al riguardo ricordare che le scelte valutative sono il riflesso delle effettive scelte gestionali, non di situazioni giuridico formali, per cui i soci ed i terzi hanno comunque diritto di conoscere le motivazioni che inducono gli amministratori a seguire determinati criteri di valutazione rispetto ad altri, in ottica di piena chiarezza e trasparenza (nel caso di specie il liquidatore non aveva chiarito le ragioni che lo avevano indotto a redigere l’ultimo bilancio d’esercizio con criteri di continuità aziendale nonostante al momento della redazione del progetto di bilancio la società fosse già posta in liquidazione e nel corso dell’ultimo esercizio l’amministratore unico, a sua volta socio ed espressione della maggioranza dei soci, fosse ben a conoscenza del fatto che non vi sarebbero state proroghe del termine di durata e che dunque la società avrebbe cessato di lì a poco l’attività).
Il bilancio di liquidazione è nullo per difetto di informazione e di coerenza fra i criteri adottati e la cessazione dell’attività aziendale, a seguito della grave violazione dei principi contabili. La nuova normativa in materia di liquidazione volontaria delle società di capitali (tutte le società di capitali, non solo le quotate) introdotta dal legislatore della riforma del 2003 ha chiarito che i criteri di redazione dei bilanci intermedi o annuali di liquidazione sono ben diversi da quelli previsti per il bilancio ordinario di esercizio (art. 2490 c.c.). L’Organismo Italiano di Contabilità nel 2008 ha predisposto inoltre i principi contabili per la redazione dei bilanci delle imprese in liquidazione (OIC n.5), documento che riguarda “in via principale e diretta la liquidazione volontaria delle società di capitali”. Nel documento viene chiarito che nel momento dell’assunzione della carica da parte dei liquidatori, salvo che non venga deliberato dall’assemblea l’esercizio provvisorio dell’impresa, il patrimonio aziendale si trasforma da un complesso produttivo (tendenzialmente finalizzato a produrre reddito) in un coacervo di beni destinati ad essere monetizzati sul mercato al pagamento dei creditori e alla distribuzione del residuo netto ai soci. Ciò comporta le seguenti conseguenze: viene meno la distinzione fra immobilizzazioni e attivo circolante, perché tutti i beni ed i crediti sono destinati al realizzo diretto sul mercato, nel più breve tempo possibile; viene meno la determinazione, con criteri prudenziali, di un utile distribuibile ai soci, e non sono più applicabili i principi generali indicati nell’art. 2423 bis c.c., primo fra tutti il postulato della “continuazione dell’attività dell’impresa” (going concern); di conseguenza, i criteri di rilevazione e correlazione dei costi e dei ricavi si modificano profondamente; in particolare, non si dovrà più procedere al calcolo degli ammortamenti delle immobilizzazioni materiali ed immateriali (paragrafo 2.2 OIC n. 5). Dunque il criterio di valutazione delle attività non può essere come nel bilancio d’esercizio il costo storico, la cui applicazione è giustificata dall’esigenza di determinare un utile interamente realizzato e distribuibile ai soci, ma il valore di realizzo per stralcio dei beni ed il valore di realizzo dei crediti, al netto degli oneri di realizzo (nel caso di specie il liquidatore aveva iscritto le immobilizzazioni materiali al costo di acquisto, rettificate dai corrispondenti fondi di ammortamento, come nell’ultimo bilancio della società attiva. Il liquidatore aveva inoltre iscritto le rimanenze di magazzino al minore fra il costo di acquisto o di fabbricazione e il valore di realizzo, desumibile dall’andamento del mercato, metodo LIFO. Inoltre aveva provveduto a compensare illegittimamente il fondo ammortamento macchinari – categoria di per sé non coerente con un bilancio di liquidazione – con il valore residuo dei macchinari destinati alla rottamazione, senza peraltro dare conto in nota integrativa dei costi di rottamazione e delle motivazioni alla base di tale scelta liquidatoria).
In tema di invalidità della delibera di approvazione del bilancio per difetto di chiarezza, veridicità e correttezza sono pertinenti e rilevanti solo quelle argomentazioni suscettibili di tradursi in difetti dell’informazione sulla reale situazione patrimoniale e finanziaria della società e non in elementi di irragionevolezza nelle scelte di gestione. Questi ultimi dunque sono suscettibili di tradursi in censure all’operato degli amministratori e in una domanda di responsabilità nei loro confronti, ma non in vizi del bilancio (nel caso di specie il Tribunale ha rigettato le contestazioni relative all'aumento delle voci costi per servizi, spese per godimento terzi e compenso per amministratore, ritenuto eccessivamente basso e dunque possibile indicatore di condotte illecite).
Le azioni di annullabilità o di nullità previste dagli artt. 2377 e 2379 c.c. non possono essere più esercitate dopo che è stato approvato il bilancio dell’esercizio successivo (art. 2434 bis, co. 1, c.c.), per carenza di legittimazione attiva ed interesse ad agire, in quanto ogni sindacato su bilanci d’esercizio già approvati è precluso dal principio di stabilità, una volta che sia decorso il termine per impugnazione degli stessi.
Sussiste il periculum in mora al fine dell’autorizzazione del sequestro conservativo sui beni della società, per la tutela del credito pari al valore delle partecipazioni dei soci receduti, qualora il comportamento della società stessa lasci desumere che questa intenda sottrarsi all’esatto adempimento del debito verso i soci. Questo si evince, in particolare, dal fatto che la società non comunichi il valore delle azioni, ai sensi dell’art. 2437-quater c.c., limitandosi ad acquisire una perizia di stima giudicata come palesemente errata per difetto da parte dei sindaci della stessa, e non partecipi poi al procedimento di volontaria giurisdizione per la nomina dell’esperto instaurato dai soci recedenti. La sussistenza del periculum in mora si desume altresì dal fatto che la società metta in atto operazioni di dismissione dei cespiti sociali al di fuori di una formale messa in liquidazione, operazioni in apparenza orientate alla sottrazione della garanzia nei confronti dei creditori o comunque ad un aggravamento degli oneri per la soddisfazione del credito a causa del mutamento qualitativo dei beni facenti parte del patrimonio sociale (nel caso di specie la società resistente aveva provveduto alla vendita del complesso immobiliare in cui era sito l’albergo costituente il cespite di maggior valore all’interno del patrimonio sociale).
Nel silenzio della legge, non pare riscontrabile un generale divieto di formulare domande di carattere riconvenzionale nel procedimento cautelare. L’inammissibilità dell’esercizio dell’azione cautelare in reconventionem può però esser ravvisata in concreto ove il giudice, secondo il principio generale scolpito dalla giurisprudenza di legittimità per il giudizio ordinario, non ravvisi fra le due domande il collegamento oggettivo -non necessariamente fondato su di un titolo dipendente da quello fatto valere dal ricorrente come richiesto ad altri fini dall'art. 36 c.p.c.- necessario e sufficiente a giustificare il simultaneus processus cautelare; valutazione discrezionale del giudice della cautela che egli, come quello di merito, è tenuto a motivare, ma che certo legittimamente può giungere ad un esito negativo, con la conseguente espunzione della riconvenzionale dal perimetro del giudizio, in caso di contro cautele dettate da puro spirito ritorsivo: che soprattutto in un procedimento ex art. 700 c.p.c., se realmente fossero connotate da urgenza e imminenza del periculum, non avrebbero verosimilmente atteso l’iniziativa giudiziale dell’avversario per essere proposte (nel caso di specie il Tribunale ha ritenuto ammissibile la domanda riconvenzionale consistente in un’istanza di revoca dell’amministratore uguale e contraria a quella proposta in via principale, in quanto essa veniva proposta, come quella del ricorrente, dopo anni di tese e crescenti divergenze pressoché totali fra le parti e sul fondamento, anch’essa, di condotte gestorie dell’altro amministratore asseritamente illecite e dannose per gli interessi della società).
La nozione di giusta causa richiesta dalla legge (anche) ai sensi e per gli effetti dell’art. 2259 c.c. è notoriamente diversa e più ampia di quella di grave inadempimento delle obbligazioni che derivano dalla legge o dal contratto sociale che la stessa disciplina della società semplice (e quindi, per i successivi richiami “a cascata”, delle società personali tutte) pone quale fondamento della extrema ratio dell’esclusione del socio (art. 2286 c.c.); inadempimento che certo integra una giusta causa di revoca, ma che di quella costituisce solo un sottoinsieme. Perché giusta causa sussista, ai fini che qui occupano e a gli altri previsti dalla legge (ad esempio, per il recesso ex art. 2285 co. 2° c.c.), è infatti necessario e sufficiente che il socio amministratore abbia tenuto condotte che, riguardate alla luce dello scopo sociale e del particolare intuitus personae che connota le società personali, non consentano più la prosecuzione neanche provvisoria del rapporto sociale; il che, nell’ipotesi peculiare dell’art. 2259 c.c., si declina in termini di condotte gestorie tenute da uno o più soci che abbiano irreparabilmente compromesso il vincolo di reciproca fiducia che solo può giustificare l’amministrazione disgiuntiva, e che al contempo -soprattutto nelle società personali- rende possibile quella congiuntiva scongiurando lo stallo decisionale (nel caso di specie il Tribunale ha ravvisato gli estremi della giusta causa di revoca, oggetto della domanda principale, nel comportamento del consocio e coamministratore il quale, a fronte di una sopravvenienza attiva straordinaria, aveva provveduto unilateralmente alla liquidazione in proprio favore di ingenti somme a titolo di compensi arretrati di dubbia spettanza e restituzione prestito soci, in violazione del regime di amministrazione congiuntiva per gli atti di straordinaria amministrazione. Il Tribunale ha altresì ravvisato la fondatezza della domanda riconvenzionale di revoca sul presupposto dell’omogeneo comportamento tenuto dall’attore – rimborso di finanziamento socio non concordato – e della complessiva condotta gestoria da egli tenuta, tale da far emergere plurimi sospetti di conflitto di interessi).
I diritti morali sorgono con la creazione di un’opera e sono inalienabili, imprescrittibili ed intrasmissibili mortis causa. Essi tutelano gli interessi ad acquisire ed a conservare la reputazione derivante dalla corretta comunicazione agli altri delle proprie opere, intendendo per reputazione l’insieme delle qualità che risultano dalle opere e concorrono a formare l’identità dell’artista. Tra i diritti morali riservati all’autore, vi (altro…)
Perché il comportamento del terzo sia vietato, non basta l’uso da parte del medesimo di un segno simile per prodotti affini, ma serve qualcosa in più: serve che tale uso sia idoneo a indurre il pubblico a pensare che i prodotti del terzo provengano in realtà dall’impresa del segno che si presume essere contraffatto.
Sotto il profilo del rischio di associazione, si ritiene che il consumatore potrebbe facilmente essere indotto a supporre che vi sia un collegamento tra i segni e dunque a collegare i medesimi alla stessa fonte produttiva
E’ illecito l’uso di marchi altrui come parola chiave laddove non è finalizzato ad offrire al navigatore internet la possibilità di valutare alternative commerciale ai prodotti della titolare del marchio bensì solo a sfruttare parassitariamente la rinomanza del marchio altrui per accreditare i propri prodotti, suggerendo altresì l’esistenza di una qualche relazione commerciale (licenza) con la legittima titolare.
Il marchio rinomato non coincide con il marchio celebre e non sempre risulta necessaria una grande rinomanza, dovendo ritenersi sufficiente che il segno sia conosciuto da una parte significativa del pubblico interessato ai prodotti o servizi contraddistinti, requisito da valutarsi tenuto conto della quota di mercato detenuta dal marchio, dell’ intensità ed estensione geografica e della durata del suo uso, nonché dell’entità degli investimenti realizzati per promuoverlo.
La competenza territoriale va determinata sulla base della prospettazione della domanda, salvo che non appaia evidente la prospettazione artificiosa, diretta a sottrarre la controversia al giudice naturale; prospettazione artificiosa che è da escludere nel caso in cui sia allegato (e documentato) il ruolo di distributrice della convenuta avente sede nel distretto di competenza del giudice adito.
Il legislatore ha previsto, per agevolare la prova del danno, che il risarcimento del danno patrimoniale da contraffazione di marchio non possa essere mai inferiore all’ammontare del canone di licenza virtuale; è questo un criterio risarcitorio minimale, che presume l’esistenza di un consenso che nei fatti non sussiste.
Per la configurabilità del patto leonino, è necessario che l’ingresso nel capitale sociale si accompagni a opzioni put a prezzo predeterminato in favore dell’investitore, così “garantito” rispetto a qualsiasi andamento dell’ente e, dunque, esonerato dal sopportarne le perdite assumendo il ruolo di mero finanziatore pur se “vestito” da socio, e che l’esclusione dalle perdite o dagli utili abbia carattere assoluto e costante (nel caso di specie, il Tribunale ha ritenuto che l’opzione put non fosse invalida ex art. 2265 c.c., risultando mancante il carattere “assoluto” della esclusione).
Il divieto di patto leonino di cui all’art. 2265 c.c. – la cui ratio è riconducibile alla stessa struttura del contratto di società, in quanto la eliminazione assoluta e costante del rischio d’impresa in capo a uno dei soci ne altera radicalmente la struttura, in particolare incidendo sulla correlazione rischio/potere tipico della posizione di socio – viene in rilievo anche nel settore delle società di capitali e anche in relazione a patti tra soci estranei allo statuto sociale ma comunque destinati a produrre il medesimo effetto leonino, alterante il meccanismo di svolgimento in comune di attività economica, salvo che lo specifico contenuto di tali patti risulti funzionale ad ulteriori interessi meritevoli di tutela ex art. 1322 c.c. e comunque connessi al buon esito dell’andamento dell’impresa sociale.