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Consenso all’uso dell’immagine dell’artista revocato implicitamente con la disdetta dell’evento cui era collegato
Il consenso alla pubblicazione della propria immagine, avendo ad oggetto l’esercizio e non la titolarità del diritto all’immagine, resta distinto...

Il consenso alla pubblicazione della propria immagine, avendo ad oggetto l’esercizio e non la titolarità del diritto all’immagine, resta distinto dalla pattuizione in cui sia inserito ed è sempre revocabile, sicché, quando sia stato prestato in funzione della partecipazione dell’artista a un evento, deve ritenersi implicitamente revocato dal momento in cui l’ente che lo ha ricevuto disdice l’evento, e il successivo mantenimento dell’immagine nella cartellonistica e sui canali social dell’ente per promuovere la manifestazione integra uno sfruttamento a fini pubblicitari non consentito dall’art. 10 c.c. e dagli artt. 96 e 97 legge 633/1941 [accordo non formalizzato per iscritto con il quale un Comune aveva affidato a una s.r.l.s. che curava l’immagine di uno stilista di fama nazionale l’organizzazione di una manifestazione di alta moda e di una rassegna letteraria per due serate dell’agosto 2021, con un corrispettivo di 5.500 euro, disdetto dall’ente pochi giorni prima mentre le locandine con la fotografia dello stilista restavano affisse e l’evento rimaneva pubblicizzato nel calendario e sui canali social istituzionali].

Quando non siano provate specifiche voci di danno patrimoniale, il pregiudizio economico causato dallo sfruttamento non consentito dell’immagine di una persona nota, che non è in re ipsa ma è suscettibile di valutazione economica, può essere liquidato in via equitativa secondo il criterio del prezzo del consenso, cioè del compenso che il titolare avrebbe presumibilmente richiesto per autorizzare la pubblicazione, parametrandolo al corrispettivo pattuito per la partecipazione dell’artista all’evento ridotto della quota che remunerava le prestazioni di organizzazione e direzione artistica non eseguite, e il risarcimento può essere riconosciuto alla società cui sia affidata la gestione dell’immagine dell’artista.

Il mantenimento nelle locandine, nel calendario delle manifestazioni e sui social network dell’annuncio di un evento con la partecipazione di un artista noto, dopo che l’evento sia stato disdetto, lede l’immagine e l’affidabilità artistica dell’artista e gli dà diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, che non è in re ipsa ma può essere provato anche attraverso le rimostranze del pubblico per la mancata esibizione e va liquidato in via equitativa, anche alla luce dei parametri tabellari previsti per il danno da diffamazione di modesta entità, tenendo conto del tipo di lesione, della limitata diffusione territoriale e della tenue intensità dell’elemento soggettivo.

L’ente pubblico che, dopo aver concordato con un operatore privato l’organizzazione di un evento e averne ricevuto un principio di esecuzione, interrompa la trattativa prima della stipulazione del contratto nella forma scritta necessaria per la pubblica amministrazione, senza dimostrare il giustificato motivo addotto, risponde a titolo di responsabilità precontrattuale per la lesione dell’affidamento ingenerato, ma il risarcimento è limitato all’interesse negativo, cioè alle spese sostenute nel corso delle trattative e alle perdite derivanti dalla mancata conclusione di altri affari, se provate, e non comprende le utilità che sarebbero derivate dalla valida conclusione ed esecuzione del contratto.

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La transazione tra soci preclude l’azione individuale di risarcimento ma non la revoca dell’amministratore
La transazione con cui il socio di società a responsabilità limitata rinuncia, verso il socio amministratore, a ogni pretesa anche...

La transazione con cui il socio di società a responsabilità limitata rinuncia, verso il socio amministratore, a ogni pretesa anche risarcitoria relativa alla gestione sociale preclude, finché non sia annullata o risolta, l’azione individuale di risarcimento ai sensi dell’art. 2476, comma 7, c.c., ma non l’azione di revoca dell’amministratore ai sensi dell’art. 2476, comma 3, c.c., perché questa è esercitata dal socio quale sostituto processuale nell’interesse della società, titolare della posizione azionata e rimasta estranea all’accordo [s.r.l. con due soci, transazione del 2013 con cui il socio amministratore si obbligava a versare 150.000 euro all’altro socio e ad accollarsi le passività sociali, domande di risarcimento e di revoca fondate sulla vendita allo stato grezzo degli immobili sociali].

La scelta gestoria che procura alla società un guadagno inferiore a quello atteso, come la vendita di immobili sociali allo stato grezzo anziché rifiniti, e non un’operazione radicalmente improduttiva o antieconomica, attiene al merito imprenditoriale ed è insindacabile in sede giudiziaria, salvo il limite dell’irragionevolezza, sicché non può fondare né la responsabilità né la revoca giudiziale dell’amministratore, potendo semmai indurre i soci ad assumere i provvedimenti di loro competenza, tanto più quando il socio non indichi specificamente né provi gli elementi da cui desumere la non convenienza dell’operazione, non essendo a tal fine sufficiente una consulenza di parte, priva di valore probatorio.

Il socio che deduce l’inefficacia della transazione stipulata con il socio amministratore, perché fondata su presupposti falsamente rappresentati o non eseguita, deve proporre tempestivamente domanda di annullamento per dolo ai sensi dell’art. 1439 c.c. o di risoluzione per inadempimento ai sensi dell’art. 1453 c.c., sicché in mancanza la transazione resta efficace e vincolante tra le parti, e la domanda di annullamento formulata per la prima volta nella comparsa conclusionale è inammissibile, perché questa ha soltanto la funzione di illustrare le domande e le eccezioni già proposte e non può ampliare il tema della decisione.

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Responsabilità dell’amministratore per mancata riscossione dei crediti sociali prescritti durante il mandato
L’amministratore di società a responsabilità limitata, tenuto a conservare l’integrità del patrimonio sociale, risponde della mancata riscossione dei crediti sociali...

L’amministratore di società a responsabilità limitata, tenuto a conservare l’integrità del patrimonio sociale, risponde della mancata riscossione dei crediti sociali prescrittisi durante il proprio mandato, quando non emergano condizioni ostative al recupero e non provi di averne almeno tentato l’esazione, mentre non gli è imputabile la perdita dei crediti già prescritti, o già irrecuperabili per irreperibilità o impossidenza dei debitori, quando ha assunto la carica, sicché il danno va commisurato per ciascun amministratore ai crediti prescritti nel relativo periodo di carica [s.r.l. fallita, crediti verso clienti degli anni ’80 e ’90 per circa 258.000 euro esclusi, danno liquidato per i crediti prescritti tra il 2001 e il 2011 in 41.650,83 euro all’amministratrice e in 19.630,52 euro alla consigliera in carica dal 2003].

Quando nella contabilità sociale risulta iscritto un credito verso il precedente amministratore che si riduce progressivamente senza che le scritture consentano di individuare le operazioni giustificative, gli amministratori che non provino di averlo riscosso o almeno di averne tentato la riscossione, né indichino rimborsi o legittime operazioni gestorie idonee a spiegarne la riduzione, rispondono in solido del credito residuo non riscosso, mentre le singole riduzioni ingiustificate si considerano distrazioni di risorse sociali e sono addebitate ai componenti dell’organo amministrativo in carica alla data delle relative registrazioni contabili.

Il danno da prosecuzione dell’attività dopo il verificarsi della causa di scioglimento per riduzione del capitale al di sotto del minimo legale va verificato alla luce del criterio dell’art. 2486, comma 3, c.c., sicché non è addebitabile agli amministratori alcun danno quando i bilanci, rettificati mediante la svalutazione dei crediti prescritti o irrecuperabili, evidenziano un incremento del patrimonio netto tra la data della causa di scioglimento e quella dell’ultima situazione contabile anteriore al fallimento, e la mancata svalutazione dei crediti, che rende non veritieri i bilanci, non genera di per sé un danno diretto alla società.

La relazione del consulente del curatore che si limiti a stimare i beni acquisiti all’attivo fallimentare, mediante un mero elenco di beni e di valori privo dell’illustrazione dei criteri di stima, non è idonea a dimostrare la sopravvalutazione delle rimanenze di magazzino iscritte in bilancio dagli amministratori, quando non sia contestata alcuna sottrazione o distrazione di merci, sicché la domanda risarcitoria fondata su tale sopravvalutazione va respinta.

L’azione di responsabilità esercitata dal curatore ai sensi dell’art. 146 l.fall. compendia le azioni di cui agli artt. 2393 e 2394 c.c., anche nei confronti degli amministratori di società a responsabilità limitata dopo il d.lgs. 6/2003, e consente al curatore di cumularne i vantaggi quanto a onere della prova, prescrizione e limiti del risarcimento, mentre grava sugli amministratori l’onere di dimostrare il corretto assolvimento dei doveri loro imposti dalla legge e dallo statuto, ferma la necessità di un danno alla società riconducibile alla loro condotta gestoria.

Il debito risarcitorio dell’amministratore verso la società ha natura di debito di valore anche quando il danno consiste nella perdita di una somma di denaro, sicché la somma liquidata va rivalutata annualmente secondo gli indici ISTAT e su di essa spettano gli interessi compensativi al tasso legale dalla data della dichiarazione di fallimento fino alla pubblicazione della sentenza, oltre agli interessi legali successivi fino al saldo per effetto della conversione in debito di valuta.

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Revoca dell’amministratore di s.r.l. per omesso deposito dei bilanci senza previa ispezione giudiziale
Nel procedimento ex art. 2409 c.c. il tribunale può revocare l’amministratore e nominare un amministratore giudiziario senza disporre l’ispezione, che...

Nel procedimento ex art. 2409 c.c. il tribunale può revocare l’amministratore e nominare un amministratore giudiziario senza disporre l’ispezione, che diviene superflua, quando la mancata redazione e il mancato deposito dei bilanci di due esercizi consecutivi siano documentati dai solleciti dei soci rimasti senza riscontro e l’amministratore, rimasto contumace, ometta di fornire la prova contraria producendo i bilanci stessi.

La mancata predisposizione e il mancato deposito dei bilanci d’esercizio integrano una grave irregolarità ai sensi dell’art. 2409 c.c., significativa di una conduzione opaca e disordinata, e sono dannosi per la società, perché l’assenza di una rendicontazione aggiornata sulla situazione economico-patrimoniale, in mancanza di informazioni societarie ufficiali, disincentiva i terzi dall’intraprendere rapporti negoziali con essa; ne derivano la revoca dell’amministratore e la nomina di un amministratore giudiziario [per diciotto mesi, con il compito di predisporre i bilanci mancanti].

Il controllo giudiziario previsto dall’art. 2409 c.c., applicabile alla società a responsabilità limitata in forza del rinvio dell’art. 2477, comma 6, c.c., tutela la minoranza e la società e consente all’autorità giudiziaria di ripristinare la correttezza della gestione quando vi sia il fondato sospetto di gravi irregolarità degli amministratori, commesse in violazione dei doveri e idonee ad arrecare danno alla società o a una o più società controllate. Il controllo resta estraneo al merito e all’opportunità delle scelte gestorie, salvo che queste risultino palesemente irragionevoli o negligenti.

Nella formulazione vigente dell’art. 2409 c.c. rilevano soltanto le violazioni dei doveri degli amministratori idonee a compromettere il corretto esercizio dell’attività di gestione dell’impresa e a determinare un pericolo di danno per la società o per le società controllate, mentre restano irrilevanti quelle relative al corretto svolgimento della vita della compagine sociale e ai diritti di partecipazione e informazione dei soci. Le irregolarità devono inoltre riguardare la sfera societaria, con esclusione di quella personale degli amministratori, essere attuali, sicché nessun provvedimento può essere adottato quando abbiano esaurito ogni effetto, e avere carattere dannoso, consistendo nella violazione di norme civili, penali, tributarie o amministrative idonee a provocare un danno al patrimonio sociale e, di conseguenza, agli interessi dei soci e dei creditori sociali, ovvero un grave turbamento dell’attività sociale.

L’atipicità delle irregolarità rilevanti ai sensi dell’art. 2409 c.c., unita al requisito della gravità, impone che si tratti di fatti altrimenti ineliminabili. Il relativo accertamento richiede elementi di sicuro affidamento che, pur senza assurgere al livello di prova piena, presentino riscontri obiettivi ulteriori rispetto al mero sospetto; restano insufficienti mere supposizioni o rilievi critici indimostrati.

Nei procedimenti di volontaria giurisdizione caratterizzati dal contrasto tra posizioni contrapposte, come il procedimento ex art. 2409 c.c., le spese si regolano secondo il principio di soccombenza dell’art. 91 c.p.c. e sono poste a carico dell’amministratore revocato, anche in favore del socio intervenuto in adesione alle domande dei ricorrenti.

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Revoca dell’amministratore di s.r.l. per omessa redazione dei bilanci e mancato aggiornamento della contabilità
Integrano gravi irregolarità ai sensi dell’art. 2409 c.c., significative di una conduzione opaca e disordinata della società, l’approvazione dei bilanci...

Integrano gravi irregolarità ai sensi dell’art. 2409 c.c., significative di una conduzione opaca e disordinata della società, l’approvazione dei bilanci senza prova della regolare convocazione dell’assemblea, l’omessa predisposizione e il mancato deposito dei bilanci degli esercizi successivi e il mancato aggiornamento della contabilità sociale, accertati in sede ispettiva. Tali irregolarità sono dannose per la società, perché l’assenza di una rendicontazione aggiornata sulla situazione economico-patrimoniale, in mancanza di informazioni societarie ufficiali, disincentiva i terzi dall’intraprendere rapporti negoziali con essa, e giustificano la revoca dell’amministratore e la nomina di un amministratore giudiziario [per dodici mesi, con il compito di predisporre i bilanci mancanti].

Nel procedimento ex art. 2409 c.c. l’omessa redazione dei bilanci, documentata dai solleciti del socio rimasti senza riscontro, resta provata quando l’amministratore, rimasto contumace, ometta di fornire la prova contraria producendo i bilanci stessi.

Il controllo giudiziario previsto dall’art. 2409 c.c., applicabile alla società a responsabilità limitata in forza del rinvio dell’art. 2477, comma 6, c.c., tutela la minoranza e la società e consente all’autorità giudiziaria di ripristinare la correttezza della gestione quando vi sia il fondato sospetto di gravi irregolarità degli amministratori, commesse in violazione dei doveri e idonee ad arrecare danno alla società o a una o più società controllate. Il controllo resta estraneo al merito e all’opportunità delle scelte gestorie, salvo che queste risultino palesemente irragionevoli o negligenti.

Nella formulazione vigente dell’art. 2409 c.c. rilevano soltanto le violazioni dei doveri degli amministratori idonee a compromettere il corretto esercizio dell’attività di gestione dell’impresa e a determinare un pericolo di danno per la società o per le società controllate, mentre restano irrilevanti quelle relative al corretto svolgimento della vita della compagine sociale e ai diritti di partecipazione e informazione dei soci. Le irregolarità devono inoltre riguardare la sfera societaria, con esclusione di quella personale degli amministratori, essere attuali, sicché nessun provvedimento può essere adottato quando abbiano esaurito ogni effetto, e avere carattere dannoso, consistendo nella violazione di norme civili, penali, tributarie o amministrative idonee a provocare un danno al patrimonio sociale e, di conseguenza, agli interessi dei soci e dei creditori sociali, ovvero un grave turbamento dell’attività sociale.

L’atipicità delle irregolarità rilevanti ai sensi dell’art. 2409 c.c., unita al requisito della gravità, impone che si tratti di fatti altrimenti ineliminabili. Il relativo accertamento richiede elementi di sicuro affidamento che, pur senza assurgere al livello di prova piena, presentino riscontri obiettivi ulteriori rispetto al mero sospetto; restano insufficienti mere supposizioni o rilievi critici indimostrati.

Nei procedimenti di volontaria giurisdizione caratterizzati dal contrasto tra posizioni contrapposte, come il procedimento ex art. 2409 c.c., le spese si regolano secondo il principio di soccombenza dell’art. 91 c.p.c. e sono poste a carico dell’amministratore revocato, tenuto anche al pagamento del compenso dell’ispettore; quando il ricorrente è ammesso al patrocinio a spese dello Stato, la condanna è pronunciata in favore dell’Erario.

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Omessa svalutazione del credito verso la partecipata liquidata e ispezione ex art. 2409 c.c.
Integrano il fondato sospetto di gravi irregolarità di gestione, idoneo a giustificare l’ispezione della società ai sensi dell’art. 2409 c.c.,...

Integrano il fondato sospetto di gravi irregolarità di gestione, idoneo a giustificare l’ispezione della società ai sensi dell’art. 2409 c.c., la reiterata iscrizione nei bilanci, senza alcuna svalutazione né informativa in nota integrativa, del credito verso una società partecipata che abbia cessato l’attività e approvato il bilancio finale di liquidazione, unita alla mancata approvazione del bilancio dell’esercizio successivo e alla predisposizione di un progetto di bilancio privo di nota integrativa. Il difetto di trasparenza sull’effettiva condizione economico-finanziaria della società la espone al rischio di un intempestivo rilievo dei segnali di crisi e rende attuale il pericolo di danno.

Il rinvio dell’approvazione del bilancio, deciso dall’amministratore in attesa dell’esito del giudizio di impugnazione della delibera di esclusione di un socio, quando l’efficacia di tale delibera sia stata sospesa in via cautelare, equivale a disattendere il provvedimento di sospensione e concorre a integrare le gravi irregolarità rilevanti ai sensi dell’art. 2409 c.c.

Tra i provvedimenti previsti dall’art. 2409 c.c., l’ispezione della società a spese del ricorrente costituisce la misura proporzionata quando occorra accertare la definitiva fondatezza delle censure, anche se il ricorrente e il curatore speciale della società abbiano chiesto la nomina immediata di un amministratore giudiziario [con incarico all’ispettore di verificare i bilanci contestati, predisporre il bilancio non approvato, accertare l’integrità del capitale sociale e chiarire i rapporti con le società collegate]; all’esito dell’ispezione restano riservati gli ulteriori provvedimenti, compresa la regolazione delle spese del procedimento.

L’art. 2409 c.c., applicabile alla società a responsabilità limitata in forza dell’art. 2477, comma 6, c.c., come modificato dall’art. 379, comma 2, d.lgs. 14/2019, è norma posta a tutela della minoranza e della società, che consente, mediante il controllo giudiziale sulla regolarità della gestione, di ripristinare la correttezza gestionale quando sussista il fondato sospetto di gravi irregolarità degli amministratori, commesse in violazione dei loro doveri e idonee ad arrecare danno alla società o a una o più società controllate. Il controllo resta escluso per il merito e l’opportunità delle scelte gestorie, salvo che esse risultino palesemente irragionevoli o negligenti.

Nella vigente formulazione dell’art. 2409 c.c. rileva soltanto la violazione dei doveri degli amministratori idonea a compromettere il corretto esercizio dell’attività di gestione dell’impresa e a determinare un pericolo di danno per la società amministrata o per le società controllate; restano estranee al rimedio le violazioni relative al corretto svolgimento della vita della compagine sociale e ai diritti di partecipazione e di informazione dei soci.

Le gravi irregolarità rilevanti ai sensi dell’art. 2409 c.c. devono attenere alla sfera societaria, con esclusione di quella personale degli amministratori; devono essere attuali, sicché nessun provvedimento può essere adottato quando abbiano esaurito ogni effetto; devono infine avere carattere dannoso, consistendo nella violazione di norme civili, penali, tributarie o amministrative idonea a provocare un danno al patrimonio sociale, e per tale via agli interessi dei soci e dei creditori sociali, ovvero un grave turbamento dell’attività sociale.

L’atipicità delle irregolarità previste dall’art. 2409 c.c., unita al requisito della gravità, impone che si tratti di fatti non altrimenti eliminabili.

Ai fini dei provvedimenti previsti dall’art. 2409 c.c. il giudizio del tribunale deve fondarsi su elementi di sicuro affidamento che, pur senza assurgere al livello di prova piena, presentino riscontri obiettivi eccedenti il mero sospetto; mere supposizioni e rilievi critici indimostrati restano insufficienti.

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Prova del conferimento dell’incarico professionale tramite i bilanci approvati del consorzio cliente
Il conferimento dell’incarico professionale e il credito per il relativo compenso, contestati dall’ente cliente, possono ritenersi provati sulla base dei...

Il conferimento dell’incarico professionale e il credito per il relativo compenso, contestati dall’ente cliente, possono ritenersi provati sulla base dei bilanci dell’ente, approvati dall’assemblea, nei quali è iscritta la somma dovuta al professionista, unitamente alle deposizioni testimoniali che confermano l’incarico e l’attività svolta, sicché, in mancanza di prova contraria e di prova dell’adempimento da parte dell’ente debitore, il decreto ingiuntivo ottenuto dal professionista va confermato [consorzio che contestava l’esistenza del contratto di conferimento dell’incarico per la gestione della contabilità amministrativa per circa un decennio e l’idoneità probatoria della documentazione, con bilanci recanti il debito verso il professionista riapprovati dall’assemblea generale; decreto ingiuntivo confermato].

Presupposto essenziale del diritto del professionista al compenso è il conferimento dell’incarico, in qualsiasi forma idonea a manifestare in modo chiaro e inequivoco la volontà del cliente di avvalersi della sua opera, e, quando il cliente contesti l’instaurazione del rapporto, la prova del conferimento grava sul professionista, spettando al giudice di merito valutare se essa sia stata fornita.

L’opposizione a decreto ingiuntivo introduce un ordinario giudizio di cognizione nel quale il creditore deve provare il fatto costitutivo del credito, e cioè l’esistenza del rapporto o del titolo da cui deriva il suo diritto, mentre spetta al debitore provare il fatto estintivo dell’obbligazione.

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Appalto pubblico full risk di dispositivi medici, aggiornamento tecnologico e ampliamento della gamma
Nell’appalto pubblico di servizio full risk di dispositivi medici, il discrimine tra l’aggiornamento tecnologico del prodotto, che il fornitore è...

Nell’appalto pubblico di servizio full risk di dispositivi medici, il discrimine tra l’aggiornamento tecnologico del prodotto, che il fornitore è obbligato a consegnare alle medesime condizioni economiche pattuite, e l’ampliamento della gamma, che il fornitore ha la mera facoltà di offrire alle stesse condizioni, va individuato nelle differenziazioni strutturali e funzionali del prodotto, ricorrendo la prima ipotesi quando le modifiche consentono di configurare il prodotto come lo stesso per funzione e caratteristiche e la seconda quando le modifiche sono tali da renderlo sostanzialmente diverso da quello precedentemente commercializzato [accordo quadro, poi prorogato, per il servizio full risk di microinfusori di insulina e del relativo materiale di consumo in favore di aziende sanitarie provinciali; modelli successivi di uguale forma, dimensione e peso, con analoghe caratteristiche meccaniche e prestazioni crescenti di controllo automatico dell’erogazione dell’insulina, qualificati innovazioni incrementali del modello aggiudicato; domande del fornitore di accertamento e di pagamento di un maggior prezzo rigettate].

Nell’interpretazione del contratto di appalto pubblico di servizio full risk di dispositivi medici, remunerato con un canone mensile comprensivo della fornitura e delle prestazioni di assistenza e manutenzione, la finalità assistenziale del servizio e la durata del rapporto, nel corso della quale il prodotto fornito è necessariamente destinato a essere oggetto di innovazioni tecnologiche, inducono a ritenere che le parti abbiano inteso assicurare la continuità del servizio alle medesime condizioni economiche anche per i prodotti che costituiscono innovazione tecnologica di quelli forniti al momento della conclusione del contratto.

La qualificazione di un nuovo prodotto come ampliamento della gamma ai sensi del capitolato di un appalto pubblico di fornitura non può fondarsi sulla sola data di messa in produzione e su una nozione di gamma intesa come insieme dei prodotti offerti dall’impresa, perché un simile criterio si risolve in una mera classificazione dei beni in produzione presso il fornitore, che prescinde sia dalle caratteristiche proprie di ciascun prodotto sia dalla volontà negoziale espressa nella clausola contrattuale.

Rientra nella competenza della sezione specializzata in materia di impresa, ai sensi dell’art. 3, comma 2, lett. f), d.lgs. 168/2003, la controversia sull’esecuzione di un accordo quadro per la fornitura di beni e servizi ad aziende sanitarie pubbliche di cui sia parte una società di capitali, quando il valore dell’appalto, determinato in via presuntiva negli atti di gara, ne attesti la rilevanza comunitaria, anche se il contratto si configura come somministrazione eventuale a domanda delle singole amministrazioni.

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Sospensione della delibera di addebito al singolo condomino dei costi antincendio per carenza di potere
In assenza di una specifica previsione del regolamento di condominio, esula dai poteri dell’assemblea accertare a maggioranza l’an, il quomodo...

In assenza di una specifica previsione del regolamento di condominio, esula dai poteri dell’assemblea accertare a maggioranza l’an, il quomodo e il quantum del danno che si assume arrecato da un condomino con opere eseguite in violazione dell’art. 1122 c.c., così come sanzionare il condomino ritenuto responsabile in applicazione dei principi generali della responsabilità civile, e la delibera che ponga a suo esclusivo carico le spese conseguenti a tali opere presenta perciò il fumus boni iuris richiesto per la sospensione ai sensi dell’art. 1137 c.c. [delibera che, sul presupposto che la chiusura a veranda della terrazza di proprietà esclusiva all’ultimo piano, eseguita molti anni prima, avesse portato l’altezza dell’edificio rilevante ai fini antincendio oltre i 32 metri, conferiva l’incarico per la SCIA antincendio e poneva a carico della sola condomina proprietaria il compenso del tecnico, con mandato all’amministratore di agire in giudizio in caso di mancato pagamento entro quindici giorni; sospensione accordata limitatamente a tali punti].

Quando la delibera condominiale di cui si chiede la sospensione ha contenuto meramente finanziario e non interferisce con scelte di disposizione o di manutenzione della cosa comune, il periculum in mora si valuta comparando l’interesse del condominio e quello del singolo condomino alla luce delle sole conseguenze finanziarie dell’accoglimento o del rigetto dell’istanza, e sussiste quando la delibera pone a carico di un solo condomino un onere sproporzionato sia per entità economica sia per l’immediatezza delle iniziative esecutive preannunciate in suo danno.

Non sussistono né il fumus boni iuris né il periculum in mora per la sospensione della delibera che apporti modifiche di entità marginale a tabelle millesimali già approvate con precedente delibera.

Nel procedimento cautelare di sospensione della delibera condominiale l’eccezione di decadenza dal termine di impugnazione previsto dall’art. 1137 c.c. non è decisiva quando il condomino deduca la carenza di potere dell’assemblea.

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Giudicato della convalida di sfratto sulla qualità di conduttore e preclusione nell’opposizione all’esecuzione
La contestazione con cui la società nei cui confronti è stata convalidata l’intimazione di sfratto per morosità nega di essere...

La contestazione con cui la società nei cui confronti è stata convalidata l’intimazione di sfratto per morosità nega di essere parte del contratto di locazione resta preclusa dal giudicato formatosi con l’ordinanza di convalida, perché la questione andava necessariamente dedotta nel procedimento di convalida, e non può quindi giustificare la sospensione dell’esecuzione promossa in forza del decreto ingiuntivo emesso contestualmente alla convalida ai sensi dell’art. 658 c.p.c. [società conduttrice che, nell’opposizione all’esecuzione fondata sul decreto ingiuntivo per i canoni, eccepiva il proprio difetto di legittimazione passiva assumendo che il contratto fosse stato sottoscritto personalmente da due persone fisiche; istanza di sospensione rigettata, anche in considerazione del pacifico inadempimento degli impegni di pagamento assunti dopo l’emissione del decreto ingiuntivo].

L’ordinanza di convalida di sfratto ha efficacia di giudicato non solo sull’esistenza del rapporto di locazione ma anche sulla qualità di locatore e di conduttore dei soggetti nei cui confronti è pronunciata.

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Responsabilità dell’amministratore subentrante, mancanza delle scritture contabili e limiti del deficit fallimentare
L’amministratore di s.r.l. che assume la carica quando la causa di scioglimento per perdita del capitale sussiste già da più...

L’amministratore di s.r.l. che assume la carica quando la causa di scioglimento per perdita del capitale sussiste già da più esercizi, e sotto la cui gestione la società cessa ogni attività dopo pochi mesi, non risponde del danno da illegittima prosecuzione dell’attività, né dell’omesso pagamento dei debiti tributari e previdenziali quando sia plausibile che la società non disponesse della liquidità necessaria, né dell’omesso recupero di crediti iscritti cumulativamente in bilancio e privi di documentazione [azione di responsabilità promossa dal curatore del fallimento di una s.r.l. esercente l’attività di supermercato contro l’amministratore unico in carica nei due anni anteriori al fallimento, con richiesta di condanna pari al deficit fallimentare, essendo il patrimonio netto negativo sin dalla gestione del precedente amministratore e cessata l’attività pochi mesi dopo la nomina; condanna limitata al credito non riscosso verso una società amministrata dallo stesso amministratore].

L’amministratore di s.r.l. che, senza giustificare la propria inerzia, omette di attivarsi per il recupero di un credito sociale verso altra società di cui è unico amministratore risponde del danno pari all’importo del credito non riscosso, perché è in condizione di averne riscontro nella documentazione della debitrice.

Le incomprensioni con il commercialista non esimono l’amministratore dalla responsabilità civile per l’omessa regolare tenuta delle scritture contabili, perché spetta all’organo amministrativo vigilare con diligenza anche sull’operato dei professionisti incaricati della tenuta delle scritture e della formazione e presentazione delle dichiarazioni fiscali.

L’accoglimento della domanda risarcitoria per un importo inferiore a quello per il quale è stato autorizzato il sequestro conservativo non comporta la declaratoria di parziale inefficacia della misura, che consegue soltanto all’accertamento dell’inesistenza totale o parziale del credito cautelato, ma la sua conversione automatica in pignoramento dei beni sequestrati, ai sensi dell’art. 686 c.p.c., per la minor somma oggetto di condanna.

Nell’azione di responsabilità esercitata dal curatore ai sensi dell’art. 146 l. fall. la mancanza, la sommarietà o l’inintelligibilità delle scritture contabili non bastano a giustificare la condanna dell’amministratore né la liquidazione del danno in misura pari al deficit fallimentare, perché occorre la previa prova, almeno presuntiva, di condotte astrattamente idonee a causare un danno patrimoniale, che il curatore può ricostruire anche attraverso altre fonti, quali gli estratti dei conti bancari della società, sicché il criterio del deficit, oggi previsto dall’art. 2486, comma 3, c.c., opera soltanto come parametro di liquidazione equitativa quando sia logicamente plausibile e sia stato allegato un inadempimento astrattamente idoneo a causare il danno, con l’indicazione delle ragioni che impediscono l’accertamento dei suoi specifici effetti.

Il pregiudizio corrispondente all’intero deficit fallimentare può essere ricollegato alle condotte dell’amministratore soltanto per violazioni del dovere di diligenza così generalizzate da far ritenere che proprio in ragione di esse sia stato eroso l’intero patrimonio, o per comportamenti configurabili come causa stessa del dissesto sfociato nell’insolvenza.

L’amministratore che, succedendo ad altro amministratore, riceve una gestione affetta da gravi irregolarità risponde non dell’attività dei predecessori ma della propria colpevole omissione, ove non ne informi l’assemblea e non assuma le necessarie iniziative, perché, trattandosi di responsabilità derivante dal rapporto di mandato, gli è imputabile solo il danno che sia conseguenza immediata e diretta della violazione dei propri obblighi, del quale la società deve provare l’esistenza e il nesso di causalità.

L’azione di responsabilità esercitata dal curatore ai sensi dell’art. 146, comma 2, l. fall. cumula le azioni previste dagli artt. 2393 e 2394 c.c., modificandone la legittimazione ma non i presupposti, e resta perciò soggetta alla competenza del tribunale delle imprese ai sensi dell’art. 3, comma 2, d.lgs. 168/2003, propria di tutte le azioni di responsabilità contro gli amministratori da chiunque promosse.

L’eccezione di incompetenza per territorio sollevata dall’amministratore costituitosi oltre il termine di cui all’art. 166 c.p.c. è inammissibile, essendo ormai maturata la decadenza dalle facoltà previste dagli artt. 38 e 167 c.p.c.

Il credito risarcitorio della società verso l’amministratore è credito di valore non soggetto al principio nominalistico, sicché va rivalutato secondo gli indici ISTAT dalla data del fatto lesivo e maggiorato degli interessi compensativi al tasso legale sulla sorte capitale progressivamente rivalutata, mentre sull’importo liquidato decorrono gli interessi legali previsti dall’art. 1284, comma 1, c.c. fino al saldo.

La liquidazione delle spese del sub-procedimento cautelare va operata nell’ambito della valutazione complessiva dell’esito del giudizio, anche mediante un aumento percentuale del compenso liquidato per il merito.

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Clausola compromissoria statutaria di cooperativa edilizia ed esclusione del socio assegnatario dell’alloggio
La clausola compromissoria contenuta nello statuto di una società cooperativa edilizia, che devolve ad arbitri le controversie tra soci e...

La clausola compromissoria contenuta nello statuto di una società cooperativa edilizia, che devolve ad arbitri le controversie tra soci e società aventi ad oggetto diritti disponibili, anche quando sia controversa la qualità di socio, comprende la controversia sulla legittimità dell’esclusione del socio e le domande di restituzione dell’alloggio assegnato, di pagamento dell’indennità di occupazione e di restituzione delle somme versate per l’acquisto, perché tali domande, pur investendo il rapporto di scambio, trovano il loro presupposto nella perdita della qualità di socio e rilevano come mera conseguenza dell’accertamento relativo al rapporto sociale [cooperativa edilizia che chiede l’accertamento della legittimità dell’esclusione, non impugnata, di un socio assegnatario di alloggio per mancato versamento delle azioni sottoscritte e delle rate del mutuo gravante sull’immobile, con condanna alla restituzione dell’alloggio e al pagamento dell’indennità di occupazione, e domande restitutorie proposte in via subordinata dal socio escluso; declaratoria di incompetenza del tribunale].

Quando il rapporto di scambio tra cooperativa e socio viene in rilievo come procedimento che realizza l’interesse alla stessa partecipazione sociale, ed è quindi esaminato quale atto esecutivo del rapporto mutualistico, la clausola arbitrale statutaria riferita alle controversie sociali si applica anche alle controversie relative a tale rapporto, pur distinto da quello associativo.

Nelle cooperative edilizie aventi per oggetto la costruzione di alloggi da assegnare ai soci, la clausola compromissoria che deferisce ad arbitri le controversie connesse all’interpretazione e all’esecuzione del contratto associativo comprende anche la controversia relativa al pagamento del prezzo per il trasferimento dell’immobile cooperativo, perché il rapporto associativo è pur sempre indirettamente finalizzato all’acquisto della proprietà dell’immobile, che costituisce l’effetto di una fattispecie complessa e progressiva comprendente anche la prenotazione.

L’eccezione di clausola compromissoria statutaria per arbitrato rituale, se tempestivamente sollevata e fondata, comporta la declaratoria di incompetenza del tribunale, con regolamento delle spese secondo soccombenza.

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