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Revoca dell’amministratore di s.r.l., clausola statutaria di esclusione del risarcimento e legittimazione a impugnare
È valida la clausola statutaria di s.r.l. che, nel consentire la revoca degli amministratori in ogni tempo e senza necessità...

È valida la clausola statutaria di s.r.l. che, nel consentire la revoca degli amministratori in ogni tempo e senza necessità di motivazione, esclude il diritto dell’amministratore revocato al risarcimento del danno quando la revoca sia deliberata con una maggioranza qualificata, perché le conseguenze patrimoniali della revoca senza giusta causa previste dall’art. 2383, comma 3, c.c. attengono a diritti disponibili, rinunciabili anche preventivamente, e la clausola si colloca fuori dal perimetro di applicazione dell’art. 1341 c.c. [domanda risarcitoria dell’ex amministratore unico di una s.r.l. di servizi, revocato con il voto determinante della socia di maggioranza, proposta contro la società, i soci e altri soggetti, con statuto che consente la revoca in ogni tempo e senza motivazione ed esclude il risarcimento se la revoca è votata dai due terzi del capitale e, se presenti in assemblea, da determinati soci; cessata la materia del contendere sulle impugnazioni delle deliberazioni per il sopravvenuto fallimento della società e rigettata la domanda risarcitoria].

L’amministratore di s.r.l. revocato dall’assemblea non è legittimato a impugnare ai sensi dell’art. 2479-ter c.c. la delibera di revoca, né le delibere successive, perché la legittimazione dell’amministratore spetta solo a chi riveste la carica al momento della proposizione dell’impugnazione, e l’amministratore revocato, anche in mancanza di giusta causa, ha diritto soltanto al risarcimento del danno ai sensi dell’art. 2383, comma 3, c.c. e non alla conservazione della carica.

L’ex amministratore di s.r.l. non può esperire l’azione di nullità della delibera di revoca per il solo fatto di avere ricoperto la carica, perché anche per lui, come per il socio, occorre un interesse attuale e concreto, che difetta in mancanza di un diritto alla reintegrazione nell’incarico, dato che la giusta causa non è elemento costitutivo della revoca ma soltanto ragione di esclusione della responsabilità risarcitoria della società.

La sospensione, disposta dall’associazione nazionale, del riconoscimento della rappresentanza territoriale in favore di un’associazione locale non incide sulla capacità giuridica di quest’ultima né sui poteri del suo legale rappresentante, privandola soltanto della possibilità di operare con la denominazione e il marchio dell’associazione nazionale, sicché il commissario straordinario dell’associazione locale, socia di maggioranza di una s.r.l., può chiedere e poi disporre, a fronte dell’inerzia dell’amministratore, la convocazione dell’assemblea della società ed esprimervi il voto.

Il danno alla persona lamentato dall’amministratore revocato richiede la prova della lesione di un diritto distinto dal diritto alla prosecuzione della carica sino alla scadenza, quale un’attività ingiuriosa o diffamatoria, dolosa o colposa, lesiva del suo prestigio professionale, e la condotta ritorsiva non può desumersi dalla delibera che autorizza la presentazione dell’istanza di fallimento in proprio, tanto più se l’istanza è stata accolta.

Il sopravvenuto fallimento della società fa venir meno l’interesse ad agire per l’annullamento delle delibere assembleari quando non sia dedotto un interesse perdurante in relazione alle utilità attese dopo la chiusura della procedura, e determina la cessazione della materia del contendere, ferma la valutazione della fondatezza originaria della domanda secondo il criterio della soccombenza virtuale ai fini delle spese, in mancanza di una richiesta congiunta di compensazione.

Nel giudizio di impugnazione delle delibere assembleari di società di capitali è legittimata passiva soltanto la società, cui è imputata la volontà espressa dall’assemblea, mentre i soci che hanno votato a favore subiscono effetti soltanto riflessi della pronuncia caducatoria e possono spiegare intervento adesivo.

Gli amministratori di s.r.l. sono revocabili dall’assemblea in applicazione analogica dell’art. 2383, comma 3, c.c., e la revoca dell’amministratore nominato nell’atto costitutivo non richiede, ai fini della sua efficacia, né la modifica dell’atto costitutivo né la sussistenza di una giusta causa, la cui mancanza incide soltanto sull’obbligo della società di risarcire il danno.

Nella s.r.l., in caso di inerzia dell’organo amministrativo e nel silenzio della legge e dell’atto costitutivo, il potere di convocare l’assemblea spetta ai soci che rappresentano almeno un terzo del capitale sociale.

Le spese dei sub-procedimenti cautelari si liquidano nell’ambito della valutazione complessiva dell’esito del giudizio, anche mediante un aumento percentuale del compenso liquidato per il merito, e nessuna condanna alle spese va pronunciata in favore delle parti rimaste contumaci.

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Azione del curatore contro l’erede dell’amministratore e danno da mancata vendita del magazzino
Il danno derivante dalla mancata tempestiva vendita delle merci giacenti in magazzino, il cui valore si sia poi azzerato prima...

Il danno derivante dalla mancata tempestiva vendita delle merci giacenti in magazzino, il cui valore si sia poi azzerato prima del fallimento, non può superare il valore reale di mercato delle merci e non coincide con il loro valore contabile, ancorché l’omessa svalutazione delle rimanenze costituisca grave inadempimento dell’amministratore perché occulta la perdita e consente la prosecuzione dell’attività [azione di responsabilità promossa dal curatore del fallimento di una s.r.l. operante nel commercio di tessuti e abbigliamento nei confronti dell’unica erede dell’amministratore unico deceduto, che aveva accettato l’eredità senza beneficio d’inventario; rimanenze iscritte in contabilità per un valore di circa quattro volte superiore a quello stimato dal consulente tecnico e prive di valore alla data del fallimento; condanna dell’erede e rigetto della domanda proposta nei suoi confronti in proprio].

Nella quantificazione del danno da illegittima prosecuzione dell’attività dopo la perdita del capitale sociale, la perdita incrementale maturata nel periodo di indebita prosecuzione va depurata dei costi compatibili con lo stato di liquidazione, e perciò ineliminabili, e non rileva il periodo successivo nel quale la società, pur non posta in liquidazione, abbia di fatto cessato ogni attività senza registrare ulteriori perdite.

Nell’azione di responsabilità contro l’amministratore costituisce danno risarcibile l’ammanco delle disponibilità di cassa non consegnate al curatore, mentre i prelievi dalle casse sociali privi di plausibile giustificazione non danno luogo a risarcimento quando l’amministratore abbia successivamente eseguito versamenti in favore della società per un importo complessivamente superiore, che ne neutralizza di fatto il pregiudizio.

L’inerzia del socio che, divenuto di fatto titolare dell’intero capitale per successione all’amministratore deceduto, non si adoperi per provocare lo scioglimento della società non fonda una sua responsabilità in proprio quando il danno arrecato dall’amministratore abbia ormai determinato una crisi irreversibile, destinata a sfociare a breve nel fallimento.

Il curatore può esercitare l’azione di responsabilità ai sensi dell’art. 146 l. fall. per il danno cagionato alla società dall’amministratore poi deceduto nei confronti dell’erede, il quale ne risponde anche con il proprio patrimonio personale se ha accettato l’eredità senza beneficio d’inventario.

Il debito risarcitorio dell’amministratore verso la società ha natura di debito di valore anche quando il danno consista nella perdita di una somma di denaro, perché questa costituisce solo un elemento di commisurazione del danno privo di incidenza sulla natura del vincolo, sicché spettano la rivalutazione monetaria e, a ristoro del mancato godimento delle somme, gli interessi al tasso legale sulla somma rivalutata annualmente dal momento in cui il danno si è irrimediabilmente prodotto fino alla liquidazione, oltre agli interessi legali sull’importo liquidato dalla pubblicazione della sentenza al saldo per effetto della conversione del debito di valore in debito di valuta.

Con la sentenza di condanna il sequestro conservativo autorizzato in corso di causa si converte automaticamente in pignoramento nei limiti del credito accertato.

Le spese della fase cautelare e del giudizio di merito si liquidano con una valutazione complessiva dell’esito della controversia, anche mediante una maggiorazione del compenso liquidato per il merito, e, quando il fallimento è ammesso al patrocinio a spese dello Stato, la condanna al pagamento delle spese è pronunciata in favore dell’Erario ai sensi dell’art. 133 d.P.R. 115/2002.

Quando i fatti addebitati sono almeno astrattamente riconducibili a un’ipotesi di reato ricorrono i presupposti dell’art. 59, comma 1, lett. d), d.P.R. 131/1986 per la registrazione a debito della sentenza e il successivo recupero dell’imposta di registro nei confronti del condannato.

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Tutela cautelare tra soci di società in accomandita semplice e incompetenza della sezione specializzata
Le controversie relative al rapporto sociale in una società in accomandita semplice, comprese le domande cautelari di sospensione dell’amministratore e...

Le controversie relative al rapporto sociale in una società in accomandita semplice, comprese le domande cautelari di sospensione dell’amministratore e di nomina di un amministratore giudiziario provvisorio in vista della revoca ai sensi dell’art. 2259 c.c., non rientrano nella competenza della sezione specializzata in materia di impresa, perché l’art. 3, comma 2, d.lgs. 168/2003 riguarda le sole società disciplinate dal libro V, titolo V, capi V, VI e VII, e titolo VI, del codice civile, sicché trovano applicazione gli ordinari criteri di competenza e, in particolare, il foro delle cause tra soci previsto dall’art. 23 c.p.c. [domanda cautelare del socio di una società in accomandita semplice per la sospensione dell’amministratore, la nomina di un amministratore giudiziario provvisorio, l’esibizione della documentazione contabile e bancaria, l’inibitoria degli atti di straordinaria amministrazione e la convocazione dell’assemblea per l’approvazione dei rendiconti; domanda dichiarata inammissibile per incompetenza].

La domanda di accertamento incidentale della nullità della clausola compromissoria è sorretta da interesse ad agire soltanto quando l’altra parte intenda avvalersi della clausola.

Il difetto di competenza del giudice adito rende inammissibile la domanda cautelare per carenza di un presupposto processuale.

Le spese del procedimento cautelare vanno integralmente compensate quando il socio che ha chiesto la tutela aderisce all’eccezione di incompetenza sollevata dall’amministratore.

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Carenze contabili, pagamenti preferenziali e omessa approvazione dei bilanci come gravi irregolarità dell’amministratore
Integrano gravi irregolarità gestionali e contabili, che giustificano la revoca dell’amministratore e la nomina di un amministratore giudiziario, una tenuta...

Integrano gravi irregolarità gestionali e contabili, che giustificano la revoca dell’amministratore e la nomina di un amministratore giudiziario, una tenuta della contabilità così carente da impedire un effettivo controllo sull’esistenza delle voci esposte nei bilanci, l’omessa riscossione di crediti anche rilevanti e la loro mancata svalutazione in ragione dell’effettiva recuperabilità, il pagamento preferenziale, anche rispetto ai debiti tributari, dei debiti verso una società di cui l’amministratore è socio unico, con impiego a tal fine dei finanziamenti ottenuti dalla società, e il rimborso all’amministratore di finanziamenti soci dei quali non vi è traccia documentale.

L’omessa predisposizione e approvazione dei bilanci per più esercizi, di regola illecito meramente formale privo di carattere di dannosità, assume una connotazione negativa quando risulti funzionale a occultare una situazione economico-patrimoniale compromessa e a favorire lo spostamento delle risorse sociali verso un’altra impresa riferibile all’amministratore, e concorre allora a integrare i presupposti per la revoca di quest’ultimo e la nomina di un amministratore giudiziario.

Anche la mancanza di un efficace sistema di gestione dei crediti commerciali costituisce grave irregolarità, perché impedisce di rilevare tempestivamente i sintomi di squilibrio economico-finanziario e di salvaguardare la continuità aziendale.

Concorre a integrare le gravi irregolarità l’omessa adozione senza indugio dei provvedimenti previsti dagli artt. 2484 ss. c.c. quando sia altamente probabile la perdita integrale del capitale sociale; la pacifica inattività della società, che rende prima facie impossibile il conseguimento dell’oggetto sociale, impone inoltre di redigere i bilanci in prospettiva liquidatoria.

L’amministratore giudiziario nominato ai sensi dell’art. 2409, comma 4, c.c. può essere incaricato, per un periodo determinato, di ricostruire la contabilità e predisporre i bilanci mancanti, di verificare la continuità aziendale e l’eventuale sussistenza di cause di scioglimento, di proporre, se del caso, la messa in liquidazione della società o la sua ammissione a una procedura concorsuale, di recuperare i crediti sociali e di valutare l’esercizio di altre azioni a tutela della società, compiendo gli atti eccedenti l’ordinaria amministrazione previa autorizzazione del tribunale ai sensi dell’art. 92 disp. att. c.c.

Poiché il procedimento ex art. 2409 c.c. è deformalizzato e deve garantire il contraddittorio e il pieno esercizio del diritto di difesa, sono ammissibili le controdeduzioni dell’amministratore alla relazione ispettiva; a fronte delle irregolarità accertate restano tuttavia irrilevanti le mere rassicurazioni dell’amministratore sulla possibilità di rettificare la contabilità.

Il procedimento ex art. 2409 c.c., esperibile anche nelle società a responsabilità limitata in forza del rinvio contenuto nell’art. 2477, comma 7, c.c., come modificato dall’art. 379, comma 2, d.lgs. 14/2019, consente al socio, anche di minoranza, di ottenere l’ispezione dell’amministrazione della società e, quale extrema ratio, la revoca dell’amministratore e la nomina di un amministratore giudiziario, in presenza del fondato sospetto di gravi irregolarità nella gestione, compiute in violazione dei doveri degli amministratori e suscettibili di recare danno alla società. L’indizio di irregolarità deve essere serio, preciso e grave, cioè basato su specifici e obiettivi riscontri da cui desumere l’elevata probabilità che siano stati commessi atti irregolari; restano perciò inidonei i generici sospetti e i rilievi critici indimostrati.

Costituisce grave irregolarità gestionale qualsiasi comportamento degli amministratori che concretizzi un adempimento inesatto e inadeguato degli obblighi di legge e di statuto o una grave inosservanza dei loro doveri, compresi i generici obblighi di gestione diligente, nell’interesse della società e senza conflitto di interessi, tale da arrecare alla società un grave pregiudizio o da esporla a tale pericolo, sempre che l’impossibilità della condotta esatta e adeguata non dipenda da causa non imputabile agli organi sociali ai sensi dell’art. 1218 c.c. Le gravi irregolarità devono essere attuali e ancora in grado di produrre effetti pregiudizievoli per la società.

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Inottemperanza dell’amministratore alle decisioni sulla ripartizione delle quote e nomina dell’amministratore giudiziario
La condotta dell’amministratore che non ottemperi alle decisioni [lodo arbitrale e sentenza] che hanno accertato la corretta ripartizione delle quote...

La condotta dell’amministratore che non ottemperi alle decisioni [lodo arbitrale e sentenza] che hanno accertato la corretta ripartizione delle quote sociali, omettendo le relative iscrizioni nel Registro delle imprese e perdurando nell’inadempimento dopo la diffida del socio e nel corso del procedimento, integra una grave irregolarità attuale, idonea a giustificare la revoca dell’amministratore e la nomina di un amministratore giudiziario ai sensi dell’art. 2409, comma 4, c.c.

L’omessa annotazione nel Registro delle imprese della corretta ripartizione delle quote costituisce mala gestio perché incide sulla corretta assunzione delle delibere assembleari, con riflessi mediati sui terzi che intrattengono rapporti economici con la società, dato che il buon funzionamento della società tutela tanto i soci, sul piano interno, quanto i creditori sociali, sul piano esterno.

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Scioglimento della s.r.l. per impossibilità di funzionamento dell’assemblea e nomina giudiziale del liquidatore
La causa di scioglimento per impossibilità di funzionamento o continua inattività dell’assemblea (art. 2484, n. 3, c.c.) ricorre quando, a...

La causa di scioglimento per impossibilità di funzionamento o continua inattività dell’assemblea (art. 2484, n. 3, c.c.) ricorre quando, a causa di dissidi tra i soci o del loro disinteresse, l’organo assembleare sia impossibilitato ad assumere valide deliberazioni e appaia stabilmente incapace di assolvere le proprie funzioni essenziali, specialmente quelle di approvazione annuale del bilancio d’esercizio e di rinnovo periodico delle cariche sociali. Restano insufficienti le contrapposizioni tra i soci, di volta in volta diverse in relazione ai singoli argomenti, che sono espressione di una fisiologica dialettica, così come la mancata approvazione di un solo bilancio annuale, se si tratta di fatto isolato ed episodico.

La perdurante contrapposizione tra due soci titolari di quote paritetiche [protrattasi nella mancata approvazione dei bilanci di più esercizi e nella mancata adozione della delibera di scioglimento] integra la causa di scioglimento per impossibilità di funzionamento dell’assemblea, perché impedisce il raggiungimento del quorum deliberativo previsto dallo statuto e determina una condizione di permanente incapacità, giuridica e materiale, della società di perseguire l’oggetto sociale.

Accertata la causa di scioglimento, il tribunale nomina il liquidatore ai sensi dell’art. 2487, comma 2, c.c. senza necessità di attendere l’infruttuosa convocazione dell’assemblea, quando sia ragionevole presagire che l’organo assembleare, nella condizione di paralisi deliberativa in cui versa, non sarebbe in grado di provvedervi da sé.

Il procedimento volto all’accertamento della causa di scioglimento della società ha natura di volontaria giurisdizione, perché il giudice è chiamato ad accertare, sulla base degli elementi oggettivi indicati dalla legge, la sussistenza della causa di scioglimento, senza alcuna indagine o valutazione circa le eventuali responsabilità al riguardo.

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Occultamento della perdita del capitale, scissione depauperativa e responsabilità dell’amministratore subentrante
Rispondono dell’illecita prosecuzione dell’attività gli amministratori che, dopo l’occultamento della perdita integrale del capitale mediante lo storno di una fattura...

Rispondono dell’illecita prosecuzione dell’attività gli amministratori che, dopo l’occultamento della perdita integrale del capitale mediante lo storno di una fattura passiva e l’iscrizione del relativo importo tra le attività, proseguano la gestione senza adottare i provvedimenti previsti dall’art. 2482-ter c.c. e con modalità estranee alla conservazione dell’integrità e del valore del patrimonio ai sensi dell’art. 2486 c.c.; il danno si quantifica nella differenza tra i patrimoni netti alla data della causa di scioglimento e alla data del fallimento, comprensiva delle conseguenze delle ulteriori condotte illegittime successive all’erosione del capitale e depurata dei costi compatibili con la liquidazione, e si ripartisce tra gli amministratori succedutisi in base ai rispettivi periodi di carica [fattura di fornitura di energia elettrica stornata come duplicazione di una fattura precedente, la cui debenza era stata accertata giudizialmente].

La scissione deliberata da una società in stato di dissesto, con assegnazione a beneficiarie costituite dai medesimi soci dei beni strumentali e immobiliari, integra un atto di gestione dannoso che priva la scissa del suo patrimonio, della clientela e della garanzia per i creditori, anche se il progetto sia stato redatto sulla base di una situazione contabile ancora positiva, quando le perdite dell’esercizio precedente rendevano evidente il dissesto e alla data di iscrizione dell’atto il bilancio approvato evidenziava già la perdita del capitale; aggravano ulteriormente il pregiudizio per i creditori la prosecuzione dell’attività in ottica non liquidatoria dopo la messa in liquidazione e la cessione di beni strumentali alla beneficiaria con pagamento dilazionato e poi stralciato.

L’amministratore che subentra dopo il verificarsi della causa di scioglimento risponde in solido con il predecessore se non dimostra di avere verificato la gestione precedente e posto rimedio alle sue omissioni, e risponde comunque per non avere adottato i provvedimenti conseguenti alla causa di scioglimento e per avere proseguito l’attività aggravando il dissesto [amministratore che aveva già ricoperto la carica in precedenza e conosceva la situazione economica della società].

Nell’azione esercitata dal curatore ai sensi dell’art. 146 l. fall. la prescrizione decorre, per l’azione sociale, dalla cessazione degli amministratori dalla carica e, per l’azione dei creditori sociali, dall’oggettiva percepibilità dell’insufficienza patrimoniale, presunta coincidente con la dichiarazione di fallimento salvo la prova di fatti sintomatici di assoluta evidenza; quando i fatti siano contestati come bancarotta fraudolenta si applica il più lungo termine previsto per il reato ai sensi dell’art. 2947, comma 3, c.c., anche se il procedimento penale non sia definito, perché il giudice civile può accertare il reato incidenter tantum.

Non è nulla la consulenza tecnica d’ufficio quando il consulente si sia avvalso soltanto dei documenti già acquisiti e di quelli prodotti con il consenso di tutte le parti, e il consulente può tenere conto di un’irregolarità contabile allegata, anche genericamente, nell’atto introduttivo e documentata negli atti richiamati dalla parte.

Il chiamato all’eredità che si costituisca nel giudizio riassunto nei suoi confronti al solo fine di far valere la rinuncia non compie un atto di accettazione tacita, sicché nei suoi confronti la domanda va respinta per difetto di legittimazione passiva e il giudizio prosegue nei confronti del curatore dell’eredità giacente; le spese vanno compensate quando l’attore non poteva conoscere la rinuncia al momento della riassunzione.

Il debito risarcitorio degli amministratori è debito di valore, sul quale vanno calcolati interessi e rivalutazione dalla data del fallimento fino alla sentenza, e il sequestro conservativo concesso in corso di causa si converte in pignoramento nei limiti del credito accertato con la sentenza di condanna.

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Vendita sottocosto, distrazione della cassa e rimborso di finanziamenti postergati nell’azione del curatore
Nell’azione di responsabilità esercitata dal curatore ai sensi dell’art. 146 l. fall. la prescrizione dell’azione dei creditori sociali decorre dall’oggettiva...

Nell’azione di responsabilità esercitata dal curatore ai sensi dell’art. 146 l. fall. la prescrizione dell’azione dei creditori sociali decorre dall’oggettiva percepibilità dell’insufficienza patrimoniale, che non può farsi coincidere con la delibera di scioglimento quando questa contenga soltanto un generico riferimento alla crisi del settore e l’ultimo bilancio depositato esponga un patrimonio netto positivo, mentre la prescrizione dell’azione sociale decorre dalla cessazione dalla carica; quando i fatti contestati integrino gli estremi della bancarotta per distrazione si applica, ai sensi dell’art. 2947, comma 3, c.c., il più lungo termine previsto per il reato, decorrente dalla dichiarazione di fallimento, senza che occorra un previo accertamento in sede penale, perché il giudice civile può verificare la sussistenza della fattispecie sulla base delle prove disponibili [sottrazione della cassa contanti e delle rimanenze di magazzino].

La regola dell’insindacabilità delle scelte di gestione non si applica alla vendita sottocosto della merce che, in controtendenza rispetto ai ricarichi applicati negli esercizi precedenti, non sia giustificata dall’obsolescenza dei beni, esclusa dalla costanza della durata media di giacenza in magazzino, né da una logica liquidatoria, quando il patrimonio netto della società sia ancora positivo, perché si tratta di una scelta manifestamente irragionevole; il danno corrisponde alla differenza tra quanto incassato e quanto la società avrebbe ricavato vendendo la merce almeno al costo d’acquisto [chiusura dei punti vendita di abbigliamento prima della messa in liquidazione, con ricarico negativo superiore al trenta per cento].

Viola la regola della postergazione prevista dall’art. 2467 c.c., che opera anche al di fuori delle procedure concorsuali e impone agli amministratori di rifiutare il rimborso quando i presupposti ricorrono sia al momento del finanziamento sia al momento della richiesta di restituzione, l’amministratore che rimborsi a sé stesso, quale socio, finanziamenti erogati quando la società versava già in una situazione nella quale sarebbe stato ragionevole un conferimento, per l’eccessivo squilibrio dell’indebitamento rispetto al patrimonio netto, valutabile anche alla luce dei parametri degli artt. 2412 e 2545-quinquies c.c.; rilevano tutti i rimborsi eseguiti in tale situazione e non soltanto quelli dell’anno anteriore al fallimento, e il danno corrisponde al loro importo quando i crediti chirografari ammessi al passivo superino l’attivo fallimentare.

Le schede contabili redatte e sottoscritte dall’amministratore e dal liquidatore per rendere il conto al curatore costituiscono prova contro di loro dei fatti dichiarati, e in particolare della consistenza della cassa contanti, circostanza priva di contenuto valutativo, sicché risponde della distrazione l’amministratore che dichiari di avere impiegato le somme anche per spese personali senza provarne la destinazione a fini sociali, e il liquidatore risponde della differenza tra il saldo di cassa da lui annotato e quello indicato dall’amministratore alla data della messa in liquidazione; l’annotazione delle rimanenze da parte del liquidatore, riferita a un periodo successivo alla cessazione dell’amministratore, non prova invece contro quest’ultimo, e in mancanza di un verbale di consegna con inventario e di altri elementi va ritenuta veritiera la dichiarazione del liquidatore di non avere ricevuto le giacenze.

L’azione di responsabilità esercitata dal curatore ai sensi dell’art. 146 l. fall. cumula l’azione sociale, di natura contrattuale, e l’azione dei creditori sociali, di natura extracontrattuale, che restano distinte quanto a onere della prova, criteri di determinazione del danno e decorrenza della prescrizione; nell’azione sociale il curatore deve allegare le violazioni dei doveri e provare il danno e il nesso causale, mentre spetta all’amministratore provare l’osservanza dei doveri, ferma l’insindacabilità delle scelte che non risultino ex ante manifestamente avventate o imprudenti.

Il debito risarcitorio dell’amministratore ha natura di debito di valore anche quando il danno consista nella perdita di una somma di denaro, sicché sulla somma rivalutata annualmente spettano gli interessi dalla data del fallimento fino alla sentenza, che converte il debito di valore in debito di valuta; quando i fatti contestati siano riconducibili a un’ipotesi di reato l’imposta di registro va prenotata a debito e recuperata nei confronti dei soccombenti.

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Oneri di gestione nella multiproprietà azionaria e titolarità del diritto di godimento dell’unità abitativa
Va accolta l’opposizione al decreto ingiuntivo ottenuto da una società di multiproprietà azionaria per gli oneri di gestione di un’unità...

Va accolta l’opposizione al decreto ingiuntivo ottenuto da una società di multiproprietà azionaria per gli oneri di gestione di un’unità abitativa quando l’ingiunto risulti titolare, in quanto sottoscrittore di azioni speciali, del diritto di godimento di un’unità diversa e la società non alleghi elementi idonei a ricondurgli la titolarità dell’altra unità per successione, restando estranea al giudizio la domanda, del tutto diversa, fondata sulla pretesa contitolarità per successione [credito fondato sull’approvazione assembleare del conto consuntivo e preventivo].

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Retribuzioni ai soci privi di effettiva subordinazione e onere della prova del curatore
Costituisce atto di mala gestio la corresponsione di retribuzioni ai soci formalmente assunti come lavoratori dipendenti quando non sia provata...

Costituisce atto di mala gestio la corresponsione di retribuzioni ai soci formalmente assunti come lavoratori dipendenti quando non sia provata l’effettiva subordinazione al potere direttivo, organizzativo e disciplinare della società, da accertare in base a indici quali la collaborazione, la continuità della prestazione e l’inserimento nell’organizzazione aziendale, e quando il socio sia coniuge dell’amministratore occorre dimostrare anche l’irrilevanza del vincolo familiare nelle concrete modalità della prestazione; lo status di lavoratore dipendente è incompatibile con il ruolo apicale del socio che agisca in sinergia con gli amministratori [socie coniugi degli amministratori, una delle quali con ruolo apicale accertato da sentenza penale irrevocabile].

I soci che abbiano percepito retribuzioni non dovute sono tenuti alla ripetizione dell’indebito ai sensi dell’art. 2033 c.c. in solido con gli amministratori obbligati al risarcimento, perché la responsabilità solidale prevista dall’art. 2055, comma 1, c.c. richiede soltanto che il fatto dannoso sia imputabile a più persone, anche se le condotte sono autonome e i titoli di responsabilità diversi.

Il curatore che agisce ai sensi dell’art. 146 l. fall. deve allegare e provare un danno attuale e concreto al patrimonio sociale e la sua riconducibilità alla condotta dell’amministratore, mentre spetta a quest’ultimo provare l’osservanza dei doveri imposti, e le domande vanno respinte quando la curatela, pur avendo ricevuto i libri e le scritture contabili, non li produca né produca lo stato passivo, impedendo sia l’accertamento delle condotte distrattive sia la quantificazione del danno con il criterio della differenza tra attivo e passivo; l’accertamento della Guardia di Finanza sui maggiori ricavi non dichiarati ha valore di prova indiziaria e non giustifica l’automatica liquidazione di un danno pari ai ricavi presunti e alle sanzioni irrogate quando non sia corroborato da altri elementi e il relativo verbale non sia neppure prodotto [ricavi stimati con metodo induttivo applicando la percentuale di ricarico di un esercizio anteriore all’uscita della società dal gruppo di acquisto e alla cessione del ramo d’azienda principale].

Non risponde per omesso controllo, in qualità di sindaco, il professionista che abbia prestato alla società consulenza fiscale e contabile quando il collegio sindacale, pur previsto dall’atto costitutivo, non risulti mai nominato né iscritto nel registro delle imprese e non vi siano atti o verbali a sua firma diversi da una risalente relazione al bilancio.

Il debito risarcitorio degli amministratori è debito di valore, sul quale vanno calcolati rivalutazione e interessi dalla data del fallimento fino alla sentenza, che lo converte in debito di valuta produttivo di interessi legali; quando i fatti contestati siano astrattamente riconducibili a un’ipotesi di reato l’imposta di registro va prenotata a debito e recuperata nei confronti dei soccombenti ai sensi dell’art. 59, comma 1, lett. d), d.P.R. 131/1986.

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Impugnazione della stima dell’esperto sul valore della quota del socio receduto per manifesta iniquità
La determinazione del valore della partecipazione del socio receduto da una s.r.l., compiuta dall’esperto nominato dal tribunale ai sensi dell’art....

La determinazione del valore della partecipazione del socio receduto da una s.r.l., compiuta dall’esperto nominato dal tribunale ai sensi dell’art. 2473, comma 3, c.c., integra il contenuto del negozio di liquidazione della quota, perché il legislatore ha rimesso tale determinazione all’accordo tra socio e società integrato dall’opera di un arbitratore, anziché alla decisione del giudice, e vincola le parti salva l’impugnazione per manifesta iniquità o erroneità prevista dall’art. 1349, comma 1, c.c.

La manifesta iniquità della stima dell’esperto ricorre, in mancanza di un criterio legale, quando il valore determinato sia inferiore alla metà di quello equo, secondo il principio desumibile dall’art. 1448 c.c., e l’erroneità deve tradursi in un risultato ben distante da quello corretto e in una rilevante sperequazione tra le prestazioni, sicché l’impugnazione va respinta quando la consulenza tecnica d’ufficio, condotta con il medesimo metodo misto patrimoniale-reddituale, si discosti dalla stima soltanto per il valore dell’immobile aziendale e conduca a un valore della quota superiore di circa un terzo [quota stimata in 82.385 euro dall’esperto e in 108.980 euro dal consulente tecnico d’ufficio].

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Convocazione dell’assemblea da parte del socio per inerzia dell’amministratore e prova della simulazione delle quote
È legittima la convocazione dell’assemblea di s.r.l. effettuata direttamente dal socio quando l’amministratore, al quale lo statuto riserva il potere...

È legittima la convocazione dell’assemblea di s.r.l. effettuata direttamente dal socio quando l’amministratore, al quale lo statuto riserva il potere di convocazione, sia rimasto inerte di fronte alla richiesta di convocarla per deliberare la sua revoca, e l’inerzia sussiste anche quando l’amministratore convochi l’assemblea su un ordine del giorno diverso da quello sollecitato; le decisioni assunte con le maggioranze statutarie nell’assemblea così convocata sono valide [assemblea convocata dall’amministratore per una generica relazione sulla richiesta della socia titolare del novantacinque per cento del capitale].

Il conflitto di interessi del socio rende annullabile la decisione ai sensi dell’art. 2479-ter c.c. soltanto se chi la impugna dimostra che essa è stata assunta per perseguire un interesse extrasociale e che ne è derivato un danno, anche solo potenziale, al patrimonio sociale, e a tal fine non basta allegare di avere sporto denuncia penale contro il socio per fatti commessi in danno della società [revoca dell’amministratore e nomina in sua sostituzione del socio di maggioranza].

Tra le parti dell’atto costitutivo la simulazione della ripartizione delle quote di s.r.l. può essere provata soltanto mediante controdichiarazione, e non con dichiarazioni stragiudiziali di terzi, verbali assembleari, testimoni o presunzioni, che l’art. 1417 c.c. esclude, sicché la compagine sociale è quella risultante dall’atto costitutivo.

La verificazione della sottoscrizione disconosciuta deve svolgersi sull’originale della scrittura privata ed è ammessa su copia fotostatica soltanto quando la produzione dell’originale sia divenuta impossibile per causa non imputabile alla parte che intende avvalersene e la conformità della copia non sia stata contestata; non giustifica la mancata produzione dell’originale la presentazione di una denuncia che non specifica la sottrazione della scrittura, sicché di essa e degli esiti della consulenza grafica non si può tenere conto.

La revoca dell’amministratore di s.r.l. è efficace anche in mancanza di giusta causa, che incide soltanto sull’eventuale obbligo della società di risarcire il danno all’amministratore revocato.

Nel giudizio di impugnazione delle decisioni dei soci di s.r.l. la società è l’unico contraddittore necessario, e le spese delle fasi cautelare, di reclamo e di merito vanno liquidate sulla base di una valutazione complessiva dell’esito della controversia, tenendo conto della soccombenza finale anche quando l’istanza di sospensione sia stata accolta.

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