Per aversi indeterminatezza del quando del patto parasociale, comportante la sua nullità, occorre avere riguardo al sorgere dell’obbligazione e non al suo momento esecutivo, che resta irrilevante. Non è pertanto indeterminata né perpetua l’obbligazione di regresso [pro quota tra soci] legata alle fideiussioni rilasciate entro la data di sottoscrizione dell’accordo, anche se è incerto il momento della sua esecuzione.
L’obbligazione di regresso pro quota assunta dai soci in relazione alle fideiussioni già prestate a favore della società, anche se configurata come accollo interno, non concerne un debito futuro e incerto, perché riguarda un debito della società già sorto al momento della stipula ed è determinabile nel suo ammontare massimo in proporzione alla quota di partecipazione di ciascun socio.
L’accordo con il quale i soci si assumono un obbligo di regresso pro quota nei confronti di chi ha prestato una fideiussione a favore della società resta vincolante anche per l’ex socio che abbia ceduto la propria partecipazione, salvo che dall’accordo emerga la volontà delle parti di ancorare l’obbligo di regresso alla permanenza dello status socii; il socio cedente può liberarsi dall’obbligo negoziandone la sorte con l’acquirente della partecipazione.
Il mancato subentro del cessionario della partecipazione sociale nell’accordo con il quale i soci si erano assunti un obbligo di regresso pro quota nei confronti di chi ha prestato una fideiussione a favore della società non viola il divieto di patto leonino di cui all’art. 2265 c.c., perché il nuovo socio non è escluso da ogni partecipazione agli utili o alle perdite.
La clausola compromissoria statutaria che devolve ad arbitri le controversie tra la società e i soci, anche se interpretata estensivamente come comprensiva delle controversie tra soci, non si applica alla controversia con chi non è socio [e ha prestato fideiussione per i debiti sociali quale persona fisica estranea alla compagine sociale], perché questi non è assoggettato alla clausola.
Il termine di quaranta giorni di cui all’art. 641 c.p.c. per la proposizione dell’opposizione a decreto ingiuntivo è prescritto a pena di decadenza; l’atto di citazione in opposizione deve quindi contenere tutti i motivi di opposizione, e quelli sollevati successivamente, anche con la prima memoria ex art. 183, sesto comma, c.p.c., sono inammissibili.
La disciplina dell’art. 614-bis c.p.c., che prevede in via generale mezzi di coercizione indiretta accessori ai provvedimenti giudiziali di condanna ad obblighi di fare, è applicabile anche nell’ambito dei procedimenti cautelari e, in particolare, agli ordini di fare adottati ex art. 700 c.p.c., i quali sono suscettibili di effetti anticipatori della condanna senza che ne sia richiesto il consolidamento mediante l’introduzione del giudizio di merito.
Le limitazioni convenute in deroga ai mandati fiduciari [che subordinano l’esecuzione degli «ordini di prelevamento» dai conti alla firma congiunta del fiduciante e di almeno un altro soggetto] riguardano soltanto tali ordini e non si estendono alla revoca dei mandati, sicché il diritto di recesso ad nutum espressamente previsto dal mandato resta vigente tra fiduciante e fiduciaria in difetto di espressa deroga. Il fiduciante che abbia validamente revocato i mandati ha pertanto diritto alla reintestazione dei beni oggetto degli stessi in proprio capo o in capo ad altro fiduciario da lui indicato.
È ammissibile la domanda cautelare d’urgenza con cui il fiduciante, che abbia esercitato la facoltà di revoca del mandato fiduciario, chiede che sia ordinato alla società fiduciaria, con la misura coercitiva ex art. 614-bis c.p.c., di porre in essere gli atti necessari alla reintestazione delle partecipazioni e dei titoli oggetto del mandato in proprio capo o in capo ad altro fiduciario da lui indicato, trattandosi di richiesta idonea a eliminare medio tempore gli effetti pregiudizievoli dell’inadempimento della fiduciaria, a tutela di un diritto da accertarsi nel giudizio di merito.
Il periculum in mora è di per sé connesso all’indisponibilità medio tempore, per il fiduciante, di beni dei quali non è contestata la proprietà e il cui affidamento alla fiduciaria, dopo il venir meno della fiducia nella stessa quale che ne sia il motivo, costituisce fonte di pregiudizio, in quanto contrasta con la facoltà di recesso ad nutum prevista dal rapporto fiduciario e limita il libero esercizio dei diritti su tali beni; si tratta di pregiudizio sostanzialmente insuscettibile di riparazione pecuniaria, data la difficoltà della sua precisa quantificazione monetaria.
Anche in presenza di clausole negoziali per arbitrato irrituale, la cognizione cautelare spetta, ai sensi dell’art. 669-quinquies c.p.c., al giudice ordinario che sarebbe stato competente per il merito.
Il termine per l’esecuzione di un ordine cautelare di fare può essere fissato con decorrenza dalla scadenza del termine per proporre reclamo ex art. 669-terdecies c.p.c. e, ove il reclamo sia proposto, dalla conferma del provvedimento in sede di reclamo, in modo da garantire l’utile reclamabilità del provvedimento, in conformità ai principi costituzionali in materia di tutela giurisdizionale e al principio di effettività di tale tutela.
Ai sensi dell’art. 3, co, 2 del D. Lgs. 27 giugno 2003 n. 168, le Sezioni Specializzate sono competenti per le cause e i procedimenti relativi a rapporti societari, ivi compresi quelli concernenti l'accertamento, la costituzione, la modificazione o l'estinzione di un rapporto societario. Ciò posto, si deve notare che l’incipit dell’art. 3, co. 2 cit., attribuisce alle SSI competenza “relativamente alle società”, dunque, e salvo eccezioni, alla condizione che le questioni societarie si riferiscano a società già costituite. Perciò l’eccezione data dall’essere la competenza delle Sezioni specializzate estesa a “le cause e i procedimenti […] relativi a rapporti societari ivi compresi quelli concernenti […] la costituzione […] di un rapporto societario […]”, se riferita alla stessa costituzione della società, non può che essere intesa letteralmente e, in particolare, a cause e procedimenti aventi ad oggetto “rapporti societari” immediatamente ricollegabili all’atto di costituzione od al procedimento di costituzione della società (artt. 2328 e s., 2333 e s., 2463 e s. c.c.) .
Orbene, non rientrano nella sfera di competenza delineata dalle norme richiamate le controversie aventi ad oggetto obblighi contrattuali attuali relativi alla costituzione in futuro di una società, soprattutto ove nel concreto parte attrice chieda la risoluzione del contratto preliminare e non già la sua esecuzione ai sensi dell’art. 2932 c.c., sicché ben si può constatare come tra le parti non sia mai sorto alcun rapporto societario. Né un contratto preliminare di costituzione di società può configurarsi come un patto parasociale, quest’ultimo presupponendo indefettibilmente che una società sia stata costituita, tanto vero che né il contratto preliminare di costituzione di società né le trattative volte a concluderlo sono regolati in alcun modo e per alcun aspetto da norme societarie ed invece solo da quelle che vigono in genere nella materia contrattuale.
Ai sensi dell’art. 2, co. 2, del D. Lgs. 27 giugno 2003 n. 168, così come modificato dall’art. 2, co. 1, lett. d), del D.L. 24 gennaio 2012 n. 1 (convertito, con modificazioni, dalla L. 24 marzo 2012 n. 27), “ai giudici delle sezioni specializzate può essere assegnata, rispettivamente dal Presidente del tribunale o della Corte d'appello, anche la trattazione di processi diversi, purché ciò non comporti ritardo nella trattazione e decisione dei giudizi in materia di impresa”. Non è, pertanto, fondata l’assunzione circa l’esistenza di un automatico collegamento tra l’ambito delle attribuzioni delle sezioni specializzate in materia d’impresa e l’attribuzione della causa alla cognizione del tribunale collegiale, potendo accadere che i giudici delle Sezioni Specializzate in materia di impresa siano abilitati a conoscere in veste di Giudice Unico controversie estranee alla competenza di tali Sezioni.
[Nella specie, il Tribunale di Milano – dopo aver rilevato l’ammissibilità del ricorso ex art. 702-bis c.p.c. introduttivo del giudizio, vista l’incompetenza delle Sezioni Specializzate in materia di Imprese a decidere la presente controversia – ha rigettato il ricorso, escludendo la sussistenza della responsabilità precontrattuale lamentata visto che i soggetti che avevano partecipato alle trattative erano privi di poteri rappresentativi. In particolare, il Tribunale di Milano ha rilevato che le relazioni familiari che legano determinati soggetti alle parti obbligate contrattualmente alla costituzione della società non sono giuridicamente rilevanti ai fini del riconoscimento in capo ai familiari di poteri di rappresentanza in nome e per conto delle parti stesse. Nemmeno può essere invocato il principio di apparenza a tutela dell’affidamento dei terzi qualora agli atti processuali vengano acquisiti elementi probatori univoci dai quali risulti pacificamente che a stipulare l’atto costitutivo di società siano autorizzati soltanto i legali rappresentanti delle parti del preliminare].
La controversia tra la società cooperativa edilizia e l’ex-socio assegnatario di un immobile in godimento per sentir dichiarare la risoluzione del contratto di assegnazione e per sentirlo, conseguentemente, condannare al rilascio dell’immobile nonché al pagamento dei corrispettivi rimasti insoluti e accessori di legge è devoluta alla cognizione del giudice del lavoro lavoro e non delle Sezioni Specializzate in materia di Imprese [nel caso di specie, il Tribunale ha ritenuto che il contratto di assegnazione dell’immobile fosse qualificabile come un contratto di locazione e che non fosse stata proposta alcuna domanda o questione connessa alla materia societaria, poiché risultava tra le parti pacifica la sorte del rapporto sociale e di quello accessorio di assegnazione].
L’azione di regresso della società che ha pagato, quale responsabile solidale ai sensi dell’art. 195 TUF [nel testo ratione temporis applicabile], la sanzione amministrativa irrogata a carico di un proprio cessato esponente per violazione delle disposizioni del TUF è soggetta al termine di prescrizione quinquennale di cui all’art. 28 l. n. 689/1981, applicabile ai sensi dell’art. 12 della stessa legge in assenza di deroghe espresse nella disciplina speciale, con decorrenza dal giorno dell’avvenuto pagamento; la ratio della prescrizione breve, consistente nell’esigenza di assicurare la certezza della definizione di pretese connesse all’accertamento di illeciti, ricorre infatti anche per la pretesa rivolta dalla società nei confronti dell’autore della violazione amministrativa.
Alla medesima azione di regresso, fondata sul rapporto organico tra la società e il suo ex amministratore, si applica comunque il termine di prescrizione quinquennale previsto dall’art. 2949 c.c., perché per «diritti che derivano dai rapporti sociali» si intendono i diritti che scaturiscono dalle relazioni sorte fra i soggetti dell’organizzazione sociale in dipendenza diretta del contratto di società e delle situazioni determinate dallo svolgimento della vita sociale.
L’azione di regresso esercitata ai sensi dell’art. 195 TUF dalla società che ha pagato le sanzioni amministrative irrogate ai propri cessati amministratori rientra nei «rapporti societari» di cui all’art. 3 d.lgs. n. 168/2003, comprensivi di tutte le liti tra la società e le persone che ne incarnano gli organi, ed è quindi di cognizione della sezione specializzata in materia di impresa; la ripartizione degli affari tra sezione specializzata e sezioni ordinarie del medesimo tribunale ha peraltro rilevanza solo tabellare.
La domanda di regresso fondata sul rapporto organico tra la società e il suo ex amministratore non è soggetta al rito del lavoro, anche se l’amministratore era al tempo stesso dirigente [della capogruppo], perché presuppone il rapporto organico e non il rapporto di lavoro.
L’eccezione di prescrizione è validamente proposta quando la parte ne abbia allegato il fatto costitutivo, ossia l’inerzia del titolare; l’individuazione del termine applicabile è questione di diritto sulla quale il giudice non è vincolato dalle allegazioni di parte.
Il curatore fallimentare è legittimato ad agire ai sensi dell’art. 146 l. fall., in correlazione con l’art. 2393 c.c., nei confronti della banca cui sia ascritta la posizione di terzo responsabile in solido, a titolo di concorso nella mala gestio degli amministratori, del danno cagionato alla società per avere fornito, con la concessione di credito, lo strumento mediante il quale l’organo gestorio ha proseguito con modalità non conservative l’attività dopo la perdita del capitale sociale (art. 2486 c.c.), aggravandone il dissesto. Tale azione si distingue dall’azione da abusiva concessione del credito, che è estranea alle azioni di massa e costituisce strumento di reintegrazione del patrimonio del singolo creditore.
Inquadrata la domanda del curatore come azione di responsabilità della banca a titolo di concorso negli atti di mala gestio degli amministratori, si applica l’art. 1310 c.c.: la notificazione della citazione con cui il curatore ha fatto valere, in un separato giudizio, la responsabilità degli amministratori e dei sindaci ex artt. 2393, 2394, 2407 e 2043 c.c. per i danni sofferti dalla società fallita, anche in relazione al ricorso ad affidamenti e prestiti bancari, interrompe la prescrizione anche nei confronti delle banche condebitrici solidali.
La domanda con cui il curatore fa valere la responsabilità della banca a titolo di concorso negli atti di mala gestio degli amministratori, per avere concesso credito alla società aggravandone il dissesto, rientra nella cognizione del tribunale in composizione collegiale ai sensi dell’art. 3, comma 2, lett. a), d.lgs. n. 168/2003, perché, pur riguardando soggetti estranei alla compagine sociale, inerisce a rapporti societari, implicando necessariamente il vaglio della condotta degli amministratori e della loro responsabilità verso la società.
Qualora lo statuto preveda che il socio che intende vendere le proprie azioni ne dia avviso agli altri soci titolari del diritto di prelazione, spetta al socio alienante attivare la procedura di denuntiatio per verificare l’interesse degli altri soci all’acquisto, indipendentemente dalle prassi in precedenza invalse nella società. La mancata attivazione della procedura rende inesigibile, per fatto dello stesso creditore, l’obbligazione di pagamento del prezzo, e l’inerzia del venditore può essere opposta dall’acquirente ai sensi dell’art. 1460 c.c. [con conseguente revoca del decreto ingiuntivo ottenuto dal venditore per il pagamento del prezzo].
L’offerta irrevocabile di acquisto di azioni che indica il prezzo e i termini di pagamento e richiede l’accettazione per iscritto, sottoscritta per accettazione dal venditore, perfeziona un contratto definitivo di compravendita con effetti reali, e non un mero preliminare, anche se la girata è differita, è subordinata all’espletamento della procedura di prelazione statutaria ed è da eseguire a favore di un terzo da nominare (art. 1405 c.c.); tali pattuizioni sono valide e non integrano una condizione meramente potestativa nulla ai sensi dell’art. 1355 c.c.
La ripartizione delle funzioni tra le sezioni specializzate e le sezioni ordinarie del medesimo tribunale non dà luogo a una questione di competenza, attenendo alla distribuzione degli affari giurisdizionali all’interno dello stesso ufficio; non è quindi nullo per incompetenza il decreto ingiuntivo emesso da una sezione ordinaria in una causa che andrebbe assegnata alla sezione specializzata in materia di impresa dello stesso tribunale.
La società può opporre ai sindaci che agiscono per il pagamento del compenso l’eccezione di inadempimento ex art. 1460 c.c., utilizzabile anche in sede giudiziale e senza necessità di un previo esercizio in sede negoziale, anche quando la prestazione professionale sia già stata eseguita, perché l’esecuzione, anche parziale, della prestazione costituisce il presupposto stesso di tale forma di tutela.
L’eccezione di inadempimento richiede la puntuale correlazione tra l’inadempimento allegato e le prestazioni di cui si chiede il pagamento. Essa pertanto non investe i compensi relativi alle attività di controllo svolte [dal collegio sindacale] prima dell’operazione contestata, mentre investe quelli relativi alle verifiche periodiche successive, che avrebbero dovuto comprendere l’esame di tale operazione.
Quando è sollevata l’eccezione di inadempimento, il debitore eccipiente deve soltanto allegare l’altrui inadempimento, mentre grava sul creditore la prova del proprio esatto adempimento. Ne consegue che i sindaci [creditori opposti nel giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo] devono dar conto del modo in cui hanno esercitato all’epoca i doveri di controllo, secondo una valutazione ex ante; sono invece irrilevanti le circostanze successive, estranee alle conoscenze di cui essi disponevano, e l’esistenza o la quantificazione di un concreto pregiudizio per la società, che rilevano ai fini della distinta azione di responsabilità.
Un’operazione di rilevante entità conclusa dalla società con il socio di controllo, in situazione di potenziale conflitto di interessi [acquisto di ramo d’azienda con indebitamento pari a un multiplo delle risorse sociali], richiede al collegio sindacale un’attenta verifica della congruità dei valori, che non può esaurirsi nella constatazione della coincidenza con i valori di una stima risalente ad anni prima, senza alcuna considerazione delle gravi perdite maturate nel frattempo.
La perizia di parte allegata all’atto di citazione, pur priva di valore di prova, integra le allegazioni dell’attore e fa sorgere a carico del convenuto un onere di adeguata e specifica contestazione.
La sospensione necessaria del processo ex art. 295 c.p.c. non può essere disposta per ragioni di mera opportunità e presuppone un rapporto di pregiudizialità tra i giudizi, che difetta tra il giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo ottenuto dai sindaci per i propri compensi e il giudizio di responsabilità promosso dalla società nei loro confronti. Il rischio di contrasto tra giudicati va superato mediante l’eccezione di incompetenza per ragioni di connessione, da sollevarsi davanti al giudice successivamente adito.
L’attribuzione di determinate materie alle sezioni specializzate in materia di impresa ai sensi dell’art. 3 d.lgs. 168/2003 ha valenza meramente tabellare nella distribuzione degli affari tra i giudici del medesimo tribunale. L’eccezione con cui si invoca la competenza funzionale di altro tribunale delle imprese va quindi riqualificata come eccezione di incompetenza per territorio, ed è da rigettare se non contesta tutti i fori alternativi che possono radicare la competenza del giudice adito.
La redazione del verbale di una decisione dei soci in un momento successivo a quello in cui la decisione è stata effettivamente assunta costituisce una mera irregolarità, priva di incidenza sulla genuinità della volontà dell’ente, che rileva soltanto ai fini dell’annullabilità; la mancata impugnazione entro il termine di novanta giorni previsto dall’art. 2479-ter c.c. rende quindi la delibera stabile ed efficace nei confronti dei soci e della società. Diversa è l’ipotesi in cui la decisione non sia mai stata adottata, che nella s.r.l. con socio unico si traduce in un’assenza assoluta di determinazione del socio, equiparabile ai fini della tutela all’ipotesi prevista dall’art. 2479-ter, comma 3, c.c.
Il difetto di regolare convocazione, la mancata allegazione al verbale della delega del socio e l’inserimento a distanza di mesi del verbale nel libro delle decisioni dei soci sono vizi formali che determinano la sola annullabilità della delibera, da far valere nel termine di decadenza di novanta giorni.
L’amministratore che subentra nella carica, constatata l’omessa redazione e pubblicazione dei bilanci da parte dei predecessori, ha lo specifico obbligo di ricostruire la contabilità sociale, redigere i bilanci mancanti, convocare l’assemblea e far risultare le decisioni dei soci; in mancanza, concorre nell’omissione altrui, e a tal fine è irrilevante la prassi di trasmettere i progetti di bilancio direttamente al socio, che non tutela i terzi interessati alla pubblicazione dei bilanci.
L’inadempimento parziale dell’amministratore ai propri doveri [mancata redazione dei bilanci] giustifica, in accoglimento dell’eccezione di inadempimento della società, una riduzione del compenso commisurata alla rilevanza dell’obbligo violato, mentre resta esclusa la sua integrale mancata corresponsione; la redazione del bilancio costituisce incombente centrale e di primaria importanza anche nelle società di piccole dimensioni e con attività poco complessa.
Il rapporto tra l’amministratore e la società di capitali ha natura societaria, in ragione dell’immedesimazione organica, e non rientra tra quelli previsti dall’art. 409, n. 3, c.p.c.; il giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo ottenuto dall’ex amministratore per il pagamento del compenso appartiene pertanto alla competenza della sezione specializzata in materia di impresa ai sensi dell’art. 3, comma 2, lett. a), d.lgs. n. 168/2003 e si svolge con il rito ordinario collegiale, al quale si applica la sospensione feriale dei termini.
Il danno derivante dal compimento di atti concorrenziali illeciti, siano essi tali per la violazione della clausola generale di cui all’art. 2598 c.c. o di uno specifico patto negoziale di non concorrenza, non può mai ritenersi in re ipsa e, quale conseguenza diversa e ulteriore rispetto alla violazione, deve essere autonomamente provato secondo i principi generali in materia risarcitoria. Anche quando sia possibile una liquidazione equitativa ai sensi dell’art. 1226 c.c., occorre la prova almeno presuntiva sia dell’eventus damni sia delle conseguenze pregiudizievoli, patrimoniali e non patrimoniali, dedotte in causa.
Il diritto al risarcimento per la violazione di un patto di non concorrenza presuppone, oltre alla violazione, una lesione patrimoniale o non patrimoniale obiettivamente apprezzabile, e non meramente soggettiva, della sfera giuridica del preteso danneggiato. La società holding che agisce per la violazione di un patto posto a tutela dell’attività delle proprie controllate può lamentare al più un danno riflesso, consistente nella minusvalenza delle partecipazioni, che va escluso quando non siano stati conclusi i contratti asseritamente sviati, manchino pregressi rapporti commerciali con i clienti interessati e le risultanze documentali attestino la crescita del valore della produzione e del patrimonio netto delle controllate.
La controversia relativa alla violazione di un patto di non concorrenza contenuto in un contratto di cessione di partecipazioni sociali rientra, almeno in senso lato, tra quelle relative al trasferimento delle partecipazioni sociali o a ogni altro negozio avente ad oggetto le partecipazioni sociali o i diritti inerenti, attribuite alla competenza delle sezioni specializzate in materia di impresa dall’art. 3, comma 1, lett. b), d.lgs. n. 168/2003, con la conseguente composizione collegiale del tribunale.
A fondamento della domanda riconvenzionale che non eccede la competenza del giudice può dedursi anche un titolo non strettamente dipendente da quello fatto valere dall’attore, purché sussista un collegamento oggettivo con la causa petendi della domanda principale che giustifichi l’esercizio della discrezionalità del giudice nel consentirne la trattazione nel simultaneus processus. È inammissibile, con pronuncia di mero rito che lascia libera la parte di proporla in altra sede, la riconvenzionale che postuli l’ingresso in causa di un terzo estraneo ai fatti posti a fondamento della domanda principale, riguardi inadempimenti distinti e diversi e si fondi su una connessione debole, meramente soggettiva, quando la domanda principale sia matura per la decisione senza istruttoria.
La S.r.l. che intenda promuovere azione di responsabilità ha l'onere di assumere decisione assembleare e produrla in atti entro i termini preclusivi, vertendosi in caso contrario in ipotesi di difetto di rappresentanza processuale.
In tema di difetto di rappresentanza processuale, l'ipotesi in cui sia il giudice a rilevare d'ufficio tale difetto deve scindersi da quella in cui il vizio venga eccepito da una parte. Nel primo caso, infatti, il giudice che rilevi d'ufficio un difetto di rappresentanza processuale deve promuoverne la sanatoria assegnando alla parte, ai sensi dell'art. 182 c.p.c., un termine di carattere perentorio senza il limite delle preclusioni derivanti da decadenze di carattere processuale; invece, nel diverso caso in cui il medesimo difetto sia stato tempestivamente eccepito da una parte, l'opportuna documentazione va prodotta immediatamente, senza necessità di assegnare un termine – salvo che lo stesso non sia stato motivatamente richiesto o comunque assegnato dal giudice –, giacché sul rilievo di parte l'avversario è chiamato a contraddire.
Per evitare la decadenza per non-uso, il marchio deve essere effettivamente utilizzato sul mercato per i prodotti e/o servizi per i quali è stato registrato. Ai fini della valutazione dell’utilizzo, non è necessario considerare il successo commerciale di una impresa sotto il profilo qualitativo e/o quantitativo, ma rileva esclusivamente l’effettiva circolazione nel mercato del marchio contestato. Infatti, quello che rileva è un impiego del marchio concreto e reale, non simbolico e/o sporadico, assolvendo in tale guisa allo scopo di rendere edotto il consumatore sull’origine del Prodotto. Secondo la giurisprudenza prevalente, l’uso del marchio idoneo ad impedire la decadenza deve essere tale da avere conseguenze economiche sul mercato. Il proprietario del marchio deve dunque dimostrare: (i) un’effettiva distribuzione del prodotto presso il pubblico; (ii) una presenza certa sul mercato capace di incidere sulla sfera dei concorrenti. Dunque, la preparazione e la progettazione del lancio sul mercato di un prodotto contraddistinto dal marchio non sono sufficienti a costituire un uso “esterno” e quindi a salvare il marchio dalla decadenza.
Le precarie condizioni di salute del titolare del marchio, che non ha potuto utilizzare il proprio segno distintivo, non costituiscono un motivo legittimo idoneo ad impedire la decadenza ai sensi dell’art. 24, co.1, ultimo capoverso, c.p.i. Infatti, l’uso del segno distintivo, riferibile ad una realtà imprenditoriale e non alla persona fisica in sé, può essere compiuto anche attraverso terzi, ad esempio attraverso la concessione di licenze. Pertanto, solo ostacoli dotati di un legame sufficientemente diretto con il marchio, indipendenti dalla volontà del titolare dello stesso e, tali da renderne l’uso impossibile, possono essere qualificati quali motivi legittimi del mancato uso, idonei ad impedire il rimedio della decadenza