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Presupposti per la nomina di un amministratore giudiziario ex art. 2409 c.c.
Ai fini dell’attivazione del rimedio di cui all’art. 2409 c.c., per la ricorrenza del requisito del “fondato sospetto” di commissione...

Ai fini dell’attivazione del rimedio di cui all’art. 2409 c.c., per la ricorrenza del requisito del “fondato sospetto” di commissione da parte degli amministratori di gravi irregolarità nella gestione, in violazione dei doveri sui medesimi gravanti, è necessaria l’allegazione non di meri sospetti e/o supposizioni bensì di fatti, dotati di sicuro riscontro obiettivo, dai quali sia lecito desumere il fondato sospetto di gravi irregolarità nella gestione sociale. Inoltre, le “gravi irregolarità nella gestione” devono consistere in azioni o omissioni contrarie a regole di carattere giuridico, che comportino la violazione di quei doveri idonei a compromettere il corretto esercizio dell’attività di gestione dell’impresa. Non è pertanto sindacabile la mera opportunità o la convenienza economica delle scelte di gestione o delle modalità e circostanze di tali scelte (cd. business judgement rule), a meno che le stesse non appaiano manifestamente illogiche, irragionevoli o imprudenti ovvero compiute in conflitto di interessi.

Le irregolarità denunciate devono essere connotate da gravità, attualità e potenzialità dannosa: con riferimento al requisito della gravità, le stesse devono concretarsi in violazioni di norme civili, penali, amministrative, tributarie o statutarie, nonché in trasgressioni al dovere generale di diligenza nella gestione dell’impresa, di consistenza tale da far emergere l’esistenza di una gestione complessivamente anomala; quanto al requisito dell’attualità, non rilevano vicende societarie ormai esaurite e non ulteriormente produttive di effetti nocivi per la società; quanto, infine, al requisito della potenzialità dannosa, le gravi irregolarità devono essere idonee alla causazione di un danno alla società, essendo sufficiente anche il mero pericolo di un danno futuro alla società, purché patrimonialmente rilevante (eventuali profili di danno ai singoli soci, ai creditori sociali e ai terzi non assumono alcun rilievo ai fini dell’art. 2409 c.c.).

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Azione di responsabilità nei confronti dei direttori generali
La responsabilità del direttore generale – al quale sono applicabili le disposizioni che regolano la responsabilità degli amministratori, richiamate dall’art....

La responsabilità del direttore generale – al quale sono applicabili le disposizioni che regolano la responsabilità degli amministratori, richiamate dall’art. 2396 c.c. – può declinarsi anche sotto forma di condotta omissiva, posto che il direttore generale deve rifiutarsi di osservare le deliberazioni adottate dall’organo amministrativo, una volta appurato che tali deliberazioni siano idonee a pregiudicare il patrimonio sociale e il ceto creditorio. Si configura, pertanto, la responsabilità del direttore generale per atti di mala gestio nel caso in cui, posteriormente all’erosione del capitale sociale, sia illegittimamente proseguita l’attività di impresa, con inevitabile aggravamento dello squilibrio finanziario della società.

Il richiamo operato dall’art. 2396 c.c. per i direttori generali alle disposizioni che regolano la responsabilità degli amministratori, testimonia l’intento del legislatore di equiparare la disciplina delle azioni nei due casi, intento ispirato dalla concreta considerazione della vicinanza di tale figura a quella degli amministratori sociali, ai quali il direttore resta soggetto, ma con cui non di meno strettamente collabora nell’organizzazione dell’impresa. La ratio dell’equiparazione della responsabilità del direttore generale a quella degli amministratori risiede nella necessità di non lasciare impuniti coloro che di fronte a una sostanziale parità di poteri e funzioni con quelle attribuite agli amministratori, si rendano colpevoli di atti di mala gestio.

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Presupposti del sequestro conservativo ex art. 671 c.p.c. in relazione all’azione di responsabilità verso il direttore generale
In relazione all’attribuzione di poteri cautelari agli arbitri introdotta con la modifica dell’art. 818 c.p.c. operata dall’art. 3, comma 52...

In relazione all'attribuzione di poteri cautelari agli arbitri introdotta con la modifica dell'art. 818 c.p.c. operata dall'art. 3, comma 52 D.Lgs. 10 ottobre 2022, n. 149, alla luce di quanto indicato all’art. 1, comma 15˚, lettera c), l. 26 novembre 2021, n. 206 della legge delega e tenuto altresì conto del fatto che l’arbitrato irrituale ha natura solo negoziale, il nuovo art. 818 cpc va interpretato nel senso che la facoltà di concedere provvedimenti cautelari possa essere attribuita ai soli arbitri rituali. Inoltre, il nuovo assetto normativo riconosce il potere cautelare agli arbitri rituali unicamente qualora vi sia una espressa volontà delle parti in tal senso, che deve formare oggetto di una pattuizione ulteriore rispetto a quella di deferire agli arbitri la risoluzione del merito della controversia.

In materia di responsabilità degli amministratori e risarcimento del danno per mala gestio di quest'ultimi, la concessione del sequestro conservativo ex art. 671 c.p.c. presuppone in primo luogo la sussistenza della prova del credito e quindi, nello specifico, la ragionevole probabilità di accoglimento delle domande di risarcimento del danno, che tenga conto di una delibazione positiva in ordine alla sussistenza del fumus dell’azione di responsabilità.

L'azione sociale di responsabilità nei confronti del direttore generale di una società di capitali che, conformemente allo statuto, agisca nell'ambito delle deleghe conferitegli dal consiglio di amministrazione, non si differenzia da quella avverso un amministratore esecutivo e ha pertanto natura contrattuale, dovendo di conseguenza l'attore provare la sussistenza delle violazioni contestate e il nesso di causalità tra queste e il danno verificatosi. Sul convenuto incombe, invece, l'onere di dimostrare la non imputabilità del fatto dannoso alla sua condotta, fornendo la prova positiva dell'osservanza dei doveri e dell'adempimento degli obblighi imposti (Cass. 2975/2020). Ai fini della risarcibilità del preteso danno, l'attore, oltre ad allegare, in modo specifico, l’inadempimento dell’amministratore, deve anche allegare e provare l’esistenza di un danno concreto al patrimonio sociale e la riconducibilità del danno al fatto dell’amministratore inadempiente, quand’anche cessato dall’incarico: in ciò appunto consiste il danno risarcibile, che è un quid pluris rispetto alla condotta asseritamente illecita o inadempiente. La società è quindi tenuta a provare la sussistenza del nesso causale tra la condotta illecita denunciata e il danno lamentato ed è altresì tenuta a dimostrare l'entità del danno stesso.

Ove si deduca la conclusione di un contratto in conflitto di interessi, non basta che il terzo abbia un interesse diverso o anche contrario a quello della società – situazione che può porsi, di regola, per i contratti sinallagmatici, ove al vantaggio economico prodotto da una condizione contrattuale per una parte corrisponde specularmente una minore convenienza per l’altra – dovendo essere interessi fra loro incompatibili e fare difetto i presupposti per addivenire a quel regolamento contrattuale, in quanto l’accordo non risponda a nessun interesse della società e sia per essa pregiudizievole. L’onere della prova incombente in capo a parte ricorrente non si esaurisce quindi nella prova dell’atto compiuto dall’amministratore, ma investe anche gli elementi di contesto dai quali è possibile dedurre che lo stesso implichi violazione del dovere di lealtà o di diligenza.

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Esigibilità e prescrizione del diritto alla liquidazione della quota sociale da parte del socio receduto
L’art. 2289 c.c., relativo alla liquidazione della quota del socio uscente, prevede che la prestazione di liquidazione gravante sulla società...

L’art. 2289 c.c., relativo alla liquidazione della quota del socio uscente, prevede che la prestazione di liquidazione gravante sulla società sia esigibile dal socio creditore alla scadenza del termine di sei mesi dallo scioglimento del rapporto rapporto sociale per effetto del recesso dispiegato dal socio medesimo, sicché la prescrizione del diritto di credito avente tale oggetto decorre dallo spirare del suddetto termine semestrale. Da tale momento, essendo la prestazione esigibile, la società debitrice è costituita in mora ai sensi dell'art. 1219, n. 3, c.c.

La data di decorrenza della prescrizione del diritto di credito del socio receduto alla liquidazione della quota sociale, ai fini del computo del periodo prescrizionale, non costituisce oggetto di una eccezione in senso proprio ed è pertanto inoperante, per essa, il limite segnato dall’art. 345, comma 2, c.p.c. (a mente del quale in appello non possono essere introdotte nuove eccezioni in senso stretto).

In tema di spese processuali, il giudice del rinvio, cui la causa sia stata rimessa anche per provvedere sulle spese del giudizio di legittimità, è tenuto a provvedere sulle spese delle fasi di impugnazione, se rigetta l'appello, e su quelle dell'intero giudizio, se riforma la sentenza di primo grado, secondo il principio della soccombenza applicato all'esito globale del giudizio, piuttosto che ai diversi gradi dello stesso ed al loro risultato. Sicché, non deve liquidare le spese con riferimento a ciascuna fase del giudizio, ma, in relazione all'esito finale della lite, e può legittimamente pervenire ad un provvedimento di compensazione delle spese, totale o parziale, ovvero, addirittura, condannare la parte vittoriosa nel giudizio di cassazione - e, tuttavia, complessivamente soccombente - al rimborso delle stesse in favore della controparte.

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Il diritto all’informazione sulla gestione della società del socio non amministratore nelle S.r.l.
Il diritto informativo e di controllo sulla gestione del socio non amministratore di S.r.l. ex art. 2476, comma 2, c.c.,...

Il diritto informativo e di controllo sulla gestione del socio non amministratore di S.r.l. ex art. 2476, comma 2, c.c., pur avendo natura potestativa, non può essere esercitato in violazione dei principi di correttezza e buona fede, i quali ne precludono l’esercizio con modalità abusive o puramente emulative. Tale prerogativa informativa, non implicando poteri di carattere gestorio, non legittima comunque l’accesso diretto del socio o dei suoi ausiliari ai sistemi informatici e alle banche dati aziendali, restando l’ispezione limitata alla visione e all’estrazione di copia della documentazione sociale.

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Natura del compenso del sindaco e decorrenza degli interessi ex art. 1284, comma 4, c.c.
Quella spettante ai sindaci è una retribuzione annuale, secondo quanto è coerente, del resto, con la durata che connota, come...

Quella spettante ai sindaci è una retribuzione annuale, secondo quanto è coerente, del resto, con la durata che connota, come scansione dell'attività di impresa, l’esercizio sociale. Ne segue, allora, che è con questa unità di misura (della singola annualità) che l'inadempimento degli obblighi di controllo deve venire a confrontarsi in relazione al riconoscimento del diritto al compenso del sindaco.

Il credito del sindaco per compensi professionali dovuti per la carica sociale costituisce un’obbligazione pecuniaria di valuta e, come tale su tali importi sono dovuti interessi: i) al tasso legale dal giorno della prima diffida ad adempiere; ii) al tasso previsto dalla legislazione speciale relativa ai ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, ai sensi dell’art. 1284, co. 4 c.c., dal giorno del deposito della domanda giudiziale. Il dies a quo relativo alla debenza degli interessi moratori al tasso maggiorato non può essere individuato nel giorno della comunicazione dell’invito a stipulare una convenzione di negoziazione assistita in quanto l’art. 1284, co. 4 c.c. fa testualmente riferimento alla domanda giudiziale, per tale intendendosi la domanda proposta con atto introduttivo di un giudizio dinanzi all’autorità giudiziaria. L’equiparazione della comunicazione dell’invito a concludere una convenzione di negoziazione assistita alla domanda giudiziale, infatti, vale soltanto con riferimento alla prescrizione e alla decadenza. Ciò esclude la possibilità di una estensione generalizzata dalla citata condizione di procedibilità del concetto di “domanda giudiziale” ai sensi e per gli effetti dell’art. 1284 comma 4 c.c..

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Revoca dell’amministratore non dimissionario mediante sostituzione integrale del CdA e diritto al risarcimento per mancanza di giusta causa
La revoca dell’amministratore deliberata dall’assemblea, mediante sostituzione integrale del consiglio ex articolo 2386 c.c. in assenza di clausola “simul stabunt...

La revoca dell’amministratore deliberata dall’assemblea, mediante sostituzione integrale del consiglio ex articolo 2386 c.c. in assenza di clausola “simul stabunt simul cadent”, integra pur sempre un atto di revoca ai sensi dell’articolo 2383, terzo comma, c.c.; ne consegue che, ove non sia stata previamente indicata e discussa in convocazione e in assemblea una specifica giusta causa, la revoca dell’amministratore non dimissionario deve qualificarsi senza giusta causa, con diritto dell’amministratore al risarcimento del danno da lucro cessante, da liquidarsi equitativamente in relazione al periodo di affidamento residuo di carica, ferma la validità della delibera assembleare e l’esclusione di ogni tutela reale reintegratoria nella carica.

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Risoluzione della cessione totalitaria di partecipazioni per inadempimento dell’obbligo di liberazione del cedente dalle fideiussioni sui debiti sociali
La cessione totalitaria delle partecipazioni sociali, accompagnata dall’obbligo dell’acquirente di liberare il cedente e il suo socio-fideiussore dalle garanzie prestate...

La cessione totalitaria delle partecipazioni sociali, accompagnata dall’obbligo dell’acquirente di liberare il cedente e il suo socio-fideiussore dalle garanzie prestate per i debiti sociali, è risolubile quando l’acquirente ometta di soddisfare i debiti della società e non provveda alla liberazione dalle fideiussioni, lasciando altresì l’unico cespite aziendale abbandonato e inattivo; tale inadempimento, di non scarsa importanza, legittima la declaratoria di risoluzione del contratto ex art. 1453 c.c., con ricostituzione in capo al cedente della titolarità esclusiva delle partecipazioni e ordine di annotazione nel registro delle imprese.

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Impugnazione di delibera assembleare di s.r.l. in liquidazione: poteri dell’assemblea dopo la nomina giudiziale del liquidatore e conflitto di interessi ex art. 2479-ter c.c.
La nomina del liquidatore da parte del tribunale ex art. 2487 c.c. ha natura meramente sostitutiva dell’inerzia o inconcludenza dell’assemblea...

La nomina del liquidatore da parte del tribunale ex art. 2487 c.c. ha natura meramente sostitutiva dell’inerzia o inconcludenza dell’assemblea e non dà luogo a una procedura di liquidazione giudiziale; una volta superata la fase di stallo, l’assemblea riacquista i propri ordinari poteri, fra cui quello di stabilire o modificare i criteri di liquidazione e i poteri attribuiti al liquidatore, nonché di revocarlo o sostituirlo, sicché la rimessione all’assemblea della scelta tra vendita in blocco dell’azienda e vendita separata dei singoli beni non viola né l’art. 2487 c.c. né le previsioni statutarie che si limitino a prevedere l’attività liquidatoria di pagamento dei debiti sociali e liquidazione dei beni residui.

Ai fini dell’annullamento della delibera di s.r.l. ex art. 2479-ter c.c. per conflitto di interessi del socio, è necessario che concorrano cumulativamente: l’esistenza di un effettivo conflitto tra l’interesse del socio (anche per conto di un terzo) e quello della società, la decisività del voto del socio in conflitto e la dannosità almeno potenziale della deliberazione; grava sul socio impugnante l’onere di allegare e provare in modo preciso e univoco il collegamento tra l’interesse perseguito (anche indiretto, in favore di terzi) e il pregiudizio per la società, non essendo sufficiente il mero richiamo a potenziali vantaggi per società riconducibili a congiunti.

Non sussiste un conflitto immanente d'interessi, tale da condurre in ogni caso alla nomina di un curatore speciale ex art. 78 c.p.c., nei giudizi di impugnazione delle deliberazioni assembleari di società, tenuto conto che, in tali giudizi, il legislatore prevede la legittimazione passiva esclusivamente in capo alla società in persona di chi ne ha la rappresentanza legale, né è fondata una valutazione del menzionato conflitto in capo all'amministratore che rappresenti in giudizio detta società, solo in ragione del fatto che la deliberazione impugnata ha ad oggetto profili di pertinenza di quest'ultimo, poiché ravvisare in tali ipotesi una situazione di conflitto di interessi indurrebbe alla nomina di un curatore speciale in tutte (o quasi tutte) le cause di impugnazione delle deliberazioni assembleari (o consiliari), con l'effetto distorsivo, non voluto dal legislatore processuale, per cui il socio impugnante tenterebbe sempre di ottenere, mediante il surrettizio ricorso al procedimento di nomina di un curatore speciale, l'esautoramento dell'organo amministrativo dalla decisione delle strategie di tutela a nome della stessa.

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La pretesa di ricevere la documentazione sociale via e-mail è contraria a buona fede
L’art. 2476 c.c. riconosce ai soci il diritto di consultare, anche tramite professionisti di loro fiducia, i libri sociali e...

L’art. 2476 c.c. riconosce ai soci il diritto di consultare, anche tramite professionisti di loro fiducia, i libri sociali e i documenti relativi all’amministrazione. Tale diritto permea il modello organizzativo del tipo s.r.l. ed è uno dei tratti distintivi più significativi rispetto al modello s.p.a. La rilevanza centrale del socio si impone anche in ragione delle materie riservate alla sua competenza e a quelle che un terzo del capitale sociale voglia sottoporre all’assemblea ex art. 2479 c.c.; stante l’ampio spettro dei fini in relazione ai quali può essere esercitato il controllo (prodromico all’impugnazione di delibera sociale, alla denunzia di fatti ex art. 2408 c.c., all’esercizio del diritto di recesso e altro) il socio che non è amministratore (né di diritto né di fatto) ha diritto di avere notizie sugli affari sociali e di consultare i libri sociali e i documenti relativi all’amministrazione. Tale diritto attiene alla consultazione di tutti i documenti afferenti alla gestione della società, dal momento della relativa costituzione, e comprende, quale necessario corollario, anche la facoltà di estrarre copia dei documenti esaminati, sia pure a spese dell’interessato. La prerogativa riguarda i documenti relativi all’amministrazione e, dunque, legittima la richiesta di accedere, oltre al libro delle adunanze e delle deliberazioni delle assemblee e delle decisioni dei soci, al libro delle adunanze e delle deliberazioni dell’organo amministrativo, al libro inventari, al libro giornale, ai registri IVA, alle dichiarazioni fiscali, alle fatture attive e passive, al registro cespiti, agli estratti conto bancari e a tutti i contratti di cui sia parte la società, compresa la corrispondenza.

Il diritto di accesso può essere esercitato in ogni momento, non tollerando limitazioni di sorta, se non quelle connesse alla generale operatività del principio di buona fede e non necessita, in generale, di motivazione.

Il limite generale della correttezza e della buona fede non concorre a definire le caratteristiche identificative del diritto ma solo a modularne le modalità di esercizio. Il superamento del limite generale della buona fede può essere individuato in richieste oggettivamente vessatorie, ad esempio perché reiterative di istanze già evase o che manifestino nei tempi o nei modi, per l’eccessiva vaghezza, un carattere ostruzionistico o emulativo.

Il diritto del socio di accedere alla documentazione societaria incontra il solo limite di non poter essere esercitato per finalità extra-sociali o, addirittura, per arrecare pregiudizio all’attività sociale od ostacolare il suo corretto svolgimento; il socio, infatti, è tenuto ad astenersi da ingerenze nell’attività degli amministratori per finalità di turbativa del loro operato con la richiesta di informazioni di cui il richiedente non ha effettivamente necessità ed al solo scopo di ostacolare l’ordinaria attività dell’ente; in tal caso, l’esercizio del diritto non soddisfa, evidentemente, finalità informative, con conseguente legittimità del rifiuto opposto dagli amministratori di fornire informazioni o di consentire la consultazione della documentazione. L’intento meramente emulativo del socio deve, peraltro, risultare in maniera chiara, giacché, a fronte della scelta legislativa di favorire il controllo diffuso dell’attività gestoria da parte dei singoli soci, deve escludersi qualunque sindacato in ordine all’opportunità della pretesa degli stessi di vigilare sull’amministrazione dell’ente, esigendo il riferimento a specifiche esigenze o a particolari vicende occorse nella vita sociale.

Se è vero che al socio non amministratore di s.r.l. è riconosciuto ex art. 2476, co. 2, c.c. solamente il diritto di consultare i libri sociali e i documenti relativi alla gestione o di estrarne copia (ma non anche il diritto di chiedere la consegna degli stessi), è altresì vero che nulla osta a che le parti concordino una diversa modalità di esercizio dell’attività di ispezione, ben potendo l’organo amministrativo assumere volontariamente il più gravoso onere di invio in copia della documentazione richiesta.

La richiesta del socio di ricevere la documentazione sociale via e-mail a cura e spese (di gestione) della società travalica il diritto del socio a essere informato, in quanto, ai sensi dell’art. 2476, co. 2, c.c., il socio non amministratore di una s.r.l. ha diritto ad accedere presso il luogo in cui la società conserva la propria documentazione sociale, contabile e amministrativa, e ha diritto a consultare tutta la documentazione che ivi si trova. Del resto, mentre la richiesta di invio di uno specifico atto anche tramite mail potrebbe ritenersi incluso nell’ambito del diritto del socio ad avere contezza degli affari sociali, interpretato in un’ottica di buona fede e correttezza, l’invio di tutta la documentazione contabile senz’altro esorbita dal diritto del socio.

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Il patto fiduciario riguardante la partecipazione in una società immobiliare non richiede la forma scritta
Il patto fiduciario avente ad oggetto una quota di una società immobiliare non richiede la forma scritta. Ciò in quanto...

Il patto fiduciario avente ad oggetto una quota di una società immobiliare non richiede la forma scritta. Ciò in quanto la quota di partecipazione al capitale sociale di s.r.l., dunque un bene mobile, non muta la sua natura ontologica di bene mobile per il fatto, puramente casuale, che la società operi nel settore immobiliare e possieda immobili e fabbricati. Conseguentemente, l’atto di trasferimento della quota non è soggetto al vincolo di forma ad substantiam ex art. 1350 c.c.; d’altronde, neanche per il patto fiduciario con oggetto immobiliare è richiesta la forma scritta ad substantiam, trattandosi di atto meramente interno tra fiduciante e fiduciario che dà luogo a un assetto di interessi che si esplica esclusivamente sul piano obbligatorio.

Ove il patto si ponga in antitesi con quanto risulta da contratto, la qualificazione dello stesso come fiduciario non è sufficiente ad impedire l’applicabilità delle disposizioni che vietano la prova testimoniale dei patti aggiunti o contrari al contenuto di un documento e la prova per testimoni del pactum fiduciae è sottratta alle preclusioni stabilite dagli art. 2721 e ss. c.c. soltanto nel caso in cui detto patto sia volto a creare obblighi connessi e collaterali rispetto al regolamento contrattuale, quale non è certamente l’obbligo di retrocessione del bene oggetto della intestazione fiduciaria.

Con la morte del fiduciante, il patto fiduciario viene meno, rendendo attuale l’obbligazione, che si trasmette agli eredi.

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Contenuto e portata delle autorizzazioni della Curatela a stare in giudizio
L’autorizzazione resa dal Giudice Delegato del fallimento (e della procedura di liquidazione giudiziale) deve indicare la pretesa sostanziale da dedurre...

L’autorizzazione resa dal Giudice Delegato del fallimento (e della procedura di liquidazione giudiziale) deve indicare la pretesa sostanziale da dedurre in giudizio, fare riferimento in modo determinato alle ragioni della Curatela ed a tutte le azioni idonee a tutelarle e deve avere una portata tale da consentire di dedurre il contenuto essenziale del giudizio da promuovere e delle azioni autorizzate e strumentalmente pertinenti al conseguimento dell’oggetto principale del giudizio. In effetti, l’art. 25 co 1 LF, nell’esplicitare le funzioni di controllo e vigilanza sulla procedura rimesse al Giudice Delegato, chiarisce, al n. 6, che lo stesso autorizza per iscritto il Curatore a stare in giudizio come attore o come convenuto, precisando che tale autorizzazione deve essere sempre data per atti determinati e per i giudizi deve essere rilasciata per ogni grado di essi.

L’eventuale indeterminatezza o genericità dell’istanza di autorizzazione rispetto all’oggetto del giudizio ed all’azione da intraprendere determina la nullità del decreto autorizzativo del Giudice Delegato, per violazione del combinato disposto degli artt. 25 e 31 della L.F. (oggi artt. 128 e 130 CCII), con la conseguente inefficacia del mandato alle liti conferito dal Curatore, poiché privo di qualsivoglia legittimazione a tal fine, con conseguente improcedibilità dell’azione intrapresa (o nullità del provvedimento monitorio ottenuto su istanza di soggetto privo di poteri processuali e rappresentativi).

L’autorizzazione del Giudice Delegato è sanabile con l’ottenimento da parte del Curatore di una autorizzazione successiva che consenta di far venire meno un qualsivoglia ipotetico difetto di legittimazione in capo al Curatore.

L’art. 2935 c.c. stabilisce che la prescrizione comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere. Nell’ambito di un rapporto obbligatorio qualora le Parti stabiliscano contrattualmente una rateizzazione dell’obbligo di pagamento, non si determina la nascita di una pluralità di distinti rapporti aventi ad oggetto il pagamento della singola rata – con la conseguente previsione di un termine di prescrizione autonomo per ciascuno di essi – trattandosi di una modalità di esecuzione della prestazione, che tuttavia resta unitariamente dedotta in un unico rapporto obbligatorio; al contrario, trattandosi di termine stabilito nell’interesse del debitore, ciò implica che il debito, unitariamente inteso, non possa considerarsi scaduto e, dunque, esigibile, prima del decorso del termine finale dei pagamenti previsti.

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