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Recesso del socio di S.r.l. e nomina dell’esperto ex art. 2473, co. 3, c.c.
Nel procedimento di volontaria giurisdizione per la nomina dell’esperto stimatore ai sensi dell’art. 2473, co. 3, c.c., promosso dal socio...

Nel procedimento di volontaria giurisdizione per la nomina dell’esperto stimatore ai sensi dell’art. 2473, co. 3, c.c., promosso dal socio receduto di società a responsabilità limitata in mancanza di accordo sulla determinazione del valore della partecipazione, non trova applicazione il termine decadenziale previsto dall’art. 2437-ter c.c., dettato per le società per azioni, trattandosi di disposizione eccezionale insuscettibile di applicazione analogica.

Il procedimento ex art. 2473, co. 3, c.c. è finalizzato esclusivamente all’integrazione ab externo del contenuto del rapporto mediante la determinazione del quantum ad opera di un terzo esperto imparziale, restando estranee al suo ambito le contestazioni inerenti alla concreta quantificazione della quota o alla sussistenza di poste attive o passive incidenti sul valore della partecipazione, che potranno eventualmente essere fatte valere in sede contenziosa solo mediante impugnazione della perizia per manifesta erroneità o iniquità ai sensi dell’art. 1349, co. 1, c.c.

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Revoca dei sindaci e approvazione giudiziale: sequenza necessaria e sopravvenienze
Nel procedimento ex art. 2400, co. 2, c.c. l’approvazione del tribunale è atto di volontaria giurisdizione costituente la fase necessaria...

Nel procedimento ex art. 2400, co. 2, c.c. l’approvazione del tribunale è atto di volontaria giurisdizione costituente la fase necessaria e terminale di una vera e propria sequenza procedimentale, sicché fino ad essa la revoca assembleare è inefficace e il sindaco resta in carica. Tuttavia, se nelle more intervengono le dimissioni del sindaco, si ottiene comunque l’effetto della cessazione dalla carica e il procedimento va dichiarato improcedibile per cessazione della materia del contendere, restando l’eventuale accertamento delle responsabilità demandato a giudizio diverso da quello di volontaria giurisdizione.

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Disponibilità patrimoniale sociale e ruolo dei soci in relazione all’accertamento ex art. 2409 c.c.
La disponibilità di un ampio compendio patrimoniale destinabile al soddisfacimento dei creditori sociali non esclude né attenua la responsabilità degli...

La disponibilità di un ampio compendio patrimoniale destinabile al soddisfacimento dei creditori sociali non esclude né attenua la responsabilità degli amministratori per l’inerzia gestoria, ove, a fronte della pacifica cessazione dell’attività d’impresa e della perdita della forza lavoro, essi abbiano omesso di accertare e dichiarare la causa di scioglimento della società ai sensi degli artt. 2484, 2485 e 2486 c.c. Tale omissione integra violazione dei doveri gestori e di conservazione dell’integrità patrimoniale, avendo determinato – o concorso a determinare – una situazione di stallo pregiudizievole per la società, per i soci e per i creditori, con conseguente riduzione della garanzia patrimoniale e aggravamento dell’esposizione debitoria.

Il decreto emesso ai sensi dell’art. 2409 c.c., con cui il tribunale accerta gravi irregolarità gestorie e nomina un amministratore giudiziario, non comporta l’estromissione dei soci né preclude il loro necessario coinvolgimento nella successiva fase di liquidazione volontaria. Rientra, infatti, tra i compiti dell’amministratore giudiziario – una volta redatto il bilancio e compiuti gli atti di ordinaria e straordinaria amministrazione necessari a rimuovere le irregolarità accertate – quello di convocare e presiedere l’assemblea per proporre la nomina di nuovi amministratori ovvero, se ne ricorrono i presupposti, la messa in liquidazione della società o l’accesso a una procedura concorsuale.

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Impugnazione della deliberazione di approvazione del bilancio di società e rapporto con l’arbitrato
La controversia avente ad oggetto l’impugnazione della deliberazione di approvazione del bilancio di società per difetto dei requisiti di verità,...

La controversia avente ad oggetto l’impugnazione della deliberazione di approvazione del bilancio di società per difetto dei requisiti di verità, chiarezza e precisione non è compromettibile in arbitri. Le norme dirette a garantire tali principi, nonostante la previsione di termini di decadenza dall’impugnazione con la conseguente sanatoria della nullità, non solo sono imperative, ma, trascendono l’interesse del singolo ed attengono, pertanto, a diritti indisponibili; questo, essendo le stesse dettate, oltre che a tutela dell’interesse di ciascun socio ad essere informato dell’andamento della gestione societaria al termine di ogni esercizio, anche dell’affidamento di tutti i soggetti che con la società entrano in rapporto, i quali hanno diritto a conoscere la situazione patrimoniale e finanziaria dell’ente.

Ai fini della verifica della compromettibilità in arbitri dell’impugnazione di una deliberazione assembleare, non assume rilievo né l’oggetto della delibera, né la circostanza che essa incida su interessi individuali dei singoli soci ovvero su interessi di carattere più generale, riferibili alla società o alla collettività dei soci. Ciò che rileva, piuttosto, è la natura dell’interesse coinvolto: affinché esso possa qualificarsi come “indisponibile”, è necessario che la sua tutela sia assicurata da norme inderogabili, la cui violazione determina una reazione dell’ordinamento svincolata da qualsiasi iniziativa di parte. Emblematico è il caso delle disposizioni poste a presidio dei principi di chiarezza, verità e precisione del bilancio d’esercizio, la cui inosservanza comporta l’illiceità della deliberazione di approvazione e la sua conseguente nullità. Ne consegue che, per escludere la compromettibilità in arbitri delle controversie aventi ad oggetto l’impugnazione di deliberazioni assembleari, è necessario allegare l’illiceità della delibera per violazione di norme inderogabili, attinenti a interessi indisponibili.

Il conflitto di interessi disciplinato dall’art. 2373 c.c. assume rilievo quale vizio idoneo a determinare l’annullabilità della deliberazione assembleare soltanto ove la decisione sia stata assunta al fine di perseguire interessi extrasociali, con conseguente pregiudizio per la società. Inoltre, ai sensi dell’art. 2479-ter, comma 2, c.c., rileva esclusivamente il conflitto tra l’interesse della società e quello del socio il cui voto sia stato determinante ai fini dell’adozione della deliberazione. Non assume invece rilevanza la situazione di conflitto tra i vari soci, i quali possono essere portatori di posizioni divergenti e restano liberi di esercitare il proprio diritto di voto anche in funzione del proprio interesse personale.

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Recesso del socio da banca popolare e obblighi di correttezza, trasparenza e informazione
Nelle società di capitali, il diritto di recesso ad nutum del socio, previsto dagli artt. 2437 e 2473 c.c., è...

Nelle società di capitali, il diritto di recesso ad nutum del socio, previsto dagli artt. 2437 e 2473 c.c., è configurabile esclusivamente in presenza di una società costituita a tempo indeterminato. Ne consegue che la previsione statutaria di una durata particolarmente lunga, ancorché eccedente l’aspettativa di vita dei soci, non è equiparabile alla durata indeterminata e non legittima l’esercizio del recesso ad nutum.

In assenza di una specifica previsione di legge o statutaria, deve escludersi il diritto del socio di ottenere il riacquisto delle proprie azioni da parte della banca emittente, nonché un correlativo obbligo di acquisto in capo a quest’ultima, atteso che la dismissione della partecipazione avviene normalmente mediante circolazione tra privati e che esigenze di tutela della solidità patrimoniale e del sistema finanziario impediscono di configurare un generalizzato obbligo di liquidazione delle azioni.

La Comunicazione CONSOB n. 9019104/2009 del 2 marzo 2009 pur priva di efficacia vincolante, costituisce criterio interpretativo degli obblighi di correttezza, trasparenza e informazione gravanti sugli intermediari nella distribuzione di prodotti finanziari illiquidi (tra questi anche le azioni non quotate in borsa di una banca popolare), imponendo l’adozione in capo alla banca/intermediario di cautele rafforzate in considerazione delle difficoltà di smobilizzo dell’investimento, a maggior ragione ove l’intermediario coincida con l’emittente dei prodotti. Le azioni di banche popolari di difficile smobilizzo, non negoziate su mercati regolamentati ma su sistema multilaterale di negoziazione, rientrano tra i prodotti finanziari illiquidi, con conseguente obbligo per gli intermediari di fornire un’informazione rafforzata e continuativa al cliente circa le difficoltà di smobilizzo e le condizioni di negoziazione dei titoli.

A fronte dell’allegazione – da parte dell’investitore – dell’inadempimento degli obblighi informativi, l’onere di dimostrare il corretto e diligente assolvimento degli stessi grava sulla banca intermediaria. Tale prova può essere integrata dal profilo soggettivo del cliente o da altri convergenti elementi probatori, ma non può essere desunta soltanto da questi.

In materia di servizi di investimento, la valutazione di adeguatezza, ai sensi del Regolamento Consob n. 16190/2007, è richiesta esclusivamente in caso di prestazione di servizi di consulenza o di gestione di portafogli, mentre, negli altri casi, l’intermediario è tenuto alla sola valutazione di appropriatezza, consistente nella verifica del livello di esperienza e conoscenza del cliente e nell’obbligo di avvertirlo qualora l’operazione risulti inappropriata. L’intermediario non adempie all’obbligo di valutazione dell’appropriatezza mediante la mera indicazione formale della non appropriatezza dell’operazione nell’ordine di acquisto, essendo necessario che tale valutazione sia effettivamente parametrata al livello di esperienza e conoscenza del cliente; in ogni caso, la segnalazione di non appropriatezza o non adeguatezza non esonera dall’ulteriore e autonomo obbligo di fornire un’informativa completa e specifica sulle caratteristiche e sui rischi dello strumento finanziario.

In materia di intermediazione finanziaria, gli obblighi informativi e valutativi gravanti sull’intermediario, espressione dei doveri di cui all’art. 21 TUF, sono funzionali a colmare l’asimmetria informativa con il cliente retail e a garantire scelte di investimento consapevoli, imponendo non solo la segnalazione dell’inadeguatezza o inappropriatezza dell’operazione, ma anche l’esplicitazione delle relative ragioni; la loro violazione integra un inadempimento contrattuale, quale vizio funzionale del rapporto, che legittima il cliente a chiedere la risoluzione del contratto e il risarcimento del danno.

In materia di intermediazione finanziaria, l’azione di risoluzione per inadempimento investe il contratto quadro di investimento e non i singoli ordini, che costituiscono meri atti esecutivi; trattandosi di contratto di durata, la risoluzione opera, ai sensi dell’art. 1458 c.c., limitatamente alle operazioni eseguite in violazione degli obblighi di condotta dell’intermediario e comporta il diritto alle reciproche restituzioni secondo la disciplina dell’indebito oggettivo ex art. 2033 c.c.

Gli obblighi di restituzione derivanti dalla risoluzione del contratto per inadempimento, essendo debiti di valuta a favore della parte non inadempiente, non sono soggetti a rivalutazione monetaria e danno diritto esclusivamente agli interessi legali dalla data della domanda fino al soddisfo.

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Amministrazione di fatto: rapporti con il giudicato penale e indici sintomatici
Ai sensi degli artt. 652 e 654 c.p.p., il giudicato penale di assoluzione spiega efficacia preclusiva nel giudizio civile solo...

Ai sensi degli artt. 652 e 654 c.p.p., il giudicato penale di assoluzione spiega efficacia preclusiva nel giudizio civile solo quando contenga un accertamento effettivo e specifico circa l’insussistenza del fatto o della partecipazione dell’imputato; tale efficacia non ricorre qualora l’assoluzione sia stata pronunciata ai sensi dell’art. 530, comma 2, c.p.p., vale a dire quando manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova che il fatto sussiste, che l'imputato lo ha commesso, che il fatto costituisce reato o che il reato è stato commesso da persona imputabile. Ne consegue che l’assoluzione dell’amministratore dai reati di bancarotta fraudolenta preferenziale e per distrazione, nonché di bancarotta semplice, resa ex art. 530, comma 2, c.p.p., non preclude in sede civile l’accertamento della sua qualità di amministratore di fatto della società fallita.

In tema di amministrazione di fatto, possono costituire indici sintomatici dell’esercizio di poteri gestori da parte di un soggetto, alla luce di una loro lettura congiunta e unitaria, l’aver operato in nome e per conto della società nell’ambito dell’attività commerciale, partecipando alla contrattazione con clienti e fornitori e alla promozione dei prodotti verso terzi, anche con l'attribuzione al soggetto della qualifica di titolare dell'impresa; l’aver rappresentato la società nei rapporti con la pubblica autorità, in occasione di accessi finalizzati a sequestri di beni aziendali, assumendo un ruolo attivo anche nella produzione o esibizione di documenti; il fatto che, per la maggior parte del periodo considerato, il soggetto non fosse alle dipendenze della società; lo svolgimento da parte dello stesso soggetto di attività di assunzione e gestione del personale mediante impartizione di ordini e direttive, determinazione dei compensi, assegnazione delle mansioni e controllo delle lavorazioni.

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Sequestro conservativo: riduzione dell’importo e valutazione sommaria del credito
In sede di sequestro conservativo, il giudice può ridurre l’importo originariamente autorizzato ove, all’esito della valutazione sommaria propria della fase...

In sede di sequestro conservativo, il giudice può ridurre l’importo originariamente autorizzato ove, all’esito della valutazione sommaria propria della fase cautelare, il credito azionato risulti solo parzialmente fondato, tenuto conto della documentazione prodotta dalle parti e delle contestazioni svolte. A tal fine, il giudice procede a una delibazione prima facie delle poste creditorie, rideterminando l’ammontare del credito cautelato sulla base degli elementi ritenuti allo stato sufficientemente provati, senza che ciò precluda la successiva verifica nel giudizio di merito.

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Sequestro conservativo e valutazione del fumus in relazione alla bancarotta fraudolenta per distrazione
Il sequestro conservativo è previsto dall’art. 671 c.p.c. in funzione della fruttuosità dell’esecuzione per espropriazione. Esso tende al soddisfacimento delle...

Il sequestro conservativo è previsto dall’art. 671 c.p.c. in funzione della fruttuosità dell’esecuzione per espropriazione. Esso tende al soddisfacimento delle pretese creditorie, offrendo il rimedio contro eventuali atti di disposizione del debitore sul proprio patrimonio che ne diminuiscano la consistenza. La finalità di questo rimedio di tipo cautelare è, dunque, quella di ovviare al pericolo per il creditore di perdere la garanzia generica del proprio credito ai sensi dell’art. 2740 c.c. e di tutelare il suo interesse alla conservazione dell’integrità del suddetto patrimonio del debitore nei limiti del credito vantato.

La legittimazione attiva a richiedere il sequestro conservativo spetta al soggetto che vanti l’esistenza di un credito anche se non liquido ed esigibile, sicché, ai fini della concessione del sequestro conservativo, occorre l’attuale esistenza di un fatto che importi un’eventuale e non meramente ipotetica ragione di credito. Il provvedimento è subordinato alla concorrente esistenza del fumus boni iuris, ossia di una situazione che consenta di ritenere probabile la fondatezza della pretesa in contestazione, e del periculum in mora, quale fondato timore di perdere le garanzie del credito vantato.

L’elemento oggettivo del reato di bancarotta fraudolenta, secondo consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, si configura tutte le volte in cui venga posta in essere un’operazione diretta a distaccare ingiustificatamente dal patrimonio sociale, senza immettervi il corrispettivo e senza alcun utile, beni ed altre attività, così da impedirne l’apprensione da parte degli organi fallimentari e causare un depauperamento del patrimonio sociale, in pregiudizio dei creditori (Cass. pen. n. 36850/2020). Quanto all’elemento soggettivo per la sussistenza della fattispecie incriminatrice in oggetto, è richiesto il dolo generico; è, pertanto, sufficiente che la condotta di colui che pone in essere o concorre nell’attività distrattiva sia assistita dalla consapevolezza che le operazioni che si compiono sul patrimonio sociale siano idonee a cagionare un danno ai creditori, senza che sia necessaria l’intenzione di causarlo.

Va osservato che “in tema di bancarotta fraudolenta per distrazione, l’accertamento dell’elemento oggettivo della concreta pericolosità del fatto distrattivo e del dolo generico deve valorizzare la ricerca di “indici di fraudolenza”, rinvenibili, ad esempio, nella disamina della condotta alla luce della condizione patrimoniale e finanziaria dell’azienda, nel contesto in cui l’impresa ha operato, avuto riguardo a cointeressenze dell’amministratore rispetto ad altre imprese coinvolte, nella irriducibile estraneità del fatto generatore dello squilibrio tra attività e passività rispetto a canoni di ragionevolezza imprenditoriale, necessari a dar corpo, da un lato, alla prognosi postuma di concreta messa in pericolo dell’integrità del patrimonio dell’impresa, funzionale ad assicurare la garanzia dei creditori, e, dall’altro, all’accertamento in capo all’agente della consapevolezza e volontà della condotta in concreto pericolosa”; “è necessaria la rappresentazione da parte dell’agente della pericolosità della condotta, da intendersi come probabilità dell’effetto depressivo sulla garanzia patrimoniale che la stessa è in grado di determinare e, dunque, la rappresentazione del rischio di lesione degli interessi creditori tutelati dalla norma incriminatrice (Sez. 5, n. 15613 del 05/12/2014, dep. 2015, Geronzi, Rv. 263800-263805), per cui tale elemento soggettivo non si esaurisce affatto nella rappresentazione e nella volizione del fatto distrattivo o dissipativo, investendo anche la pericolosità di tali fatti rispetto alla preservazione della garanzia patrimoniale dei creditori; in ciò, per l’appunto, consistendo la fraudolenza, connotato interno della condotta, che involge la consapevolezza, da parte del soggetto agente, del compimento di operazioni sul patrimonio sociale, o su talune attività, idonee a cagionare danno ai creditori, pur non essendo richiesto dalla norma alcun fine specifico di arrecare pregiudizio ai creditori. In altri termini, ciò che viene richiesto è che l’agente, pur non perseguendo direttamente il danno dei creditori, sia quantomeno in condizione di prefigurarsi una situazione di pericolo, anche remoto ma concreto” (Cass. n. 31702/2023). Secondo consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, “in tema di concorso nel delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione, il dolo del concorrente extraneus nel reato proprio dell’amministratore consiste nella volontarietà della propria condotta di apporto a quella dell’intraneus, con la consapevolezza che essa determina un depauperamento del patrimonio sociale ai danni dei creditori, non essendo, invece, richiesta la specifica conoscenza del dissesto della società, che può rilevare sul piano probatorio quale indice significativo della rappresentazione della pericolosità della condotta per gli interessi dei creditori” (Cass. pen. n. 33901/2022).

Le operazioni dolose di cui all’art. 223, comma secondo, n. 2, l. fall. non richiedono affatto la qualificazione delle condotte in termini di illeciti penali, ma soltanto l’accertamento di abusi di gestione o di infedeltà ai doveri imposti dalla legge all’organo amministrativo nell’esercizio della carica ricoperta, ovvero di atti intrinsecamente pericolosi per la “salute” economico-finanziaria della impresa e postulano una modalità di pregiudizio patrimoniale discendente non già direttamente dall’azione dannosa del soggetto attivo (distrazione, dissipazione, occultamento, distruzione), bensì da un fatto di maggiore complessità strutturale riscontrabile in qualsiasi iniziativa societaria implicante un procedimento o, comunque, una pluralità di atti coordinati all’esito divisato (Cass. pen. n. 31702/2023).

In ordine al periculum, va osservato che esso può essere desunto sia da elementi oggettivi, concernenti la capacità patrimoniale del debitore in rapporto all’entità del credito, sia da elementi soggettivi, rappresentati dal comportamento dello stesso debitore, il quale lasci fondatamente presumere che, al fine di sottrarsi all’adempimento, ponga in essere atti dispositivi, idonei a provocare l’eventuale depauperamento del suo patrimonio (cfr. Cass. n. 2081/2002).

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Denuncia ex art. 2409 c.c. e perdita della qualità di socio in corso di causa
Deve ritenersi inammissibile il ricorso presentato da un socio che al momento della decisione sia privo della quota di partecipazione...

Deve ritenersi inammissibile il ricorso presentato da un socio che al momento della decisione sia privo della quota di partecipazione sociale richiesta per la presentazione della denunzia al Tribunale ai sensi dell'art. 2409 c.c. La qualità di socio costituisce infatti una condizione dell’azione e, come tale, deve sussistere anche al momento della decisione.

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Prescrizione quinquennale ex art. 2949 c.c. e domanda di iscrizione nel libro soci per quote acquistate in regime di comunione legale
La domanda volta ad ottenere l’accertamento della comproprietà di azioni acquistate in costanza di matrimonio in regime di comunione legale...

La domanda volta ad ottenere l’accertamento della comproprietà di azioni acquistate in costanza di matrimonio in regime di comunione legale e la conseguente annotazione della cointestazione nel libro dei soci integra esercizio di diritti derivanti dai rapporti sociali ed è soggetta alla prescrizione quinquennale di cui all’art. 2949 c.c. Il termine decorre dall’annotazione del trasferimento nel libro soci o, al più tardi, dalla piena conoscenza dell’acquisto delle quote. In difetto di tempestiva azione e in presenza di elementi incompatibili con la ricaduta delle azioni nella comunione legale, la domanda deve essere rigettata.

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Recesso del socio e beni conferiti in godimento alla società: escluso il diritto alla restituzione
In tema di società di persone, il socio che abbia esercitato il recesso e sia fuoriuscito dalla compagine societaria, ai...

In tema di società di persone, il socio che abbia esercitato il recesso e sia fuoriuscito dalla compagine societaria, ai sensi degli artt. 2285 e 2289 c.c., ha diritto esclusivamente a una somma di denaro rappresentativa del valore della quota, da determinarsi con riferimento alla data di efficacia del recesso, senza poter ottenere la restituzione dei beni conferiti in godimento alla società, i quali restano acquisiti a quest’ultima in virtù dell’atto di conferimento e possono essere restituiti solo in caso di scioglimento integrale della società, non già di scioglimento del rapporto limitatamente a un singolo socio; resta tuttavia riconoscibile, ove richiesto, una somma pari al valore d’uso dei beni di cui la società abbia continuato a fruire dopo il recesso.

 

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Compenso del sindaco e prescrizione quinquennale ex art. 2949 c.c.: maturazione annuale ed effetti del mancato riconoscimento del debito
In tema di compenso del sindaco di società, ai relativi crediti si applica la prescrizione quinquennale ex art. 2949 c.c.,...

In tema di compenso del sindaco di società, ai relativi crediti si applica la prescrizione quinquennale ex art. 2949 c.c., trattandosi di diritti derivanti dal rapporto societario. Il compenso, pur deliberato per l’intera durata dell’ufficio, matura ed è esigibile di anno in anno alla chiusura di ciascun esercizio sociale, dando luogo a distinti diritti di credito, ciascuno soggetto al termine quinquennale decorrente dalla chiusura dell’esercizio.

L’atto interruttivo della prescrizione deve provenire dal legale rappresentante o da soggetto idoneo a manifestare all’esterno la volontà della società e consistere in una ricognizione chiara, specifica e univoca del debito; non integra riconoscimento idoneo la mera richiesta di quantificazione del credito proveniente da professionista non munito di poteri rappresentativi. Ne consegue la prescrizione delle annualità anteriori al quinquennio e la debenza dei compensi maturati nei cinque anni precedenti la domanda.

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