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Cessione di ramo d’azienda: incompetenza della sezione specializzata e competenza territoriale nel cautelare ante causam
La controversia relativa all’inadempimento delle obbligazioni scaturenti da un contratto di cessione di ramo d’azienda e alla risoluzione del contratto...

La controversia relativa all’inadempimento delle obbligazioni scaturenti da un contratto di cessione di ramo d’azienda e alla risoluzione del contratto stesso [nella specie, vendita con riserva di proprietà e clausola risolutiva espressa, con domanda cautelare di reimmissione nel possesso dell’azienda] non rientra tra le materie attribuite alla competenza delle sezioni specializzate in materia di impresa dall’art. 3 del d.lgs. n. 168/2003, come novellato dall’art. 2 del d.l. n. 1/2012.

Ai sensi dell’art. 669-ter, comma 1, c.p.c., prima dell’inizio della causa di merito la domanda cautelare si propone al giudice competente a conoscere del merito, sicché il difetto di competenza per materia della sezione specializzata esclude anche la competenza territoriale che sarebbe stata ravvisabile ove la sezione fosse stata competente. Dovendosi valutare esclusivamente condotte relative all’adempimento di obbligazioni contrattuali, la competenza va radicata presso il giudice ordinario individuato secondo il foro generale del convenuto ex artt. 18 e 19 c.p.c., ovvero, ai sensi dell’art. 20 c.p.c., presso il giudice del luogo in cui è sorta l’obbligazione o in cui deve eseguirsi l’obbligazione dedotta in giudizio, che per la riconsegna del ramo d’azienda coincide con il luogo in cui i beni si trovavano quando l’obbligazione è sorta o con quello in cui essi si trovano attualmente.

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Revoca cautelare dell’amministratore di s.r.l.: nomina di un nuovo amministratore e soccombenza virtuale
Nell’ambito dell’azione promossa in via d’urgenza dal socio per la revoca dell’amministratore di s.r.l. ai sensi dell’art. 2476, comma 3,...

Nell’ambito dell’azione promossa in via d’urgenza dal socio per la revoca dell’amministratore di s.r.l. ai sensi dell’art. 2476, comma 3, seconda parte, c.c., la sopravvenuta nomina di un nuovo amministratore, iscritta nel registro delle imprese, comporta la cessazione della materia del contendere e l’inammissibilità della domanda per sopravvenuto difetto di interesse ad agire ai sensi dell’art. 100 c.p.c., dovendo le condizioni dell’azione sussistere al momento della decisione; cessa conseguentemente anche l’ufficio del curatore speciale nominato alla società ex art. 78 c.p.c. per il conflitto di interessi dell’amministratore, il cui compenso grava sulla società e non rientra tra le spese processuali.

Ai fini della regolamentazione delle spese si applica il criterio della soccombenza virtuale, verificando la fondatezza del ricorso sotto il profilo del fumus boni iuris della mala gestio e del periculum in mora, e non l’art. 2476, comma 4, c.c.: tale norma attiene alla distribuzione dell’onere delle spese tra i due soggetti legittimati in via concorrente a proporre l’azione sociale di responsabilità, la società e il socio sostituto processuale, e non deroga alla regola della soccombenza per esonerare l’amministratore; essa non si applica comunque all’azione di revoca, nella quale la legittimazione del socio è propria ed esclusiva, come si desume dagli artt. 2259 e 2409 c.c.

Integra fumus di mala gestio l’allegazione dello stesso amministratore secondo cui i pagamenti a società a lui riconducibili costituirebbero il compenso per la sua attività gestoria, poiché il compenso, ai sensi dell’art. 2389, comma 1, c.c., deve essere determinato dall’assemblea e non può essere autoliquidato dall’amministratore né corrisposto a un terzo che non abbia reso alcuna prestazione alla società.

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Il fumus attenuato come requisito per la concessione della misura di descrizione cautelare
Ai fini della verifica della fondatezza di una domanda di descrizione giudiziale, i requisiti del fumus boni iuris e del...

Ai fini della verifica della fondatezza di una domanda di descrizione giudiziale, i requisiti del fumus boni iuris e del periculum in mora vengono valutati in base a criteri diversi rispetto agli ordinari criteri di giudizio applicati in ambito cautelare, in considerazione del particolare diritto che si intende cautelare, cioè il diritto processuale alla prova. La misura è finalizzata all’acquisizione della prova della violazione del diritto di privativa ed è sia rimedio di istruzione preventiva, in quanto rivolta al soddisfacimento di esigenze istruttorie relative al prospettato giudizio di merito, cui è direttamente strumentale, sia rimedio di natura cautelare, in quanto la sua concessione è comunque subordinata alla sussistenza di un rischio di dispersione della prova; il procedimento si diversifica perciò dagli altri procedimenti cautelari, che hanno ad oggetto anticipazioni di tutela della posizione giuridica sostanziale, venendo in rilievo il diritto processuale alla prova e non già, quantomeno in via immediata, il diritto sostanziale rispetto al quale il primo svolge funzione servente.

Nel caso della descrizione il fumus boni iuris assume caratteri peculiari e un minore grado di consistenza: allo scopo di evitare che la misura sia sollecitata con finalità meramente esplorative, o di abusiva intromissione nella sfera dei concorrenti, esso presuppone che il richiedente non si limiti a un’apodittica allegazione della lesione del proprio diritto, ma fornisca elementi concreti di potenziale riscontro circa la lesione e, soprattutto, circa il pericolo di dispersione della prova. Il fumus va apprezzato in via diretta in relazione al diritto processuale alla prova e solo in via indiretta in relazione al diritto sostanziale; esso va comunque accertato, sebbene con minore rigore, e quando appaiano fondate ragioni per una prognosi negativa la misura non va concessa, in coerenza con l’art. 3 della direttiva 2004/48/CE, che vuole le misure di enforcement proporzionate e assistite da salvaguardie contro gli abusi.

In sede di conferma della descrizione disposta inaudita altera parte, la verifica degli esiti della misura ha carattere meramente formale ed è limitata a un vaglio esterno della rilevanza e della pertinenza dei documenti acquisiti, senza indagine sul loro contenuto né sull’effettiva sussistenza della violazione, rimessa al giudizio di merito; la valutazione del fumus è condizionata soltanto dal carattere non artefatto delle allegazioni sui presupposti del procedimento e dall’esito non totalmente nullo della descrizione. Il materiale acquisito resta secretato a tutela della riservatezza del resistente, con accesso del ricorrente unicamente tramite i difensori e i consulenti tecnici vincolati alla riservatezza, e la restituzione di quanto non rilevante è rimessa al giudice del merito.

La competenza territoriale della sezione specializzata, quando il ricorrente sia una società straniera, si determina in base al combinato disposto degli artt. 120, comma 6, c.p.i. e 4, comma 1-bis, n. 5, d.lgs. n. 168/2003 secondo il contenuto della domanda giudiziale, salvo che la prospettazione del luogo della violazione appaia prima facie artificiosa e finalizzata a sottrarre la causa al giudice precostituito.

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Nullità di brevetto e tutela cautelare: rapporto tra opposizione EPO e giudizio nazionale, novità e periculum in mora
Sussiste un rapporto di concorrenza, non di pregiudizialità, tra il procedimento, sostanzialmente amministrativo, innanzi all’EPO e il giudizio ordinario in...

Sussiste un rapporto di concorrenza, non di pregiudizialità, tra il procedimento, sostanzialmente amministrativo, innanzi all'EPO e il giudizio ordinario in ordine alla nullità dei brevetti (Cass., S.U., n. 6532/2008). Ne consegue che la pendenza del giudizio di opposizione non costituisce ostacolo alla definizione del presente procedimento (peraltro, di natura cautelare) poiché tra i due procedimenti (amministrativo da una parte e giurisdizionale dall’altra) non vi è rapporto di pregiudizialità, non essendo inoltre l’autorità giudiziaria nazionale vincolata a tale decisione (cfr. tra le tante Trib. Milano sent. n. 6013/2019 del 24/07/2019 e n. 4355/2022 del 04/04/2022).

La giurisprudenza consolidata stabilisce che un documento anteriore preclude la novità di qualsiasi elemento rivendicato derivabile direttamente e inequivocabilmente da quel documento, comprese le caratteristiche implicite per una persona esperta nell'arte in ciò che è espressamente menzionato nel documento.

La cessazione della condotta illecita non esclude - di per sé - la persistenza del periculum allorquando la condotta possa essere reiterata in futuro e la parte responsabile della condotta medesima non dia prova di aver adottato misure idonee a rendere sostanzialmente irreversibile la cessazione della condotta lesiva. Di talché, l'interruzione delle condotte illecite, accompagnate da generici impegni, non consente al Tribunale di formulare un concreto giudizio prognostico in ordine alla futura reiterazione dell'illecito, dovendosi del resto dare prevalenza alle preponderanti esigenze di tutela del soggetto danneggiato (e quindi al suo interesse di sventare il rischio di danni futuri) anche tramite un'inibitoria non immediatamente utile, rispetto alla posizione dell'autore dell'illecito il quale comunque da un'inibitoria non riceverà concreto nocumento ove davvero non intenda reiterare le condotte illecite (cfr. Trib. Milano, sentenza del 4 ottobre 2021 e sentenza del 14 novembre 2005).

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Competenza della sezione specializzata a giudicare sulla violazione di segreti commerciali. Onere della prova per l’accoglimento della domanda per illecito ex artt. 98 e 99 c.p.i. e sulla concorrenza sleale
Qualora si proponga una domanda avente ad oggetto l’accertamento della violazione ex artt. 98 e 99 c.p.i. dei diritti sul...

Qualora si proponga una domanda avente ad oggetto l'accertamento della violazione ex artt. 98 e 99 c.p.i. dei diritti sul know how asseritamente vantati dall'attore, la competenza è della sezione specializzata in materia di impresa, indipendentemente dalla questione circa la prova di tali diritti in capo all'attore, che è questione relativa al merito della controversia.

Per l'accoglimento della domanda circa l'accertamento della violazione del know how, è necessario che l'attore dia prova della titolarità di tali diritti indicando che nel caso di specie ricorrono i tre requisiti previsti dall'art. 98 c.p.i. relativamente alla segretezza, al valore economico e all'adozione di misure ragionevolmente adeguate a mantenere la segretezza.

Per l'accoglimento della domanda circa l'accertamento della concorrenza sleale connessa all'appropriazione di know how, è necessario che l'attore dimostri la propria qualità di imprenditore e i diritti sul procedimento del quale rivendica la paternità.

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Sull’azione di regresso del socio di s.n.c.
Nelle società in nome collettivo, stante il regime di responsabilità delineato dall’art. 2291 c.c., il socio che abbia integralmente soddisfatto...

Nelle società in nome collettivo, stante il regime di responsabilità delineato dall'art. 2291 c.c., il socio che abbia integralmente soddisfatto un debito sociale può ripetere dal consocio la parte di debito a quest’ultimo imputabile (nella specie il Tribunale ha riconosciuto il diritto di regresso del socio che ha personalmente saldato un debito sociale sorto per il mancato pagamento delle retribuzioni spettanti a dipendenti della società).

In tale contesto, lo strumento processuale dell’azione di regresso può intendersi come realizzativo di una surrogazione ai sensi dell’art. 1203 c.c., atteso che il socio che agisce si surroga nei diritti spettanti al creditore principale.

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Finanziamento soci: accertamento dei presupposti per la postergazione ex art. 2467, comma 2, c.c.
In caso di azione giudiziale del socio per la restituzione del finanziamento effettuato in favore della società, il giudice del...

In caso di azione giudiziale del socio per la restituzione del finanziamento effettuato in favore della società, il giudice del merito deve verificare se la situazione di crisi prevista dall'art. 2467, comma 2, c.c. (eccessivo squilibrio nell'indebitamento o situazione finanziaria in cui sarebbe stato ragionevole un conferimento) sussista, oltre che al momento della concessione del finanziamento, anche a quello della decisione, trattandosi di fatto impeditivo del diritto alla restituzione del finanziamento rilevabile dal giudice d'ufficio, in quanto oggetto di un'eccezione in senso lato, sempre che la situazione di crisi risulti provata "ex actis", secondo quanto dedotto e prodotto in giudizio.

Il credito del socio, in presenza di un finanziamento concesso nelle condizioni di eccessivo squilibrio dell'indebitamento rispetto al patrimonio netto o laddove sarebbe stato ragionevole un conferimento, subisce una postergazione legale, la quale non opera una riqualificazione del prestito da finanziamento a conferimento con esclusione del diritto al rimborso, ma incide sull'ordine di soddisfazione dei crediti. L'effetto di tale postergazione è automatico, non dipendendo da una conoscenza effettiva dello stato della società o dall'intenzione delle parti, ed impone al giudice, richiesto del rimborso, di accertare, sulla base delle risultanze processuali in atti, se la situazione sociale ricada in una delle fattispecie ex art. 2467 c.c., comma 2.

La qualificazione di "credito postergato" discende dalla sussistenza di oggettive circostanze previste dalla legge e non dall'esercizio di un diritto potestativo della società finanziata, con la conseguenza che si deve escludere la sussistenza di un'eccezione in senso proprio. La sussistenza della condizione di sottocapitalizzazione al momento della concessione del prestito e della richiesta del suo rimborso costituisce un fatto impeditivo all'accoglimento della pretesa creditoria formulata dal socio, il cui fatto costitutivo è integrato dal titolo; ma la deduzione del detto fatto non è oggetto di un'eccezione in senso stretto, che, in quanto tale, possa essere sollevata soltanto dalla società (o dalla curatela) debitrice, onde compete al giudice adito il potere-dovere di rilevare di ufficio detta situazione sulla base degli elementi introdotti in giudizio e presenti agli atti.

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Competenza interna, qualificazione dei versamenti dei soci e presupposti della postergazione del rimborso
Le sezioni specializzate in materia d’impresa costituiscono mere articolazioni interne degli uffici giudiziari ove le stesse sono costituite, come il...

Le sezioni specializzate in materia d’impresa costituiscono mere articolazioni interne degli uffici giudiziari ove le stesse sono costituite, come il supremo Collegio già da tempo ha avuto modo di chiarire. Sicché, i rapporti tra le sezioni ordinarie del Tribunale (nella specie, di Milano) e la Sezione specializzata in materia d’impresa non determinano alcuna questione di competenza, ma attengono solo alla suddivisione interna degli affari fra sezioni dello stesso Tribunale.

La qualificazione - a titolo di mutuo, o a titolo di versamento destinato a confluire in apposita riserva "in conto capitale" - delle somme erogate dai soci in favore della società dipende dall’esame della volontà negoziale delle parti, e la relativa prova, di cui è onerato il socio attore (sostanziale) in restituzione, deve trarsi dal modo in cui il rapporto è stato attuato in concreto, dalle finalità pratiche cui esso appare essere diretto e dagli interessi che vi sono sottesi, dovendosi, inoltre, avere riguardo, in mancanza di una chiara manifestazione di volontà, alla qualificazione che i versamenti hanno ricevuto nel bilancio, da reputarsi determinante per stabilire se si tratti di finanziamento o di conferimento, in considerazione della soggezione del bilancio all’approvazione dei soci.

La postergazione disposta dall’art. 2467 c.c. integra una condizione di inesigibilità ex lege e temporanea del diritto del socio alla restituzione del finanziamento, sino a quando non sia superata la situazione di difficoltà economico-finanziaria prevista dalla norma. E' noto altresì che affinché operi la condizione di inesigibilità di cui all’art. 2467 c.c. è necessario che ricorrano entrambe le condizioni previste dalla norma (oltre alla ricorrenza di altri creditori sociali da soddisfare), ovvero:
- che il finanziamento sia stato concesso in un momento di eccessivo squilibrio dell’indebitamento rispetto al patrimonio netto o laddove sarebbe stato ragionevole un conferimento (pur non potendosi operare una riqualificazione del prestito in conferimento),
- che tale squilibrio permanga anche al momento della richiesta di rimborso.

Quando risulti superato lo squilibrio patrimoniale, e dunque la situazione di rischio per i creditori sociali che ne discende e che la norma pone a fondamento della regola della postergazione, il credito del socio torna ad essere ordinariamente esigibile, anche nel caso risultino altri debiti sociali.

Nel giudizio avente ad oggetto la condanna della società renitente alla restituzione del prestito in favore del socio, il Giudice dovrà accertare se sussistano, in concreto, una delle situazioni di cui all’art. 2467, secondo comma, c.c. non solo al momento in cui il prestito è stato erogato, ma anche al momento della richiesta del rimborso e sino alla pronuncia, trattandosi di una mera condizione di inesigibilità temporanea del credito.

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Rapporto tra sequestro conservativo e domanda di arbitrato: la decorrenza del termine ex art. 669-octies c.p.c.
Il termine perentorio di sessanta giorni per l’inizio del giudizio di merito, previsto dall’art. 669-octies, comma 3, c.p.c., decorre dalla...

Il termine perentorio di sessanta giorni per l’inizio del giudizio di merito, previsto dall’art. 669-octies, comma 3, c.p.c., decorre dalla comunicazione dell'ordinanza cautelare alle parti. La tempestiva proposizione della domanda di arbitrato impedisce l’inefficacia del provvedimento cautelare, producendo detta domanda, ai sensi dell’art. 816-bis.1 c.p.c., gli effetti sostanziali della domanda giudiziale.

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Cancellazione d’ufficio della società e successione del socio nei beni e diritti residui
Ai sensi dell’art. 2490, comma 6, c.c. a seguito della cancellazione d’ufficio dal Registro delle Imprese di una società in...

Ai sensi dell’art. 2490, comma 6, c.c. a seguito della cancellazione d’ufficio dal Registro delle Imprese di una società in liquidazione per mancato deposito del bilancio per tre anni consecutivi, si determina l’irreversibile estinzione della società ex art. 2495, comma 2, c.c., a prescindere dalla persistenza nel suo patrimonio di rapporti giuridici attivi o passivi. Qualora all’estinzione della società non corrisponda il venir meno di ogni rapporto giuridico facente capo alla società estinta, si determina un fenomeno di tipo successorio assimilabile alla successione universale. In forza di tale meccanismo, i diritti e i beni immobili residui non compresi nel bilancio di liquidazione si trasferiscono ai soci in regime di contitolarità o di comunione indivisa tra loro o, nel caso di unico socio superstite, entrano nella titolarità esclusiva di quest’ultimo.

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L’illecita prosecuzione dell’attività sociale tra responsabilità sociale e responsabilità gestoria
L’art. 2486, co. 2 c.c. disciplina la responsabilità degli amministratori per i danni cagionati – tra gli altri – ai...

L’art. 2486, co. 2 c.c. disciplina la responsabilità degli amministratori per i danni cagionati – tra gli altri – ai terzi con atti compiuti in violazione dell’obbligo di gestione della società ai soli fini della conservazione dell’integrità e del valore del patrimonio sociale. Esso si applica, dunque, quando la condotta illecita degli amministratori viene posta in essere in un momento in cui si è già verificata una causa di scioglimento della società. L’art. 2486 cpv. costituisce una declinazione della responsabilità generale posta dagli artt. 2392 e ss. c.c. ma non è una norma inutile o meramente ricognitiva, perché si riferisce ad una mutata prospettiva della gestione societaria, consentendo di configurare a carico degli amministratori una responsabilità in delle ipotesi in cui nella proiezione ordinaria dell'attività di impresa la condotta potrebbe anche ritenersi lecita.

Per poter affermare la responsabilità degli amministratori per illecita prosecuzione dell’attività sociale, non è sufficiente allegare un aggravamento della perdita patrimoniale, ma è necessario dimostrare che la condotta gestoria successiva a uno stato di scioglimento di fatto è stata fonte di danno ingiusto, trattandosi di una attività orientata non alla conservazione del valore del patrimonio sociale, bensì al proseguimento dell'attività tipica, con conseguente assunzione di nuovo rischio di impresa. In proposito, anche rispetto alla responsabilità ex art. 2486, co. 2 c.c. possono richiamarsi i principi affermati riguardo all’art. 2395 c.c., il quale postula la lesione di un diritto soggettivo patrimoniale del socio o del terzo che non sia conseguenza del depauperamento del patrimonio della società.

Costituisce illecito rilevante ai sensi dell’art. 2395 c.c. ogni fatto, doloso o colposo, commesso dagli amministratori in occasione dell’esercizio delle loro funzioni gestorie, che rechi al terzo un danno ingiusto tale da riverberarsi direttamente nel suo patrimonio. Trattandosi di responsabilità aquiliana, il terzo danneggiato è onerato della prova dei presupposti soggettivi ed oggettivi di tale responsabilità. L’accoglimento dell’azione risarcitoria proposta a norma dell’art. 2395 c.c. richiede l’accertamento non solo della condotta contra legem ma anche l’allegazione e prova, da parte dell’attore, del danno lamentato e del nesso causale intercorrente tra questo e la condotta stessa. La giurisprudenza e la dottrina hanno sussunto all’interno dell’art. 2395 c.c. la condotta degli amministratori lesiva della libertà di autodeterminazione negoziale dei terzi che contrattano con la società.

L’azione individuale di responsabilità non copre il danno subito dal terzo contraente in conseguenza dell’inadempimento della società, il quale non implica di per sé una responsabilità diretta degli amministratori, salvo che l’inadempimento sia dipeso da dolo o colpa degli amministratori stessi, i quali, in tal caso, concorrono nell’illecito della società a titolo extra-contrattuale. Pertanto, qualora l’attività illecita degli amministratori determini o concorra a determinare l’inadempimento della società, è configurabile, secondo i principi della c.d. tutela aquiliana del credito, il concorso tra l’illecito della società ex art. 1218 c.c. e l’illecito extra-contrattuale degli amministratori.

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Società in accomandita semplice: conferimenti, divieto di concorrenza e ripartizione degli utili e delle perdite
Dalla disciplina delle società di persone – nonostante lo spiccato tratto personalistico di queste ultime – non si desume la...

Dalla disciplina delle società di persone – nonostante lo spiccato tratto personalistico di queste ultime – non si desume la configurabilità in capo ai soci di un vero e proprio obbligo di prestare la propria collaborazione nell’attività della società. Se così fosse, tutti i soci sarebbero tenuti (anche) ad un conferimento d’opera, che invece costituisce solo uno dei possibili contenuti che il conferimento può assumere. Tale considerazione trova conferma nel fatto che in generale non tutti i soci devono necessariamente partecipare all’amministrazione: ciò è tanto più vero e addirittura indefettibile nelle s.a.s., dove la dicotomia tra soci accomandatari e soci accomandanti si riflette non solo nel regime di responsabilità personale e solidale per le obbligazioni sociali ma anche nel ruolo e nei poteri gestori, sostanzialmente assenti in capo agli accomandanti.

Il divieto di concorrenza, imposto dall’art. 2301 c.c. a carico dei soci di s.n.c., nelle s.a.s. è applicabile esclusivamente al socio accomandatario, come si desume chiaramente dal fatto che l’art. 2318 c.c. estende ai soli soci accomandatari i diritti e gli obblighi previsti per i soci di società in nome collettivo: "ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit". È fatta salva la possibilità che per i soci accomandanti un divieto di concorrenza venga introdotto con apposita previsione del contratto sociale. Quand’anche fosse configurabile in capo al socio accomandante un divieto di concorrenza, troverebbe comunque applicazione l’art. 2301, co. 2 c.c., secondo cui il consenso degli altri soci allo svolgimento di attività in concorrenza – che impedisce l’insorgenza dell’obbligazione negativa – si presume se tale attività era preesistente alla stipula del contratto sociale ed essi ne erano a conoscenza.

Per le società di persone l’art. 2262 c.c. stabilisce che, salvo patto contrario, ciascun socio ha diritto di percepire la propria parte di utili dopo l’approvazione del rendiconto. A differenza dei soci di società di capitali, i soci di società di persone sono titolari di un diritto soggettivo alla percezione dell’utile, che sorge a fronte della mera produzione di ricavi in misura maggiore rispetto ai costi, come accertato in sede di rendiconto. Fermo il rispetto del divieto di patto leonino (art. 2265 c.c.), gli utili e le perdite sono ripartiti secondo le previsioni del contratto sociale. In mancanza, trovano applicazione i criteri legali suppletivi di ripartizione, secondo cui utili e perdite si presumono i) proporzionali ai conferimenti ovvero ii) uguali, se il valore dei conferimenti non è determinato nell’atto costitutivo.

È indebita la sovrapposizione tra i) la responsabilità limitata del socio accomandante per le obbligazioni sociali, che riguarda i rapporti tra il socio e i creditori sociali e ii) la ripartizione delle perdite, che invece riguarda i rapporti tra socio e società. Inoltre, prima dello scioglimento della società le perdite hanno un rilievo solo indiretto, perché impediscono la distribuzione degli utili successivamente conseguiti fino a quando il capitale non sia stato reintegrato o ridotto in misura corrispondente.

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