Il terzo o il socio è legittimato, anche dopo il fallimento della società, a esperire nei confronti dell’amministratore l’azione di natura aquiliana prevista dall’art. 2395 c.c. per ottenere il risarcimento dei danni subiti nella propria sfera individuale in conseguenza di atti dolosi o colposi dell’amministratore, purché tali danni siano conseguenza immediata e diretta del comportamento denunciato. Quando il pregiudizio lamentato costituisce il mero riflesso di quello che ha colpito l’ente ovvero il ceto creditorio per effetto della cattiva gestione, è proponibile soltanto la diversa azione di natura contrattuale prevista dall’art. 2394 c.c., esperibile in caso di fallimento dal curatore ai sensi dell’art. 146 l. fall.
La prosecuzione dell’attività sociale a capitale perso, in stato di sopravvenuto scioglimento della società [anche mediante l’utilizzo di finanziamenti bancari connessi allo stato di avanzamento dei lavori appaltati al creditore], è condotta tipicamente pregiudizievole per tutti i creditori e, in quanto produttiva di un danno soltanto riflesso rispetto a quello subito dall’intero ceto creditorio, è di per sé inidonea a fondare la pretesa risarcitoria del singolo creditore ex art. 2395 c.c. L’affidamento del contraente su dati di bilancio inattendibili può integrare un danno diretto solo se riferito ai bilanci disponibili al momento della stipulazione del contratto.
Il sequestro conservativo ex art. 671 c.p.c. chiesto dal creditore sociale a cautela della domanda risarcitoria ex art. 2394 c.c. nei confronti dell’amministratore difetta del fumus boni iuris quando, a seguito del sopravvenuto fallimento della società, il creditore ricorrente abbia perso la legittimazione a proporre la domanda di merito, spettante al curatore ai sensi dell’art. 146 l. fall.
In materia di responsabilità contrattuale l’amministratore non risponde mai dei debiti sociali, e il creditore non può rivolgersi a lui a tale titolo, neppure nel caso di danno diretto causato dall’amministratore al terzo creditore in occasione della stipula o dell’esecuzione di un contratto con la società (artt. 2395 e 2476, comma 6, c.c.), perché anche in tale ipotesi il titolo in forza del quale l’amministratore risponde verso il creditore è risarcitorio extracontrattuale.
È infondata l’azione sociale di responsabilità fondata sul mero fatto che l’amministratore abbia sottoscritto con la controparte più versioni del contratto, una sola delle quali sia poi individuata come regolante i rapporti tra le parti, perché da tale modalità di formazione dell’accordo, certamente anomala, non deriva di per sé alcun danno alla società. Ove il contratto vigente risulti più oneroso di quello sperato dalla società, questa deve allegare che il corrispettivo pattuito sia esorbitante, arbitrario o sproporzionato rispetto alle prestazioni della controparte, e perciò sostanzialmente dissipativo.
La domanda con cui la società chiede che il proprio amministratore la tenga indenne di quanto essa debba pagare a un terzo in forza di un contratto sociale configura una chiamata in garanzia impropria, e non una chiamata del terzo responsabile, che presuppone l’assenza di un rapporto contrattuale con il terzo chiamato e la deduzione del proprio difetto di legittimazione passiva; tale domanda di manleva o garanzia può avere soltanto fonte contrattuale, e il relativo titolo deve essere quantomeno allegato.
Costituisce un errore logico calcolare il danno [da inadempimento del progettista e direttore dei lavori] come differenza tra la stima previsionale iniziale contenuta nei computi metrici e il costo finale dell’opera realizzata. In una prospettiva patrimoniale, infatti, all’esito di un intervento di radicale ristrutturazione il committente diviene proprietario di un’opera il cui valore aumenta in misura pari al costo effettivo dell’intervento, sicché in quella differenza non è ravvisabile un danno patrimoniale; in una prospettiva finanziaria, il committente che intenda dimostrare che avrebbe potuto ottenere la stessa opera spendendo meno deve far periziare le opere realizzate, e non quelle preventivate.
Il danno da omesso completamento dei lavori non può essere identificato nel costo dei lavori completati successivamente sotto la direzione di altri, perché, se si addebita al professionista di non averli fatti completare, quell’identico costo il committente lo avrebbe sopportato anche in caso di adempimento.
Al socio receduto, in ragione della manifestata volontà di uscire dalla compagine sociale monetizzando la propria partecipazione, possono essere riconosciuti soltanto i diritti partecipativi funzionali alla valorizzazione della quota che deve essergli liquidata. L’attribuzione di tutte le posizioni partecipative ordinarie risulta incongrua, perché esse non sono più collegate alla partecipazione sociale in senso proprio; in particolare la legittimazione a impugnare le deliberazioni assembleari non è più sorretta dall’interesse, tipico del socio non receduto, alla loro conformità allo schema legale, salvo che l’esercizio dei diritti partecipativi sia strumentale alla salvaguardia del patrimonio sociale in vista della liquidazione della quota e che l’impugnazione riguardi deliberazioni idonee a incidere su tale liquidazione.
Il diritto del socio receduto di s.r.l. di ottenere informazioni e di consultare la documentazione sociale ai sensi dell’art. 2476, comma 2, c.c. va calibrato sul suo status e sull’interesse alla liquidazione della quota. Quando la società, nel corso del procedimento cautelare, abbia fornito un’ampia documentazione sugli affari oggetto delle richieste, compatibile con tale status, viene meno il pericolo di un pregiudizio imminente e irreparabile e va dichiarata la cessazione della materia cautelare del contendere; le informazioni relative a una società controllata dichiarata fallita vanno richieste agli organi della procedura.
La mancanza di continuità aziendale costituisce causa di scioglimento della società. Gli amministratori devono prenderne atto quando nessun apporto dei soci è pervenuto, il piano industriale non ha avuto attuazione e la prosecuzione della gestione in perdita è divenuta cronica, sicché la gestione prosegue consumando risorse e accumulando perdite senza prospettive di apporto finanziario; la continuità aziendale va peraltro apprezzata in un arco temporale ampio, tenendo conto della possibilità, ancora attuale, di confidare nell’immissione di risorse economiche da parte dei soci.
Il pregiudizio patrimoniale da prosecuzione illecita dell’impresa in mancanza di continuità aziendale può essere determinato prendendo come base di computo le perdite emergenti dal conto economico strettamente inerenti alla gestione caratteristica, depurate delle poste che non incidono sulla perdita di gestione, quali gli ammortamenti, le svalutazioni delle partecipazioni e gli interessi, e dei presumibili costi che sarebbero stati comunque sopportati in costanza di liquidazione. L’onere della prova del danno grava sull’attore secondo i principi generali.
Gli amministratori della società che controlla di diritto la società fallita, rispetto alla quale l’attività di direzione e coordinamento si presume ai sensi dell’art. 2497-sexies c.c., rispondono ai sensi dell’art. 2497 c.c., in solido con gli amministratori della controllata, del danno da prosecuzione illegittima dell’attività di quest’ultima, quando ne conoscevano lo stato di dissesto, circostanza che può essere accertata anche mediante presunzioni ex art. 2729 c.c., o comunque avevano il dovere di conoscerlo nell’esercizio del potere gestorio della controllante, anche avvalendosi dei poteri di consultazione documentale spettanti ai soci di s.r.l. ex art. 2476 c.c.
I responsabili della violazione delle norme poste a presidio della corretta gestione della società vanno individuati, oltre che sulla base della loro qualificazione formale, in ragione del contenuto delle funzioni da essi concretamente esercitate, anche in assenza di un’investitura da parte della società. Ai fini dell’individuazione dell’amministratore di fatto è sufficiente l’accertamento dell’inserimento nella gestione dell’impresa, desumibile dalle direttive impartite e dal condizionamento delle scelte operative della società; la figura presuppone che le funzioni gestorie svolte in via di fatto abbiano carattere sistematico e non si esauriscano nel compimento di alcuni atti di natura eterogenea ed occasionale [compimento di atti gestori in ruolo attivo e sistematico, tale da ingenerare nei terzi il convincimento di pari titolo e poteri rispetto all’amministratore di diritto].
È lecito lo spostamento in bilancio di una posta contabile dalla voce passiva «fondi per rischi ed oneri» al patrimonio netto, quale «riserva di conferimento», quando alla posta, secondo la perizia di stima redatta ex art. 2343 c.c. all’atto del conferimento, vada riconosciuta natura e finalità di c.d. badwill, ossia di avviamento negativo e di rettifica in diminuzione del valore del conferimento in ragione delle prospettive di future perdite di gestione e di mancata remunerazione del capitale; in tal caso lo storno non occulta una perdita del capitale sociale. La natura della posta va individuata sulla base del contenuto della perizia, perché gli amministratori che redigono i bilanci possono fare conto solo su quanto il perito vi ha scritto, mentre sono irrilevanti le successive e tardive dichiarazioni del perito di diverso tenore.
In presenza di transazioni intervenute tra la curatela e alcuni dei corresponsabili, il vincolo di solidarietà si scioglie e il convenuto non transigente risponde nei limiti della propria quota interna, determinata in ragione della diversa intensità della colpa. È più intensa la colpa degli amministratori che hanno proseguito l’attività in mancanza delle condizioni di continuità aziendale, assumendo nuovi rischi imprenditoriali a scapito della garanzia patrimoniale dei creditori in violazione sistematica degli artt. 2447 e 2486 c.c., rispetto a quella dei sindaci [che avevano chiesto agli amministratori di convocare l’assemblea per l’adozione degli opportuni provvedimenti in assenza di ricapitalizzazione].
L’omessa informazione formale ai soci, da parte dei sindaci, di situazioni di grave mala gestio, quali la prosecuzione dell’attività caratteristica in carenza di continuità aziendale, non è in nesso causale con il danno quando i sindaci hanno reiteratamente raccomandato agli amministratori di monitorare i presupposti di continuità aziendale e di valutare l’accesso a una procedura concorsuale, e l’informazione ai soci non avrebbe verosimilmente sortito alcun effetto [perché la proprietà della società faceva capo, sia pure indirettamente, al soggetto chiamato a rispondere delle violazioni gestorie].
La conoscenza della grave crisi della società acquisita da un sindaco nella diversa veste di professionista di fiducia del socio di controllo non può ritenersi trasmessa agli altri componenti del collegio sindacale per il solo fatto della comune partecipazione al medesimo organo collegiale.
Non è addebitabile al collegio sindacale di s.r.l. l’omessa denuncia ex art. 2409 c.c., perché all’epoca dei fatti esisteva in giurisprudenza un forte contrasto sull’esperibilità di tale rimedio nelle società a responsabilità limitata, la cui applicabilità è stata poi esclusa dalla giurisprudenza di legittimità [fattispecie anteriore alla modifica dell’art. 2477 c.c. ad opera del d.lgs. 12 gennaio 2019, n. 14, che ha esteso alla s.r.l. l’applicazione dell’art. 2409 c.c.].
La società di revisione non risponde del danno derivante da un’operazione di conferimento quando la relazione resa riguarda la sola situazione patrimoniale sottoposta al suo esame, menziona il conferimento soltanto come fatto successivo e non contiene alcuna attestazione sulla correttezza della sua valutazione.
La ricezione da parte della banca, dalla società poi fallita, del pagamento delle rate del mutuo contratto dalla controllante non configura una responsabilità della banca quando l’operazione si risolve in una delegazione di pagamento e l’importo versato corrisponde sostanzialmente al canone di mercato dovuto dalla fallita alla controllante per l’occupazione degli immobili in cui opera.
Il danno da prosecuzione illecita dell’attività costituisce debito di valore: sulla somma accertata alla data del fallimento sono dovuti la rivalutazione monetaria fino al deposito della sentenza e gli interessi compensativi ex art. 1226 c.c., richiamato dall’art. 2056 c.c., liquidati equitativamente nella misura degli interessi legali e applicati, per evitare duplicazioni, sulla somma rivalutata anno per anno; dalla pronuncia al saldo spettano gli interessi di mora nella misura legale.
La riforma di cui al d.lgs. n. 6/2003, pur non prevedendo più negli artt. 2476 e 2487 c.c. il richiamo agli artt. 2392, 2393 e 2394 c.c., non incide sulla legittimazione del curatore della s.r.l. fallita all’esercizio dell’azione di responsabilità ai sensi dell’art. 146 l. fall., perché tale disposizione, riformulata dall’art. 130 d.lgs. n. 5/2006, abilita il curatore all’esercizio di qualsiasi azione di responsabilità contro amministratori, organi di controllo, direttori generali e liquidatori di società; già nel testo originario la norma legittimava il curatore all’esercizio delle azioni comunque esercitabili dai soci o dai creditori nei confronti degli amministratori, indipendentemente dallo specifico riferimento agli artt. 2393 e 2394 c.c. [fattispecie anteriore all’introduzione del sesto comma dell’art. 2476 c.c. ad opera dell’art. 378, comma 1, d.lgs. 12 gennaio 2019, n. 14].
I vizi inerenti alla preventiva audizione del comitato dei creditori, richiesta dall’art. 146 l. fall. per l’esercizio da parte del curatore dell’azione di responsabilità nei confronti di amministratori e sindaci, sono deducibili soltanto nell’ambito della procedura fallimentare, con reclamo al tribunale fallimentare, e non possono essere fatti valere mediante una diretta impugnativa in sede contenziosa dell’atto posto in essere dal curatore.
Nell’azione di responsabilità contro gli organi sociali non sussiste nullità della citazione per indeterminatezza della domanda quando ogni atto di mala gestio denunciato può essere ricollegato ai convenuti in ragione della successione nel tempo degli incarichi da ciascuno rivestiti; la nullità ex art. 164, comma 4, c.p.c. richiede che l’incertezza degli elementi costitutivi della responsabilità non sia marginale o superabile e investa l’intero contenuto dell’atto.
La responsabilità contrattuale dell’amministratore verso la società presuppone, oltre alla deduzione di condotte in violazione di specifici obblighi di legge o di statuto, la dimostrazione di un pregiudizio causalmente connesso all’illecito, da rimediare mediante risarcimento per equivalente; essa non è configurabile in termini meramente sanzionatori, come una sorta di danno punitivo sganciato dalla prova della natura e della consistenza del pregiudizio. La sola violazione dell’obbligo di regolare tenuta delle scritture contabili, di per sé inidonea a determinare un pregiudizio patrimoniale, non giustifica quindi la liquidazione di una somma a titolo di pena pecuniaria commisurata al passivo fallimentare.
La violazione dell’obbligo di conservare l’integrità del patrimonio sociale per prelievi di cassa o pagamenti a terzi privi di riscontro causale nella contabilità e nella documentazione sociale si presume dimostrata quando l’amministratore non provi la riferibilità delle spese all’attività sociale o la destinazione dei pagamenti all’estinzione di debiti sociali fondati su comprovati titoli.
Costituisce scelta gestoria del tutto irragionevole, risolventesi nella distrazione di risorse sociali, il finanziamento concesso a una società in alcun modo partecipata o collegata e già priva di accesso al credito bancario, dal quale la società finanziatrice non poteva trarre alcun vantaggio; dell’operazione l’organo gestorio risponde per violazione del dovere di tutelare l’integrità del patrimonio sociale nell’interesse della società e dei creditori.
Costituisce indebita utilizzazione del denaro sociale nell’interesse privato di un socio l’acquisto di un bene di lusso [autovettura] estraneo alle esigenze dell’attività d’impresa, effettuato su richiesta e nell’interesse del socio che ne abbia goduto; il danno è pari alla differenza tra il costo sostenuto dalla società e il ricavato della vendita del bene.
Delle distrazioni rispondono in solido l’amministratore di diritto e il socio che abbia assunto il ruolo di amministratore di fatto [operando sui conti correnti sociali e assumendo le scelte gestorie nei rapporti con le banche]. L’essersi prestato ad assumere solo formalmente la carica, fungendo da prestanome del soggetto cui è demandata di fatto la gestione, e lo svolgimento del mandato nella completa ignoranza dell’operato di costui non esonerano l’amministratore di diritto dalla responsabilità per il danno derivato alla società e ai creditori.
Le rimesse eseguite dalla società a favore dei soci a titolo di restituzione di finanziamenti non possono essere qualificate come pagamenti ingiustificati quando il curatore non abbia allegato l’esistenza, al momento dell’erogazione e del rimborso, dei presupposti stabiliti dall’art. 2467 c.c. per la postergazione.
Il socio che abbia beneficiato delle distrazioni [godendo di beni acquistati con denaro sociale o di somme versate a società a lui riferibili] non risponde del danno in solido con gli amministratori in mancanza di allegazione di elementi di ingerenza nella gestione sociale.
Al fine di determinare la responsabilità dell’amministratore e riconoscere al terzo il diritto al risarcimento del danno ai sensi dell’art. 2395 c.c. è necessario provare non solo la condotta illecita dell’amministrazione (ravvisabile, nel caso di specie, nell’asserito presunto ritardo nell’adozione dei provvedimenti di cui all’art. 2384 c.c. al verificarsi della causa di scioglimento dell'azzeramento del capitale sociale) ma è necessario altresì provare l’entità del danno subito.
La prova della sussistenza del danno rende in primo luogo necessario individuare un periodo di tempo delimitato e circoscritto in cui la perdita del capitale sociale si sarebbe verificata, al fine di confrontare il saldo dell’esposizione creditoria esistente al momento in cui la società doveva (secondo diligenza) essere posta in liquidazione con il saldo dell’esposizione creditoria finale, venendo così a determinarsi l’apprezzamento della differenza che avrebbe subito il credito computato alla data in cui la società debitrice avrebbe dovuto essere messa in liquidazione (o sottoposta a procedura concorsuale) e la falcidia che ha subito effettivamente, dalla quale discende l’individuazione e quantificazione del danno. Se la falcidia che il credito avrebbe subito nel primo momento è superiore a quella effettivamente subita, non sussiste alcun danno. Deve inoltre ritenersi mancante il nesso di causalità tra le condotte ascritte all’amministratore e le forniture eseguite dal creditore attore, laddove quest’ultimo, pur nella piena consapevolezza della situazione di crisi in cui versava la società cliente, ha consapevolmente deciso di proseguire nei rapporti commerciali con il cliente avvantaggiandosi, tra l’altro, della riduzione della complessiva esposizione verso la società.
L'addebito all'organo amministrativo di aver proseguito l'attività sociale in una situazione di sottocapitalizzazione rilevante ex art. 2482 ter c.c. mai sanata, omettendo gli adempimenti e violando gli obblighi imposti dallo stesso art. 2482 ter c.c. e dagli artt. 2485, co. 2, e 2486 c.c., costituisce grave illecito gestorio tale da assorbire normalmente in sé la portata e gli effetti pregiudizievoli per il patrimonio sociale di tutti gli specifici atti gestori ciononostante compiuti nel periodo di riferimento; poiché laddove l'addebito generale di prosecuzione illecita dell'attività sociale in stato di scioglimento risulti fondato, anche la porzione di depauperamento del patrimonio stesso specificamente imputabile alle operazioni contestate ne risulta assorbita come il meno nel più, senza che possa ritenersi sussistente un interesse ulteriore dell'attore a sentir comunque accertare le eventuali perdite direttamente conseguenti in via esclusiva agli ulteriori addebiti "specifici". ". [fattispecie relativa a fatti verificatisi anteriormente all’introduzione del terzo comma dell’art. 2486 c.c., disposta dall’art. 378, comma 2, D. Lgs. 12 gennaio 2019, n. 14]
L'azione volta a far valere la responsabilità degli amministratori (e dei sindaci) non va proposta necessariamente contro tutti i sindaci e gli amministratori, ma può essere intrapresa contro uno solo o alcuni di essi, senza che insorga l'esigenza di integrare il contraddittorio nei confronti degli altri, in considerazione dell'autonomia e scindibilità dei rapporti con ciascuno dei coobbligati in solido.
Anche in caso di fallimento di una s.r.l., il curatore ha la legittimazione a esercitare l'azione di responsabilità dei creditori sociali.
L'eccezione di prescrizione opposta da alcuni dei condebitori solidali non opera automaticamente a favore degli altri, avendo costoro, al fine di potersene giovare, l'onere di farla esplicitamente propria e, quindi, di sollevarla tempestivamente.
L'azione di responsabilità dei creditori sociali nei confronti degli amministratori di società ex art. 2394 c. c. promossa dal curatore fallimentare è soggetta a prescrizione che decorre dal momento dell'oggettiva percepibilità, da parte dei creditori, dell'insufficienza dell'attivo a soddisfare i debiti (e non anche dall'effettiva conoscenza di tale situazione), che, a sua volta, dipendendo dall'insufficienza della garanzia patrimoniale generica (art. 2740 c.c.), non corrisponde allo stato d'insolvenza di cui all'art. 5 l. fall., derivante, "in primis", dall'impossibilità di ottenere ulteriore credito. In ragione della onerosità della prova gravante sul curatore, sussiste una presunzione "iuris tantum" di coincidenza tra il "dies a quo" di decorrenza della prescrizione e la dichiarazione di fallimento, spettando pertanto all'amministratore la prova contraria della diversa data anteriore di insorgenza dello stato di incapienza patrimoniale.
Il terzo che abbia partecipato alla realizzazione di una operazione dissennata e dissipatoria del patrimonio sociale risponde in solido con l'amministratore del danno derivato ex art. 2043 c.c..
Le somme delle quali il socio-amministratore unico priva la società (mediante versamento sul proprio conto corrente) sono da considerarsi quali finanziamenti verso soci se risultano contabilizzate a tale titolo mentre costituiscono comportamento distrattivo qualora siano del tutto prive di una giustificazione contabile. Pertanto, il socio-amministratore unico, nel primo caso è tenuto a rimborsare tali somme a titolo di adempimento del contratto di finanziamento; viceversa, nel secondo caso – ferme restando ulteriori possibili conseguenze di natura penale – dovrà corrispondere le somme sottratte a titolo di risarcimento da inadempimento. [Nel caso di specie, il Fallimento di una S.r.l. aveva agito nei confronti del socio-amministratore unico, chiedendone la condanna al pagamento della somma sottratta a titolo di restituzione del finanziamento erogato e, in subordine, a titolo di risarcimento del danno].
L’azione di responsabilità esercitata nei confronti di più amministratori - tra i quali solo alcuni risultano formalmente amministratori della società al momento della dichiarazione di fallimento - presuppone , in primo luogo, l’accertamento del ruolo assunto da ciascun amministratore nei diversi periodi rilevanti ai fini dell’imputazione degli addebiti formulati dalla curatela. Il fatto che l’amministratore prendesse ordini ed istruzioni da un altro amministratore nell’esecuzione degli atti gestori non elide affatto la sua responsabilità, derivante dalla indispensabile cooperazione prestata nella conduzione dell’attività amministrativa e gestoria.
La responsabilità contrattuale dell’amministratore nei confronti della società presuppone la sussistenza di comportamenti tenuti dall’amministratore in violazione di specifici obblighi (derivanti dalla legge e dallo statuto), nonché la dimostrazione che ne sia derivato un pregiudizio nella sfera giuridica della società e che tale pregiudizio sia casualmente e logicamente connesso all’illecito prospettato. Tale responsabilità non è, infatti, configurabile in termini semplicemente sanzionatori della condotta illecita prospettata attraverso la concezione di una sorta di danno “punitivo”, sganciato nella sua determinazione della effettiva dimostrazione della natura e consistenza del pregiudizio che dall’illecito sarebbe derivato alla società.
La semplice violazione da parte dell’amministratore dell’obbligo di regolare tenuta delle scritture contabili , condotta di per sé inidonea a determinare un materiale pregiudizio nella sfera patrimoniale della società, non giustifica l’imputazione all’amministratore inadempiente della responsabilità per il dissesto e non è , quindi, sufficiente a fondare la pretesa del fallimento di pagamento della somma corrispondente alla differenza tra l’attivo e il passivo fallimentare , come se si trattasse di una misura sanzionatoria della violazione. [fattispecie relativa a fatti verificatisi anteriormente all’introduzione del terzo comma dell’art. 2486 c.c., disposta dall’art. 378, comma 2, D. Lgs. 12 gennaio 2019, n. 14]
Viola lo specifico dovere di diligenza cui sono tenuti gli amministratori di società di capitali l’amministratore [di società che opera prevalentemente nelle forniture di beni e servizi alle pubbliche amministrazioni] che accetta l’incarico tacendo l’esistenza di condanne penali definitive a proprio carico costituenti causa di esclusione della società dalle gare pubbliche ai sensi dell’art. 38 del D. Lgs. n. 163/2006. L’inadempimento si realizza già con l’accettazione della carica, perché l’esclusione della società discende dal difetto dei requisiti in capo ai suoi amministratori e si verificherebbe anche in caso di corretta dichiarazione; la condotta espone la società al concreto e prevedibile rischio di essere esclusa dalle gare cui partecipa regolarmente per il perseguimento dello scopo sociale, e la violazione è tanto più grave quando all’amministratore sono state conferite deleghe proprio per la cura dei rapporti con gli enti.
Nell’azione sociale di responsabilità, di natura contrattuale, la società attrice è tenuta ad allegare l’inadempimento dell’amministratore agli obblighi derivanti dalla legge e dallo statuto, mentre grava sull’amministratore convenuto l’onere di provare l’adempimento; spetta invece alla società allegare e provare l’esistenza di un danno attuale e concreto, quale il depauperamento del patrimonio sociale, e la sua riconducibilità causale al fatto dell’amministratore inadempiente. Tali regole operano anche quando l’amministratore è contumace, ipotesi nella quale è inutilizzabile il criterio della non contestazione.
Il danno subito dalla società esclusa da una gara pubblica di cui era aggiudicataria provvisoria corrisponde al mancato guadagno che avrebbe conseguito con l’aggiudicazione definitiva e l’esecuzione dell’appalto, e va quindi determinato deducendo dall’importo di aggiudicazione i costi connessi e strumentali all’esecuzione. In mancanza di diversi indici allegati dall’attore, il danno può essere liquidato in via equitativa in una percentuale del corrispettivo [pari a circa il 10% del valore dell’offerta], perché il risarcimento dell’intero importo porrebbe il danneggiato in una situazione migliore di quella in cui si sarebbe trovato in assenza dell’illecito.
Ai fini della determinazione del compenso dell’amministratore delegato di s.r.l. assume rilievo prioritario il rapporto organico che lega la società ai suoi organi, rispetto agli accordi intercorsi tra amministratori sul criterio di calcolo della remunerazione [come un c.d. employment agreement che preveda un compenso inferiore]. Si applicano quindi la norma che demanda all’assemblea ordinaria la determinazione del compenso degli amministratori, qualora lo statuto nulla stabilisca (art. 2364 n. 3 c.c.), e il principio per cui, in mancanza di tale determinazione, il compenso è stabilito dal giudice ai sensi dell’art. 2233 c.c.; l’amministratore ha pertanto diritto all’integrazione dei compensi percepiti fino alla misura deliberata dall’assemblea, nei limiti della prescrizione quinquennale, e il relativo credito può essere compensato con il risarcimento dovuto alla società per gli addebiti di mala gestio accertati.
L’azione sociale di responsabilità ex art. 2476 c.c. ha natura contrattuale, sicché spetta all’attore allegare l’inadempimento, cioè indicare il singolo atto gestorio che si pone in violazione dei doveri imposti dalla legge o dallo statuto, e il danno che ne deriva, mentre è onere dell’amministratore contrastare lo specifico addebito fornendo la prova dell’esatto adempimento. A fronte di una contestazione sufficientemente dettagliata di esborsi iscritti in bilancio, l’amministratore deve allegare e provare la loro destinazione, producendo la relativa documentazione o almeno indicandola ai fini di una richiesta di esibizione; in mancanza, gli esborsi privi di adeguata giustificazione integrano una diminuzione del patrimonio sociale che egli è tenuto a reintegrare.
La spesa sostenuta dall’amministratore delegato per un’operazione eccentrica rispetto al consueto perimetro di operatività della società e incompatibile con l’oggetto sociale [quale l’acquisto di un macchinario per la produzione da parte di una società dedita alla sola commercializzazione] richiede quanto meno l’autorizzazione del consiglio di amministrazione e, in sua mancanza, costituisce una lesione del patrimonio sociale che l’amministratore deve reintegrare. La scelta di finanziare un progetto di sviluppo commerciale condiviso con gli altri amministratori va invece valutata ex ante, e il suo esito negativo è di per sé irrilevante ai fini della responsabilità.
L’iscrizione in bilancio di poste attive gonfiate da fatturazioni asseritamente false fonda la responsabilità dell’amministratore soltanto se sono allegati specifici pregiudizi derivati alla società o a terzi dalla carenza di veridicità del bilancio. L’emersione delle perdite, che rappresentano comunque l’effettiva situazione economico-patrimoniale della società, è insufficiente a integrare un danno risarcibile, e il danno è insussistente quando la condotta riguarda un progetto di bilancio che l’assemblea non ha approvato.
Il riconoscimento di debito rilasciato dall’amministratore [dopo la revoca] è inidoneo a fondare una pretesa risarcitoria della società pari all’importo della fattura emessa dal terzo, quando la fattura non è stata pagata e presumibilmente non lo sarà; restano in astratto risarcibili danni di diversa natura, come le spese legali sostenute per contestare la pretesa del terzo, purché specificamente allegati e provati.
La responsabilità del professionista incaricato della consulenza fiscale e societaria della società ha natura contrattuale e trova fondamento nell’incarico professionale conferito e negli obblighi assunti, e resta estranea al rapporto gestorio che lega la società ai propri amministratori. Al consulente privo di incarichi di vigilanza o di revisione contabile è quindi inaddebitabile il mancato controllo della corrispondenza delle poste iscritte in bilancio alla contabilità e dell’attendibilità della contabilità stessa.
La natura degli addebiti riconosciuti a carico dell’amministratore delegato, consistenti in spese indebitamente rimborsate o prive di giustificazione, impedisce di estendere la responsabilità agli altri componenti del consiglio di amministrazione [in assenza di obblighi di vigilanza sull’operato del delegato e di specifiche allegazioni nei loro confronti].
La partecipazione dell’amministratore o del consulente a società operanti nel medesimo settore è insufficiente, di per sé, a costituire indice univoco dell’effettiva attuazione di atti di concorrenza sleale ai danni della società, in difetto di allegazione delle singole condotte e delle conseguenze dannose.